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La sirena
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Titolo: La sirena
Autore: Maverick
Contatto:
Racconto n° 218
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Era estate e io mi trovavo sulla spiaggia sdraiato sotto un ombrellone. Leggevo un libro di letteratura ma forse per il caldo afoso o forse per l’ora pomeridiana, i miei occhi e la mia mente si appesantivano e iniziavo a lottare con loro per far si che rimanessi sveglio.
Sentivo le palpebre andare giù e i movimenti delle persone vicine rallentavano ad ogni minuto che trascorreva.
Pure il frastuono rimbombava dentro di me, ma non mi dava fastidio, anzi, aumentava quello stato di semi incoscienza in cui stavo immergendomi.
Gli occhi stavano per chiudersi totalmente quando dall’ultimo barlume di luce intravidi Te che camminavi sulla passerella per accingerti a raggiungere il tuo ombrellone.
Quella scintilla fulminea di realtà fece si che non cadessi nel mondo onirico, anzi, destò la mia curiosità riportandomi alla lucidità mentale di una persona vigile e attenta.
Una Sirena!!
Ecco; questa è stata la prima cosa che ho pensato!!
Una Sirena partorita dall’acqua; forse sfuggita al Dio Nettuno.
Cercavo di capire come potesse camminare una Sirena sulla terra ferma, ma avevi due splendide gambe da poterti permettere di calcare la scalinata di Trinità dei Monti a piazza di Spagna.
Un pareo di colore giallo ocra avvolgeva il tuo corpo, sopra i fianchi, e un lembo strusciava la sabbia lasciando una linea ondulata marcando i movimenti femminili sul terreno.
La maglietta bianca, tagliata obliquamente con le frange, carezzava il tuo corpo di donna statuario lasciando intravedere le forme dei tuoi seni che svettavano orgogliosi e prorompenti.
I capelli neri risaltavano su quei colori e danzavano al ritmo dei tuoi passi; scivolavano dietro le tue spalle e coprivano per metà quel volto celestiale su cui due labbra rosso fragola erano il centro del mondo.
Non vedevo i tuoi occhi, dato che indossavi un paio di occhiali di colore nero che coprivano anche gli zigomi; e questo suscitava maggiormente la mia curiosità.
Come saranno stati quegli occhi di una creatura a dir poco scesa dall’Olimpo?!?
Iniziai a fantasticare e a navigare con la mente pensando ad Ulisse, mio compagno di viaggio in quel frangente, quando dovette attraversare lo scoglio delle Sirene.
Forse avrei dovuto, al contrario di Ulisse, tappare gli occhi e non le orecchie?!?
Forse quegli occhi mi avrebbero stregato e rapito il cuore con lingue di fuoco o scenari apocalittici?!?
Oppure mi avrebbero pietrificato come quando osavi guardare gli occhi di Medusa?!?
Perseo, eroe forte e coraggioso, invogliava la mia mente portandomi a superare quelle paure, barriere insormontabili dell’Io umano.
Il sapore di salsedine nell’aria andava sciogliendosi al tuo dolce ondulare e un profumo di donna saturava l’aere circostante.
La brezza che stemperava la fronte sudata e calda trasportava quel dolce odore aumentando il benessere sul mio corpo.
Prendevi posto sotto un ombrellone accanto al mio e iniziasti a spogliarti con lascivia, consapevole che ti stavo ammirando.
Il tessuto scivolava dolcemente sulla tua pelle scura dandoti della sensazioni meravigliose e piacevoli.
La tua pelle si accapponava trasmettendo quelle sensazioni ai miei occhi pieni della tua luce.
Le “ ambiguae virginis “ avevano il volto di donna e corpo di uccello; ma la Sirena che stava accanto a me no: Tu avevi un volto e un corpo mirabile e pieno di passione.
Sembravi scolpita nel marmo, liscia, con le curve perfette, senza lasciare dubbi.
Ecco; come le Sirene ammaliavano con il canto; o il Tracio Orfeo incantava la natura con la lira; Tu con il corpo ammaliavi la mia mente.
E come Tritone, Dio degli abissi marini, suonando la conchiglia come se fosse una tromba suscitava le tempeste, Tu con le tue movenze feline scatenavi gli ormoni del maschio che c’era in me.
Come il cavallo dalla bocca schiumante e insensibile al morso spinge il cavaliere a velocità folle; come il vento spinge in alto mare l’esile e fragile phaselos all’improvviso prima di toccare terra; così Cupìdo mi avvolge e Amore mi trafigge con i suoi dardi intrisi di passione.
Rimanevi in topless e il tanga attillato, e come una modella assumevi una posa adagiata su di un fianco.
I migliori pittori e maestri del passato avrebbero pagato oro per poterti rendere eterna nelle loro tele come eterna è la figura di Venere partorita da una conchiglia.
Improvvisamente mi rivolgesti la parola chiedendomi di aiutarti a spalmare l’abbronzante.
Le mie mani iniziavano a ungerti con quell’olio odoroso e scendevano ora sulle spalle per tutta la schiena per poi risalire su.
Iniziai a massaggiarti per cercare di rilassarti un poco, dato che ai primi tocchi ti eri irrigidita un poco.
Pure le mie mani all’inizio tremavano come l’ombra dell’esile fiammella creata da una candela nelle giornate uggiose e umide di autunno, ma via via acquistavano sicurezza e maggiore padronanza del tuo corpo.
Iniziai a massaggiare i tuoi glutei con dolcezza e stringendoli a palmo pieno lasciavo l’impronta della mie dita.
Notavo che il respiro si faceva profondo durante quella strabiliante manipolazione e le mie dita continuavano a memorizzare ogni solco, ogni punto del tuo corpo.
Con la coda dell’occhio mi fissavi facendomi capire che sarei potuto andare più in fondo, senza remore.
Sfioravo da sopra il tanga il solco rigonfio della tua ferita e ad ogni tocco il sangue affluiva gonfiandola sempre di più.
Le mie dita ardite superavano quella barriera di cotone tramato, si insinuavano fra le grandi labbra, fino a perdersi in quel meandro buio ma pieno di luce e vita.
Il tuo corpo iniziava ad arcuarsi e ad ogni pressione i fremiti si accavallavano fino a farti perdere i sensi.
La tua bocca annaspava nell’aria cercando di catturare più ossigeno e la lingua strusciava le labbra umide di sudore per il caldo afoso.
Sentivo le mie dita umide e piene di quel liquido caldo che nel frattempo rigava le tue cosce.
Ad un tratto, con scatto fulmineo, mi prendesti per mano per portarmi nella tua cabina.
Ti inginocchiavi davanti a me e ti impossessavi del mio sesso.
I raggi del sole che penetravano dalle fessure violentavano il buio e creavano un gioco di luci misterioso, arcano.
Abbagliato da quelle lame luccicanti che trafiggevano le mie pupille e nella semi oscurità sentivo la tua lingua muoversi velocemente.
Scorreva sopra, con delicatezza e poi con fermezza lo stringevi fra le tue labbra umide e fresche.
Il sangue pulsava a ritmo frenetico e ad ogni tuo movimento s’induriva ancora di più.
Ci sdraiavamo a terra, l’uno sopra l’altro ma con i visi opposti.
Uno padrone dell’altro cercando di saziare la sete incolmabile.
Bevevo il tuo agrodolce succo che fuoriusciva copioso da quella vena sorgiva.
Centellinavi il mio umore stringendolo con la mano e rilasciandolo ad ogni mio spasmo.
La mia bocca era intrisa di quel mirabile liquido che mi donava un piacere incolmabile.
Tu pasteggiavi con il nettare; saziavi la tua sete con il mio umore; assaporavi premendo la lingua sul palato per meglio percepire l’inebriante sapore che ne scaturiva.
Alla fine ci guardammo negli occhi e senza dire altro capimmo che avremmo iniziato quanto prima quel meraviglioso gioco che si pone in essere tra due persone amanti e piene di vigore e vogliosi l’uno dell’altro.