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Un'altra isola da battezzare
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Titolo: Un'altra isola da battezzare
Autore: Emma
Contatto:
Racconto n° 2009
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Un’altra isola da battezzare.

E’ estate. Siamo in Croazia da sei giorni e di isole deserte ne abbiamo già battezzate cinque. Ma il pomeriggio è ancora lungo e, prima che finisca, troveremo e battezzeremo anche la sesta. Ci siamo ripromessi di battezzarne una al giorno. Per ora ci siamo riusciti, ma non so se ce la faremo a continuare ancora per tutta l’altra settimana di vacanza che ci resta. Di isole, isolette e scogli qui il mare è pieno, ma ormai quelle più belle e vicine le abbiamo già battezzate. Ci toccherà spingerci col gommone sempre più lontano, o accontentarci magari di qualche isola grande non proprio deserta.

Come si fa a battezzare un’isola? Semplice. Si trova una isola deserta, meglio se piccola, magari microscopica, su cui si può immaginare che non sia mai sbarcato nessuno. Le si fa qualche giro attorno col gommone, la si studia. Poi si sbarca e ci si fa l’amore. A quel punto quella è la nostra isola, impregnata di noi, memore del nostro passaggio, e le si può dare un nome.

Abbiamo cominciato coi nomi di noi ragazze, perché un’isoletta con un nome di donna è molto più poetica. Sulle carte della Dalmazia magari sono segnate con chissà quale nome, ma per noi sono l’Isola Simona, l’Isola Federica e, naturalmente, l’Isola Emma. Poi abbiamo continuato coi nomi dei nostri mariti o compagni. L’Isola Filippo e l’Isola Marco sono già state battezzate ieri e ieri l’altro. Adesso siamo qui in giro col gommone a cercare quella che sarà l’Isola Antonio.
Non vogliamo uno scoglio qualsiasi. L’Isola Antonio (lui ci tiene) dovrà essere una bella isola sabbiosa e comoda, con anche un po’ di verde e di ombra. Un’isola su cui si possa fare l’amore per bene, senza rovinarsi la schiena sui sassi. Un’isola su cui si può stare anche tutto il pomeriggio a fare il bagno e a prendere il sole.
Poi, le altre dei prossimi giorni le intitoleremo a qualcun altro dei nostri amici che abbiamo lasciato a casa. Le battezzeremo a nome loro, evocandoli mentalmente mentre ci faremo l’amore. Sperando magari l’estate prossima di portarli con noi a prenderne possesso di persona.

Eccola, la futura Isola Antonio! E’ la figlia piccola di un’isola più grande. Quella grande è una grande isola coperta di macchia mediterranea. Su un lato, una lingua di sabbia si protende in mare, scompare per un centinaio di metri appena sotto il pelo dell’acqua e ricompare in forma di isoletta microscopica. Un mucchietto di grossi macigni che sporge di non più di un paio di metri dal pelo dell’acqua. Qualche cespuglione cresciuto in mezzo ai sassi, un paio di alberi più grandi e tutto attorno sabbia bianca per lo spazio non più grande di quello di un campo da tennis. Alle spalle ha l’isola grande, ma davanti ha solo il mare.

- Quella va bene! – Dice Antonio – Andiamo là.

Qualcuno ha da obiettare che non è una vera isola isolata. E’ troppo vicina all’altra isola grande: chissà quanti, magari addirittura camminando sulla lingua di sabbia, ci sono arrivati prima di noi e ci hanno già trombato.
E poi sull’isola grande c’è gente. Abbiamo visto sull’altro lato dei motoscafi in un’insenatura. Se qualcuno è risalito dalla spiaggia al dosso e si è infilato tra gli alberi, può vedere tutto. Il battesimo, visto come si svolge, richiede una certa privacy.

- Ma chi se ne frega?!

Antonio, in effetti, ha ragione. Per essere un’isola è un’isola e, se anche ci fosse qualcuno a spiarci dall’isola grande, sarebbe abbastanza lontano per non dar fastidio. E comunque, in un posto del genere, non ci va mica gente che si scandalizza facile a vedere gente nuda che fa l’amore in spiaggia a un chilometro di distanza.

Un giro col gommone attorno all’isola. Un altro giro più piano, più da vicino. Non c’è nessuno e non ci sono neppure tracce di piedi sulla sabbia. Magari davvero non ci è mai arrivato nessuno.
E’ deciso: quel fazzoletto di sabbia va bene per noi.

Certo, non è come Colombo che arriva in America e si china a baciare devotamente il sacro suolo in compunto silenzio. Appena il gommone si arena sulla spiaggia. Saltiamo già in allegria e facciamo a gara a chi schiamazza più forte. No, di religiosa solennità nei nostri battesimi non ce n’è proprio. Così come non ci passa neppure per la testa di piantare bandiere sulla terra appena raggiunta.
Se mai, il ruolo della bandiera lo fa il perizoma di Federica. Lei è la più scatenata. Due passi sulla terraferma e il perizoma se lo è già tolto e lo ha lanciato all’asciutto, a marcare il territorio sulla sabbia immacolata. E via di corsa a dar sfogo in piena nudità alla sua gioia di vivere.
Simona ed io la seguiamo a ruota e anche noi ci liberiamo per prima cosa dei nostri straccetti, lanciandoli vicino a dove ha lanciato il suo e avviandoci con lei all’esplorazione della nuova terra vergine. Non ci vuole poi molto. Venti secondi e il giro dei sassi e dei cespugli è fatto. Davvero non ci sono tracce di presenza umana, neanche una lattina o dei mozziconi di sigaretta.
I ragazzi hanno tempi più lunghi e se la prendono con comodo. Prima tirano in secco il gommone, mettono la borsa termica con le bibite all’ombra, si danno un’occhiata in giro e ci raggiungono ancora col costume addosso.

- Qui va bene – dice Federica - indicandoci un pezzetto di spiaggia in ombra sotto l’albero più grande.

Sì. Va bene. L’isola grande è alle spalle. Se anche qualcuno guarda verso di noi, lì, dietro alla vegetazione, non ci vede.

Uno dei ragazzi va a recuperare sul gommone i grandi teli. Li stendiamo nello spazio in ombra, discosti il più possibile, ma mica tanto, perché lo spazio è quello che è. Adesso c’è tutto e si può procedere.

L’isola è di mio marito e tocca a lui essere festeggiato in particolare. Sono io quindi che, per prima, prendo posto seduta sul telo e, con la mano, gli faccio cenno di accostarsi. In piedi, davanti a me, gli abbasso il costume e glielo sfilo. E’ inevitabile che all’istante gli si drizzi. Gli altri sono tutto attorno, in piedi, a guardare. Anche Filippo e Marco si liberano dei costumi, ormai superflui. Anche loro sono subito eccitati e contenti che si noti.

Lavoro Antonio un attimo con la mano, poi glielo bacio e comincio a succhiarglielo con vigore. Mi piace che gli altri mi guardino: mi piace dimostrare che ci so fare.
Lui è pronto e a me, in una situazione del genere, non servono altri particolari preliminari. Mi corico sul telo e Antonio mi si stende sopra, mi entra dentro e comincia a fare il suo dovere. Gli altri, per un po’, se ne restano in piedi a guardarci, ma poi decidono che è meglio che si diano da fare anche loro. Si coricano a loro volta, una coppia di qua e una di là, e iniziano a darci dentro.

Per dieci minuti il silenzio dell’isola è tutto un concerto di sospiri sommessi, di mugolii, di risatine, di ciap–ciap di carni che sbattono, del fiatone di chi ce la sta mettendo tutta. Tutto il mondo attorno a noi è solo dolcezza, nella luce abbagliante del sole, nello sfavillio azzurro del mare, nel borbottare lieve delle onde che vi infrangono sulla spiaggetta, nel muoversi ritmico di sei corpi nudi dimentichi di tutto, tranne che del piacere a cui si stanno abbandonando.

Un’isola piccola serve anche a questo: ad isolarsi dal resto del mondo.

Poi, finito il battesimo, è il momento degli scherzi, dello sguazzare in acqua, del rincorrerci sulla sabbia, del placcarci a vicenda, del rotolare abbracciati nella sabbia rovente, del ridere a crepapelle e dell’abbandonarci senza fiato, riversi con lo sguardo perso all’azzurro del cielo.

E viene poi l’ora del metterci tranquilli a prendere il sole come lucertole, spalmati tutti di un’infinità di olio. Muti, luccicanti ed immobili come rettili.

Infine, quando il pomeriggio volge al tramonto, è il momento di toglierci sabbia, l’olio solare e sudore di dosso, di ritrovare i costumi, di rimetterceli a malincuore, di scuotere i teli, ripiegarli, di trascinare di nuovo il gommone in acqua e di avviarci verso il mondo di terraferma delle persone civili, quelle che il sole lo prendono sulle sdraio allineate in lunghe file sotto gli ombrelloni e l’amore lo fanno alla sera, al buio, nel proprio letto.

Prima però di dirigerci verso la costa e l’albergo, ancora un paio di giri a tutta manetta attorno all’isola, per imprimerci nella mente il suo profilo, per saperla poi riconoscere. Quella ora non è più un’isola qualsiasi tra mille isolotti e scogli della costa dalmata. Quella è l’isola su cui siamo stati noi, su cui abbiamo giocato, abbiamo riso, abbiamo preso il sole nudi tutto un pomeriggio e soprattutto l’isola su cui tutti assieme abbiamo fatto l’amore.

Di noi, tra un po’, non resterà sulla sabbia nessuna traccia, ma quella, l’Isola Antonio, per l’eternità sarà la nostra isola.