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Il portaborsette
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Titolo:
Il portaborsette |
Autore:
/s8 |
Contatto:
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Racconto
n° 2111 |
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Devo ammetterlo. L'iniziale passione, le giovanili speranze, i grandi sogni si erano assopiti. Ero entrato giovanissimo nel Partito credendo di poter cambiare il mondo. Come tutti. Grigio, sconosciuto funzionario politico. Inutile. Mi suscito un po' di antipatia. Anche a voi. Dovete ammetterlo.
I parlamentari e le idee se ne vanno. Il tempo pure. Gli assessori, le dichiarazioni, le smentite, i comunicati stampa, i miei articoli sul quotidiano del Partito... Qui nel mio ufficio tutto è uguale. Lungo il vetro della finestra scorrono gocce di pioggia pesanti e nere. Cariche di piombo e catrame. Mi accendo una sigaretta e contemplo il disordine dei miei pensieri. Sylvie. Sylvie l'ho sempre amata.
Intelligente, caparbia, determinata. Avevo creduto in lei, seguendo passo a passo la sua folgorante carriera. Quando la incontravo negli androni del palazzo, indaffaratissima, la guardavo con il batticuore. Abbassavo lo sguardo, senza salutarla. Vinto dalla mia timidezza. A ripensarci, cosa avrei potuto dirle? Che lei era l'unica ragione per cui restavo lì? Che era la luce in fondo al mio tunnel? Ridicolo. Che amavo il suo profumo? Magari che avrei dato la vita per un suo bacio? Patetico. Che riconoscevo il suo passo tra quello di mille altri e che andavo in estasi per un semplice suo sorriso? Sì avrei potuto dirglielo, in fondo... È vero. Telefonarle, magari. Già. Ma sapeste quante volte ci ho pensato...
Fu lei a telefonarmi. -Vorrei parlarti, passa nel mio ufficio- Il suo tono era gentile. Ma, del resto, questo non significava granché. Lei era - sempre - gentile. Il suo tono era - sempre - perfettamente garbato. Anche nelle riunioni con gli altri parlamentari. Rifilava sferzate mortali. Ma la sua voce non perdeva mai quel dolce suono, ch'io ben conoscevo.
-Siediti- -Eccomi- Dio che stupido che sono. Non potevo iniziare peggio. Mi guarda. Tremo. Sì, sarà un ottimo ministro. Ne sono certo. Nessuno è meglio di lei. -In quanti pensi che leggano i tuoi articoli sul giornale?- -Mah... non so... veramente...- Sono una frana. Un disastro. Non spiaccico una parola per intero. Faccio sempre così quando sono in soggezione. No anzi. Adesso è peggio. Che idiota. Per forza che non ho fatto strada in politica. Figuratevi! Mi fissa. Capisce il mio stato. Mi riconosce. -Ti faccio così paura?- sorride. O ride. So solo che è bellissima. La luce di tutte le mie giornate. L'unico pensiero bello che sfugge alla pesante monotonia del mio tempo. Parla lei. Meglio così. Guardo, ascolto, tremo. Non ho nemmeno il coraggio d'essere felice. -Dammi una risposta entro domani- mi congeda con una frettolosa cortesia.
La vedo attraverso il vetro. Le gocce di piombo continuano a colare. Rapito, la osservo dirigersi verso la sua auto. Il passo deciso, il portamento altero. Gli abiti eleganti. Penso di amarla in un modo esclusivo e totale. Ma lei, a me, non ci sta già più pensando. Lo so. Lo sento.
Fino a poco fa avrei fatto carte false per essere al suo fianco. E adesso ho paura. Sono strano. Non mi capisco. Lei ministro. Io il suo addetto stampa, segretario, portavoce, aiutante. La sua ombra silenziosa e premurosa. Accetterò, ovviamente. Cosa potrei fare d'altronde? Avete suggerimenti? Però tremo... È la consapevolezza che nulla sarà più come prima. Nemmeno questo vetro e le sue gocce nere, la vista sul cortile del palazzo, i ritmi lenti e annoiati delle mie inutili giornate. Ci si abitua. Ci si affeziona a tutto.
Sylvie ha una visione totalizzante del suo impegno politico. Era sposata, ma di suo marito non vi è più traccia. Ha voluto che io mi trasferissi. Ho lasciato il mio paesino e la comodità dei miei familiari per vivere accanto a lei. -C'è un appartamentino libero sul mio stesso pianerottolo... te lo prendo in affitto, così siamo vicini...- Non vuole che ci siano segreti. Vuole sapere ogni cosa dei suoi collaboratori. Tutto registrato. Tutto sotto controllo. -Mi piace dominare gli eventi... e per poterlo fare non ti deve sfuggire niente- Imparo un'infinità di cose da lei. Sono il suo segretario. Il suo portaborsette, come tutti malignamente, ma assai efficacemente, mi chiamano. Ma di questo avremo modo di parlare…
Inizio la mattina preparando la rassegna stampa. Poi faccio le telefonate. Fisso gli appuntamenti. Dopodiché scrivo i comunicati stampa. Prenoto, disdico e appunto. Infine, partecipo per lei alle riunioni più noiose. Qualche volta mi fa dei complimenti. Mi sorride in quel suo modo unico, dolce e fermo. In quei momenti mi pare di essere in cielo. Lavoro venti ore al giorno per lei. Penso per lei e penso come lei. Mi sono plasmato sulla sua personalità e sui suoi gusti. Le appartengo in modo profondo.
Mi sto accorgendo che i miei movimenti assomigliano sempre più ai suoi. Come muovo le mani, ad esempio. Come inclino la testa quando mi si parla. Come ripongo gli oggetti sulla scrivania. Le smorfie di disappunto. Anche il caffè senza zucchero, adesso. Mi piacciono le cose che piacciono a lei. Quando mi capita di passare davanti alle vetrine di moda, compro sempre qualcosa per lei. Vado a colpo sicuro. -Questo piacerà a Sylvie...- Ma ciò che adoro maggiormente sono i tragitti in macchina. Guidare, mentre lei, come se io non esistessi, parla al telefono. Ma io, naturalmente, so che c'è. Eccome. Mi inebrio con il suo profumo e dei furtivi sguardi nello specchietto retrovisore. Come mi piace vederla quando si sistema il trucco! Corro premuroso ad aprirle la portiera. Le reggo la borsa, e l'ombrello quando piove. La aspetto soffrendo. E riprendo a vivere appena la rivedo comparire.
Viene pubblicato un articolo di attacco alla politica di Sylvie. Si parla di scelte sbagliate, di politica spregiudicata, di fanatismo femminista. Sylvie viene tratteggiata come una persona capricciosa e dispotica, e a tal proposito si parla di me. Cioè del -portaborsette- del Ministro. L'articolo è maligno, derisorio, meschino. Il sottoscritto viene dipinto come un fantoccio costretto a correre dietro alle isterie del Ministro e ad assecondare le sue originalità... un uomo che in passato aveva dimostrato grandi qualità politiche e che Sylvie avrebbe rubato al Partito per utilizzarlo come suo personale portabersette. -Sarà la valorizzazione delle risorse di cui spesso parla Madame…- conclude con velenosa ironia il giornalista. Mi sento scoppiare dalla rabbia. Vorrei stracciare il giornale! Bruciare tutte le edicole! Prendere a pugni quel giornalista idiota! Come potrò leggere queste infamie a Sylvie?
La seguo per casa mentre termina di vestirsi. Invidio le scarpe in cui infila i suoi piedini. Non posso fare a meno di osservare i suoi gesti frettolosi e penso che dovrei risparmiarle anche quelle fatiche. Dovrei sollevarla da faccende così basse... Ma sono qui per la consueta rassegna stampa, purtroppo. Le leggo l'articolo. Tremo ancora dalla rabbia. Anzi, ad ogni frase sento il sangue imporporarmi le guance. Lo leggo tutto d'un fiato, come a dovermene liberare, come a dover sputare del veleno. Un silenzio accompagna la fine. Scruto Sylvie. Bellissima. Ogni volta che la guardo lo è sempre di più. Forse lo è solo per me, chi lo sa… ma io impazzisco. Scoppia a ridere. -Bè dai... un po' ha ragione! Non sei il mio portaborsette?- Ancora ridendo, sinceramente divertita, mi lancia tra le braccia la sua borsa di lavoro.
Piove. E questa domenica non passa mai. Ho smesso di fumare, perché a lei non piace. La aspetto. Una domenica intera in campagna con un suo amico. Questa mia gelosia è pericolosa. Ma chi è? Cosa vuole? E, soprattutto, perché Sylvie non ha portato anche me? E poi... mi è bastato sentire come ne parlava! Finirà... finirà e Sylvie rientrerà. Tutto sarà come prima. No, no. Guardo il cielo dalle piccole finestrelle del mio appartamentino. Ausculto il rumore dell'ascensore sperando ogni volta di riconoscere sul pianerottolo i tacchi di Sylvie. Trenta, quaranta volte. Il tempo grigio, lento come i miei antichi pomeriggi prima di Sylvie. Già... ormai misuro il tempo così. Prima di Sylvie e dopo Sylvie... Avete ragione, è ridicolo. Esagero. Ma è lei la mia dimensione. È lei! Batticuore. Vado? Non vado? Aspetto? Scatto! -Siete arrivata... come va?- -Oh bene grazie! Tu piuttosto... come stai?- Mi scruta. Temo intuisca qualcosa. Oddio come sono stupido! Certo ha capito tutto... lei è Sylvie. -Volete una camomilla? L'ho già preparata...- La servo mentre lei in silenzio mi guarda, seduta sul suo divano nel centro del salone. Assaggia. Siamo zitti. In piedi la guardo. Tremo. Guardo le decorazioni orientali del divano. Guardo le ginocchia di Sylvie. Sento di scoppiare d'amore. -Sylvie io vi amo- Sorseggia la camomilla, guardando immobile la tazza. Non controllo più il mio tremore. Mi butto in ginocchio davanti a lei appoggiando il volto sui suoi piedi. Mi stringo alle sue caviglie. Siamo zitti. Lei mi osserva ora. Il groviglio dei sentimenti così a lungo inespressi si fa doloroso. Scoppio in un pianto. Silenzio. Fermi nelle nostre posizioni. Oso. Delicatamente le sfilo le scarpe e accarezzo con delicatezza i suoi piedi attraverso i collant. Poggio le labbra e respiro avidamente. Bacio i suoi piedi umidi delle mie lacrime. Non sapevo che fossero così belli. E non mi immaginavo così delizioso il loro profumo. -Vi amo, vi amo con tutto me stesso... Lo sapevate?- -Sì-
Mi accarezza la nuca. Rimaniamo così. Sono estasiato. Bacio i piedi di Sylvie e lei passa la mano tra i miei capelli. Tutto è così semplice e inquietante. E' vero? Sarà il sogno che ho sognato mille volte? È piena di luce. La sua è la dolcezza di un essere superiore. E' una madre che coccola il figlioletto. E' una padrona che accarezza il suo cagnolino. E' una donna che ha ai suoi piedi l'uomo che ne ha riconosciuto la profonda e sublime superiorità. -Vedi... rientra nei desideri inconfessati di ogni donna avere un uomo che si dedichi anima e corpo a lei, come fai tu con me. Un uomo che vive per lei, sacrificando tutto se stesso per farla sentire una regina. Tu fai molto di più di quello che sarebbe il tuo dovere professionale... E non ti posso negare che la cosa, anche se all'inizio mi ha fatto un po' sorridere, ha cominciato col piacermi. Mi piace vederti così con me.... Mi piace leggere nei tuoi occhi quella tua gioia muta e profonda quando mi vedi. Mi sono affezionata a tutte le tue premure... e, a volte, mi piace pensare che ti potrei chiedere qualunque cosa...- -Sì sì! Potreste!- -Però... sono pensieri pericolosi i miei... e ho tutta l'intenzione di soffocarli. E' bello rimanere in questo stato di sublimazione...- Sorride e mi accarezza una guancia. -Vi prego Sylvie... permettetemi di dimostrarvi tutta la mia devozione- -Devozione… Che parola grossa!- -Sì! Io vi adoro! Io vi venero... Siete per me una regina, una dea- -Attento! Tu non conosci l'animo femminile... potresti scottarti col fuoco della tua stessa passione. Fai attenzione a dire certe cose ad una donna!- Sorride. Gratificata. Forse anche un po' commossa dalla mia ingenua enfasi. Ma entrambi ci accettiamo, miti e persino rassegnati.
Il giorno dopo. Tutto uguale. Apparentemente. Ma noi sappiamo. I suoi sguardi forse sono più consapevoli. Ora sa. Ora conosce il suo potere sconfinato. E io so. Chissà, forse l'ha fatto apposta a far cadere per terra i suoi appunti... Io mi piego per raccoglierli. Indugio un po' nello stare chinato davanti a lei. Oso. Spero lo comprenda. Ma certo che lo capisce... lei è Sylvie! Anzi, forse non è nemmeno casuale che, stavolta, non mi abbia ringraziato quando le ho servito il caffè. Forse è studiato quel suo gesto della mano per chiamarmi a lei, senza nemmeno guardarmi...
Mi invita a casa. Dobbiamo discutere il discorso che dovrà tenere domani in Parlamento. Si sfila la giacca e la butta sulla poltrona. Con movimento annoiato, si sdraia sul divano. Osservo ogni suo gesto con un amore che non ha misure. Ogni suo semplice movimento è per me qualcosa di nuovo. Non avevo mai visto una donna togliersi la giacca prima di vedere lei. Nessuna donna si era mai sdraiata su un divano prima che lo facesse lei. Vorrei quasi non esserci, guardare da fuori, per non turbare lo spettacolo del suo esistere. Ma sono egoista, purtroppo. Gioisco, lo devo ammettere. Sono onorato di poter essere qui con lei. Cerco di rendermi utile, almeno. Prendo la sua giacca e la appendo. Colgo le sue scarpe come un fiore bellissimo e delicato e le porto nell'altra stanza. Intanto lei legge. È incurante di me. Ma no, forse è solo stanca. -La parte iniziale non mi piace. E' da riscrivere... e poi mi devi riferire della riunione di oggi al Partito.- -Sì certo. Vi ho scritto tutto. Ho fatto una relazione dettagliata. Ma forse ora siete un po' stanca... Dovreste farvi un bel bagno caldo- -Sì hai ragione. Intanto tu rivedi le correzioni.- Lo scroscio dell'acqua è un suono sublime. Non potevo immaginare musica migliore per accompagnare il mio lavoro. Mi chiama. Mi ha chiamato? Ancora. Busso alla porta del bagno. -Mi avete chiamato?- -Sì entra!-
Indugio. Rabbrividisco. Non oso. Eccomi. Eccola. Nella schiuma. Vedo la testa. Nient'altro. Profumo. Bagno schiuma. Borotalco. Forse svengo. Bianco. Vapore. Sì svengo. Non ancora. Oddio. E' lei? Sì. -Hai fatto?- Tremo. Rimbombo. Cosa? -Hai fatto?- Mi sto risvegliando. Guardo intorno. Un morbido accappatoio bianco appoggiato vicino alla vasca, i suoi vestiti per terra, il vapore sugli specchi. -Hai rivisto le correzioni?- alza un po' la voce, ma senza cattiveria. Anzi, forse è divertita dal mio turbamento. -Sssì- -Cosa ne pensi? Ci volevano, no?- Mi parla. Ma penso di non capire più nulla. Si diverte ad essere perfettamente lucida e razionale di fronte alla mia evidente emozione. Intanto mi chiede di lavarle i capelli. Massaggio la sua divina chioma color rame, mentre lei continua a parlare. Io ormai sono un automa. Ho perso la forza di parlare, di pensare. Esiste lei sola. Sono eccitato, è vero. Ma solo perché sono un egoista, ve l'ho detto. Però mai oserei disturbarla. Ho per Sylvie il riguardo che si deve ad un essere superiore. Ormai ho preso coscienza. Le appartengo. Senza di lei non sarei più nulla. -Su da bravo! Adesso vai a scrivere quello che ti ho detto. Ci vediamo tra un po'-
Avvolta dal suo accappatoio bianco, scalza e umida, mi raggiunge. Cerco di non guardarla troppo. Non voglio disturbarla con il mio irriverente desiderio. Ma vedo un suo seno. Bianco come il latte, tondo, delicato. Come vorrei poterglielo sfiorare. Appoggiare la mia bocca come un poppante. Abbandonarmi per l'eternità al suo petto e alla dolcezza della sua riconosciuta superiorità. -Ho fatto tutto Sylvie- Mi piace essere diligente. Prende i fogli e legge, seduta sulla poltrona. -Siete la donna più bella, meravigliosa, affascinante che esista sulla terra- La mia voce è strozzata dall'eccitazione. Sorride, incantevole. Non posso fare a meno di inginocchiarmi davanti a lei. La mia divinità. La donna che ha fatto svanire tutte le altre. Bacio i suoi piedini. -Sylvie io vi adoro- Mi accarezza la nuca. Amo le sue mani. -Hai fatto un buon lavoro! Adesso vai a dormire. Domani mattina mi accompagnerai tu- Dio come sono felice! Il ricordo del suo seno è come un morbido abbraccio nel mio sonno. Il sapore della sua pelle ha lasciato tracce dolcissime sulle mie labbra.
La guardo turbato. E' bellissima nel suo tailleur blu di Chanel. La mia dea. No. Non esistono aggettivi indicati. Nessun superlativo può bastare. Mi inginocchio e le tolgo una macchiolina sulla scarpa con il fazzoletto del mio taschino. -Ecco! Così siete perfetta!- Adoro quando mi guarda dall'alto verso il basso, con quel suo sorriso tra l'ironico e il compiaciuto. Rimango fuori dal Parlamento ad aspettarla fino a sera. Qualche collega di partito ironizza su di me. Li sento, a voce nemmeno troppo bassa, chiamarmi -portaborsette- Dopo quello stupido articolo tutti mi chiamano così. Anche i colleghi di partito, gli antichi compagni di tante battaglie. Abbiamo condiviso la militanza, fumose riunioni di notti intere, persecuzioni, attacchi, furiose querelles, i grandi sogni, le idee che se ne sono andate… sempre uniti. Ora sono invidiosi. Invidiosi di me e di lei. Ma faccio finta di non aver sentito nulla, di non essermi accorto dei loro sorrisini di scherno. Sylvie mi ha insegnato ad essere superiore. Ho imparato molto da lei. Mi mostro anzi cordiale, addirittura brillante. Invito tutti a cena per quella sera in uno dei migliori ristoranti di Parigi. E lo faccio a nome di Sylvie. Io posso! Non sono il suo portaborsette? Tutti accettano, ovviamente. Quando si tratta di potersi mettere in mostra... Tutti alla corte della Regina! Ho invitato anche alcuni giornalisti, già che c'ero... Chiamatemi pure portaborsette, adesso. Non so se ve la immaginate una cena di quel tipo. Vi auguro che non vi capiti mai di finirci in mezzo. Fidatevi, un vero supplizio. E senza alcunché di poetico… I funzionari di partito che corteggiano i parlamentari, i parlamentari che corteggiano il Ministro. Una gara disgustosa a mostrarsi arguti e simpatici. Ma lei è superiore. Io lo so. E' superiore a tutti. Tratta quegli uomini mediocri con una gentilezza formale. Parla poco. Ma quel che dice basta. Dio come sono orgoglioso di lei! La osservo traboccante d'amore.
-Mon Dieu come siete stupidi voi uomini!- mi dice appena siamo soli. -Sì avete ragione Sylvie- -A volte verrebbe quasi voglia di prendervi a schiaffi!- -Sylvie se volete potete farlo...- Mi guarda incuriosita, mentre io guido. Sorride. C'è una strana malizia nel suo sguardo. Un'espressione che non le avevo mai visto. -Vorresti dire che ti lasceresti… ti lasceresti prendere a schiaffi?- -Sì- Sorride. Non se lo aspettava? Oppure aspettava solo che io glielo dicessi? Che lo ammettessi... che glielo domandassi... -Sylvie io accetterei qualunque cosa da voi...- Rimaniamo zitti. Ho paura di quel che ho detto. Forse non dovevo. Il silenzio adesso pesa terribilmente. Quel silenzio in cui vivo. Quello stesso silenzio in cui adoro osservare Sylvie mentre legge o si sistema il trucco... Adesso ho paura. Non ho nemmeno il coraggio di guardarla. Forse lei sta guardando me. E' il suo sguardo quello che mi sento addosso? Oppure no? Ditemi… mi illudo? Non so. Tremo. Impazzisco. Quanto vi amo Sylvie. Il rumore della pioggia copre il nostro mutismo. Il piombo con tutto il suo peso cade sul mio silenzio esistenziale. Il motore. I nostri respiri affannati. I fari delle auto lungo i boulevards illuminano la parte assente di me.
-Spogliati!- La sua voce si è fatta spigolosa. Il volto tirato e bianco. No, non è la stanchezza. Sappiamo che c'è dell'altro. Ho paura. Vorrei scappare. -Ma...- Un'occhiata che non consente nessuna replica. Sono impietrito. Ubbidisco. Mi sento strano. Per fortuna Sylvie se ne va, rendendomi più agevole il compito. Vi amerò sempre mia regina. Accarezza tra le mani un frustino di cuoio, come a cedere dolcezza ad uno strumento di dolore. Nudo davanti a lei. Mi sento senza pelle. Senza nessun involucro a definire la mia forma o il mio esistere. Sono stato nudo davanti a decine di donne, prima di Sylvie. Ma - capite - era diverso. C'era del pudore in loro, nelle altre dico. Non mi esaminavano così, come un oggetto. E io ero un uomo. Ero un maschio. Sfoggiavo orgoglioso la mia erezione. Il mio pene eretto, simulacro del potere. La mia virilità, mezzo di possesso della femmina. Adesso non ho nulla da esibire. Adesso che sono anche più eccitato, non posso ostentare alcuna erezione. La vergogna, il timore, la paura hanno il sopravvento. Mi sento passivo in questa nuova condizione. Inerme. Mi spinge sul divano. Sono debole davanti a lei. Mi sdraio, offrendole senza resistenza la schiena.
Il sibilo e la sferzata. Il sogno e la realtà. La gioia e il dolore. -Ancora o basta?- La sua voce è tornata quella di sempre. Avvolgente, dolce. Mi volto a guardare Sylvie e ritrovo nei suoi lineamenti tutto ciò che amo. Una luce che dà serenità. Gli angoli della bocca come quelli di una bambina. Una piccola ruga d'espressione. I delicati fini capelli in un'onda fluente sull'ampia fronte. -Ancora- sussurro impaurito dalla mia stessa scelta. Mi pare di essere su un precipizio e di aver scelto di buttarmici dentro. Un altro colpo. Il mio intero corpo è percorso da brividi finora sconosciuti. -Ancora o basta?- sorride felice. Soffro e sono contento. Il mio dolore acuto svanisce davanti al suo sorriso. -Ancora Sylvie- Questa volta la frusta sembra entrare nel mio corpo. E' un dolore che mi fa gridare. Gli occhi mi si appesantiscono di lacrime. Il tempo pare fermarsi assieme al mio respiro. La guardo ancora, sopra di me. Com'è bella e al tempo stesso dolce e crudele. Vuole dimostrarmi quanto è capace di farmi soffrire. Vuole capire quanto io sia disposto a soffrire per lei. La paura non c'è più. Anzi ora sono sereno. Sento il mio sesso indurirsi. La mia erezione è completa. -Ancora o basta?- Sono vostro Sylvie. Vi dono il mio dolore. Il mio sangue e il mio spirito vi appartengono. -Ancora!-
Massaggiare i piedi alla mia padrona è un'attività che mi riempie di gioia. Starei giorni interi seduto lì sotto, mentre lei guarda la televisione oppure legge il giornale. Quando proprio non ce la faccio a trattenermi, muovo delicatamente la lingua tra le sue dita e, se lei vuole, le succhio gli alluci o l'intera punta dei suoi deliziosi piedini. -Sai qualche volta mi è capitato di pensare che saremmo anche potuti essere amanti noi due...- Mi fermo. Il mio respiro si blocca. Dovrei dire qualcosa. Già, ma che cosa? Sono sempre senza parole, quando dovrei. Ma questo ve l'ho già spiegato… -Però forse è meglio così... io cerco un uomo diverso da te. Tu potresti aiutarmi a trovarlo... Farai questo piacere alla tua padrona, vero?- -Come voi desiderate, Sylvie- La mia smorfia contrasta con la sua soddisfazione. Il cielo che si frantuma. Frammenti di blu che ti cadono addosso. Pesante e doloroso quanto lo credevi invece leggero e soave.
Cosa pensate? Che sia facile? Una donna nella sua posizione non può certo andare col primo che capita. Sì, è vero, parlo a nome del Ministro e contattare una qualunque persona non rappresenta alcun problema. Però ci vuole discrezione. Si deve fare molta attenzione. Sapete, la stampa. Per questo la ricerca avviene soprattutto all'estero. La Recherche, la chiama lei con sofisticata crudeltà. -Come procede la Recherche?-
Io soffro di me. A volte penso che vorrei non trovare nessuno. Oppure trovare solo inetti. Ma la goccia mi scava e mi indebolisce. Si è insinuata dentro di me. Scava nel mio cervello, la goccia assillante. Gallerie sempre più profonde. Giorno dopo giorno. Ora dopo ora. Uomo dopo uomo. Guardo gli uomini come fossero donne. Mi confronto cercando la sconfitta. Li guardo con i suoi occhi. Li valuto con femminile bramosia. Ogni occasione, ogni istante. Per strada, sui giornali... Il -greco- per la mia padrona. Un novello Masoch cammina lungo gli anfratti del mio pensiero. Il suo pallido percorso si fa il mio. Ricerca di possenti virilità. Sublimata degradazione del mio essere uomo. Voglio per lei. Desidero per lei. Abbandonata la mia sete, bevo dal suo desiderio. La Recherche procede verso il meglio, verso i più mortificanti confronti. È la più grande umiliazione che si possa concepire. La donna che io amo. Che desidero. La donna. L'unica donna. Colei che ha tolto spazio all'esistente. La divinità che si è presa la mia vita, che si è succhiata il mio sangue. Colei alla quale ho donato lo spirito e il corpo perché amo sopra tutto. Il mio desiderio di lei altalenante tra dio e femmina. Lei che è la mia dea ed è anche l'unica femmina possibile. Ma la più irraggiungibile. Sì… sapere che lei goderà di un maschio senza nessun merito! E pensare che io muoio per lei. Ed io che son niente per lei.
Gliene ho trovati di maschi. Glieli ho accompagnati fino in casa. E non sapete che sofferenza. Non ve lo immaginate. Fin dall'inizio, quando arriviamo. Vedere i suoi occhi mentre si posano sul candidato. Lei che lo guarda, lei che lo studia, lei che gli sorride. Lei che gradualmente muta, vinta dal suo femminile infervoramento. Ecco, in quel momento io non esisto più. Lei, la mia sublimata dea… vederla eccitarsi alla vista del rude maschio. Lei la quint'essenza della purezza… sentirla ansimare sotto i colpi animali di un corpo da monta. Lei che così totalmente mi possiede, essere posseduta. Ed io che le corro dietro nella perpetua umiliazione. Ascoltare dietro la porta i suoi gemiti esagerati. Il piacere dell'affondamento in lei di un sesso straripante. Che maledetta situazione.
La lunga, lenta passione che mi attanaglia. I riflessi del sole sulla Senna. I ponti silenziosi fatti per gli amanti. Sylvie è cambiata. A volte mi pare addirittura di non conoscerla affatto. E così, vi dirò, non mi piace. Forse non la amo più. Forse. Certo, però non posso fare a meno di lei. Sono come un tossico. Sì, lo so. Quando la droga passa da piacere a semplice, terrificante, esigenza. Mortificante? I riflessi del sole sulla Senna, bucati da gocce di pioggia in mille cerchi neri e grigi. I ponti silenziosi fatti per i suicidi. Ma quanti ci hanno già pensato? L'umidità mi penetra. Così come la sua idea. Sempre inchiodata dentro il cervello. Sono spossato. Ma il peso che mi porto addosso non è uno di quelli di cui ci si può liberare. A meno che... A meno che... L'acqua argentea passa. Indifferente a tutto. Sarei inghiottito e portato via in silenzio. Nulla. La domenica che si spegne, cancellando le sue gioie e i miei tormenti. Sarà la febbre. Scotto e ho i brividi. Torno a casa. Ho fame di lei. Rientro muto, con lo sguardo basso e lo stomaco morso.
-Sono tornato Padrona- Sorride soddisfatta. Gioisce della mia sconfitta. Lo sapeva che sarei tornato. Era certa che non mi sarei sottratto nemmeno a quell'ultima sua richiesta. Era sicura della mia fame. Tremenda. Fottuta. Maledetta. Ho solo sognato un attimo, lì sulla Senna…
-Spogliati adesso...- Obbedisco, anche se lentamente. Temo ciò che sarà. Me lo sono immaginato tante di quelle volte, dibattendomi nell'ardua distinzione tra bene e male... oppure scacciando e rimandando vigliaccamente il pensiero. Ed invece ho ceduto. Sono stato definitivamente vinto. Mi sono piegato, ancora una volta a lei. E stavolta per sempre. Non c'è più ritorno. Tremo e sono caldo. Mi inginocchio. Bacio le sue scarpe. Fermerei il tempo. Prima e dopo Sylvie. Lei mi guarda trionfante, concedendomi qualche secondo ancora. -Adesso andiamo!- La seguo come un cane bastonato. Apre la porta. Entriamo in camera. Lui, il nuotatore, viene nudo verso di noi. Sylvie accarezza languidamente il suo corpo muscoloso. Sembra soddisfatta. Anzi lo è. Adagia la mano sul sesso del suo amante. Gli rivolge un sorriso. Guardo e sono stordito. Riconosco nel suo sguardo un insieme superbo di eccitazione e di dolcezza. Il mio cuore è fermo e i brividi dalla testa mi arrivano ai piedi. Sul vetro della finestra una grande goccia di pioggia lascia una scia nera. Non posso fare a meno di pensarci. La vedo scendere prima lentamente, e poi sempre più veloce.
L'atleta fa un passo verso di me. Mi sovrasta con la sua altezza. Non riesco a reagire. Un gesto deciso, una presa d'acciaio. Mi piega, mi piego davanti a lui. Ho il suo sesso davanti agli occhi. Ancora rilassato aspetta di esultare. Non posso muovermi. Non posso far nulla. Non più. Il mio prezioso, fiero, alterno passato scorre veloce dentro la memoria. Sylvie osserva la scena, appagata. Chiudo gli occhi per nascondermi dentro di me. Lui ha riconosciuto il momento. La mia resa. La mia sconfitta. La mia rassegnazione. Ha letto tutto dentro gli occhi di Sylvie. Mi afferra la nuca e mi spinge fino all'inevitabile contatto. Lui guida i miei movimenti, corregge la mia inesperienza e doma il mio disgusto. In un attimo il suo sesso è straordinariamente duro e grosso. Serrato tra le mie labbra. Trionfante. Davanti ai miei occhi, ravvicinato, il suo pube mi pare mostruoso. I testicoli ballano incuranti contro di me e inizio a pensare con terrore e ribrezzo al momento in cui chiederanno di liberarsi. Allontano lo sguardo. Cerco rifugio. Vedo Sylvie che mi guarda con amore. Vi odio Sylvie perché siete tutto per me. Mi perdo in lei, inesauribili istanti, senza più pensare a ciò che sto facendo. Meccanicamente mi muovo e le mie labbra stringono. Sto dando piacere al suo amante. Un lampo fa brillare i suoi occhi. -Visto che non avete bisogno di me... io vado!-
Una risata, che se non fosse di Sylvie direi volgare, accompagna il chiudersi della porta.
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