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Le virtù di Mario
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Titolo:
Le virtù di Mario |
Autore:
Alouette |
Contatto:
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Racconto
n° 2210 |
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Ormai è un rito che subisco senza possibilità di ribellione. Ogni volta che mia madre, mia sorella, mia cugina o una qualunque mia amica incontra Mario, l’uomo che ho sposato tre anni fa, mi bisbigliano al momento del congedo frasi come: Quanto sei fortunata! Quanto ti invidio! Stai attenta, non lo perdere! Si d’accordo, Mario è bello, simpatico, generoso, sportivo. Mario ha un impiego che ci fornisce reddito e prestigio. Mario non fuma, non gioca, beve poco e sceglie sempre vini di eccellente qualità. Mario legge tutto ciò che è necessario leggere per esprimere un parere acuto e originale sui fatti del mondo. Mario conosce i migliori ristoranti d’Europa ed è in grado di ordinare i piatti più raffinati in francese, inglese, tedesco, spagnolo (e se la cava anche con il neerlandese). Mario è fedele ed affettuoso, non dimentica mai un compleanno, un anniversario, un onomastico e sa scegliere regali sempre adeguati alla circostanza. Mario mi dipinge le unghie delle mani e dei piedi scegliendo sempre lo smalto che si intoni armoniosamente con i vestiti e le calzature. Mario è puntuale fino all’ossessione. Ieri, per esempio, gli ho chiesto, mentre stavamo andando a casa di mia sorella che ci aveva invitati a cena, di passare per il centro. Volevo comprare un paio di sandali eleganti che avevo visto in una vetrina, e temevo che se avessi aspettato troppo tempo non li avrei più trovati. In via Mazzini posto per l’auto non ce n’era e Mario mi ha lasciata davanti al negozio per andare ad attendermi un centinaio di metri più avanti, in uno slargo. Proprio in quel momento passava sul marciapiede un collega, un tipo sfrontato e stravagante. - Anche tu a far spese? – mi dice. - Si anch’io – rispondo seccamente. - Beata te, che hai ancora qualche cosa da spendere alla fine del mese, io ho il conto asciutto da una settimana, vado avanti solo grazie alla carta di credito. Insomma, fra una battuta e l’altra riesce a farmi perdere un bel po’di tempo, mi offre un aperitivo, mi racconta la sua ultima avventura: invece dei venti minuti previsti impiego più di un’ora. Raggiungo Mario. Lo vedo preoccupato. - Scusami - balbetto - ho incontrato Claudio e ha cominciato a raccontarmi un mucchio di cose senza senso. - Sai che non mi piace arrivare in ritardo quando siamo invitati, e abbiamo ancora quasi un’ora di strada. Pare che di Claudio non gli importi proprio nulla. Ovviamente Mario guida benissimo e conosce strade e stradine che consentono di evitare code e ingorghi. Arriviamo puntuali. La serata è mortalmente noiosa, come sempre. Quando ci congediamo mia sorella mormora le solite dichiarazioni di invidia per me e di ammirazione per Mario. La nostra auto è grande, comoda e sicura. Il motore ronza tranquillo sulla strada del ritorno. Eccoci a casa. Mario si siede, come è sua abitudine, sul divano di pelle, nel comodo angolo formato dallo schienale e dal bracciolo sinistro. Mi fissa. Mi sento a disagio. Per allentare la tensione gli chiedo in modo scherzoso: - Che c’è, mi sono cresciute le antenne? Risponde seccamente. - Che cosa ti raccontava il tuo amico? - Non è mio amico, e comunque mi diceva delle stupidaggini. - Stupidaggini, ma sufficienti a farti chiacchierare per un’ora buona. Non so che cosa dire. Ha perfettamente ragione. E’ la prima volta da quando siamo sposati che si mostra geloso. Mi accorgo di ansimare lievemente: mi trovo su un terreno del tutto inesplorato. Cerco di rabbonirlo: - Scusami, mi sono comportata da vera sciocca, ma quello è talmente appiccicoso, non sono riuscita a scollarmelo di dosso. - Non sei riuscita perché non hai neanche provato. - Come fai a saperlo? - Quando tu vuoi qualche cosa la ottieni. - Va bene, non ci ho provato, e allora che cosa devo fare, devo suicidarmi? - Intanto smetti di fare la spiritosa. Mi siedo accanto a lui: è rigido, il suo sguardo è severo. Mi appoggio alla sua spalla: in questo momento la sua durezza mi attrae molto più dei suoi soliti atteggiamenti zuccherosi e tolleranti. Mi lascio scivolare lentamente sulle sue gambe, appoggio il viso sul bracciolo del divano, mi distendo a pancia in giù. - E allora, se pensi che la cosa sia così grave, puniscimi - mormoro. - E’ proprio quello che ho intenzione di fare. Il mio stomaco è pieno di farfalle che si agitano forsennatamente. La sua voce è seria come mai l’avevo sentita: - Abbassa le mutandine. Mi sollevo un poco, tremando, e la leggerissima gonna nera scivola facilmente verso le ginocchia, seguita dalle mutandine. Le mie natiche sono offerte. Un brivido mi coglie: pensa forse al frustino che usa al maneggio? No, per fortuna. La sua mano mi accarezza per qualche istante, poi si solleva. Un colpo secco, sonoro. Sussulto, più per l’emozione che per il dolore. Colpisce ancora, poi, dopo un attimo di esitazione, ancora, ancora. Una sensazione di calore sempre più bruciante si concentra sulle mie natiche. Gli sculaccioni, dapprima lenti e regolari, ora arrivano a raffiche. Per la prima volta da quando lo conosco Mario perde la sua freddezza, il suo autocontrollo; anch’io sono sconvolta, le lacrime mi gonfiano gli occhi, ma non oso lamentarmi, in fondo ho quello che merito. Adesso la sua mano accarezza il mio fondoschiena in fiamme, mi rivolta. Il suo volto si avvicina al mio: un bacio, un bacio violento appassionato, febbrile, delirante. In un attimo siamo nudi allacciati con la forza della passione. Mi penetra, il mio ventre lo accoglie urlando di piacere, come mai mi era accaduto. - Che cosa c’è non ti senti bene? - Eh, come? Oh, mi sono addormentata! Mi guardo intorno, cerco di orientarmi. Siamo quasi al casello della tangenziale. La voce di Mario è quella di sempre, serena e suadente: - Scusa se ti ho svegliata, ma ti stavi agitando, gemevi. - Si, si, stavo facendo un sogno, un sogno strano. - Saranno le fragole con la panna di tua sorella che si agitano nel tuo stomaco. - Già, saranno proprio le fragole con la panna; ti dispiacerebbe fermarti un attimo? - Allora stai male davvero. - No, no, passo dietro, mi distendo un attimo, sono stanchissima. - Hai ragione, tesoro, è stata una giornata davvero pesante Non sopporto di stare seduta accanto a lui, non sopporto il suo tono mieloso. Mi sdraio sul sedile posteriore e piango, piango silenziosamente.
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