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Nevica
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Titolo: Nevica
Autore: Emma
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Racconto n° 2123
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La sveglia suona alle sette e mezza. Antonio si alza, va a guardare alla finestra e dice una sola parola: “Nevica”. Sbadiglia, rabbrividisce (non ha nulla addosso) e torna sotto le coperte senza aggiungere altro.
Prima di riappisolarci, entrano in camera anche Riccardo e Debora, in mutande, assonnatissimi, a chiederci consiglio sul cosa fare.
Niente dobbiamo fare. Con una neve così non si può sciare. Tanto vale restarcene a dormire.

Così ci siamo svegliati di nuovo che mezzogiorno è già passato da un pezzo. Fuori nevica ancora a tutto spiano; della macchina parcheggiata davanti a casa si intuisce ormai più solo la sagoma. Una buona doccia calda, un caffè bollente, due chiacchiere in cucina e ricompaiono sbadigliando e stiracchiandosi anche i nostri amici.
Lavati, vestiti a giorno e rifocillati anche loro con un caffè, si decide insieme cosa fare di quel che resta di questo sabato di sciate mancate. L’unica è prendercela comoda. Spalare un po’ di neve davanti a casa, scendere in paese, mangiare qualcosa al bar, tirare l’ora di cena, cenare nell’unica trattoria che c’è in paese e tornare a casa per rimettersi di nuovo a letto. Magari domani, se smette di nevicare e fanno in tempo a preparare le piste, una sciatina si riesce a farla, prima di riprendere la strada per la città.

Al bar c’è ressa e c’è rumore. Ci restiamo un po’, ma poi siamo costretti ad andarcene. Fuori fa freddo e continua a nevicare. Non sono neanche le cinque del pomeriggio. Troppo presto per pensare alla cena. Che si fa?

L’idea la lancio io: “E se andassimo a casa e ci mettessimo a letto per due capriole supplementari prima di cena?”
Debora approva immediatamente con entusiasmo. I ragazzi sono un po’ perplessi (sono sempre perplessi i ragazzi quando le idee scoperecce le lanciamo noi donne) ma poi la decisione è presa, in fretta ed all’unanimità.

Strada facendo, passando davanti all’unico negozio del paese, a Debora viene anche un’altra idea: “Perché non ci comperiamo un pollo già cotto e, invece di andare a cena fuori, non ci aggiustiamo noi in casa. Io poi non ho voglia di stare a rivestirmi ed a prendere freddo un’altra volta.” Idea molto sensata: anche questa approvata all’unanimità.

Entrano Debora e Riccardo, ma i polli allo spiedo li stanno cuocendo proprio ora e c’è da aspettare.
“Andate avanti voi, mettete il riscaldamento al massimo e accendete anche il camino: ho voglia di tenere coccole in davanti ad un camino scoppiettante”.
Così loro aspettano il pollo ed Antonio e io li precediamo a casa.
Il riscaldamento lo alzo io, mettendo il termostato al massimo, anche se non ce ne sarebbe bisogno: fa già caldissimo e bisogna liberarsi in fretta di giacca a vento, cuffia, doposci, calzettoni di lana e almeno un maglione. Al camino pensa Antonio. Di lì a cinque minuti è già bello scoppiettante e possiamo spegnere anche la luce, per goderci meglio nell’oscurità lo sfavillio dei ceppi che bruciano.

“Letto o coccole anche noi davanti al camino?” Chiede Antonio.
Lo conosco. So benissimo che lui preferirebbe il camino, con la prospettiva perversa di noi quattro a trastullarci tutti assieme. Dopo la mezza bottiglia di rosso e le due grappe bevute al bar, anch’io però mi sento molto su di giri e decisamente più propensa a qualche torrida trasgressione in compagnia davanti al camino piuttosto che ad andarci subito a racchiudere soli soletti in camera nostra.
“Coccole davanti al camino” Rispondo decisa.

“E vai!” Urliamo quasi all’unisono.
In un attimo, ridendo come matti, ci togliamo ciascuno i vari strati di vestiti che abbiamo addosso e, finalmente nudi come mamma ci ha fatti, ci stravacchiamo sul divano, abbracciati, coi piedi sul tavolinetto, le lingue intrecciate e le mani ficcate in ogni dove.

Abbracciati come siamo, di spazio non ne occupiamo poi molto. L’altra metà del divano è per Debora e Riccardo, appena arrivano col pollo e si tolgono i vestiti anche loro.