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Gli occhi sul mondo
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Titolo: Gli occhi sul mondo
Autore: Dincanto
Contatto:
Racconto n° 2025
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-Buongiorno mia splendida schiava, un bacio per il tuo risveglio-
-Mio Principe mio Padrone, non apro gli occhi sul mondo se non leggo il tuo buongiorno. Ti bacio-

Gli occhiali sul naso, lo sguardo attento a mettere a fuoco il mattino nel telefono stretto in mano, la mia cagnolina accucciata per lungo sul ventre fin su vicino al viso, ho cercato il mio risveglio nel Tuo. Risveglio, tenebre, il Principe delle Tenebre. Da molto non scrivo, si erano avvizziti gli impeti emotivi che scorrono in grafie ed immagini, desideravo ancora il mio polo sud, dove coltivare pomodori avvolta nel bianco e pinguini. Un po’ la mano che racconta è timorosa, ricorda di altre parole, compiute in sforzi di volontà non mia. Timore. La Tua immagine, composta da me in un mattino di sole e di attese per altri movimenti mi è di fronte, ho avuto la fretta impellente di tenerTi qui, con me, ora che in questo unico modo posso accarezzarti. Accarezzare le tenebre, significa trovarsi a faccia in terra, in un’onda di rosso piacere che scivola libera, nel gesto, nello strappo alla nuca, che non capisci più cosa chiede, dove ti vuole, in un equilibrio fisico stravolto, finché non senti nei suoni l’ordine secco che spinge giù, dove la luce del freddo e del buio che preme da sotto e da sopra in un piede sul volto, sui capelli, si fa voce: -Tu sei questo per me.-
Il primo passo in carezze di tenebre.
Mi fa male un capezzolo, e tremante è il ricordo impaurito della pinzetta scivolata giù, catenella pendente senza più mordere, la mia incapacità di tener fermi i tuoi voleri.
La perfezione sta in una giostra di cavallucci di legno, ho scritto qui a fianco, in un altro pensiero; bianchi e marroni in corse senza galoppo, infilati in pali di legno, lucenti di lustrini e pennacchi, culetti di bimbi alla monta, la musica in vortice al centro del mondo, ho scelto io di salire.
Il capezzolo brucia, sono molto sensibile, ma diventa un punto di approdo di pensieri che vogliono percorrere ogni attimo. –Se ti dico tieni le mani dietro lo fai no?- Si, ma poi all’improvviso mi cingi polsi e caviglie di strette fasce di cuoio, le costringi in legami di anelli stretti fra loro, mi bendi di doppio nero velato, e nella mia ricerca di attese interiori in equilibrio precario su non più simmetriche assi, disegni di cera bagliori di fiamme sul petto, sul seno, sui miei sensi, sui miei desideri scomposti di paura e dolore.
Sei qui, dietro a questo scrivere, di sfondo una piccola rappresentazione di castello nei suoi toni che io ho voluto mantenere graduanti sul nero profondo. Seduto, sorridente sicuro nel Tuo divino vestire di tenebre, Ti ho ritratto chinata, accovacciata nel fermare quell’immagine in cui io sono in basso, dove il Tuo piede è la linea di altezza dei miei occhi.
-Quando ti parlo, voglio vedere i tuoi occhi, altrimenti lo sguardo sta chino, e la tua posizione in ogni caso sotto alla mia.- Sto centellinando ogni Tuo suono, come prezioso regalo; sto percorrendo ogni Tua linea di pelle e di pieghe come schiava adorante, sto appoggiando la testa sul bordo della panca, in ginocchio e protesa all’indietro, nell’attesa che Tu scelga la frusta che userai per me.

“mio Principe mio Padrone, il mio bisogno di sentire i tuoi ritmi è costante. Il possesso è forte, il collare stretto, il sentirti scandire le ore importante dentro me. I miei languori regolati dalla tua presenza, la mia mente e il mio corpo al tuo servizio. Ti bacio”

Ho interrotto lo scorrere di parole sul monitor per mandarTi un messaggio, e ancora stretto fra le mani il telefono, attendo che Tu da lontano risponda.
Sei nella Tua giornata, che possiede la mia, la regola, la rende libera di essere il vortice di danza. Non sono ancora vestita, e mi guardo in modo diverso. Nulla tolto alla mia sicurezza di essere bella, fatta di forme di cui so gli audaci esiti, di cui faccio esibizione e malizioso concerto, mi vedo in un unico armonioso assemblato di piacere per te. Qual è il rapporto che intercorre tra il Padrone e la sua schiava? Può permettersi lei di lagne e smorfie femminili da amante quotidiana? Può pronunciare la parola amore mettendo in gioco emozioni ed ansie? Può piangere sconfitta da un tempo che scandisce mancanze? Può odiare all’infinito un compagno a cui ha riconosciuto il codice e la conduzione del gioco? Non credo nessuna risposta dia valore a queste domande. Esiste un sottilissimo filo, lega polsi caviglie collo, lega e trascina, è porto con devozione fra mani ritenute sicure, è ardentemente desiderato teso, valica porte, sente chiudere usci dietro di sé, e ascolta il suo divenire spesso e consistente. Diventa tempesta dei sensi, sorpresa, vergogna, vuoto simulacro d’uso di cui compiacersi e compiacere, scocca di scintille di rabbia, suppliche che non sanno uscire, offerta dell’anima. Il gelo e il fuoco si alternano in tempi infiniti dove scegliere l’inferno o la quiete è solo questione di suoni strappati al tempo nel tempo.
Il camino verso il muro, l’estatico esistere della non esistenza si annuncia nella Tua volontà di possedermi.
-Questa volta porto la borsa- Dio… sono impazzita? No, non lo sono per nulla, e Ti seguo in silenzio e nel rumore assordante dei tremori che mi scompongono il ventre. Ti seguo come una cagnetta docile, come una bestia selvaggia da sottoporre a prove e addestramento, sono l’uno e l’altro per quel che conosco di me. Compiuta e incompiuta lo affido a Te, per la prima volta e per davvero, posso stare dentro, per quel che Ti piace, Ti serve, vuoi usare di me.
E dalla Tua borsa, in un rito di gioco e di sferzante piacere stanno uscendo i percorsi e i passi che lenti nell’aria, nel tempo, nel buio, decidi per me.
Sto imparando a svestirTi, con calma e fretta e massima cura, con un’abilità che non sa più dove sta, con il tremore di sbagliare ogni gesto, la voglia che sia come vuoi. Dove sta la mia vita? Quella lunga collana di perle che così rilucenti si allunga sempre più? Dove la mia forza, la presunzione e l’orgoglio che regge ogni mio passo ed incedere di così largo e riconosciuto fascino? Dove le mie ginocchia sul quell’antico asse con scanalature usato per strofinare la biancheria, si poggiano incerte, e l’equilibrio per non pesare troppo giù, diventa inserto e contatto con il tempo e il pensiero.
Dove nell’angolo contro il muro, a testa china, furente col mondo con dio con me stessa, mi chiedo perché non sono riuscita a pronunciare sillaba di fronte ad un Tuo ordine. Dove, anche se tuoni e tempesta e fulmini e grandine scuotessero il resto del creato io continuerei a stare, continuo a stare, solo perchè lo hai deciso Tu. Nell’angolo, una bambina nell’angolo, una donna nell’angolo, una schiava nell’angolo; ho disatteso il Tuo volere, ho scelto di esserci sempre dove mi porrai. Mi piaccia, non mi piaccia, nel garbuglio del contrasto tra mente e umori colanti, della lucidità del razionale e del desiderio più buio, ho scelto di esserci.
-Vuoi abbracciarmi?- Sono di fronte, risollevata dagli angoli o dalle mani costrette da ferri al collo, le lacrime impastate ai capelli non chiedono tenerezza, solo sciogliere emozioni chiodate. Sono di fronte, riportata a Te, dalle Tue mani, dal Tuo decidere i momenti, e non aspetto altro che poterlo fare. Ma non so ancora cosa posso e non posso, come la mente è restia ad archiviare regole ed elenchi, ribelle al solo senso di non volere ribellione. Arruffata come un pulcino furibondo a cui chiedi: -Quanto mi odi ora?- Ti odio, Ti odio come mai prima, sono un essere buono e di gran cuore, Ti odio per quanto tutto questo faccia parte di me, Ti odio per saperlo, per vederlo, per aver voluto prenderlo per Te. Ti odio, perché nel mio camminare avevo quasi schivato quello che mi porti Tu, cibandomi di piccoli brandelli trovati quaggiù. Ti odio perché sai leggermi dentro, tra griglie di piombo saldate secoli fa. Ti odio perché sciogli la mia carne e i miei pensieri coagulandoli poi in quello che vuoi. Ti odio perché mi piace cosa fai di me. Ti odio perché esisti e Ti ho cercato fin qui. Ti odio perché sei chi può, realmente, concretamente, dirmi chi sono, chi amo essere. Ti odio e sono appesa a Te. Ti odio ed inizio a supplicare, sarei morta un tempo per non farlo mai. Ti odio e frigno al dolore, odiando me per i suoni che sento. Ti odio perché non c’è un oltre Te su cui posso contare, una mia maggiore capacità di vedere, una solitudine di cui Ti posso incolpare. Ti odio e basta. Ti odio perché sai farTi odiare, e lo spremi, lo raccogli, diventa il nostro cammino. Quell’odio che da gogna diventa agognare, amare, adorare, divenire incastro tra scanalature di precario equilibrio per restare diritta in silenzio quando questo è il Tuo volere.
Ti odio e Ti stringo in un abbraccio riconoscente, di paura e di amore, nemmeno so più che forma ho. Lo specchio così tanto splendente mi piega nella Tua imposizione di guardarmi lì. Faccio fatica, rimpallano gli occhi fra Te e me, mentre Tu costruisci altre visioni tenendomi là.
E le Tue labbra così calde e avvolgenti, e il Tuo corpo che si rilassa nelle mie mani, in lunghi massaggi che creo per Te, e il Tuo sonno che veglio e copro nel privilegio di averlo per me, sono gocce di dolce senso di realtà. Sono pur sempre la Tua dolce schiava, e Tu sei il mio Principe delle Tenebre, il mio adorato Padrone.


Dincanto