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Olga
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Titolo:
Olga |
Autore:
Yamabushi |
Contatto:
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Racconto
n° 2179 |
Altri
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Mi accende guardarti, vorrei strapparti a questa dimensione e penetrare in un tempo solo nostro.
Sei vestita di nero, maga dei miei istinti, sei un angelo dalle ali tentatrici; nessuno attorno a noi può nulla, la tua presenza è totale, mi rapisce.
Se un giorno ti trasformassi in angelo, i bianchi vestiti indossati griderebbero a tutti le tue forme, ed ogni altro angelo impazzirebbe di desiderio e violenza di averti.
Esplodono le mie fantasie, le voluttà.
In un antro sconfinato, tra volte e tende di veli, noi per terra, siamo circondati da lumi e alte e basse candele, dove ogni fiammella risponde solo e soltanto ai tuoi gemiti. Trema innanzi a te il mio respiro, è affannato, è stanco di desiderarti; possessione eterna, solo quella voglio. Davanti a me, schiudi le gambe e mi guardi, ti guardi il sesso, guardi il mio attraverso i vestiti, mi chiedi di carezzarti dolcemente con baci e vellutati colpi di lingua; il tuo profumo mi giunge delicato, la tua lascivia è pronta a incontrare le mie labbra: ti accontento.
Sfiorarti vuol dire morire e rinascere, vuol dire toccare me stesso nel profondo; la trasparente camicia nera, adesso, è aperta, un meraviglioso reggiseno mostra il meglio di te, mentre i tuoi occhi non smettono di guardarmi e sorridermi; continuo il mio compito, le fiamme ballano, ondeggiano, si fanno intense.
Il tuo canto mi stordisce, non ricordo più il mio nome, solo perchè sono qui, con te.
Seduta con le gambe di fianco mi accarezzzi il viso, poi sfiori le mie labbra, non riesco a muovermi, riesco solo a baciarti; le tue mani corrono dietro, alle spalle, ciò che ti copriva adesso diviene leggero e scompare alla mia vista, bruciato dalla luce delle candele; accompagni il mio viso, che tra immenso calore, giunge sulla morbidezza dei tuoi seni, la carne liscia e tiepida mi accoglie, mi rilassa, eccitandomi.
Mi chiedi ancora una volta di leccarti, di prendermi cura del tuo corpo, di dimostrarti quanto mi piaci; e tu mi piaci.
Basta un attimo, una sola candela si spegne, ché tutto il mio controllo si spegne con essa; ti ritrovi a terra, le mani chiuse le braccia piegate lungo i fianchi, abbandono i miei vestiti e salgo su te; è una Atomica il contatto dei nostri mondi, è l'apocalisse del sentimento, il parto dell'egoismo.
Viaggio su te in un ritmo tribale incessante impetuoso maleducato scontroso.
Le fiamme via via si spengono così come i tuoi singhiozzi, che aumentano.
Nel viso, che vedo appannato, delle smorfie si susseguono a inespressivi sorrisi, come mai te ne ho visti in volto;
io vivo, mi sento, mi chiamo per nome e sudo la mia timidezza e la mia sonnolenza, che mi abbandonano, via.
In quella tormenta riconosco il tuo corpo muoversi insieme al mio, invitarmi quasi a continuare ad essere me stesso, a dichiararti chi sono e come ti voglio.
Il fulmine scende con tremiti e spasmi, ed anche tu ne sei percossa insieme a me, insieme.
Lentamente mi afferri per le braccia e mi strattoni su te, ti strofini, tutta quanta, godi nel sentire i nostri sudori mescolarsi; mi sussurri cose immense sconfinate indimenticabili, sei una donna nobile, una maga sincera, e le tue parole sono messaggere di virtù.
Si strappa questa realtà, ci riporta in mezzo agli altri; la tua camicia, adesso, è più sbottonata e luccicanti perle di piacere ti bagnano, lì dove si sfiorano i seni costretti, dove l'occhio indugia e si perde nelle ombre, nelle ombre del desiderio che offusca tutto, ragione e vista.
Mi saluti sorridendo, mimi, con le labbra ancora gonfie dei recenti ricordi, -alla prossima- ed io annuisco, tremo, saluto.
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