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Il comune senso del pudore
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Titolo:
Il comune senso del pudore |
Autore:
Emma |
Contatto:
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Racconto
n° 2029 |
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Il comune senso del pudore si dice che sia quello che fa stare in piedi la società. Ed è anche quello che fa funzionare i matrimoni e li mantiene in piedi a lungo. Guai se non esistesse il comune senso del pudore!
Il comune senso del pudore è quella cosa che dice alle brave ragazze che, se si vuole essere brave ragazze, la patatina non sta bene mostrarla. Anzi, la si deve tenere ben nascosta e ce la si deve lasciare guardare proprio solo dal ginecologo e dal marito. Dal primo se proprio non se ne può fare a meno, ma anche dal secondo il meno possibile, solo quando certe cose non si possono fare al buio, o almeno sotto le lenzuola. E comunque sempre facendosi pregare un po’, come tutte le brave ragazze, e con quel minimo di ritrosia e di rossore che alle brave ragazze si addice.
Ma io sono Emma, sono un po’ speciale in molte cose e anche il senso del pudore che va bene alle persone comuni mi va un po’ stretto.
Secondo me, la patatina va invece mostrata, esibendola, nei limiti della decenza, tutte le volte che sia possibile farlo ed a tutti quelli che cui faccia piacere darle una sana occhiatina. In estate, al mare solo dove il costume sia possibile toglierselo. Garantendo anche a lei, poverina, la giusta dose di aria e di sole. E anche la giusta dose di sguardi da parte degli altri bagnanti. Nelle altre stagioni, ci sono poi sempre gli amici e le nostre allegre riunioni serali. In poche occasioni mi capita di sentirmi così viva ed in pace con me stessa come quando sono in piedi su un tavolo, a dimenarmi a ritmo di musica, a togliermi poco a poco i vestiti e, una volta solo in perizoma, a godermi il “nuda! nuda!” di incitamento che viene dall’allegra combriccola di amiche e amiche più o meno già svestite che sono lì attorno al tavolo. Tutti con gli occhi puntati su di me, anzi, proprio su quella certa parte di me, impazienti che io mi decida a sfilarmi via anche l’ultimo straccetto. E io a fare le finte con l’elastico, a girarmi e rigirarmi al ritmo della musica, a godermi i loro sguardi su ogni centimetro di pelle. A tirare le cose per le lunghe, insomma, ma non perché mi vergogni di togliermi anche il perizoma, ma per prolungare il mio piacere, per far crescere ancora l’eccitazione. E quando è ora, sfilarmelo e lanciarlo lontano. Lasciando che i loro occhi si concentrino tutti proprio lì, dove lo straccetto non c’è più. Lasciando che anche la mia mano vada a finire lì, ad iniziare le esplorazioni. E poi giù dal tavolo e di corsa seduta sulle ginocchia del maritino, a continuare lì più comodamente le esplorazioni con le dita sulla patatina, o a lasciare che le esplorazioni le continui lui, mentre un’altra, o un altro, prende il posto ancora vestito sul tavolo. E, al momento giusto, anch’io a scalmanarmi con gli altri nell’incitare “nuda! nuda!”, oppure, meglio ancora “nudo! nudo!”, se sul tavolo c’è salito uno dei ragazzi.
Il comune senso del pudore è anche quella cosa che ti dice che per trombare bisogna essere in due e che non ci sia nessuno tra i piedi. Ma il nostro senso del pudore anche in questo è un po’ speciale. Va bene abbandonarsi alle normali tenere coccole coniugali, senza occhi od orecchi indiscreti attorno, liberi di farsi di tutto e di dirsi di tutto, in santa pace, come viene viene. Ma ogni tanto un po’ di vita ci vuole! Nella nostra camera, a fianco del letto, ci sono due bei divanetti comodi. In tempi normali, sono utilissimi per appoggiarci i vestiti, ma, al termine di certe serate di esibizioni sul tavolo, sono l’ideale per ospitare un paio di coppie di amici, o, volendo, anche una combriccola più numerosa. Allora non è più tempo di coccole segrete e di paroline dolci sussurrate nell’orecchio. E’ tempo di scatenarsi e di dare spettacolo, di guardare e di farsi guardare. Tutti già nudi, naturalmente. Due sul lettone, a dare spettacolo, e gli altri stravaccati sui divanetti, coi piedi sul letto e le mani dove serve, per far crescere l’eccitazione. Stando attenti però a non esagerare, perché poi, quando è il proprio turno, non si abbia a fare figure meschine.
Il comune senso del pudore dice che la patatina va riservata al proprio legittimo consorte, o almeno, per quelle non sposate, al proprio moroso. Ma che tristezza, se ogni tanto non si varia un po’! I mariti delle amiche non sono mica marziani. Sono i mariti delle amiche, persone simpatiche e di cui ci si fida. Sono i ragazzi che, quando viene il loro turno, salgono sul tavolo a togliersi i vestiti e poi sono tutti ben contenti di continuare a ballare nudi per farsi guardare e farsi invidiare il loro coso grosso, ben dritto e sballonzolante. I mariti delle amiche sono quelli che, quando ci si trasferisce in camera, sono ben lieti di mostrare come sono bravi a letto e come sappiano darci dentro con brio. Come le loro mogliettine sappiano infilzarle per bene da ogni lato, strappando loro gridolini e tremiti di piacere. Come siano energici, instancabili ed efficienti. E le amiche sono amiche. Fiere di quanto i loro mariti siano simpatici, dotati, belli e specialmente bravi a trombare. Così bravi che è un peccato ogni tanto non farti fare un giro di prova. Così, da buone amiche, tanto per farti provare, e anche per vedere come il maritino se la cavi, in certe situazioni, tra le cosce di un’altra.
Queste sono le serate speciali. Finita la storia del tavolo in soggiorno, si passa tutti in camera, ma, anziché stravaccarsi subito sui divanetti, si resta un attimo in piedi, in circolo, a prendere i necessari accordi. E’ Federica che in questi casi di solito organizza il tutto. E lo fa con la massima efficienza e col massimo senso di giustizia. Ci vuole un attimo: “Tu con lei, lui con lei e lui con me”. Di solito le decisioni di Federica sono inappellabili, e, del resto, mai nessuno che abbia qualche buon motivo per contestarle. Basta un passo a piedi nudi sul tappeto per cambiarsi di posto: si abbraccia quello con cui si fa coppia, lo si bacia tanto per rompere il ghiaccio e poi ci si stravacca sui divanetti, come al solito, ma con le formazioni appena decise. Ci pensa sempre Federica, di solito, a stabilire anche l’ordine nel quale ciascuna coppia può usare il lettone. Mi piace da morire vedere Antonio che ce la mette tutta per far bella figura con Federica, o con Simona. E anche per fare bella figura con me, che lo curo, e che, se fa qualcosa che non va, poi gli rompo le palle a non finire. E mi piace anche che Antonio mi veda, mentre faccio l’amore con Marco, o con Filippo. So che non mi perde di vista un attimo, che ogni spinta che incasso è come se fosse lui a darmela, che ogni gemito che mi sfugge è come se fosse lui a procurarmelo. Coi suoi occhi puntati addosso, mi piace contorcermi come una biscia, scatenarmi, esagerare, persino urlare. Mi piace che una volta tanto mi veda godere come so godere con lui, ma mi veda da fuori, quando non è lui a farmi godere. Mi piace anche fargli fare bella figura. Perché tutti vedano che mogliettina bella e in gamba ha.
E non è che tutto questo ci crei dei guai, anzi.
Il comune senso del pudore serve a mantenere unite le coppie comuni, ma la nostra mancanza di senso del pudore serve a mantenere uniti Antonio ed io, come serve anche a mantenere unite le coppie dei nostri amici. Quando la festa è finita, gli amici se ne sono andati, la casa è di nuovo vuota e il lettone è finalmente tutto per noi, allora è il momento più bello. Il momento delle chiacchiere, delle confidenze, dei bacini a fior di labbra, delle coccole delicate prima di addormentarsi. Tutto abbracciati e con la luce spenta, per il pudore non si veda la faccia che fai mentre dici certe cose, la faccia che fai mentre lui te ne confessa altre. In pochi altri casi lo sento più mio, mi sento di volergli maggiormente bene e sento che lui me ne vuole.
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