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Nero di seppia...
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Titolo:
Nero di seppia... |
Autore:
Veleno dolce |
Contatto:
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Racconto
n° 2206 |
Altri
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Un risotto al nero di seppia pronto in tavola, quando hai suonato il campanello. Nero sulla pelle. Un bustino ricamato in velluto, jeans un po' strappati, senza scarpe, a piedi nudi sul parquet. A me piace cosi. Il tempo di aprire la porta e le nostre lingue si sono incrociate. Mi hai avvolta, con le tue braccia forti, lasciando la porta socchiusa hai spostato le tue labbra sulle mie spalle nude, illuminate dalle lucine natalizie dell'albero. Le tue mani strette sui fianchi morbidi sembrano eseguire un passo a due. Nella foga, delle labbra che si cercano. Indietreggio fino a quando mi adagi contro il muro, con estenuante lentezza; proteggi con il braccio la mia pelle nuda dal freddo del cemento, mentre mi nutro del tuo respiro affannoso. Mi hai rubato gli occhi. Tu mi guardi sempre negli occhi, ma non sei ancora riuscito a farmeli abbassare. E questo ti sprona, a indagare su di me, a cercare i miei punti deboli. “ Perverso...” penso. Mi hai slasciato i jeans, inginocchiandoti, senza lasciarmi. Trascinandomi nella profondità dei tuoi occhi verdi. “Scotti...” mi dici sorridendo, mentre infili le dita tra la stoffa e la pelle morbida, calda. Allungo le mani infilando le unghie smaltate tra i tuoi capelli lunghi e neri, setosi; li ho sciolti. Accompagno il tuo movimento verso il mio bacino. Le tue mani sul sedere mi trattengono un po' scostata dal muro, mentre coi denti ti sei fatto spazio sul mio sesso fremente. Avido e ingordo... Mi hai presa cosi. In piedi. Con i jeans abbassati. Il perizoma scostato. Adoro la tua lingua che mi assapora lentamente, con estrema dolcezza e fermezza, ma da bravo bastardo quale sei, quando mi senti fremere maggiormente, ti scolli da me, sorridendo del mio mugolio di dispiacere. Risali sul mio corpo baciandomi con passione, lasciandomi assaporare i miei umori dolciastri. Mi spingi ancora di più contro il muro. La mia gabbia. Slacci appena i nastri del bustino, quel tanto che ti basta per torturarmi i capezzoli con le dita e le labbra, mentre sento le gambe cedere e il sesso bagnarsi copiosamente, in mano tua. Mi sfili i jeans rivoltandomi con la faccia contro il muro. Ti gusti le natiche prosperose con morsi e baci giocando con le mie intimità a tuo piacimento. Gemo, sulle note di Wim Mertens in “ Cafe del Mar “. Come se mi stessi scopando sul pianoforte, mi metti le mani sul muro, e mi racchiudi nel piacere sfilandoti la maglia per sentire la mia pelle. Sbottonando i jeans e accarezzandomi costantemente mi tieni per i fianchi, e mi prendi, senza chiedere permesso. Sono i tuoi morsi a tenermi ferma, i palmi aperti su di me. Respiri e gemiti che rimbalzano contro il muro. Le mie mani che vorrebbero quasi attraversarlo. Le tue mani sulle mie mani, lucchetto della gabbia che mi hai costruito intorno. Colpi lenti... Duri... Pulsanti... Le tue dita su di me come il cacciatore di una preda, salde e pungenti. Ti lasci andare ai gemiti, al piacere che riesco a darti. Non ti sei mai trattenuto con me. Mi eccita terribilmente. Mi sento scivolare e mi trattieni... sento che cedo sotto i tuoi colpi armoniosi, e quando il mio orgasmo irrompe, a malapena mi tengo in piedi. Mi baci... La schiena... I fianchi... e so che finirai a modo tuo. Mi fai indietreggiare maggiormente, il mio corpo contro il tuo, il mio respiro che si blocca, le tue mani aperte sul mio fondo schiena che definisci “ bellissimo e morbido “. Cerchi il tuo finale perfetto punendo me per non essere tu capace di resistermi. Senza attendere ti appoggi e mi invadi, con poca fatica vista la mia eccitazione. “ Indecente...” me lo sussurri sempre. Ti sento pulsante come non mai, mentre allunghi le dita sul mio sesso; non vuoi perderti niente di me, come io non voglio di te. Assecondo i tuoi movimenti impertinenti e animaleschi trattenendo per me tutto il piacere che scaturisce dal nostro amplesso. Continuo a muovermi, tra i tuoi spasmi e le dita che mi stringono. Ti costringo a uscire da me per non farti morire nel tuo stesso orgasmo...
Alla prossima cena: il riso è ormai freddo.
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