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Titolo: Convention
Autore: Mar Caspio
Contatto:
Racconto n° 2081
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I° GIORNO

Una di quelle riunioni pallosissime a cui è tassativamente proibito mancare. L’azienda, una nota compagnia assicurativa, ha scelto un hotel nel pieno centro di Bologna per la convention nazionale. Una tre giorni di minchiate colossali sparate a tutta forza. Ad immedesimarsi un poco pare di stare ad un congresso di Forza Italia. Fondale azzurro intenso, hostess strafighe con il foulard in tinta a distribuire il programma, Mont Blanc come piovesse e musica con iper-ritmo da 138 battiti al minuto.
Adesso tocca aL Galbiati, l’amministratore delegato, il compito di segare le palle all’uditorio adorante con l’illustrazione degli obiettivi di vendita 2006.
Ogni scusa è buona per me per distrarmi: leggo Panorama ben nascosto fra i documenti ‘ufficiali’, ci faccio sopra alcuni disegnini con la penna. La mia firma, stelle, lettere dell’alfabeto, fiori ed anche la caricatura del capo area. Lo faccio con le orecchie a sventola, con la panza e con l’espressione ebete, quella che ultimamente, durante i meeting come pomposamente li definisce, mi sta trasmettendo tutte le volte che si rivolge a me.
Te lo faccio vedere. Con la Bic, all’altezza della basso ventre ci disegni un pisello dalle dimensioni abnormi. E ridacchi sotto i baffi che non hai.
Passa una decina di minuti e ritorni sul mio ritrattino. Ci aggiungi l’immagine di una sborrata che esce dal pisello asinino del capo area. Il tocco finale, mi viene da commentare e sotto ci scrivi: “E il tuo, com’è?”
“Meglio di quello del testa di cazzo che sta parlando Troiette inculate
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» anal sex ed anche di quello di tuo marito, sicuro come l’oro”, ti sussurro ad un orecchio.
“Sicuro? Eh eh”, mi fai con quel bel sorriso che hanno le quarantenni quando parlano di sesso.
“Provare per credere” è la scemenza più grossa che potrebbe uscire dalla bocca di un venditore e, detto fatto, è proprio questa la cazzata che tiro fuori dal cilindro insieme ad una smorfia che è poco definire lasciva.
“Mah, io ci crederei anche sulla parola ma non so se posso fidarmi di un bel uomo come te”.
Il ruggito del Galbiati che al microfono, dopo avere arringato la platea, chiude la prima giornata dei lavori, mi riporta alla realtà della mia vita professionale. Mi alzo ad applaudire stancamente e penso: peccato proprio adesso.

Passo l’intera cena a scrutarti e non ricordo neppure cosa ho mangiato. Sei tutta vestita di scuro, anzi diverse gradazioni di scuro ben accostate. Dio santo, adesso che ci bado, hai anche le unghie dipinte di nero e pure le labbra. Ad osservarti bene, però, sotto il vestiario hai tutte le tue belle cosine al posto giusto.
Avrai più o meno 37 anni, forse un paio in più, mi dice l’intuito e quella scarsa conoscenza che ho di te. Conoscenza fondata su qualche battuta ogni tanto quando c’incrociamo per uffici e poco più. Sposata e titolare dell’agenzia di Saronno è quello che ho del tuo curriculum. Poi solo la mia immaginazione che ti segue ancora, anche adesso che ti stai guardando attorno annoiata alternando frasi fatte e sorrisi di circostanza.
Sto lì a fissarti chiedendomi vanamente se mi hai notato mentre di fianco a me, un collega sta tentando di intortare una quinta misura di tette contenute in un top che al massimo sarà una media. Ha un’espressione leggermente bovina intanto che gli parla del suo fuoristrada.
Sei alta ed elegante, con quel filo di carne in più che piace a me. Un viso affilato ma non duro. Una mente sopra un corpo, una mente al servizio del corpo e di sicuro li sai usare bene entrambi. I capelli corti, quasi da maschio, neri come pece. Bella, di una bellezza inconsueta, poco patinata ma spessa.
E’ più forte di me stare lì ad ammirarti. Ti guardo, ti straguardo sino quasi a bucarti la pelle.
I miei istinti più profondi sono attratti dai tuoi occhi, anch’essi neri e sottolineati da un leggero tocco di matita rossa. Li vedo sorridere, concentrarsi, fissare una forchetta, inumidirsi per una salsa troppo piccante, puntare i miei. Un paio di volte gli sguardi s’incrociano per una frazione di secondo. Ci squadriamo come due pugili prima di salire sul ring. Provo a ricambiare la sfida. Sono convinto di avere una faccia da prova-a-sedurmi-se-ci-riesci-brutta-stronza. Potresti girarti dall’altra parte e far sì che la tua immagine diventi solo materiale per il mio parco seghe.
Invece, no. Prendi un bicchiere ed invitando ad un brindisi qualcuno lì vicino ti giri in direzione del mio tavolo. Da lontano anch’io alzo il mio. Nessuno mi nota, tranne te.
Bevi lentamente lasciando che il vino bianco secco scivoli sulla lingua prima di precipitare giù per la gola. Tieni le labbra appoggiate al vetro in modo da non deformarle. Si adattano in modo perfetto alla forma cilindrica del calice.
Stai leggendo i miei pensieri, Mara? Lo sai che sto visualizzando la tua bocca attorno al mio uccello? Proprio in questo momento allontani il bordo del vetro, fai scivolare una goccia di vino sulle labbra per poi recuperarla con la lingua.
Trattieni a stento un sorriso quando mi vedi con le pupille dilatate dalla foia
Dopo il caffé, mentre quasi tutti s’intrattengono ad ascoltare i più esaltati che si cimentano al karaoke con Rita Pavone e gli anni ‘60, appena ti alzi, ti seguo con lo sguardo. Per un secondo mi è parso che puntassi dritta verso di me. Mi prende una leggera tachicardia ma all’ultimo momento cambi direzione. Prendi le scale e sali.
Il tuo incedere è regale, a testa alta, da vera principessa.
Abbasso le palpebre strizzando gli occhi. Nella testa mi passa il ritornello di una filastrocca che mi canticchiava mia nonna da piccolo: ‘Forza e coraggio, pane e formaggio’. Me lo ripeto e lascio il mio tavolo con la scusa banalissima. Ho lasciato le sigarette sul comodino, dico distrattamente.
Senza che nessuno abbia fatto o detto nulla di preciso, trascinati dagli istinti, mi piace pensare, ci ritroviamo davanti alla porta della mia camera. Nella destra fra indice e medio tieni una sigaretta. Ha il filtro bianco, si direbbe una Multifilter, guardacaso le mie preferite.
Mentre tiro fuori le chiavi mi fai: “Hai voglia di scopare, eh?”.
“Sì, come te”. E si vede. Mancava solo che mettessi un annuncio in bacheca.
Richiudo la porta alle mie spalle e ti guardo: ti appoggi con la schiena al muro, sbottoni la
camicetta e la butti per terra, liberando le tette. Rimani così. A guardarmi. Ci guardiamo per un istante dilatato all’infinito.
E’ qualcosa di assolutamente irresistibile, almeno per me. E così ti vengo incontro, comincio a baciarti sul collo. La destra la porto subito sotto le mutandine.
Accetto le tue labbra, la lingua morbida che fa la guerra con la mia, giocando con i denti. Sei di una naturalezza così totale che mi trasporta e mi sorprende mentre le nostre lingue si saldano e si sciolgono l’una nell’altra come il sapore di caramello di cui sei intrisa.
Sotto sento che stai armeggiando con la cerniera dei pantaloni. Chiudo gli occhi lasciando andare la testa all’indietro.
“Cosa cerchi?”, ti chiedo.
Prosegui a tirare fuori il mio arnese già bello duro e afferrandolo mi rispondi: “Il cazzo”.
Ti lascio fare sino a quando il palmo mi avvolge l’uccello, morbido ed aderente sull’ordito delle vene. Me ne stupisco di quanto sia perfetta la tua presa. Lo tocchi meglio di come lo tocco io, insistendo col pollice a ruotare sulla punta. Ti muovi leggera e veloce indovinando la forza con cui stringerlo, la velocità con cui segarlo, i punti su cui premere. Intuisci esattamente i flussi con cui il sangue scende verso il basso e si gonfia dalla voglia.
Avverto un fugace brivido di freddo solo a contatto con l’oro della fede che porti al dito.
Improvvisa come avevi cominciato la tua mano si stacca, facendomi provare un’assurda sensazione di vuoto. Sto per aprire gli occhi quando qualcosa di molto più caldo mi avvolge.
Non so trattenermi: “Sì”
“Adesso la Mara ti fa godere”.
In queste condizioni solo un robot potrebbe rifiutare la tua proposta. E io non lo sono. Per nulla.
In un amen siamo a letto. Ti appoggi il cuscino sotto il capo e mi tiri sopra di te, facendomi sedere sul tuo seno, con le mani ad artigliarmi il culo.
Lo guardi il mio pistolone, con stupore misto a meraviglia, come gli indigeni della Papuasia osservavano la magia del fuoco. Un bastone di carne rosa, lungo il giusto. Duro e spesso quasi quanto il polso. La cappella è rotonda, come una piccola mela, gonfia, rossa tendente al violaceo, velata di secrezioni che brillano. Ed è lì, a tre centimetri dalle tue labbra.
Sei rossa in viso, le guance fanno pendant con la mia carne tesa. Un desiderio sfrenato ti colora le gote. Non credo d’averla mai vista sul volto di una donna un’espressione come questa, quasi trasfigurata, direi. L’espressione di chi non è più in grado di distinguere tra quello che realmente sta facendo e quello che ha sognato di fare da tempo immemore. Fame di sesso, si chiama.
“Allora, mio cavaliere, io sto per prendertelo in bocca. Se ti vuoi fermare, è la tua ultima possibilità”.
Ghigno: “Ebbene sì, è questo che voglio! Ho proprio voglia di un bel pompino!”.
Fai quello che ti ho chiesto. Fai quello che desideri fare.
Sei lì, sotto di me, faccia a faccia con il mio cazzo. Lo sento indolenzito da tanta è l’erezione.
Stringi le dita intorno e fai scivolare il pugno sino alla radice. Lo scappelli e per molti secondi lo fissi intensamente, quasi senza respirare.
Poi sporgi in fuori la bocca ed appoggi le labbra. Tiri fuori la lingua e lecchi.
Lecchi con foga sempre maggiore.
“Unnggh!”, eccola qua la mia reazione vocale. Il mio respiro affannato è un elogio aperto alla tua abilità.
Mi contorco su di te tenendoti la testa con entrambe le mani.
Un incitamento osceno mi esce fra i denti: “Dacci di bocca, vacca”.
Chiudi gli occhi per tentare di nascondere un velo di vergogna, mi viene da pensare. La vergogna inconscia di essere una mogliettina succhiacazzi.
Piano piano lasci scivolare le labbra e trangugi, centimetro dopo centimetro, questa mazza palpitante.
Ti fermi quando lo hai ingoiato ben sotto la metà. Piano, tesoro, se tenti ancora di mandarlo giù ti arrivo alle tonsille.
Riprendi a succhiarlo, ancora ad occhi chiusi. I lineamenti del volto, però, si sono rilassati. Hai perso la durezza di poco fa. Quella voce scandalizzata di prima, che ti saliva dal profondo delle viscere, una donna sposata che si fa scopare da un collega praticamente sconosciuto, è svanita. Sostituita dalla consapevolezza di essere una femmina che fa godere il suo maschio.
Avvicini il volto alla base del mio bastone. I peli ti entrano quasi nel naso. Ce l’hai in bocca tutto e anche se ti senti soffocare non molli la presa.
Hai un attimo di rigetto quando ti viene a mancare il respiro. Allora lo lasci sfilare lentamente trattenendo solo un paio di centimetri della mia carne. Poi ricominci la danza fino a che la bava non ti cola dal margine della bocca, in parte rimanendo attaccata al cazzo. Sottili filamenti rimangono sospesi nell’aria, frammisti ad una schiuma bianca sulle labbra. La sputi e subito la risucchi, inghiottendo e di nuovo sbavando.
Mi fai godere, Mara.
Non si sente più nulla di definito, di sensato. Solo il mulinare della lingua, lo sciabordio della saliva contro la pelle tesa. Rumori che invadono la stanza.
Ti stai muovendo sempre più velocemente, seguendo il movimento delle mie mani che ti danno il ritmo. Ti sto scopando in bocca.
“Devi averne ciucciati tanti per essere così brava”.
Senza rispondermi alzi lo sguardo. Sei lì a bocca piena. Mi fissi con i tuoi occhi neri. Ti piace guardarmi mentre sono tuo prigioniero.
Ce l’hai scritto in faccia che ti senti perversa, che usciresti dall’ufficio e ti faresti abbordare da uno dei tanti rappresentanti che trovi al bar, che ti faresti portare in un parcheggio o tra i campi a farti sbattere, che hai voglia di sentirti pulsare fra le labbra una minchia tanto grossa da fare fatica a prenderla dentro.
Si vede che sai essere molto volgare ma volgare da donna per bene, il che è peggio, perché fa impazzire. Ti si legge che ti piace, che ti piace succhiarmi l’anima. Vuoi succhiarmela e io, adesso, ce l’ho proprio lì, sulla punta dell’uccello.
Sono alla tua mercè, potresti farmi qualsiasi cosa.
“Se continui così, mi fai venire”.
Staccandoti per un momento e con le labbra fradice di saliva, mi rispondi: “E’ proprio quello che voglio. Passo e chiudo”.
Detto questo ti rituffi sulla mazza dura e riprendi a succhiarla con voglia.
In preda ad una tempesta ormonale, arrivo in un attimo: “Vengo, Mara”.
Me lo tiri fuori dalla bocca ed inizi a menarlo forte, rivolgendo la cappella verso le tette. “Dai, ti sento che non ce la fai più. Dai, dai, fagli il bagno a Mara”.
No, troietta, non sulle tette. Ti voglio venire in bocca.
Me lo prendo in mano e te lo rificco dentro un attimo prima dello schizzo.
Ecco che arrivo. La sento la sborra che esce, che ti invade il palato. Il primo spruzzo deve essere dolce come il miele. “Mmmmmm! Ti sento, Mara”.
Lo scandaloso complimento è musica per le sue orecchie, vero?
La mandi giù tutta, questa sborrata violenta e sei costretta a berla tutta.
“Ingoia, Mara! Ingoia!”.
Spingo il culo verso l’alto e te lo infilo per altri pochi centimetri tra le labbra.
"Ummmmllpppp!" farfugli.
Il succo sgorga. Ne gusti la fluidità dolce ed aspra sino alle estremità superiori della mascella per poi farlo correre giù per la gola. Precipita sino alle tonsille, sino alle viscere più profonde.
Come presa dalla febbre terzana resti attaccata al mio arnese per leccare tutto. Si vede che ti piace il sapore della sborra.
Succhi, masturbi, ingoi, tutto insieme.
Non lo lasci, il mio uccello, sino a che hai bevuto anche l’ultima goccia.
Dopo circa trenta secondi è tutto finito.
L’orgasmo è stato lunghissimo. Quando mi rinvengo hai ancora il cazzo appoggiato alle labbra con un filo di sborra che ti scende dal margine della bocca. E’ densa come la nutella.
Raccatti quello sul mento e sulle labbra col dito e lo lecchi: “Sono stata brava?”.
“La migliore di tutte”.
“Non mi basta”.
“Insuperabile”.
“Non ci siamo per niente”.
“La più grande...”
”Si?”
Dal tuo sì capisco di essere nel giusto. Passa anche la paura delle parole: “La più grande bocchinara del mondo”.
Con mio grande piacere ti metti su un fianco e continui a leccare piano piano, solo con la lingua, sulla punta ed anche più giù.
“Sei sempre così diretta con gli uomini?”.
“In genere sì ma solo con i maschi che mi danno il calore” e mi guardi dritto, “Mi garba questo, mi piace essere trattata da mignotta. Mi hai chiesto, prima, quanti ne ho ciucciati, di cazzi. Più di uno soprattutto da quando sono sposata ed ultimamente sto prendendo consapevolezza del fatto che godo nel sentirmi ‘violata’. Che cazzo dico, ‘violata’, desidero essere montata, da dietro meglio ancora. Mi sono fatta fare delle cose terribili dagli uomini e pensare che mio marito mi vede come una santa, un angelo tutta lavoro e famiglia. Non sono un’ipocrita, credimi, sono solo egoista, mi piace scopare, anzi, mi piace farmi scopare. Provo piacere ad essere afferrata per i capelli mentre sono inginocchiata davanti ad una minchia dura. Sesso orale, l’ha definito qualche mio amante, pompini, dico io. Lo voglio in bocca, e quando ce l’ho vado fuori di testa”.
Sono quasi senza parole mentre continui: “Ci sono stati maschi che appena finiti nel mio letto si sono offerti di leccarmela. Insistevano, insistevano quasi fosse un precetto di Galateo. La cosa mi piace, non lo nego, quello che cerco, però, è un bel cazzo che mi entri dentro, da dove non importa”.
C’è un attimo di silenzio pensoso, prima della conclusione: “Il 90% di chi sente discorsi di questo tipo si esalta in tre secondi, qualcun altro si spaventa e passa la mano. Quello che cerco è qualcuno che accenda la mia carne”.
“E l’hai trovato” rispondo, così per non sentirmi da meno, anche se sono quasi a bocca aperta dallo stupore.
Fai un risolino sommesso, mi dai uno schiaffetto sul pacco e ti alzi per andare in bagno.
Quando torni hai addosso solo le mutandine. Stai raccogliendo il resto dei vestiti mentre ti prendo per un braccio. Ti desidero ancora, mi è già tornato duro e ho voglia d’infilartelo nel ventre, adesso. Non mi dici di no.
Siamo di nuovo a letto

II° GIORNO
Guardo l’orologio appeso alla parete. Proprio in questo momento scatta il cristallo liquido delle 2.00.00. Il mercoledì è già mutato in giovedì, siamo già alla seconda giornata della convention, mi viene in mente. Chissà che occhi pallati avrò domattina, che espressione dimessa, che penserà l’Agente Generale? Che sono stato con qualche collega a girare per Night Club in cerca di troie invece di pensare intensamente alla mia carriera?
Molte volte in vita mia di fronte ad una tentazione mi sono chiesto: perché? In autostrada, di fronte ad un rettilineo in leggera discesa per quale motivo non lanciare la macchina sino a 180 e poi più ancora? O perché negarsi una canna il lunedì sera davanti al pc? La risposta che spesso mi è venuta è stata: perché no? Piccole cose, sì, abbastanza, però per farmi dare dell’immaturo e forse in molti avevano ragione. Fatto sta che di risposte è questa l’unica che mi viene adesso mentre mi sto gettando su una tentazione grossa come una casa.
Con la bocca ti succhio il seno. Mi prendi la testa fra le mani. Affondo nel morbido
Fai un passo indietro, fingendo di negarti.
Ti siedi su una poltrona e apri le cosce appoggiando un piede al bracciolo.
Le pupille si concentrano sul pube. Vedo la carne leggermente pressata dall’elastico degli slip, il rigonfio dei peli e delle labbra. Una striscia più chiara, quasi bianca, indica che questo modello è più ridotto di quello che usi di solito. Il contrasto fra la pelle Troiette inculate
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» anal sex abbronzata e quella ancora bianca mi colpisce. Provo un brivido.
Scosti con due dita le mutandine. Te le cali sino a che rimangono a mezz’aria, a livello delle ginocchia. Me la fai vedere, mi fai vedere la passera aperta. Sopra s’intravede l’umidità degli umori che la luce della lampada rende argentei e luccicanti.
Abbassi gli occhi. Che fai? Guardi la forma dei rombi sul pavimento? Credo che sia una forma di invito.
Mi inginocchio davanti alla tua intimità. Appena tocco i primi peli fai un sobbalzo all’indietro come ti avessi sfiorato con la corrente elettrica. Ti ritrai di un millimetro con un singulto o forse è solo un’impressione fallace. Forse è un rantolo di piacere. Con una mano ti trattengo. Non puoi più scappare. Non vuoi più scappare.
Sfioro dolcemente le labbra per tutta la loro lunghezza, aprendole, penetrando solo per qualche millimetro. Sono piccole, poco pronunciate, quasi internate nella pelle, come l’ombelico di una fanciulla. Una goccia di liquido denso si raccoglie in fondo e, dopo qualche secondo, scivola lentamente lungo il perineo.
Inizio a leccartela, da sotto verso l’alto, poi dentro, mordendo le labbra, poi ancora su e giù.
Con lentezza scendo lungo la fessura, dandoti il tormento. La cerco, la schiudo con piccoli baci, la penetro. Mi faccio lingua, punta di carne che spinge ed apre, che invade e scava. Sono solo la mia lingua che s’incunea e sfrega implacabile.
Sei bagnata e sai di salmastro.
Nel buio della stanza l’abat-jours è rimasta accesa. Ci hai messo sopra un fazzoletto celeste a fare da schermo. Ne esce una luce fioca e vacua che riflette le nostre ombre dileguandole sulle pareti.
Le vedo con la coda dell’occhio e seppur sfocate rimandano perfettamente il senso della scena.
Movimenti spezzati e sagome confuse che s’intrecciano premendosi una sull’altra, la mia testa che spinge in giù e le tue gambe che si allargano. Quando si allontanano, anche di poche spanne dalla luce, si deformano ingigantendosi, lasciando intuire un’aura greve dominata da voglie ataviche che stanno affiorando.
L’atmosfera mi riporta alla mente uno spettacolo di ombre cinesi visto anni fa in un tramonto di fine Giugno. Recitare il teatro delle ombre, in quasi tutto l’Oriente, serviva ad onorare la divinità, e tu adesso sei proprio Venere, la sorella di Eros. Ma anche a scacciare i mostri che affollano la notte e da quando ti ho sfilato le mutandine mi ha preso il proposito di fare uscire quella ossessione fisica che ti rode dentro le viscere.
Affondo la lingua più che posso mentre inizi a dimenare il bacino.
“Ti piace guardarmi?”, mi chiedi. La tua voce si è fatta roca per il piacere. Mi eccita quasi più del contatto delle carni.
Non rispondo, continuando a fare saettare la lingua in ogni anfratto.
“Oddio, si!” e mentre ansimi, gemi e ti scuoti tutta, noto che il tuo capezzolo destro è rosso infiammato, anormale tanto è lungo ed indurito, deve farti male, ma devi provare un piacere molto intenso, insopportabile. Con le mani mi ci attacco alle tue tette, stringendole forte.
“Cosa vuoi di più? Dimmelo! Dimmelo! Su, dimmi cosa vuoi ancora?”, ti chiedo. La mia voce tradisce un malcelato senso di dominio, mi sembra di averti in mio potere, e questo mi eccita tantissimo, mi arrapa da morire, ma non incremento volutamente il ritmo, anzi indugio proprio per farti godere appieno di questo momento, quasi per centellinarlo.
E’ incredibile come possa essere eccitante leccarla ad una donna di cui conosco a malapena il nome.
Mi fermo un attimo facendoti passare la guancia sulla pelle dell’inguine. E’ straordinario come in alcune donne la cosa più profonda sia la pelle e come il contatto tattile dica più di ogni altra cosa. Una sola cellula alla volta ti lambisco, come fosse la prima volta che tocco qualcosa di vivo, ogni singolo pelo della mia barba a carezzare ogni singolo poro della tua epidermide.
“Lo sai, dai che lo sai come farmi partire”, mi fai mentre sbuffi dal naso come un toro, con la testa tutta sbattuta all’indietro. Quando la abbassi hai gli occhi vuoti e sbarrati, praticamente rivoltati all’indietro. Si può quasi vederne il bianco.
Intanto i tuoi gemiti riempiono lo spazio della camera.
Le labbra della sua figa sono aperte, oblunghe, arrossate, e colano oscenamente liquido viscido mentre le dita lo raccolgono. Te le porto alla bocca.
“No che non lo so. Lo sa forse quel cornuto del tuo consorte. Cosa fa, lo scemo, ha appeso l’uccello al chiodo oppure ha la ganza e ti scopa poco?”
“Mm .. non lo so e .. mm .. non me ne frega nulla”, mi rispondi quasi a monosillabi.
“Devi dirmelo, non so cosa ti piace. Chiedimelo se vuoi venire, dillo!!”.
Cerchi di divincolarti anche se le tue mani premono sul mio capo.
Mi piace sentirti turbata, mi eccita la passione che simuli nel respingermi.
E' un gioco ambiguo il tuo, sai che non ti lascerò andare. Ti piace godere in questo modo.
Sei quasi sull’orlo del baratro. Agiti il capo come una scimmietta, tendi sempre di più la schiena, ti slabbri la passera aprendo le cosce ancora di qualche palmo in un crescendo parossistico di libidine.
Intuisco che ti manca una cosa, una sola cosa per far scoppiare il tuo piacere in modo folle.
E voglio che me la chiedi.
Voglio sentire la tua voce pronunciare quelle parole mentre trasudi d’ansia e di linfa.
Un rivolo di saliva tracima dalla bocca, scende sul collo, osceno filamento che dice della tua perdita di controllo, rivolo argenteo e tremolante che vorrei leccare, succhiare, spandere sulla tua carne.
Il tuo corpo è tutto un tremito, il respiro quello affannoso di chi sta per annegare. Ti sollevi un po' dalla poltrona mostrandomi il perineo ed il buco del culo. Spingendolo forte lo fai pulsare. Calamita il mio sguardo: si apre e si chiude come una boccuccia.
E' un messaggio il tuo.
Mi offri il buco del culo per farmi capire cosa vuoi da me.
Ma io, sadicamente, faccio finta di non capire.
Ti guardo ancora fissa, anche se hai gli occhi persi nel nulla mentre sento la figa colare come un ruscello, mentre ti torturo un capezzolo al limite del dolore, ed anche oltre. Con le mani stringi i braccioli, quasi a romperli.
Le tue labbra si muovono, scoprendo i denti, pur se la voce resta appena udibile: “Ti prego, non ce la faccio più, ti scongiuro, finiscimi, finiscimiiiiii!”, e mentre parli spingi in fuori le natiche come non mai e soffi ed il suo viso diventa rosso, paonazzo sotto lo sforzo.
Vedo il buco del culo che si apre, offre la mucosa rosea, si richiude un attimo per aprirsi di nuovo, ancora di più, spalancato, pronto per essere trafitto.
Voglio che me lo chiedi.
Voglio sentire le tue parole, ho bisogno di quel qualcosa in più, voglio sentirti implorare.
Sì, me lo devi chiedere, devi farlo, e so che lo farai, ora, adesso.
Eccoti: “Mettimi un dito nel culo”.
Ecco la scossa. La sento.
Mi penetra la carne. Martella il mio cervello.
La tua voce ansimante, il tuo desiderio osceno finalmente espresso mi colpisce come una stilettata.
Succede tutto in un istante.
Abbandono il seno e, mentre con la mano destra infilo due dita profondamente in figa, massaggiando il clitoride con il pollice, con la sinistra infilo il medio profondamente nel culo, masturbandolo in modo parossistico.
La scena si svolge come al rallentatore. Vedo il mio dito entrare ed uscire, con violenza.
Le dita diventano due e, mentre scorrono, vedo le secrezioni marroncine che le ricoprono.
L'onda sale, sale, sale impetuosa e deborda infine, facendoti spalancare la bocca in un grido gutturale. Stai affogando nel mare caldo del godimento con la mente annebbiata dall’orgasmo, liquefatta nella tua libidine, con il corpo ridotto a due fenditure di carne bollente.
Sei venuta e quasi svenuta mentre ti abbandoni nella posa del Cristo in Croce, a braccia e gambe spalancate
I muscoli e i nervi si rilassano. Come una bambina che al culmine di un sogno oscuro ritrova la pace la tua passera si scioglie infradiciandoti il pelo di schiuma trasparente. Sento che mi stai ungendo le dita, piccola troietta mia.

III° GIORNO

Il programma dell’ultima giornata recita: 9.30-12.00 – La previdenza integrativa, le polizze a capitalizzazione – Relatore: dott. Lanzani.
Lo leggo sul depliant e mi fa l’effetto di una multa sotto il tergicristallo. La prima reazione sarebbe quella di farla a pezzi. Ma non mi posso sottrarre.
“Signori e signore, buon giorno. Grazie della vostra presenza”.
Pronti, attenti, in guardia e via: parte un bla-bla fatto di caricamenti, mercati di riferimento, tasso tecnico, customer satisfaction ed altre minchiatelle del genere che ogni tanto mi ronzano per la testa come moscerini nella brezza del tramonto. Uno si alza, poi un altro ancora che ronza ad un orecchio. E tutti sussurrano qualcosa senza che riescano a prendere un minimo di consistenza.
L’unica cosa dotata di consistenza ce l’ho qui, al mio fianco e si chiama Mara.
Mi guardo attorno scrutando i colleghi al tavolo. Sono quasi tutti sull’attenti, con gli occhi sgranati e la fronte aggrottata in segno di massima concentrazione.
Un tizio di cui non ricordo il nome interviene chiedendo delucidazioni sui dati del secondo trimestre dell’anno scorso. E chi cazzo se ne frega dei dati del bimestre. L’unico pensiero che mi frulla in testa è rovesciarti a pecora sul tavolo.
Le visioni s’alternano con attimi di attenzione. In uno di questi mi chiedo se la corrente erotica che promana dalla tua pelle la sentono anche loro o se in realtà me ne accorgo solo io.
E dire che non sei affatto diversa dal tuo solito modo di porti. Ineccepibile a vederti, solo con la gonna grigia un Video Gratis
Dopo un succoso pompino una ragazza passa lo sperma nella bocca dell'amica.
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Quello che accade un paio d’ore dopo nella tua camera è solo la materializzazione delle mie fantasie.
Ti spoglio, levando la camicia e la gonnellina a volant. Rimani in mutandine e calze. Il tuo corpo con tante imperfezioni -hai un filo di pancia, le cosce piene, le spalle troppo larghe- è splendido nella sua femminilità. Traspira desiderio da tutti i pori.
“Togliti tutto”.
Ci metti malizia nel farlo. Ti sfiori la pancia con il dito prima di sfilarti le calze.
“Fila a letto”.
Mi dai un bacio sulla guancia e corri: “Obbedisco”.
Sei lì, nuda, a pancia in giù, con una guancia appoggiata sul letto e con gli occhi chiusi.
Inizio da un lato, vicino alle spalle. Sento le scapole, mordo con un po’ di forza. Appena ritorna la carne viva, i denti lasciano spazio alle labbra.
Eccolo qua il collo. In mezzo, poi su un lato, poi sull’altro, in qualche momento cercando anche di arrivare dietro i lobi delle orecchie. Sento l’epidermide che si raggrinzisce, è la pelle d‘oca che arriva a folate.
La lingua torna indietro ed inizia a scendere seguendo la linea del dorso.
Per assecondare il movimento, mi stendo sopra di te. Il mio uccello viene a trovarsi in mezzo alle tue cosce. Le chiudi quasi a sentirne il contatto sulla parte interna di entrambe le gambe.
Quando arrivo all'incirca a metà della schiena, devio di lato per raggiungere l'attaccatura dei seni, un po' sotto le ascelle. Sposti il peso di lato per farmi raggiungere il capezzolo.
Ti sento fremere.
La lingua inizia a distribuire saliva su tutta l’areola. E’ un movimento circolare, continuo, leggerissimo, ma il capezzolo lo sente, lo avverte e reagisce. Come un palloncino in cui viene soffiata aria, inizia ad alzarsi, con la sua pelle grinzosa e sensibile. Il massaggio della lingua si fa appena più pressante. Lo prendo fra le labbra, quel piccolo chiodo di carne e lui si erge di un centimetro buono. Dio, come sei eccitata.
Ritorno indietro fino a raggiungere nuovamente il centro della schiena. Si sente il cuore che batte e spinge il sangue in tutti i punti che ho appena leccato e anche in quelli che leccherò fra poco. Lo ascolto un attimo prima di risalire un po' verso l'altro seno.
Ti sento fremere ancora.
Ho la netta sensazione che ti stai mordendo le labbra. Che vorresti dire, eh?
Mi verrebbe voglia di fermarmi e di attendere. Attendere che mi chiedi se esisto sul serio.
Continuo.
Mi accanisco per minuti e minuti sui fianchi. Con le labbra a sfiorarti la pelle, una cellula alla volta e anche con la bocca aperta per intero, quasi fosse possibile baciarti tutta in una volta.
Torno nuovamente alla schiena, risalgo quasi sino ai capelli, come prima, poi comincio a scendere, a scendere, a scendere, fino ad arrivare all'inizio del culo, dove sporge l’osso sacro.
Poi su ancora, sino a dove finisce il collo.
Ogni volta che la mia lingua sale lungo la colonna vertebrale, il mio cazzo, imprigionato dalle tue gambe in modo molto morbido, si avvicina alla passera e a contatto con i primi peli, prende a pulsare. La cappella s’irrigidisce più di quanto non lo sia mai stata.
Sono di nuovo giù, con le mani sul culo. Ti apro delicatamente le natiche per arrivare al tuo tesoro nascosto.
Allarghi le gambe. Dove c’era scuro ora c’è luce ed è tutto color confetto. La tua figa è lì, in tutta la sua bellezza, aperta, umida, implorante. Il culetto invece è un forellino perfettamente rosa, appena velato da una leggera peluria, le cui grinzette conducono l'occhio a promettenti profondità da esplorare senza pietà.
Dopo un attimo ti metti sulle ginocchia alzando il culo. E’ stupendo, sembra quello di una vacca in calore. Ti manca solo la coda. Il volto ce l’hai ancora affondato fra le coltri.
E mi sussurri: “Mettimelo nel culo”.
Sì, è il momento.
Sei tu stessa che ti tieni aperte le natiche, con le braccia spinte all’indietro mentre ti tengo per i fianchi. Poi spingo, spingo il mio cazzo dentro il tuo buco. Un colpo di reni secco e lo vedo sparire.
Di botto le tue carni si aprono come fossero burro. Sono dentro e mi fermo solo quando sono a fine corsa, con i coglioni che sbattono sulle cosce.
La penetrazione ti toglie il fiato. Apri la bocca in cerca d’aria.
Una fitta tremenda e urli. Lo sfilo piano. L’uccello resta in posizione sull'ano appena aperto.
Persino il dolore non ti dispiace.
Sei immobile eppure piena di brividi. La quiete dell’animale che attende di essere azzannato.
Affondo in te, una seconda botta. Urli di nuovo. Una lacrimuccia scende dagli occhi per le fitte. Lo tiro fuori ancora quando sento le tue dita irrigidirsi, le tue unghie affondare nella pelle. Mi lasci segni purpurei sugli avambracci, al confine che neanche tuo marito ha mai varcato.
Ti afferro i polsi e ti schiaccio sul letto con la lingua in un orecchio a bisbigliarti: “E’ questo che vuoi?”
“E’ questo che voglio, sino in fondo”.
Le staffilate sono tre.
Chissà come ti piace, penso? Lo vuoi piano in modo da farti gemere o preferisci che te lo do a sangue facendoti urlare?
Comincio a montarti, dapprima lentamente, poi maggiore foga. Sento il mio palo duro che entra ed esce, fino al limite della cappella per ripiombare ancora nella tua carne fino a farti sentire spaccata in due come una mela. Ti senti allargare come non mai, vero? Mi piace sentirlo scorrere nel buio delle tue viscere.
Il bruciore credo che sia finito. Sento che un godimento nuovo si sta impossessando di te mentre le mie spinte aumentano ancora d’intensità. Come il rumore delle mie gambe che sbattono contro le tue cosce. Si sta facendo via via più serrato.
Porti una mano di sotto, all’altezza del ventre ed inizi a masturbarti.
No, Mara, questa non me la dovevi fare. Toglila quella manina, che sennò te la taglio. Quando sono dietro di te, al tuo piacere ci penso solo io. Capito?
Il primo orgasmo arriva e ti squassa tutta, lo sento da come si contraggono i muscoli anali. Non riesci più a trattenere i latrati del piacere. Fra il respiro affannato sento: “A Mara gli piace il cazzo nel culo”. Un altro modo per dire che vuoi essere scopata come una cagna.
Dopo non si sente nient’altro di definito. Solo il ritmo del respiro e i cigolii del letto: tum, gnee .. tum, gnee.
Il suono più bello del mondo, perché il ritmo lo detta il mio uccello dentro di te.
Ansimi davanti a me mentre ti faccio sbattere come fossi un fuscello.
Il sudore ed altre secrezioni bagnano i nostri corpi rendendoli lucidi ed appiccicosi. Sento il mio in preda a spasmi violenti, la mente annebbiata e la testa che gira in un vortice meraviglioso.
Spingo ancora, sino al limite del parossismo come fossero i pedali di una biciclettina dal rapporto troppo corto. Ti appoggi con le mani alla testata del letto per reggere a quest’assalto furioso.
Mi fermo un attimo ma non è una pausa per tirare il fiato. Al posto del cazzo ci metto la lingua. Vorrei mangiartelo, il tuo culone.
E’ solo un momento. La monta riprende subito ed anche il tuo godimento. Si vede da come ansimi, da come ti dimeni, da come scuoti i capelli, sembrano il grano scosso dal vento. Ogni tanto butti il capo all’indietro per liberarti dalla frangia. La raccolgo in una mano e tiro forte, portandoti la testa ancora più verso di me sino al limite della rottura. Si vede da come inarchi la schiena quando le ondate dell’orgasmo ti aprono la pancia. Si vede da come sbattono le tue tette. Vibrano seguendo il ritmo del cazzo, come le ondine di ciccia che coronano i tuoi fianchi.
Stordita, inebriata e sfinita senti ancora aumentare il ritmo di quest’inculata feroce sino al momento in cui il desiderio dello spasimo più intenso diviene irresistibile.
Vorrei procrastinare il momento del piacere, ritardare ad arte l’orgasmo. Ma non è possibile, almeno per me. Sento il flutto che monta dentro, s’innalza. Non riesco a fermarlo, rompe gli argini e straripa.
Mi scarico i coglioni gonfi dentro il tuo intestino.
Vengo appoggiato alla tua schiena stringendoti le tette. Sotto di me sei piccola ed inerme.
Un filo di bava mi esce dalla bocca. Te lo lascio sul collo.
Mi allontano lentamente. Una distanza ci separa eppure al tempo stesso ti rimango dentro le viscere aperte, appiccicose, tarde a richiudersi. Mi muovo sempre più adagio, finche non cessa anche la più remota delle scosse, per eruttare anche l’ultima goccia di sperma. Quel bel cazzo che ti ha appena trombato, sembra dispiaciuto di doversi ridurre a dimensioni minime, così da doversi sfilare da quel buco che l’ha accolto con gioia.