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Le gambe
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Titolo:
Le gambe |
Autore:
J.Goldensword |
Contatto:
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Racconto
n° 2091 |
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Il mio regime alcolico di quel periodo era sostenuto. Vivevo in una risacca perenne che portava la schiuma della notte precedente mentre quella nuova arrivava. Il mio ritmo lavorativo era altrettanto anomalo. Cominciavo a lavorare dopo le 23 e tiravo avanti fino al mattino. Il mio appartamento, un monolocale grande, era un casino. Vestiti buttati dove capitava, bicchieri e bottiglie vuote sparsi in giro per casa. Spartiti, cavi e cd sul pavimento. In quel periodo stavo componendo una colonna sonora per un film. Il regista voleva un tema, una melodia, per la protagonista. Doveva essere estremamente sensuale, come lei, sensuale e misteriosa ma con un pizzico di malinconia. Mi aveva fatto anche conoscere l’attrice, ma a me non sembrava per niente attinente a ciò che voleva il regista da me. Erano settimane che ci lavoravo. Le altre parti della colonna sonora erano pronte, solo per quella non avevo ispirazione. Finivo spesso per buttare via le poche battute fatte e uscire di casa per un’altra birra. Era l’ennesima sera che mi alzavo dalla mia sedia fra la tastiera del pianoforte elettrico e il pc senza aver concluso nulla. Era estate, finestre aperte, birra, balcone. Le finestre del palazzo di fronte erano tutte spente, era l’una del mattino. La bottiglia era già mezza vuota quando notai una finestra che si accendeva. Non ci feci caso subito ma quando misi a fuoco notai solo due gambe. Dal riquadro della finestra si vedevano solo due gambe di un corpo femminile seduto su una poltrona verde. La finestra non era molto lontana dal mio terrazzo, i due palazzi erano divisi solo da una strada pedonale. Guardai quelle gambe con più interesse. Erano perfette. Lunghe, spigolose e leggermente abbronzate. I piedi nudi, agili ed affusolati. Quelle gambe si muovevano leggermente, ondulanti. Non vedevo se al di sopra di esse c’erano solo mutande o altro. Poi vidi della mani sopra di loro, ma mani non dello stesso corpo delle gambe. Venivano dall’altro lato, di fronte alla poltrona, le vedevo spalmare della crema. Le vedevo arrancare, stirarsi su quella pelle, maltrattarla e lenirla al tempo stesso.Le gambe si stendevano, si concedevano una per volta a quella dolce penitenza. Finì la birra e tornai davanti alla tastiera, misi le cuffie e riguardai le gambe alla finestra del palazzo di fronte. Fu immediato. Le mie mani trovarono subito le note giuste, il ritmo giusto. Un tema lungo otto battute si arrampicava con le mie dita su quelle gambe lontane ma così pulsanti nelle mie retine, mentre quelle mani salivano dai piedi alle caviglie, poi ai polpacci stendendo veli di crema. Note in rapida successione, accordi , tema e controtema sgorgavano dalle mie dita davanti alla visione sudata di quelle stupende gambe sconosciute e orfane di un corpo che si stiravano una ad una verso altre mani, altra crema altre carezze. Le mie dita sfioravano i tasti del pianoforte che mi sembravano pelle, velluto. Le mani sorpassarono un ginocchio spigoloso e perfetto e scoprirono dietro a loro delle braccia. La mia musica continuava a crescere sotto le mie dita di ritmo e di intensità mentre e i polpastrelli sulle gambe salivano su dalla coscia. Il castello di armonie intrecciate e melodie cresceva, poi vidi comparire dietro alle braccia stese su una gamba un viso, capelli neri corti, sotto di loro due labbra baciavano le dita, il dorso del piede. Le mani salirono sempre più sulle cosce, sparirono dietro il bordo della finestra e notai un sussulto morbido nelle gambe, la bocca baciò il ginocchio e la finestra si spense. Restai nel silenzio totale. Solo il ronzio del computer e qualche rumore dalla strada in lontananza. Dopo un’altra birra ritornai ad ascoltare quello che avevo composto. Era perfetto ma non era terminato. Rimaneva per aria, non chiudeva. Provai qualche soluzione da accademia, qualche cadenza classica ma fu tutto vano. Guardai la finestra spenta ed mi gettai sul letto.
Erano le quattro di pomeriggio. Trovai la strada del frigo appena alzato. Succo d’arancia. Inciampai nei vestiti ma riuscì ad arrivare al terrazzo. Appoggiato alla ringhiera guardavo la finestra della sera prima. Era aperta e vedevo all’interno solo la poltrona verde. Nella mia memoria si catapultarono le immagini della sera precedente. Mi sedetti al piano sperando di chiudere ciò che avevo iniziato la sera prima, ma dopo vari tentativi mi arresi. Ritornai sul terrazzo lanciando improperi e vidi seduta sul davanzale della finestra una donna che si dava lo smalto sulle unghie. La ragazza mi sorrise. -Ciao. – -Ciao. – -Sei tu che suonavi il piano prima? – -Si .- -Era molto bello quello che suonavi, cos’era?- -Una cosa a cui sto lavorando…- Era lei. Le gambe erano le sue. Ora davo un volto ed un corpo a quelle gambe. Aveva un costume intero, capelli lunghi e neri con la coda, volto deciso e naso leggermente all’insù. -Davvero ti piace? – -Si, che titolo gli darai? – -Ma non so… posso chiederti un favore? – Mi venne un’idea. -Dimmi, poi vediamo. – -Magari te lo chiedo al bar di sotto fra dieci minuti se ti va? –
Ci misi un poco a esporgli la mia idea, anche perché non potevo essere impulsivo ma al contempo avevo fretta di finire quella musica rimasta a metà nel mio cervello, nella mia anima. Marta, così si chiamava, prima mi guardò con sospetto e stava quasi per mandarmi a quel paese ma poi, dopo avermi dettato le sue condizioni, accettò. Avevo pulito la stanza, lenzuola nuove e mi ero già scolato tre birre. Loro erano sul letto, le gambe di Marta incrociate scendevano dal bianco bordo del letto fino al tappeto ove terminavano nei suoi piedi nervosi e con le vene leggermente in rilievo. Le unghie smaltate rosse di taglio quadrato non superavano il bordo nero della ciabatta infradito. Le condizioni erano che restassi con le dita attaccate al pianoforte e che non oltrepassassi il tappeto ai bordi del letto. Una luce soffusa di un faretto illuminava solo il letto, il resto della casa era al buio, attorno a me solo la luce del monitor del pc. Era stato difficile ma Marta era riuscita a convincere anche Erika, le mani e la bocca della notte precedente. Non parlava molto, occhi azzurri e capelli neri corti. Il suo fisico non era affusolato come quello di Marta, era più muscolosa. Misi il pc in registrazione, Marta aprìi il tubetto di crema e lo passò a Erika. Appoggiai le dita sul pianoforte. La gambe di Marta si allungarono come ali di un falco prima di volare, le mie mani suonarono il primo accordo, Erika cominciò a spalmare la crema sulle gambe di Marta. La musica cominciò a fluirmi dalle retine degli occhi, al pianoforte, alle dita. Le mani salivano decise, aggressive, furtive sulle ginocchia morbide seppur spigolose. I piedi si stiravano mentre scandivo terzine e crome sulla melodia della sera prima. Creavo armonie, arpeggi nel tema A mentre le mani salivano su dalle cosce. Dalle note più basse rimbalzate sopra i piedi baciati, leccati dalle labbra di Erika, alle note più acute che seguivano le sue dita salire sempre più su sul corpo di Marta. Le due donne si baciavano, i loro seni erano a contatto nella penombra mentre la mia musica rimbalzava dalle pareti alle loro schiene, saliva sullo loro spina dorsale por baciarle con sincopi raffinate sul collo e sul seno. I mie polpastrelli seguivano i tasti del pianoforte rimbalzanti come capezzoli induriti dal piacere. Le labbra rosse di Erika scomparivano fra le cosce di Marta. Modulazione. Le donne erano una sopra l’altra, affondavano le loro bocche una dentro l’altra, il tema B rifluiva sempre più sulla tastiera del pianoforte, il ritmo aumentava. Polpastrelli alla ricerca del bianco e del nero, inseguivano le labbra delle donne voraci di piacere, di pelle, di note sparse in successione di lingue morbide e decise che suonavano l’assolo della passione. La stanza era piena di musica, Marta aveva la testa reclina all’indietro, Erika si rintanò definitivamente fra quelle lunghissime gambe e baciò dove il piacere si trasformò in una cadenza che ritornava al tema A. Marta incurvò la schiena, feci una variazione, lei piegò le gambe, le stese ed allungò una mano sui capelli neri e corti di Erika. Feci una corona su un accordo, le trattenne il fiato e spense il suo piacere sulle mie ultime note leggere con un sospiro lungo il tempo di un arpeggio.
Aprì una birra e la scolai tutta di un fiato mentre le due donne restavano abbracciate sul letto. Accesi la lampada accanto al pc che aveva registrato ogni singola nota. Play, e la musica riempì nuovamente la stanza. -Sai che è proprio bello questo brano, è una colonna sonora vero? – Disse Marta. -Si è una colonna sonora, il tema della protagonista. - -Come lo intitolerai? - -Pensavo a: Le gambe di Marta. – -Ma la protagonista del film non si chiama Marta! - Reclinai la testa all’indietro e incrocia le dita dietro alla nuca. -Questo potrebbe essere un problema! -
J.Goldensword
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