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Raggio di sole
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Titolo:
Raggio di sole |
Autore:
Maverick |
Contatto:
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Racconto
n° 219 |
Altri
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Mi trovavo nella hall di un albergo di Roma ed ero intento a leggere qualche rivista. Ero annoiato perché il pomeriggio non passava più e non avevo voglia di uscire. In albergo non c’era nessuno. Non era un periodo in cui i turisti affollano la città, e con occhi persi all’infinito iniziai a viaggiare con la mente pensando a paesi lontani. Ad un tratto un rumore di tacchi a spillo destò la mia persona da quello stato di semi incoscienza in cui mi trovavo. Ti sei seduta sullo sgabello e iniziasti a sorseggiare un cocktail che il barman ti aveva preparato con mani tremolanti. Avevi capito che ti guardavo in silenzio e iniziasti il gioco tuo preferito: quello della seduzione, in cui non si capisce se è l’uomo cacciatore o preda. Si capì benissimo che ero io la preda. Infatti, come i fiori che mettono in mostra tutti i suoi colori sgargianti e i loro profumi inebrianti per attirare gli insetti così tu iniziasti ad accavallare le gambe mostrando le calze di seta tenute da un reggicalze di buona fattura in pizzo. Due gambe lisce e femminili come quelle di Afrodite. La gonna, tirata su, con uno spacco laterale di colore bianco avorio faceva intravedere le tue forme rotonde e perfette; e dalla giacca, sbottonata in maniera seducente e ben architettata, fuoriuscivano le sommità dei seni sorretti da un indumento a balconcino, rendendo liberi i capezzoli di strusciare sul tessuto indurendosi ad ogni movimento. Un’eccitazione continua, per mantenerli duri e irti. Il profumo saturava l’aria circostante e come un’ape avrei voluto succhiare quel miele e rimanere intrappolato per l’eternità. Sorretto il bicchiere, ti sei girata verso di me e hai brindato alla mia salute. A quel punto l’invito era chiaro e mi sono avvicinato. Il tuo nome “Laura” risuonava nell’etere come le note di un valzer e non mi stancavo di ripeterlo ad ogni domanda che ti facevo. Gli occhi mi fissavano come se volessero penetrare fin nel profondo del mio animo, nei meandri del mio spirito per rilevarne le incertezze, le paure. Io cercavo di mantenere la calma per non lasciare trasparire l’agitazione che covava dentro di me. I capelli biondi, sciolti, coprivano una spalla e cadevano sul tuo seno, senza nasconderlo, anzi, lo esaltavano ancora di più. La tua bocca e le labbra si muovevano e a volte io non udivo più nulla ma ero ammaliato dai movimenti lenti come la moviola in un film. Il tuo suono rimbombava dentro di me e pulsava all’unisono con i battiti del mio cuore, ora veloce ora più lento. Il Cubalibre che sorseggiavo si era mischiato al mio sangue e questo mi dava forza. All’improvviso ti sei alzata e rivolgendoti al barman dicevi di metterlo nel conto della camera 33. Mi hai guardato negli occhi e hai ripetuto “camera 33”. Trascorsi dieci minuti, m’incamminavo per il corridoio, le luci soffuse ombreggianti. Sembrava di camminare lungo le vie della Londra antica con i lampioni che emanano una luce fioca, abbattuta dalla nebbia, tremolante, e così erano le mie mani quando mi accingevo a bussare alla tua porta. Scostato quel legno nemico che ci separava ti vedevo sdraiata sul letto; il copriletto di colore rosso porpora esaltava la tua figura di donna. Eri una sirena che mi ammaliava e mi attraeva a se. Avevi tolto gli abiti ed eri rimasta solo con le calze e il reggicalze. La schiena poggiata sul capezzale e la testa piegata all’insù. Le tue mani toccavano il tuo corpo, scivolavano dal collo ai seni, ora con le dita ora con il palmo per aumentarne il contatto. Si fermavano sul pube e sulle grandi labbra per risalire ancora sulle spalle e i capelli. Di nuovo giù sulle piccole labbra rosate dalle quali s’intravedeva il piccolo taglio che rende gli uomini schiavi. Le tue dita Penetravano quella misteriosa ed arcana cavità e ricomparivano unte di un umore biancastro che t’impiastricava tutta. Portavi sulla lingua quel mirabile liquido e ne assaggiavi il sapore. Porgesti la tua mano verso di me facendomi cenno di assaggiare. Leccavo le tue dita piene del tuo umore che mi faceva trasalire. La mia lingua cercava la tua iniziando una lotta all’interno della tua bocca e non soddisfatto scendevo su tutto il corpo fino a suggere direttamente dalla fonte quell’acqua pura dal sapore e odore inebriante. La mia lingua si faceva spazio tra le tue labbra inferiori e ti penetravo in profondità fino a tastare le pareti di quell’antro buio. Tu ti ponesti sotto di me e la tua bocca baciava ogni piccola parte della mia pelle e avvinghiandoti sul mio sesso, lo facevi tuo, baciandolo e ingoiandolo. La tua lingua correva su e giù, soffermandosi sul glande e premendo sul prepuzio per provarne la durezza. Suggevi quel liquido che usciva cercando di assaporarne al massimo l’agrodolce succo. Esplodevo dentro di te con una forza prorompente; un fiume tempestoso inondava la tua bocca e scendeva verso la gola; un fiume caldo e denso ti riempiva e tu cercavi di non perderne nemmeno una goccia, centellinando al massimo quel nettare per prolungarne il sapore. Mi seguivi con il fiato corto e i battiti accelerati e venivi accompagnata dalle contrazioni dei muscoli inguinali, premendo il mio viso con forza dentro di te. L’aria era piena dei nostri odori. Ah se potessi rinchiuderla in una boccetta per farla mia e poterla tastare ogni volta che viene il desiderio; come un elisir, per rimembrare quegli attimi travolgenti in cui la passione raggiunge il culmine fino al cielo. I nostri corpi ancora caldi e assetati l’uno dell’altro si cercavano e salita sopra di me ti penetravi con un movimento fulmineo da pantera. Scuotevi la testa e il corpo per provare maggiori emozioni: portavi le mani sopra il letto, dietro, inarcando la schiena e aumentare così la spinta penetrativa e la pressione del mio sesso dentro di te. Nemmeno l’arco del più potente Samurai si sarebbe arcuato e rimasto in tensione per tutto il tempo lunghissimo come hai fatto tu. Tutti i tuoi sensi e i tendini del tuo mirabile corpo erano tesi come l’arpa le cui corde vibrano in una sinfonia celestiale. Le ombre partecipavano a quell’amplesso e tremolanti presagivano l’arrivo di un’altra esplosione. I movimenti sincopati aumentavano sia in velocità sia in potenza; il fiato affannoso non nascondeva le grida di piacere che uscivano dalla tua bocca; grida prolungate e smorzate all’unisono con i colpi ricevuti e favoriti dai tuoi movimenti. I sensi esplodevano e tu ti buttasti con il viso sopra le mia spalla, affrancata da quei momenti interminabili di passione. Il ritmo del sangue rallentava e i nostri corpi esausti si accasciavano su quel materasso, testimone unico, grondanti di piacere ricevuto e dato. Le mie labbra carezzavano la tua figura massaggiandoti per continuare l’effetto e farlo scemare lentamente. Rimanevamo tutta la notte in quella camera pronti ad esaudire le voglie interiori di ognuno di noi. Al mattino un raggio di sole penetrava la persiana fino ai miei occhi e destatomi dal sonno mi giravo verso di te. Eri sparita così come eri apparsa, all’improvviso. Guardo la porta per conoscere il numero della stanza ma non ero in albergo; mi trovavo nella mia camera. Rimanevo a fissare quel raggio di sole che come una lama affilata aveva reciso quel filo che mi teneva aggrappato a quel sogno fantastico con te.
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