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Titolo: Profumo
Autore: J.Goldensword
Contatto:
Racconto n° 2202
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A farmi male sono bravissimo da me. Con i ricordi sono un’artista. Quelli più dolorosi spuntano quando sono più debole sotto forma di sorrisi, sguardi, carezze e sospiri di chi è uscito dalla mia vita. E mi trafiggono quando sono più debole. Inutile annegarli nell’alcool, il mio fegato è più veloce di me e sposta sempre il confine, la spiaggia, la battigia dove finisce la terra ferma del presente e incomincia il mare dei ricordi annegati.
Lavorare è facile, distrarmi, ore notturne passate in studio, davanti al computer o in sala di registrazione, ma se anche il destino mi gioca contro presentandosi dietro ad una telefonata, ad una voce che non sentivo da anni, allora è impossibile sfuggire ai ricordi e non farsi del male.
-Ciao… sono Elena, come stai? –
Anni che non la vedevo. Anche se non mi ero dimenticato di lei, come non mi ero dimenticato delle altre. Sul mio cuore faccio ferite di continuo che non si rimarginano mai del tutto.
Guidavo distratto. Cercavo di ricordarmi da quanto tempo non ci vedessimo, cosa facesse, se era sparita e basta o ero sparito io. Cercavo di ricordarmi cose da dire, da non dire, particolari della sua vita privata. Fra una precedenza e un semaforo cercavo di ricordarmi il suo profumo, ma niente. Lasciai perdere gli altri ricordi, volevo assolutamente ricordarmi il suo profumo, l’aroma della sua pelle, del suo corpo.
Bar davanti alla stazione, cielo incerto, luce timida. Tavolini all’aperto, le mie scarpe nuove che scricchiolavano sulle tavole di legno per terra mentre cercavo il suo volto.
Tavolino all’angolo, lunga coda di capelli neri. Poteva essere lei. Mi avvicinai sempre scricchiolando, al rallentatore.
- Ivan, Ivan, sono qui! –
Mi fermai un attimo prima e mi sentì chiamare da dietro. Lei era seduta da tutt’altra parte. La donna verso cui mi stavo dirigendo non si accorse nemmeno della mia erronea vicinanza.
Saluti, convenevoli, solite cose di cortesia che si chiedono ma di cui non si ascolta la risposta e all’improvviso lo sentii. Non sapevo se fosse la mia memoria olfattiva ad effetto ritardato o se fosse reale.
- Hai sempre lo stesso profumo. –
- Era molto che non lo mettevo, l’ho trovato per caso e me lo sono messo. –
Quell’aroma dolciastro sulla sua pelle risultava scuro, cupo.
Cominciai a ricordarmi di lei. Dei suoi sorrisi, delle serate passate in spiaggia a guardare le stelle e i suoi occhi cercando di capirne la differenza e il mistero.
- Cosa fai qui? –
- Sono di passaggio per lavoro, devo scrivere un articolo sulle città di mare prima della stagione estiva e… -
Era rimasta sempre lei. Era come se quei dieci anni non fossero trascorsi sulla sua pelle, sul suo viso. Gli occhi neri bruciavano ancora allo stesso modo su di me quando mi guardava.
- Lavoro per un giornale, mi occupo di turismo e viaggi. A volte anche di moda. –
I suoi occhi giocavano ancora al gatto e al topo con i miei e, come allora, i miei venivano sempre presi e ingoiati dentro le sue labbra, il suo viso, per non uscirne più.
- E tu cosa fai? Ancora il musicista? –
- Sì, oltre alla miriade di altre cose che faccio. Compongo colonne sonore per… -
Era lei, era sempre lei, con la sua lunga coda di capelli neri in cui amavo avvolgermi, le sue dita lunghe, le sue spalle larghe che ricoprivo di baci, le sue labbra perfette con solo un filo di rossetto. Ormai era inutile opporsi al mare di ricordi che affioravano, scoprii che l’effetto che mi faceva era lo stesso.
- Quanto ti fermi? –
- Un giorno, anzi dovrei trovare dove dormire. –
- Vuoi venire a casa mia? –
Mi scappò così dalle labbra, senza sapere perché l’avessi detto, incurante del male che potevo riprodurmi.
- Non so se… -
- Tranquilla, vivo ancora da solo. Se per te non è un problema… Mangiamo assieme? –


Il cameriere portò il primo. Cappelletti al ragù. Ruvidi e carichi di sugo. Lei li portava alla bocca lentamente e lentamente richiudeva le labbra, con decisione e violenza. I suoi occhi rapidi scorrevano dalle mie labbra al bicchiere sempre colmo di vino che aveva davanti, mentre parlavo degli anni che mi parevano trascorsi inutilmente senza di lei. Salsiccia, costolette, verdure grigliate, i suoi denti bianchi si intravedevano appena mentre mangiava, composta e sensualmente ordinata. La sua bocca azzannava, mordeva il cibo in modo composto e discreto come faceva con la mia anima, con il mio cuore anestetizzato dal vino che scendeva copioso.
-… Allora ho trovato questo lavoro, all’inizio era solo… -
Non ascoltavo fino in fondo le sue frasi, mi perdevo nel nero pece dei suoi occhi, nelle pieghe delle sue labbra, come ipnotizzato da ciò che era stato sotto la mia pelle e sopra il suo respiro.
-… Si i mie vivono ancora lì, ma non so per quanto ancora perché… -
Frasi di cui non ascoltavo molto, a parte il suono della sua voce. Frequenze sparse, molto cariche di sentimento e misurate una per una al millesimo. Ogni tanto qualcuna sforava e mi faceva assaporare gli attimi in cui dal suo cuore trapelava qualcosa, come dieci anni fa, qualche battito che batteva per me, inutilmente forse.
- No, grazie niente dolce… Tu? -
- No, grazie, magari un caffè. -
- Anche per me grazie. –
Le sue lunghe dita senza smalto sulle unghie sembravano cercare qualcosa da stringere, impazienti tamburellavano sul tavolo. Incrociavano le mie dita distrattamente, si aggrappavano a loro e poi si ritraevano come scottate dal ricordo della mia pelle. Anche se, dopo poco, sembrava piacerle il tiepido calore dei ricordi; e così, prima del caffè, ci trovammo con le dita incrociate, serrate come un ponte prolungato dai miei occhi sino ai suoi.
Distrattamente interrotti dal conto e dal caffè ci rivolgemmo a sguardi bassi verso l’uscita del ristorante.

La sua schiena ampia era solcata dalla nera cascata di capelli lisci che risaltavano sul bianco della camicetta. Alta, statuaria nella sua gonna nera e altezzosa nel passo, camminava sulle sue scarpe col tacco verso la porta di casa mia. Seguivo come un segugio imbambolato la scia di profumo e di bellezza che emanava sul vialetto verso casa mia.
La casa era in penombra.
- Allora di qua c’è la cucina, di là il bagno, lì il salotto, io dormirò sul divano, lì invece… -
Misi su un cd di tango.
Il giro turistico della casa durò poco. Cambiammo le lenzuola del letto e sistemai il divano letto per me.
Gin tonic.
- Devo andare in studio di registrazione per finire un lavoro, starò via due ore al massimo, tu fa pure come se fossi a casa tua.
- Va bene. –
Sorrise e sparì in bagno. Raccolsi le chiavi di casa e mi diressi verso la porta.
- Hei! -
Mi girai.
Lei era lì, leggermente inghiottita dalla penombra. Solo la sua metà destra fuggiva dal buio. Reggiseno nero, perizoma nero. Le sue spalle larghe e i suoi occhi da gatta mi intrappolavano sulla soglia della penombra, sulla soglia della porta, sulla soglia dei ricordi in istanti interminabili.
- Non ti piaccio più? - disse lei sorridendo ed allungando le sue braccia verso il mio collo.
La porta si chiuse dietro me con un rumore sordo, le nostre bocche si assaggiarono in silenzio.
Il suo mento, il suo collo, la sua pelle. La mia bocca conosceva ancora i percorsi del piacere, le rotte della passione su quel corpo. Sapevo ancora dove farla tremare, dove graffiarla, dove baciarla. In un attimo sentii l’odore del mare mischiarsi al suo profumo, la spiaggia dove facemmo l’amore la prima volta dieci anni prima era ancora lì, distillata dalla sua pelle scura, spinta nelle mie narici dal suo profumo. Le mie mani passarono sotto il reggiseno e trovarono i suoi seni piccoli e duri, le mie labbra li assaggiarono mentre il suo respiro si faceva più forte. Biancheria nera, l’avevo sempre vista solo con quella, e solo da quella avevo liberato i suoi seni, i suoi fianchi, il suo pube. Anche le sue mani sapevano ancora dove toccarmi, dove graffiarmi; sapevano ancora come e dove togliermi il respiro per poi ridarmelo subito dopo in un palmo di passione. Sfilai le mutande dopo aver assaggiato il sapore del mare sul suo interno cosce, seguii fino alla fonte la risacca del piacere che portava i flutti della sua passione. Sentivo il suo respiro portare la brezza marina, le sue mani tra i mie capelli indirizzare la mia bocca sopra di lei, dentro di lei. Le sue gambe lunghe posate sulle mie spalle mi bloccavano in profondità grondanti di piacere fino a che mi prese per i capelli staccandomi violentemente per tirarmi a se. Rapida onda salmastra risalì fino alla sua bocca mentre le sue mani indicavano alla mia passione la strada del desiderio. La baciai.
Diventai acqua salata, mare, onda che si muoveva sopra di lei, dentro di lei. E lei si aggrappava a me, alla mia schiena, intrecciando le gambe, piantando le unghie come una naufraga ad un salvagente. La sentii affondare nel piacere restando senza fiato, mentre il mare in tempesta ci travolgeva nella sua schiuma, entrambi senza respiro, saldati l’uno all’altra in un unico istante sulla spiaggia senz'aria.
Rimanemmo così a lungo. Abbracciati, uniti, l’uno attorno all’altra senza dire una parola. I nostri corpi immobili come a prolungarsi, completarsi a vicenda. Rimanemmo così ad ascoltare i nostri respiri che ritornavano normali pian piano. Ascoltando la pelle e i profumi del mare, della spiaggia, dei ricordi che se ne andavano.
In lontananza il mio telefono squillava.
- Forse ti cercano dallo studio di registrazione. –
- Credo di sì, ma fa lo stesso. –
Sorrisi.
Un altro telefono si unì al soliloquio del mio.
- Questo però è il tuo, sarà qualche uomo che ti cerca!? -
- Credo di sì, mi devo sposare fra un mese, ma fa lo stesso! -
Sorrise e mi baciò come se non avesse mai baciato prima.