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Un caffè pericoloso
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Titolo: Un caffè pericoloso
Autore: Oltrelorizzonte
Contatto:
Racconto n° 2099
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Quella sera doveva solo accompagnarla a casa. Non era tardi. Suo marito non c’era e lei lo aveva invitato ad entrare.
-Ti offro un caffè, finiamo il discorso-
-D’accordo, ma solo cinque minuti, non voglio restare bloccato nel traffico.-
Era entrato , si erano accomodati sul divano, lei si era tolta la giacca, poi lo aveva lasciato solo mentre andava in cucina a preparare il caffè
Lui l’aveva osservata mentre si allontanava. Era una collega; aveva pensato più volte di invitarla a bere qualcosa.ma si era sempre schernita sfilandosi dalla trappola.. Aveva però dei sorrisi ammiccanti e lui aveva capito che era un preda impossibile.
Non era la prima volta che si fermava per un caffè, due battute, come vecchi amici.
Seduto in attesa percepiva l’aroma della bevanda, mischiato al profumo della donna.
Forse la primavera, gli ormoni che correvano ma si trovava a pensare a come poteva essere a letto.
Poi senti la sua voce,
-senza zucchero, vero?-
-si grazie.-
Spuntò dalla cucina. Si era tolta le scarpe, appoggiò i vassoio sul tavolino, nell’abbassarsi per posare le tazze, la camicetta aperta scopri i seni, pieni e protetti da un reggiseno di pizzo.
Colse il suo odore, un misto di profumo pelle calda..
Distolse gli occhi.
Poi un cucchiaino cadde per terra, lei si chinò e la gonna a vita bassa scopri la parte alta del solco delle natiche.
L’uomo si rese conto di non riuscire a controllare i suoi sensi sentiva il membro duro e saldo e che lo stava trascinando oltre la sua volontà.
Si alzò la cinse ai fianchi e la spinse verso il divano
Lei dapprima non seppe cosa pensare poi quando si accorse che le sue mani non la lasciavano lo guardò perplessa. Lesse nei suoi occhi qualcosa, che non aveva previsto il desiderio. Avrebbe voluto girarsi, aggrapparsi, fermarsi; ma oramai tra lei ed il divano c’era solo un passo.
Pensò di urlare e poi come avrebbe potuto spiegare se l’avessero sentita?
Stava per dire qualcosa ma perse l’equilibrio e cadde prona sui cuscini, in ginocchio,
Sentiva il corpo di lui che la schiacciava, le sue mani che le sollevavano la gonna.
Era stordita, sentiva il suo odore di maschio che volte l’aveva solleticata, cercava con le mani di spingerlo via, ma la posizione era troppo precaria.
In un silenzio irreale, nelle narici l’aroma del caffè, lo pregava a bassa voce di lasciarla andare
-Poi mentre una mano la teneva ferma sul divano, l’altra le abbassava gli slip.
Un senso di vergogna quando si rese conto che lui la guardava, che poteva osservare tutto di lei, mentre stava in ginocchio con gli slip a mezza gamba con le autoreggenti che sembravano delimitare l’inizio del terreno di conquista.
In realtà lui era fuori dalle regole e si gustava quei momenti.
Lo slip di pizzo bianco contrastava con lo scuro delle calze , poi la pelle bianca e lui in ginocchio teneva divise le gambe di lei con le proprie.
Mentre con la mano destra si slacciava la cintura, faceva scorrere la zip e abbassava pantaloni e boxer la osservava: qulla riga che divideva le natiche, che tante volte aveva sognato di seguire fino al suo centro, l’aveva ora davanti agli occhi terminavo in un piccolo cerchio più scuro che pulsava sotto le contrazioni agitate di quel corpo.
Poco sotto,la fessura per la quale un uomo può impazzire, non resistette e si abbassò e la leccò inebriandosi dell’odore che il suo corpo emanava
Lei si rendeva conto della propria impotenza, e quando senti la sua lingua che la penetrava seppe di non avere più speranza.
-Bastardo figlio di puttana. Lasciami andare, stronzo, dai…- passava dalla rabbia alla supplica. Si accorse che si era staccato da lei, la lingua l’aveva abbandonata, per un attimo pensò che …poi lo senti sprofondare nel suo sesso.
Gli sembrò enorme, lo sentiva scorrere, pulsare; singhiozzava e gli chiedeva perché.
Lui non diceva una parola; mentre la scopava con le mani le sollevava la camicetta, le slacciava il reggiseno e le afferrava i seni.
Sotto la pressione i bottoni saltarono, allora gliela sollevò sino alla nuca e le baciava la schiena, che inconsciamente reagiva alle sue labbra.
Lei era sua, per poco e poi mai più. Era l’oggetto del suo piacere.
Dai testicoli sino allo stomaco sentiva una voglia folle. Esistevano solo quei due metri quadri nello spazio tempo dell’esistenza.
Questo pensava mentre lo sfilava e faceva scorrere la punta umida del suo liquido e degli umori di lei, lungo tutto il solco delle natiche.
Era combattuto, la ragione gli diceva -Questo no!- ma proprio mentre la ragione teorizzava il suo pensiero con la mano appoggiò il membro contro lo sfintere e colpo dopo colpo velocemente entrò dentro di lei.
La donna oramai rassegnata, subiva gli avvenimenti c’era del contrasto nei suoi sentimenti. Più di una volta aveva desiderato quel uomo, solo sogni erotici. Il suo odore gli piaceva, ma c’era suo marito e non l’avrebbe mai tradito. Si stupiva perché dopo che l’aveva presa e lei si era abbandonata impotente, aveva dovuto resistere a inconsci momenti di piacere animalesco.
Entrava ed usciva da lei, si era adagiata a questi ritmi sperando che la cosa finisse alla svelta.
Fu per questo che non accennò ad alcuna reazione quando lui la sodomizzò. Senti un dolore acuto quando la sua cappella le apri il retto. La sua mente non accettava che potesse accadergli anche questo. Suo marito, l’unico che lo avesse potuto fare, l’aveva penetrata dietro, lei consenziente e timorosa, ma era rimasta contratta tutto il tempo ed aveva sentito un male terribile.
Poi le era venuto dentro e quel liquido caldo l’aveva disturbata. Non aveva più voluto riprovarci.
Ed ora, un bastardo sconosciuto la stava fottendo in quel luogo proibito. Cercò allora di serrare i muscoli per resistergli, ma lui era gia dentro di lei e le contrazioni della donna al contrario ingigantivano il piacere.
Era tutto assurdo, un uomo la stava violentando in casa sua. Sentiva il suo membro che la possedeva , le sue mani che le sfioravano il clitoride e si accorgeva che involontariamente, o forse era lui che …, ma stava ondeggiando al ritmo delle sue spinte. E venne …
Lui meravigliato quanto lei, forse più di lei, colse i suoi spasmi e non resistette oltre.
Gli inondò il sedere di sperma; i sussulti si unirono, ora lei piangeva, e restava prona. Non c’era neppure più la necessità che lui la trattenesse.
Allora la fece girare, lei ancora in ginocchio, il trucco sfatto la camicetta tutta spiegazzata, la gonna incastrata alla vita.
Aveva il viso all’altezza del suo pene, che gocciolava.
Lui se lo prese con una mano, la inumidi dei suoi umori e glielo passò sulle labbra, si inginocchiò a sua volta le prese il viso tra le mani e la baciò con una intensità ed una tenerezza che lo stupì e lasciò lei senza fiato.
Poi si alzò si sistemò e senza dire una parola uscì.
Lei si guardava nella specchiera, non osava muoversi. Il seme di lui intanto usciva dal suo ano e colava sulle gambe.
Follia, pensò lasciandosi scivolare sui cuscini del divano, Non ricordava un orgasmo così intenso da anni, si vergognava, di cosa poi? Non era lei a doversi vergognare ma quel brutto bastardo.
Chiuse gli occhi, nel silenzio e nel buio si sentiva meglio. Sentiva le cosce umide, si toccò ed accarezzò il suo fiore maltrattato. Quanto ne aveva di liquido quel porco! Poi ripensò all’ultimo atto.
Il pene di lui oramai ripiegato su se stesso, il sapore dello sperma sulle labbra e la lingua di lui che glielo portava via.
Nel surreale di quella situazione, mentre la sua mano che aveva carezzato lo sfintere indolenzito e dolorante, le dita ricoperte di seme, si avvicinava alle labbra, l’altra mano si insinuava tra le gambe, si trovò a pensare
- mio marito? C’è ancora tempo!-
e nell’irreale silenzio di quel pomeriggio cominciò a masturbarsi.