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L'amico d'infanzia
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Titolo: L'amico d'infanzia
Autore: MartaG
Contatto:
Racconto n° 1946
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C’è troppo buio in questa stanza, nonostante le luci sull’albero. Anzi, son quelle forse a mettermi così in tensione. So che lui non ha intenzione di finirla qua, stasera. La cena, per quanto ottima, non chiude la puntata. Da trenta secondi non parla, lascia che lo guardi. Non è buona cosa. Non si dovrebbe avere la possibilità di guardare un uomo così in mezzo a tanta neve e tanta campagna. O almeno bisognerebbe avere uno chaperon. Magari il marito affaccendato in chissà quale paese.
- Mi chiami un taxi?.
Ecco, l’ho detto. Dovrebbe rispondermi galantemente: ti accompagno io. Ma lui sorride e allarga le gambe. Ha un modo così lascivo di farlo, che distolgo gli occhi. Mi fingo interessata al tappeto.
- Me lo chiamo da sola?.
Scuote la testa. Adesso gli ridono anche gli occhi. È difficile sostenere il suo sguardo, è peggio di molte altre volte, stasera. Sarà il vino, sarà il silenzio, sarà che non ci incontriamo da tempo. Mi domando se fa sempre così quando gli prende la voglia.
- Smettila di giocare.
- Quale gioco?.
Rompe il suo silenzio, finalmente. Ha quel timbro basso che usa quando vuol essere ascoltato. Insiste su alcune parole e si lascia sfuggire quell’accento straniero che fa tanto charming (dopo vent’anni che sei qui: ancora?).
- È così che fai quando rimorchi?.
Lo so. Non è bello quello che gli dico. Provo a incrinare questa impasse, devo farlo. Lo desidero troppo per lasciarlo proseguire.
- Nooo… io non faccio nulla, mi limito a guardare.
- Appunto. È quello che stai facendo.
- Tu non ne hai idea.
- Dammela.
Che ho detto? Aspetta, che ho detto? Accavallo le gambe, in fretta. Distendo la gonna sulle cosce. Arrossisco, probabilmente. E spero che non si noti.
- Un secondo.
Lui chiude gli occhi per pochi istanti. Bastano a farmi mordere le labbra. So che me ne devo andare. Subito. Taxi o non taxi devo lasciare questa casa. Mi sto alzando quando lui apre gli occhi. Sono bellissimi. Sono quelli di sempre. I suoi occhi. Eppure non sono come sempre. Sono laghi profondi e misteriosi. Zampilli che ti bagnano. So che è già dentro di me, ne sento la presenza nelle viscere.
- Sei...
Non mi vengono le parole. Lui schiude le labbra, riprende a sorridere.
- Posso? - dice. E si alza. È solo a un passo da me e in un lampo è inginocchiato. Mi bacia le mani strette e appoggiate sul ginocchio. Sussulto. Bestemmio tra me e me, perché vorrei ridere e cavarmela con una battuta.
- Riaccompagnami in albergo, su.
Lui solleva la testa, serio. Ma quanto è serio stasera? Vuol mettermi in un angolo, fare in modo che lo implori di non tentarmi ancora. Intanto è lui che prega, accovacciato davanti a me. E non importa quello che non dice. Conosco chi ho di fronte: non mi sorprenderà. Piuttosto mi chiedo se conoscerlo non sia peggio. - Fare l’amore con te è come farlo con una folla -. Mi morderei la lingua: ma come mi viene in mente di dirgli questo!
Lui non fa una piega. Sa cosa intendo. - Non sono mai stato in ginocchio davanti a nessuna.
- Ah. E dovrei gioirne?.
Un lampo irriverente gli passa negli occhi. È in collera con me, e si vede. Tuttavia si trattiene. Forse questo mi colpisce più del resto. Non è docile mai. Si alza, si toglie la giacca del frac, slaccia il cravattino. Lo tiene su da ore, dal concerto. Respira. Si ributta ai miei piedi, mentre già stavo tirando un sospiro di sollievo. - Baciami.
E no, e no, maestro, non così. Sto cercando di smettere. Baciarti nuoce alla salute, per favore. Ho sposato un uomo affascinante e brillante. Me lo invidiano. Com’è che io invidio le tue amanti? Che ti succhiano, ti stancano, si stancano, si uniscono a te per una notte, tre amplessi, una settimana, un fine settimana all’ombra dell’ennesimo teatro, e alla luce del sole. Tu fai tutto alla luce del sole. Te ne freghi del mondo. Della folla, appunto, che occupa il tuo letto, i sedili della tua auto, il tuo tavolo, il tuo tappeto. Quanti preservativi consumi con il tuo andare e venire, su e giù, avanti e indietro? Come reggi tutto questo, diavolo tentatore? - No.
Lui ride. Gli appoggio una mano sulla bocca per farlo smettere: anche la sua risata è pericolosa, mette in mostra una fila di denti, retroguardia delle labbra e avamposto della lingua. Ancora un gesto sbagliato: oppure è quello che voglio. Sento la sua bocca aprirsi nel mio palmo, il calore umido della sua lingua. Anche i capelli solleticano la mia mano, i ricci si rincorrono fino al colletto inamidato, ora slacciato. - Coraggio, baciami - ripete.
Mi confonde come al solito la tua presenza. Soprattutto adesso che sei tra le mie gambe. Le mie gambe: non erano accavallate? Non solo le parole non riesco a controllare: tutto il mio corpo segue un ritmo che non è il mio, mio bel direttore. Avanza neppure tanto piano il desiderio, un po’ come le mani di questa creatura (non più ragazzo non ancora uomo) sulle mie gambe tese che mi accorgo solo ora tremano sotto il suo tocco. Con sollievo mi ricordo che ho le autoreggenti: terribili i collant in una simile situazione. Ma perché poi sollievo? Non sentirei ora i polpastrelli sulla pelle nuda. Come sei caldo, maestro. Scuoto la testa: mi sfinisco così, combatto con te, combatto con me stessa. Non ho chance di vincere. Chissà, magari non voglio vincere.
- Cosa devo fare per farmi baciare?.
Gli afferro la nuca con forza, lo bacio su una guancia: ha la pelle morbida. La mia bocca gli sfiora il lobo dell’orecchio. Trattengo i miei denti che vogliono correre a morderglielo. Ma lui si stufa: è un impulsivo. Si libera dalla mia stretta. È lui che adesso stringe la mia di nuca e le sue labbra trattengono le mie, con forza. Lo lascio passare: cosa cerchi con quella lingua tra i miei denti, in fondo alla mia bocca? Il sapore dell’ultimo bacio scambiatoci, non so più quanto tempo fa. Mi passa attraverso dappertutto, mi lascio scivolare su di lui e lui mi accoglie sulle gambe. Lo abbraccio con tutto ciò che posso: braccia e gambe e capelli. Mi spinge all’indietro, e contemporaneamente sposta la sedia.
Siamo già sul tappeto. Sono al tappeto. Rido finalmente. Te ne accorgi, ti fermi, prendi a slacciare un numero infinito di bottoncini di madreperla, strappi la camicia via dai pantaloni. Mi consolo pensando che è dall’inizio della serata che non ho il controllo della situazione. Quindi non c’è nulla di male ora a rendersi conto che tutto ciò che voglio è sentirti addosso. Ti ho guardato come assetata durante il concerto manovrare la bacchetta con la stessa impetuosità e passione con cui adesso ti metti a nudo. Innocente quando sei nudo. Quasi vergine: non hai pudore. Chissà se sai che esiste. Mi spogli, ti spogli. Fai tutto tu, fai fai. Fai tu come tutte le altre volte.

La prima eravamo bambini. Non hai chiesto neppure allora. Mi hai infilato la mano sotto la maglietta. Ti ho guardato ammutolita, la faccia di fuoco. Mi hai chiuso gli occhi e la bocca, hai cercato i capezzoli, in due secondi agivi da padrone. Una mano su, una giù. Ti ho respinto inutilmente. Avrei potuto gridare, sarebbero arrivate le due amiche e mamme, di là sul divano. E invece no, non ho gridato. Da rossa sono diventata viola sentendomi bagnare: quel che facevi, lo sapevo, era sbagliato, proibito: e a me piaceva. Ti ha chiamato tua madre. Hai allontanato le mani, ti sei strusciato un attimo, ridendo. Ci hanno fatto crescere assieme, ingenue. Pure al conservatorio insieme. Volevi diventare un direttore d’orchestra. Accidenti, lo sei. Io volevo far la prima violinista e invece ho sposato un politico. Faccio nulla. A vent’anni hai annunciato trionfante che ti sposavi. Davvero una bella notizia… a ventuno eri già separato: sei tornato a imboccarmi nelle ore rubate alle famiglie. A ventiquattro ti sei sposato nuovamente. Non posso pensare a tua moglie: lo stomaco mi va sottosopra.

Mi inarco mentre spingi le dita verso il fondo. Vorrei bruciare questi preliminari. Chi l’ha detto che senza è una tragedia? Non li voglio. Ti allontano la mano, ti allontano la testa dal mio seno. Ti afferro i capelli per farti alzare gli occhi: non sfregare più. Voglio sentirti dentro, voglio stringerti, voglio vederti chiudere gli occhi mentre mi penetri. Tu fingi di non capire, metti il broncio. - E dai scopami - sono costretta a dirti. E già ansimo, mi sciolgo al pensiero del tuo sesso nel mio. Ti brillano gli occhi mentre mi allarghi di più le gambe con il ginocchio e scivoli come fossi di burro. Io, di burro. Tu no, tu sei perfetto, come un ingranaggio. L’astinenza (da me) non ti ha arrugginito. Non durerò, non durerò, perché vedi? non faccio resistenza; non desidero goderti a lungo, desidero solo godere e vederti godere. Il tappeto mi graffia il sedere ad ogni colpo, fai quasi male quando mi accontenti e affondi più che puoi. Non ci sono più abituata a te. Non voglio graffiarti, ma le unghie affondano nel tuo collo. Potessi ti ingoierei.

- Adesso basta, Jack.
Perché cazzo ti chiama Jack: Jacques, ti chiami Jacques!
Un colpo di macete sulla mia testa. Mi chiedo dov’è, da quanto è lì. Da quanto si masturba in qualche zona scura del salone.
Jacques sussulta leggermente. È tutto ciò che fa in risposta a quel comando. È ancora dentro. E puoi fuori. Dentro e poi fuori. Mi irrigidisco, gli cerco gli occhi. Lui si china sul mio orecchio: - Non starla a sentire, non badarle.
Cerco di sottrarmi al suo peso. Sono spaventata, disillusa, furiosa. Smettila di sorridere, vorrei gridare. Ma lei entra nel nostro campo visivo. Indossa una maglia e tacchi altissimi: non ha gonna, non ha slip. Allarga le gambe sopra di noi.
- Adesso basta, Jack.
Jacques! Jacques! Vorrei urlare. Ma non è il caso di sottilizzare. Sto scopando suo marito, posso pure lasciarglielo chiamare come desidera.
Lui esce da me, si volta come se nulla fosse. Le cerca il monte con la mano, lei si abbassa leggermente, finché lui non la penetra con le dita. Lei quasi miagola, piega il busto su di lui, lo bacia sulla bocca, avida, mi guarda un secondo. Io sono ancora lì, la testa di Jacques appoggiata sulla pancia. Con un sorriso (per me, solo per me) lei lo monta. E grida, grida mentre Jacques le strizza il grosso seno ancora coperto.
Arretro quasi strisciando sul tappeto: vorrei che la sua testa sbattesse per terra e andasse in pezzi. Raccolgo l’essenziale, il vestito e le scarpe: li indosso nell’altra stanza. Mi guardo allo specchio per controllarmi: sembro a posto, incredibile. Il cappotto nell’ingresso. Un mezzo di trasporto! Le chiavi delle auto. Conosco quelle di Jacques, le prendo al volo. Metto in moto la vecchia auto da collezione. Ce l’ha da una vita. Cerco di non pensare, fisso la strada, i segnali, a volte le luci del cruscotto. Attraverso la hall come una palla. Piano, devo chiudere piano la porta. Non disturbare chi dorme.

Bastardo. Di nuovo. L’hai fatto di nuovo. Non ho il tempo neppure di arrivare a insultare tua moglie, che sento la tua mano sulla porta. Leggero con le nocche, come bussavi in piena notte quando avevamo quindici anni.
- Apri, su.
Ti alteri mai, tu? Hai il tono che sembra un invito a un ballo.
- Susan. Non mi costringere ad alzare la voce.
Non sia mai. Turbarti per così poco? Ti apro io. Hai smesso la tua mise da grand’uomo per infilarti in un paio di jeans. Tu entri, io mi allontano. Non ho da dirti nulla.
- Non sapevo fosse lì. Aveva un impegno dopo il concerto. Non lo sapevo, non l’avrei mai fatto… a te -. Balbetti, perché sai che non è vero. L’hai già fatto. No, non ho da dirti nulla.
- Mai più. Giusto, mai più - aggiungi.
- Quando crescerai, JACQUES?
- Si eccita così. E a me... beh, diverte. È tanto bella, Susan.
Anche tu sei tanto bello. Glielo vorrei dire. Che questa moglie guardona e pappona è un abominio per uno come lui. Eppure lui si diverte. E se si diverte cosa puoi dire? Non ho da dirti nulla.
- Non sparirai di nuovo. Sono due anni, due anni Susan. Non puoi abbandonarmi per tanto tempo.
Allargo le braccia, sopraffatta. È del tutto irragionevole quello che chiede.
- Sparisco, sì. Il più lontano possibile. Ho sbagliato a venire. Hai sbagliato a invitarmi
- Non verrai a Milano?.
- Jacques!.
Annuisce, spalanca la porta. E io mi ritrovo sola. Quello che voglio. Che stia lontano. Ho ancora addosso l’abito da sera. Sento il sesso libero. Tiro su la lunga gonna, mi accarezzo i fianchi, la curva delle natiche, l’ombelico. Potessi scagliarla io la prima pietra. Io che ho un marito in qualche parte del mondo e non mi manca mai. Se solo...
- Jacques!
Quando riapro la porta, lui è un metro più in là, appoggiato al muro, le mani nelle tasche del giaccone, la testa bassa. Cerco con gli occhi la sigaretta tra le sue dita ma non la trovo. Non sta fumando. Mi guarda, guarda l’orologio. - Ci hai messo tanto - mormora.
Gli mollo un ceffone. Lui ammicca, mi porge l’altra guancia. E io sollevo la mano. Lui solleva il vestito, mi sfiora la schiena. Rimette in moto gli umori. Mi spinge di nuovo nella stanza. Non mi spoglia neanche stavolta. Si abbassa i pantaloni, mi piega sul letto, mi prende da dietro. Sono già all’orgasmo. Mi solleva ancora il bacino, mi lecca tra il clitoride e l’ano, insiste, io mugolo: sono ubriaca, di fatto. Mi penetra di nuovo. Intuisco che non è in vagina dalla sua intensità. Non affonda, sonda. Mi piace. Mi mancava questa. Fa male, penso. E so che lui lo sa. Mi distrae: con le dita mi accarezza in profondità, la vulva è ormai aperta, liquorosa. La testa si apre anch’essa e lui mi acquieta con le sue labbra lungo la schiena. Viene. Viene nell’ano. Mi gira verso di lui, si sfila i jeans, mi abbraccia sul letto. Gli bacio il petto, ripetutamente. Lui sorride, appagato. Mi bacia la bocca, gli zigomi, la fronte.
- Verrai a Milano? - domanda.
Amo un folle. Amo un folle.
- Verrai a Milano? - insiste.
Amo un folle. Amo un folle.
- Non lo so. Forse.
Si riveste, si passa dell’acqua tra i capelli, mentre lo osservo dal letto. Nota le chiavi della sua auto, le prende, le soppesa. Poi si avvia verso la porta, la spalanca, esce. Lascia la porta socchiusa.
Sono un burattino nelle sue mani. Sono sul letto senza più forze, mi fa male lo sfintere, mi metterei a piangere.
- Susan.
Sei ancora qua? - Jacques.
- Posso dormire qui? Ho… ho lasciato mia moglie -. Si passa imbarazzato la mano tra i capelli. - Beh sai, è casa sua. Avrei bisogno di un letto, per stanotte .
- Hai lasciato...
- Sì.
- Quando?.
- Prima. Prima di venir qui.
Non ho niente da dirti, mio bel direttore. Vieni pure. Il letto è sfatto, come piace a te. Lo lascerò così anche domani, dirò alle inservienti di non toccarlo. È roba nostra, è roba tua. Ti togli la fede, sfili anche la mia. Io non ti credo Jacques. Non durerà. Ma tu sei folle. Non si sa mai.