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Lia
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Titolo: Lia
Autore: Fulgenzio
Contatto:
Racconto n° 2085
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Quando penso alle vacanze ,tra l’onda dei ricordi più remoti, mi ritorna in mente la svelta figuretta di Lia, dal faccino adorabile con quel sorriso impertinente e le labbra sottili ma ben disegnate. L’ho amata per una estate intera, una breve estate consumata nel mare azzurro di S….., sul pulman di linea che ogni giorno ci riportava a casa.
Non era ancora esplosa la motorizzazione di massa. Ci si muoveva, senza soverchi patemi, con i mezzi pubblici, nell’allegra promiscuità degli autobus, dove, complice la calca, era possibile rimanere vicini, stringersi le mani e tentare qualche carezza ardita. Io , a quell’epoca, ero al ginnasio. Quattordici anni di una volta, con molta più malizia nei rapporti con le ragazze, inavvicinabili se non figlie di parenti o amici e, quindi, oggetto di concupiscenti approcci e molta più ingenuità nelle relazioni d’amore.
Se ti diceva bene, potevi anche conquistare la fiducia dei genitori, girovagare con la tua “lei” tra gli Chalets e gli stabilimenti balneari, cercare un posto appartato dove parlarle dolcemente, ma, dopo, dovevi far i conti con la regola rigida del “guardare e non toccare” o, almeno, farsi toccare …poco, cui si atteneva la maggior parte delle adolescenti d’allora.
Lia non era diversa. Una bella ragazzina napoletana, del Vomero, dai lineamenti fini, scura di capelli con una pelle ambrata , un corpo sottile che manifestava , precocemente, la dolcezza delle forme femminili. Figlia d’un collega di papà, trascorreva quell’estate in una casa poco distante dalla mia in compagnia di una sorella e d’un cugino, oltre ai genitori.
I miei avevano familiarizzato con loro, complice la colleganza e preso ombrelloni vicini sulla spiaggia , nonché cabine contigue. Passavamo la mattinata alternando giochi al tamburello o con la palla, bagni frequenti e lunghe passeggiate sull’arenile. La sera, a volte, si era tutti in pizzeria oppure si bighellonava per il paese, si andava al cinema all’aperto e , raramente, ad ascoltar musica allo chalet, dove era possibile anche muovere qualche passo di danza sulla pista.
Una volta, per gioco, l’invitai a ballare, sulle note lente d’un blues . Trovammo una intesa istintiva, di cui fummo entrambi piacevolmente stupiti. Continuammo, così, per lungo tempo, abbracciati , guancia a guancia, dimentichi di quanto c’era intorno, fino a quando la sorella Caterina, non venne a dirci che bisognava rincasare. Ci staccammo di controvoglia anche perché la vicinanza aveva provocato in me e forse anche in lei una palese eccitazione.
L’indomani, in spiaggia, ci guardammo in maniera diversa, come se per la prima volta ci fossimo accorti di piacerci ed ella arrossì istintivamente allorché le proposi una breve gita sul pattino. Accettò, ma si portò dietro sorella e cugino.
Comunque, la guardavo rapito, notando la pura linea delle sopracciglia, gli occhi neri , mobilissimi e grandi, le labbra sottili e ben disegnate, l’ovale del volto. Lia aveva due piccole colline per seni, una vita molto pronunciata che contrastava con due fianchi morbidi, tipici della razza mediterranea. Le gambe tornite e snelle, s’incontravano nell’inguine, riproponendo le proporzioni delle statue greche . Ormai era chiaro: mi stavo innamorando ed ero in qualche modo corrisposto. Se ne accorsero anche i nostri parenti ma, oltre qualche allusione, non andarono, lasciandoci vivere quell’esperienza senza interferire, certi che ambedue avremmo rispettato le regole .
La baciai ,per la prima volta all’”Arena Roma”, durante la proiezione di “Fronte del porto”. Seduti vicini, distanti da Caterina e Salvatore, che avevano trovato posto due file più avanti. Ci tenevamo teneramente per mano, poco curiosi della trama del film e occupati a fissarci negli occhi ed a parlottare di sciocchezze con l’intento di stare vicini, sfiorandoci. Poi, mentre le luci si spegnevano per mandare dei brevi messaggi pubblicitari, le sussurrai in un orecchio “t’amo”: mi guardò con tenerezza ed accostò le labbra alle mie in un lungo bacio che ricordo, ancora, pel sapore fresco della sua bocca. Prima della fine del film avemmo modo di scambiarcene altri, ma l’emozione del primo mi è rimasta nel cuore. Tornando a casa ella mi chiese :” è proprio vero che mi ami o l’hai detto così per dire?”. “Puoi scommetterci , le risposi, sono cotto di te.” “ Anche tu mi piaci , l’avrai capito, ma spero che non sia amore. Soffrirei troppo dovendoti lasciare”. “ Perché pensi già agli addii, abbiamo ancora quindici, meravigliosi giorni da stare insieme, sperando che non ci stiano troppo addosso”. “Bisogna essere giudiziosi: io voglio stare con te ma cerchiamo di tenere per noi soltanto questa storia. Penso che sarà difficile darla a bere a mia madre . Mi ha chiesto di te svariate volte, prendendomi in giro, alludendo ai nostri rapporti. Poi ci sono Caterina e mio cugino Salva. E’ bene non sappiano.” “ D’accordo, ma tu cerca di liberarti, non posso parlarti di me, di noi, se ti trascini dietro quei due.” “Buonanotte” mi sussurrò sottocasa , sfiorandomi la guancia con le labbra.
Nei giorni che seguirono riuscimmo ad avere parecchie occasioni di intimità e furono baci a profusione, carezze ed abbracci molto castigati. Finchè una volta ella percepì contro il suo ventre la protuberanza del mio sesso in erezione. Arrossì violentemente ma non si sottrasse all’amplesso, guardandomi intensamente negli occhi. Quindi, come seguendo un pensiero remoto, mi disse in un soffio: “vai in cabina e lascia aperta la porta”.
Attraversai di corsa lo spazio dalla rimessa delle barche alle cabine, m’infilai nella mia ed attesi, mentre il cuore mi batteva in gola per l’eccitazione e per l’audacia della situazione. Non passò molto ed eccola entrare e sbarrare la porta. Poi, lentamente si girò verso di me , ansante, con quel sorriso impertinente ed ambiguo che tante volte le avevo visto fare , per ostentare sicurezza e in un baleno mi fu addosso,incollando la sua bocca alla mia quasi con rabbia.
Capii che quello non era più un tenero approccio: Lia era , in quel momento una femmina desiderosa d’essere amata carnalmente. E non mi stupii quando avvertii la sua mano afferrare la mia verga sopra la stoffa del boxer ed indugiarvi sopra con compiaciuta sfrontatezza.
La stringevo a me , mentre con la destra cercavo il gancio del reggiseno, privo di spalline che cadde ai nostri piedi liberando due tettine dal capezzolo ritto su cui feci scorrere le mie mani , avide di toccare . Ci guardavamo con crescente eccitazione , mentre ella mi scostava il costume , impugnava l’asta libera che abbandonò repentinamente, per sfilarsi gli slip e rimanere nuda, esposta ai miei sguardi vogliosi.
Aveva perso la testa ed anch’io ero in preda al desiderio violento di farla mia. Ella prevenne la mia passione ed iniziò a masturbarmi guardandomi negli occhi ed accelerando il movimento del polso. “Ti amo” mi disse, mentre le mie dita, forzando le cosce, s’introdussero nella vulva solleticando con delicatezza il clitoride, turgido ed eretto. Poi, quasi all’unisono, ci abbracciammo mentre la sua mano guidava il pene tra le grandi labbra, a sfregare il bottoncino nel moto del coito.
Venimmo quasi insieme. L’avvertii dalla frenetica attività della sua lingua alla ricerca della mia . Dopo, rossa e tremante, si lasciò cadere sulla panca, coprendosi il volto con la mano.. L’aiutai a pulirsi del seme che le era rimasto tra le gambe e sul pube, usando un telo da mare :mi guardava con tenerezza mentre la voglia d’impazzire si faceva nuovamente strada in noi.
L’arrovesciai sulla panca e, con le labbra incollate alla vulva, le regalai il primo cunnilinguo. Venne nuovamente con un rantolo sordo , mentre dai suoi occhi cadevano calde lacrime di sensuale gratitudine.
Non ebbi il tempo di sedermi che già s’era accoccolata tra le mie gambe e aveva ingoiato il glande , iniziando una suzione scomposta ed eccitante che mi portò ben presto all’acme.
Ricevette lo sperma in gola e sul viso , mentre le dita stringevano l’asta, ancora pulsante del meato. Quanto tempo questo sia durato, non so dirlo. So soltanto che quando riapparimmo in spiaggia , la madre di Lia era preda di una ben contenuta agitazione. “Dove eravate finiti?” ci chiese con poco garbo. “abbiamo fatto una passeggiata verso il Monte d’argento” rispose ella, perfettamente padrona di se . Il suo volto non tradiva la minima emozione e lo sguardo luminoso era testimone ai miei occhi di complice, d’un completo appagamento.
Più tardi, quando riuscimmo a rimanere nuovamente soli, parlammo a lungo del nostro rapporto, di quel ch’era avvenuto, di come avevamo rischiato .
Lia mi disse:”avrei voluto non amarti, ricordi? Purtroppo è accaduto. Quando te l’ho detto non era l’effetto dei sensi . Ti amo davvero, altrimenti non avrei mai fatto l’amore con te. La cosa non mi fa piacere. A giorni ci lasceremo ed io torno a Napoli. Potremmo non rivederci più. Sono certa che ne soffrirò ed io non voglio soffrire, sia pure per un ragazzo buono e gentile come te. Ti rendi conto che se tu avessi voluto avrei potuto essere completamente tua? Ti pare ragionevole?” “Per fortuna non è accaduto, ma, certo, ci siamo andati molto vicino.So bene che non è razionale il nostro comportamento. Però sai dirmi tu cosa c’è di sensato nell’amore? Nulla . Due si incontrano, si piacciono, si amano. Possono anche non aver rapporti, resta il fatto che si desiderano e , se soffrono, fa parte del gioco. Io sono innamorato di te. Non so per quanto tempo durerà e se durerà. Ma quando ti vedo, sento il sangue rimescolarsi, la voglia di te mi spaventa e mi esalta. Forse non ci incontreremo più ma gli istanti che mi hai regalato saranno sempre con me, nel mio ricordo come nel tuo e questo nessuno potrà più togliercelo.”
La baciai con trasporto e quella fu l’ultima volta.
L’indomani il papà fu richiamato d’urgenza al capezzale del nonno malato e portò via tutta la famiglia. Partì d’improvviso nella notte. Non mi diede neppure l’indirizzo di Napoli. Non l’ho rivista, non so cosa faccia, se sia felice , se qualche volta ripensa alla nostra breve stagione. Io l’ho fatto.

Fulgenzio