|
|
|
L'ospite
|
|
|
Titolo:
L'ospite |
Autore:
Automedon |
Contatto:
|
Racconto
n° 2007 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
|
|
Elisa avanzava decisa anticipandomi i sentieri seminascosti dall’erba, io la seguivo docilmente e in silenzio attento a scansare ora un sasso ora un dislivello fra repentini salti di cavallette e fugaci attraversamenti di lucertole. La primavera inoltrata e le propedeutiche condizioni del passato ‘inverno del nostro scontento’ avevano regalato alla campagna tutte le gradazioni dello smeraldo in tale intensità che il prepotente dominio del sole non riusciva a sbiadirle. Il mio raggio visivo si estendeva dal terreno ai tacchi delle sue scarpe da ginnastica allungandosi ad intervalli irregolari fino al fondo scolorito dei suoi jeans che riproduceva fedelmente la forma armonica dei glutei mobili e ben modellati. Sibilando e sbuffando per il fiatone riuscii ad intonare sommessamente la milonga adeguata alla circostanza. - Caminito que el tiempo ha borrado, que juntos un dìa nos viste pasar ; he venido por ultima vez…- - Va bene, ho capito, adesso ci fermiamo - disse divertita - pazienta un altro minuto. - Ancora un centinaio di metri in lieve salita e raggiungemmo la sommità della collinetta dove il carrubo secolare ci accolse sotto il fresco ombrello ristoratore. Mi abbandonai stremato dalla lunga passeggiata sul manufatto in tufo posto a mò di panchina improvvisata ai piedi dell’albero, appoggiandomi, spalle e braccia, ad un grosso ramo che a proposito sbucava orizzontalmente dal possente tronco scuro; Elisa con un salto raccolse uno dei tanti baccelli neri che penzolavano sulle nostre teste, lo spezzò e me ne porse metà incorniciandola con gli occhi brillanti e le guance arrossate. Guardai in alto fra i rami: le feci notare che mancava il serpente e l’albero non era adatto, mi dichiarai costretto a procrastinare qualsiasi forma di effusione a quando mi fossi ripreso dalla fatica. Sorridendo sedette alla mia sinistra poggiando il capo nell’incavo della mia spalla, la cinsi e rimanemmo in silenzio sgranocchiando la carruba e rilassandoci riprendendo fiato. - Ho fatto un sogno - - Bello? – domandò. - Direi di si, molto emozionante e così intenso che quando mi sono svegliato mi sono sentito come se lo avessi vissuto realmente - - Io c’ero? - - Eri la protagonista – - Racconta! – sollevandosi di scatto con il viso illuminato dal consueto candido entusiasmo. - Non è detto che l’ascoltarlo debba suscitarti necessariamente le stesse sensazioni che ha dato a me, potrebbe lasciarti indifferente se non addirittura ripugnarti… - - Che importa? E’ solo un sogno, mi divertirà comunque o…hai paura che io possa smascherare il tuo Es? – rise. - Escludo che per interpretarlo sia necessario sezionare i miei elementari ingranaggi, è stato certamente generato da elucubrazioni più che consapevoli; te ne ho parlato proprio perché desidero raccontartelo rassicurandoti in anticipo sulla solidità dei miei sentimenti che potrebbero essere messi in dubbio da una sua lettura superficiale e affrettata - - Va bene! Prometto di soppesare ogni tua sillaba, ma vai avanti prima che io muoia di curiosità! - Fissai un orizzonte in fondo oltre la valle inquadrando con la mente la scena iniziale, incrociai per un attimo gli occhi supplici di Elisa e distogliendo appena lo sguardo iniziai il racconto. - Lo scenario era quello di casa mia: ci trovavamo accanto al divano, in piedi davanti alla finestra; la luce pomeridiana, per niente disturbata dalle tende spiegate, ravvivava i colori delle profumatissime fresie che avevi disposto sul tavolo dentro un vaso improvvisato e i tuoi occhi vispi che si fingevano distratti mentre assestavo delicatamente il colletto aperto della tua camicetta. Due morbidi nocciolini che si protendevano dall’interno del leggero tessuto bianco denunciavano l’occasionale rinuncia al reggiseno, così com’era facile intuirlo sbirciando attraverso i lembi fra un bottone e l’altro appena distanziati dal volume contenuto; la soffice gonna a fiori rosa, con le ultime due asole sbottonate, completavano il quadro: i piedi nudi. La musica tacque, andai a scegliere una colonna sonora che contribuisse a sostenere l’atmosfera creatasi: ‘It might as well be spring’, perfetto! Le note basse del sax di Ike Quebec si propagarono con decisione nell’ambiente circostante, ridussi il volume ad un livello meno invasivo e sollevai lo sguardo sul soffitto spiovente come se avessi potuto seguire visivamente il dileguarsi del suono residuo. Giratomi ti vidi seduta al centro del divano, le mani adagiate sul grembo con le dita intrecciate al limite dell’apertura della gonna che, languidamente abbandonata sulle sue falde, rendeva omaggio alle gambe lunghe e voluttuosamente accavallate; la tua espressione serena di paziente attesa, però, era il nutrimento primario della mia eccitazione. D’un tratto il citofono: ti feci segno di rimanere seduta, risposi brevemente e attesi che il nostro ospite giungesse dietro la porta d’ingresso. Un breve saluto, durante il quale egli cercò un’anteprima attraverso gli spazi fra gli scaffali della libreria svedese che delimitava la zona soggiorno, quindi lo feci accomodare per presentartelo. Quando ti alzasti sorridendo e porgendogli la mano, l’emozione sospese il mio respiro ed ebbi paura che poteste sentire i battiti del mio cuore; lui, in silenzio, ti guardava ammirato ed io lo invitai a mettersi a suo agio: riprendesti il posto di prima, io sedetti alla tua destra e il mio amico sulla poltrona. Presi la tua mano e cominciai a parlare rivolgendomi a lui che non ti staccava gli occhi da dosso: gli confidai apertamente, così come avevamo stabilito, che gli unici indumenti che indossavi erano quelli che ti vedeva addosso e che era tuo desiderio, quel pomeriggio, che condividesse con me la praticità di tale abbigliamento; tu lo guardavi visibilmente lusingata dai suoi sguardi ed egli domandò se ti sentivi pronta ad esaudire qualsiasi nostra richiesta, tu rispondesti con un semplice “si” con la voce rotta dall’emozione ma senza esitare…- Interruppi la narrazione alzandomi in piedi e, prima che Elisa protestasse per la lunghezza della pausa, le porsi la mano invitandola ad intraprendere il cammino per raggiungere il rustico da cui eravamo partiti. Sulla strada del ritorno, procedendo abbracciati ad un’andatura decisamente più rilassata che all’andata e sollecitato dalla mia attenta ascoltatrice, senza escludere alcun particolare, ripresi il racconto che ebbe termine una volta giunti sul baglio davanti alla casa. Rimasi in silenzio, riprendendo fiato, a riflettere sul fatto che l’esposizione del sogno mi aveva lasciato in un inusitato stato di pacata agitazione che non ritenevo attribuibile ad un’eccessiva ossigenazione, malgrado mi sentissi rimescolare il sangue fino all’ultima goccia; evidentemente, pensando di condividere con la mia compagna l’interpretazione del ruolo recondito della mia attività onirica quale intermediario fra desideri inconfessati e senso di conformità all’etica convenzionale, permettevo al mio Io cosciente di ufficializzare la probabile futuribilità dell’azione che, senza dubbio, esaltava i miei sensi. Alzai gli occhi incrociando lo sguardo di Elisa che, immobile e senza parole, appariva turbata dal minuzioso resoconto che le avevo fatto; per un attimo una sua espressione severa mi fece temere di averla contrariata, poi, di scatto, mi abbracciò sollevandomi da ogni dubbio e baciandomi con un’insolita drammatica veemenza. Entrammo in casa e ci amammo come fosse la prima volta ma con la complice sensualità di due amanti consumati. Attraverso il parabrezza contemplavo la figura slanciata della mia giovane compagna che chiudeva il catenaccio dell’ultimo cancello mentre un gatto riconoscente le si strusciava fra le caviglie: aprì lo sportello sorridendo e mi sedette accanto, le presi la mano e la baciai; la secca fanfara degli otto cilindri decretava la conclusione del nostro fine settimana agreste.
a G., virtualmente suo.
|
|
|
|