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Titolo: Sparring Partner
Autore: Elisa
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Racconto n° 2109
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Sono la sparring partner di giovani imbranati prossimi al matrimonio.
Faccio questo mestiere da qualche anno, ho accumulato esperienza e professionalità. Non sono come dicono alcuni, una puttana, mi considero un terapeuta anche se non sono riconosciuta tale dalla ortodossia ufficiale. Lo sanno bene tutti quei padri e quelle madri che temono che i loro figlioli timidi, introversi, privi di esperienze e prossimi alle nozze, possano ricevere un trauma irreversibile dal primo approccio con l’altro sesso e che mi assegnano incarichi professionali. All’inizio non lavoravo molto, anzi, lo facevo raramente. Ora, anche per merito del nome che mi sono fatta, le richieste sono tantissime e non riesco a soddisfarle tutte. Economicamente non va male, riesco a mettere da parte parecchio denaro, d’altronde ho 29 anni e, a questa età, non è pensabile poter continuare questo lavoro ancora a lungo.
Comunque ora ho chiuso.
Tutto è cominciato per scherzo, sei anni fa. Ero fidanzata con un ragazzo. Un fidanzamento “molto” libero, con obiettivo e probabilità di matrimonio assai remote. Sessualmente eravamo affiatatissimi ed abbiamo realizzato un percorso di esperienze che definirei completo.
Il ragazzo aveva un fratello che, al contrario di lui, era sessualmente inibito, anch’egli fidanzato e ad un passo dal matrimonio. I due fratelli erano in grande confidenza tra loro, ed il piccolo, “l’inibito”, aveva confessato che temeva di fare brutte figure al momento di dover fare sesso le prime volte con la propria moglie. Il mio fidanzato me ne parlò e scherzando disse che io avrei potuto essere una buona insegnante. Poi lo scherzo diventò curiosità e si arrivò a progettare la cosa. Il fratellino accettò la proposta di un allenamento prematrimoniale. Da parte sua, me ne ero accorta, c’era attrazione per me. Al contrario, per parte mia, questa esperienza non rappresentava nulla
se non un gioco. Ci frequentammo per un mese prima del matrimonio, incontrandoci quasi tutte le notti. Con delicatezza e dolcezza lo avviai alla consapevolezza della propria sessualità. Inizialmente rimase bloccato per alcuni giorni, poi trovò se stesso e cominciò ad esprimersi a buoni
livelli. Le ultime quattro notti collezionammo una mezza dozzina di orgasmi reciproci di ottima fattura, abbandonandoci anche a ginnastiche sessuali non convenzionali. La sua inibizione era completamente superata. Il matrimonio, come potei accertare in seguito, funzionò molto bene.
Quello che funzionò male fu il mio fidanzamento col fratello che, dopo aver
promosso quel mio intervento, fu assalito dalla gelosia; litigammo in maniera selvaggia e non ci frequentammo più. Non manca ancora oggi, tuttavia, di indirizzarmi clienti e di fare pubblicità al mio lavoro. La stessa cosa fa il fratello minore ed anche la di lui moglie, cui è
stato confessato in seguito, da parte del marito, il training che gli avevo somministrato. Sorprendentemente lei apprezzò la cosa. Durante il fidanzamento, resasi conto dei problemi caratteriali del proprio ragazzo, aveva fortemente temuto per il proprio futuro sessuale con un partner potenziale così presumibilmente impacciato. L’avvio felice del matrimonio fu
per lei una piacevolissima sorpresa e, saputone il motivo, non poté che essermene riconoscente.
Dopo questa prima esperienza e la pubblicità che ne è derivata, hanno cominciato a contattarmi mamme e papà afflitti da presagi di traumi sessuali per i loro rampolli maschi. Mi è capitata una grande varietà di caratteri da dover trattare. Alcuni irruenti, che ritenevano di dover dimostrare
velocemente la propria mascolinità. A loro somministravo un trattamento che imponeva rispetto di me, spingendoli alla ricerca del mio piacere prima del loro, aiutandoli a scoprire, giorno dopo giorno, le zone erogene femminili, diverse da persona a persona, ad apprendere le tecniche raffinate del conferire piacere al partner in maniera graduale, curando con attenzione i preliminari ed agendo sempre con delicatezza. A questi, solo verso la fine del corso, concedevo di condividere con me un orgasmo, ma quasi sempre soltanto uno e facendolo desiderare parecchio, perché si deve imparare ad essere altruisti a letto. Altri bloccati fino all’impotenza da barriere psicologiche forse dovute a livelli di eccitazione troppo alta, che li portavano ad eiaculare praticamente a freddo, in assenza di erezione. Questi erano i più difficili da trattare perché si doveva arrivare a sbloccarli senza forzature e senza accelerazioni. In questi casi, la mia tecnica, consisteva nel mostrare, inizialmente, assoluto disinteresse per il sesso. Li avviavo con moderazione a sensazioni marginali, come una carezza leggera sulla pelle in zone del corpo non sospette o un bacio delicato dietro alla nuca. Non sfioravo mai con le mani il loro corpo; mi limitavo a dormire con loro toccandoli di tanto in tanto in una maniera apparentemente accidentale. Nel prosieguo del training, durante una delle successive notti cercavo di cogliere il momento della loro erezione involontaria accertandomi che fosse collegata ad una fase di sonno profondo. Appena me ne rendevo conto, simulando accidentalità li svegliavo. In quelle condizioni l’erezione è solamente fisica, e non è di solito accompagnata da emozione sessuale. In quei momenti, con estrema cautela, si può cominciare una preparazione diretta ma senza esagerare. Qualche carezza con la mano per poi fermarsi prima che l’eccitazione diventi troppo alta. Se ci si accorge che questo sta avvenendo è bene girarsi dall’altra parte e fingere di dormire. In queste circostanze, per gran parte del resto della notte, il partner non dorme e rimane in stato eccitato. Lo si deve ignorare altrimenti la sua emozione schizza in alto e ti eiacula addosso ancora prima di toccarti. Verso il mattino prevale la stanchezza ed il ritorno al sonno avvia il pene alla detumescenza. A quel punto lo si deve svegliare e prendere di petto la situazione. Lui, con poca fatica recupera l’erezione, perché il sesso è preparato ma il recupero dell’eccitazione è più lento perché la stanchezza e la brusca uscita dal intorpidiscono il desiderio. Senza perdere tempo lo si aiuta a penetrarti, poi tutto si svolge in maniera normale ed il blocco psicologico scompare (quasi sempre). Le notti successive sono veramente di allenamento, si sperimentano tecniche nuove e si insegna al paziente (scusate, lo chiamo così in seguito ad una deformazione professionale collegata al mio precedente lavoro) a scoprire l’erotismo femminile, in modo che impari come dare piacere alla propria partner ricavandone, contemporaneamente, piacere per sé.
In qualche caso i genitori si sbagliano nel ritenere il proprio figliolo un inibito sessuale. Mi hanno mandato ragazzi assolutamente normali forzati, con loro sorpresa, dai genitori a sottoporsi alla terapia. Con questi il lavoro è piacevole sia per il terapeuta che per il paziente. Questi
sono i casi in cui mi posso rilassare, abbandonarmi a qualche orgasmo di piacere e non di dovere. C’è anche tempo e ci sono occasioni per fare della ricerca e sperimentare nuove tecniche a beneficio della propria professione.
Ora queste esperienze non mi serviranno più perché smetterò di fare questo lavoro. L’ultimo intervento mi ha traumatizzato e non voglio che si ripeta.
E’ accaduto quanto non dovrebbe mai accadere: il terapeuta si è innamorato del paziente. Non lui di me, però. Con dolore lo ho dovuto consegnare alla fine, più felice e motivato che mai, alla sua futura moglie, con tutto il bagaglio di conoscenze che, con amore e non solo con serietà professionale, gli ho trasferito in un mese di convivenze notturne.
Il trattamento di un paziente, da parte mia, è caratterizzato dalla valutazione ed applicazione di aspetti tecnici. Ho sempre cercato di tenere lontane e dominare emozioni e coinvolgimenti, concentrando la mia attenzione sulla comprensione fredda della psicologia del soggetto e sulle
strategie da mettere in atto. Ha sempre funzionato, almeno fino all’ultima volta.
Quando LUI è venuto da me, la prima sera, preceduto da una telefonata contratto di sua madre, subito è scattato qualcosa di diverso. Era emozionantissimo come lo erano stati sempre, prima di lui, tutti gli altri. Io ero tranquilla, o almeno lo ero stata fino ad un attimo prima. Alle donne
basta un primissimo sguardo per capire che un uomo è diverso dagli altri (a suo giudizio) e qualcosa di incontrollabile si avvia nei meccanismi delle proprie emozioni. Nella maggior parte dei casi, gli eventi della vita, le casualità degli incontri, l’impossibilità del loro ripetersi, fanno in modo che solo in rare occasioni a queste emozioni iniziali consegua l’instaurarsi di rapporti più forti e duraturi. Nel mio caso, purtroppo, le condizioni ambientali ed le motivazioni dell’incontro hanno rappresentato terreno fertile per rendere inevitabile l’innamoramento (da parte mia).
La patologia di LUI era riassumibile in un’inibizione dovuta a condizionamento culturale derivato da un’educazione forse troppo rigida.
All’inizio lo invitai a parlare di se e delle proprie sensazioni, in piena libertà, senza alcun riferimento ad argomenti che riguardassero il sesso. Mi piaceva sentirlo parlare e guardarlo mentre lo faceva. Era tenero il suo imbarazzo ogni volta che i discorsi accennavano, anche in modo assai
indiretto, ad argomenti che egli riteneva scabrosi.
Le sedute di conversazione durarono alcune notti, passate seduti uno di fronte all’altra, su due poltrone separate. Veniva mattino senza che ce ne accorgessimo (almeno io). Un’ora circa, dopo che era tornato a casa, la madre mi telefonava per conoscere gli avanzamenti della terapia. Appariva
irritata dal fatto che le cose andassero così a rilento.
Al momento opportuno decisi di saltare il fossato e spendemmo una successiva seduta concentrando i discorsi sull’amore e sulla sessualità. Mi ero accorta che LUI aveva superato i suoi imbarazzi iniziali, era entrato in un rapporto di maggiore confidenza con me, mi considerava amica e non mi percepiva femmina. Ne approfittai per far scattare il mio programma terapeutico rinforzando questa sua percezione e mantenendo la conversazione su temi molto tecnici legati alla sessualità femminile e maschile. Era molto innamorato della sua futura moglie ed io mi stavo, sempre più,
innamorando di lui. Arrivò il momento in cui confessò i propri timori verso gli approcci al sesso. Lo tranquillizzai, a parole, mantenendo la discussione a livello tecnico.
In una seduta successiva lo convinsi che se mi avesse veduta nuda avrebbe potuto prendere confidenza con l’immagine di un corpo femminile ed avrebbe avuto meno traumi, in seguito, con la propria moglie. Accettò l’esperimento. Mi spogliai completamente. Mi analizzò come si osserva un prodotto sul bancone del supermercato, o sul vetrino di un microscopio. Visionò con curiosità e meraviglia i miei seni ed il pube. Per la prima volta nella professione mi colse un po’ di imbarazzo. Lo aiutai a toccarmi, lo spinsi ad acuire le sensazioni, a sentire gli odori. Desideravo, nel mio intimo, che mi abbracciasse, che mi baciasse e mi stringesse a sé, ma non lo fece. Mi
ispezionò con rigore quasi scientifico. Introdusse un dito nella vagina facendomi fremere profondamente ma non permisi che se ne accorgesse. Fu sorpreso di trovarmi bagnata, questo non potevo nasconderlo, e mentii dicendo che quella era una condizione normale. Quando si congedò per tornare a casa, alla fine della seduta, ero sconvolta. Che vergogna per una con la mia esperienza!.
Alla telefonata della madre risposi che le cose si stavano avviando sulla giusta strada.
La volta successiva feci spogliare anche lui. Si era già abbastanza liberato delle proprie inibizioni perché mi si presentò con una bellissima erezione. Si era liberato ma non del tutto perché, mentre raccontavo in forma impersonale di come una donna potesse emozionarsi alla vista di un
membro maschile eccitato, gli accarezzai leggermente il pene col dorso della mano e questo bastò a farlo eiaculare. Mi irrorò la parte esterna dell’avambraccio schizzando perfino nell’incavo della clavicola. Il mio innamoramento mi avrebbe spinto a dargli piena e completa soddisfazione, masturbandolo con la mano o, addirittura, succhiandolo, ma mi trattenni, per motivi
deontologici. Lui si dispiacque di quanto gli era successo ed io lo consolai propinandogli giustificazioni tecniche e dicendo che si era trattato di un evento abbastanza frequente nei maschi, che sarebbe bastata un po’ più di confidenza con la propria sessualità e non si sarebbe più verificato.
La volta successiva dovevo fargli conoscere le zone erogene femminili. Di solito questo lo facevo in maniera abbastanza asettica, ex cathedra, senza partecipazione, per non incutere imbarazzo nel paziente, ma questa volta non ci riuscii. Potei trattenere a stento l’esternazione di un piacere
diffuso quando lo invitai prima ad accarezzarmi e poi a baciarmi i capezzoli e non
riuscii a trattenere del tutto l’evidenza di un piacere acuto all’intrusione delle sue dita in cerca del mio punto G. Nel passare alla scoperta delle sue zone erogene non potei fare a meno di masturbarlo con sapienza e con amore. Riuscì a controllare la propria eccitazione per più tempo quella volta, ci volle almeno un minuto prima che sondasse il mio seno. In quella occasione la madre si disse soddisfatta dell’avanzamento della terapia e mi chiese che forse era il caso di interromperla. Ne fui spaventata e riuscii a risponderle in fretta che, per l’esperienza che avevo, non si era ancora raggiunto il punto di superamento del problema. La verità è che non potevo fare più a meno di incontrarlo durante le notti. Infine facemmo l’amore completamente. Tecnicamente non avrei dovuto concedergli ancora, in quella fase, un orgasmo condiviso. Ma fu più forte di me. Mi sentivo completata tra le sue braccia e con lui dentro. Il suo delirio sensoriale fu per me una felicità infinita ed il mio piacere, quasi contemporaneo, una esplosione liberatoria. Quello che disse dopo mi raggelò. Confessò con grande sincerità e felicità che, mentre prendeva me, aveva immaginato di fare l’amore con la propria futura moglie. Mi complimentai con lui trattenendo a stento le lacrime.
Le sedute successive le impiegai, come da copione, per fargli apprendere tecniche di sesso non convenzionale, assecondando le sue fantasie di esperirle con la propria fidanzata. Rinforzavo, per dovere professionale, la sua convinzione di considerare me un mero strumento di conoscenza. La
cosa mi faceva molto male. Me ne dimenticavo, temporaneamente, quando lo invitavo
ad esplorare con la lingua il mio inguine e mi abbandonavo al piacere che mi procurava. Allo stesso modo mi comportavo quando gli succhiavo il pene. Io lo facevo con amore e mi riempivo di lacrime di gioia quando scaricava tutta la sua eccitazione svuotandomisi in bocca.
L’ultima notte facemmo l’amore più di una volta e gli permisi anche di sodomizzarmi. Riuscii a stento a trattenere il pianto sapendo che l’avrei perduto per sempre. Fui colta anche da una crisi violenta di gelosia verso la sua futura moglie. Mi dava fastidio il fatto che lei avrebbe beneficiato
per lungo tempo delle attenzioni e del modo di dare piacere che io gli avevo
insegnato e che LUI, dopo quella notte, si sarebbe dimenticato completamente di me. Lo salutai in maniera professionale. Mi ringraziò in maniera cortese.
Mi feci forza nel dire alla madre che la terapia era riuscita e completata.
Non farò mai più questo mestiere.