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In punta di piedi
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Titolo:
In punta di piedi |
Autore:
Vera Ambra |
Contatto:
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Racconto
n° 223 |
Altri
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I Per breve tempo la rosa fiorisce: e quando è passata, non più la rosa troverà, ma solo la spina.
Nella garbata bohème c'è un gusto barbaramente eccentrico: confusione d'indumenti sparsi per casa, una sedia, due scarpe, una rosa appassita sul tavolo e due occhi sul muro. Due occhi sul muro: è tutto ciò che resta d'uno sbadiglio dispettoso. Due occhi che, dalla foto, dalla profondità d'una pudica attesa, guardano le mie possibilità perdute. Lo so, è stato importante ...molto. Ne sono convinta! Lo dico fra me, con una punta di tenerezza, quasi per consolarmi. È stato vero che, nell'universo sperduto dell'innocenza dei suoi due occhi bambini, ho scoperto un anelito che mi colpì come un pugno allo stomaco, lasciandomi senza fiato. Sono stati gli occhi o il suo sorriso? Raddolcisco il silenzio della coscienza e, con un forte senso di nostalgia, provo a galleggiare nella nebbia dei giorni perduti. Mi poso su un tenerissimo uragano: un rosso-spento. La sua rosa. Adesso appassita da troppo tempo! Era un delicato bocciolo prima di schiudersi nella bellezza perfetta. Oggi è solo una spina che guardandomi ferisce. Una rosa si preoccupa mai delle sue spine? Una rosa prima o poi si stanca d'insecchire. Si stanca ritrovandosi, nella dignità perduta, senza nemmeno una foglia. È proprio questo contrasto che mi fa rendere conto di come, nel lento immutabile, cambia la vita. Smetti di pensare! Non ho fretta di pensare. Tanto sono i pensieri gli schiavi redenti che, con la pelle sfregiata, passano in rassegna lo scorrere delle ore e marciano scalzi sul suolo dell'esistenza. Viva o morta. Cosa importa? Forse! Forse? Che viva o muoia cosa importa se neppure l'ombra ha un rifugio sicuro quando la notte comincia a scomparire e il giorno prolunga la sua durata? Vorrei tanto stordirmi con le mie stesse sensazioni e lasciarmi sorprendere poi dalle tempeste: allora spalanco bene gli occhi per non farmi cogliere dalla stanchezza e con gli stessi occhi, lo so, potrei di nuovo rivivere tutto. Sono i brevi momenti che rendono sopportabile la vita. Lo so bene questo! Tuttavia ci sono i fantasmi che ancora a piene boccate masticano la mia malinconia. A dire il vero, ci sono momenti in cui sono stanca di cucirmi addosso i vestiti che indosso come un magico toccasana e vorrei ritrovare quel coraggio di strappare la camicia di forza alle lacrime di coccodrillo e con vorace libidine sedermi davanti allo specchio, come una regina sul trono! Alla stessa maniera d'una volta quando, con i polmoni sporchi di fumo e le pupille dilatate, compilavo ogni sera l'inventario della maschera che mi dipingevo sulla faccia. Quelli sì che erano i giorni in cui, nel segno di una silenziosa consapevolezza, forse banale e priva di risultati, la meraviglia cresceva assieme all'abitudine di rientrare non prima che il fresco e sorgivo mattino battesse le sei (del giorno dopo). Una mano luciferina m'avvolgeva sicura e, unica abitante d'un paradiso d'ombra, a giudicare dal nero sotto il contorno dell'occhio, sembravo più un'aristocratica vampira che, tra gli sconosciuti, mordeva e avida succhiava tutto ciò che capitava a portata di mano. In fondo ero il guardiano del buio che custodiva le notti e le gustava in compagnia dei gatti sulle strade deserte ma, eroina costretta a mangiare pane farcito con ironia e banalità, ero una mela ghiotta, caduta e mai raccolta. Poi, per un importante giornale (quattro articoli al mese) confezionai su misura una forma di felicità, tuttavia un sogno disancorato (pericolosa nave che solca le profonde vie della mente) un giorno approdò nell'accogliente sala d'un teatro.
II Guardai l'orologio. La prima cosa che pensai: è tardi. Con troppe scuse avevo cercato d'evitare quell'incarico. Quando giunsi a teatro gli orchestrali già accordavano gli strumenti. Il pubblico a piccoli gruppi, cominciava ad occupare i posti in ordine sparso. Restare ferma e seduta mi stancava così, con lo sguardo annoiato, cominciai a scavare con gli occhi nella massa informe del sipario rosso-viola-dorato. Con il gomito sorreggevo la mano incollata tra mento e guancia. In quel momento d'attesa si visualizzò con prepotenza una faccia: il direttore del giornale dietro la sua scrivania. Era lui: dietro due paia d'occhialini macerati sulla fronte. Dietro la mia stanchezza e dietro la sua lampada lui parlava; e sbatteva le lunette bianche delle unghie sul tavolo. È poco piacevole trovarsi con le mandibole indurite e pronunciare comunque un sì per quel fuori programma. Adesso, davanti a una finestra d'apparente finzioni, era lì che tra poco mi sarei nutrita di musica e filosofia: musica per leccarmi le ferite e filosofia per raccogliere gli avanzi della libertà miseramente fallita. Musica o filosofia: medaglia con le stesse facce, come la mia, sveglia nella noia e consumata nelle ore in cui perfino le parole davano nausea. Musica o filosofia per i giorni in cui non avevo nemmeno la voglia d'alzarmi dal letto e per quei giorni in cui mi sforzavo d'afferrare anche un solo frammento di luce o l'anima d'un pensiero. L'oscurità della sala finalmente mise a tacere lo stillicidio blasfemo di pensieri che, come aghi piantati nella carne viva, ricamavano il cervello. Un lento e impercettibile cigolìo accompagnò l'apertura del sipario. Dalla penombra della scena s'alzò un coro come un canto di mille ninfe su un dolcissimo tramonto. L'ouverture cominciò a crescere fra gli allegri e chiassosi appelli lanciati da corde di violini e il tocco delicato delle loro note si spandeva come i colori gioiosi degli arcobaleni. Nell'attesa che il presagio onirico trasportasse i miei sensi dalla terra al cielo, la melodia iniziò a crescere sempre più velocemente per ridiscendere sempre più lentamente fino a formare un equilibrio di trance, di suspense. Iniziò a vibrare, tra le timbriche forti e inquietanti, il dramma dell'alienazione umana, esplosa all'improvviso sui volti denuncianti dei danzatori che, con concentrata spiritualità, lanciavano, con la loro danza, una sorta di provocazione e, nel frattempo, aprivano una porta nella creazione d'un tessuto di tragedia in cui man mano si sviluppava una trama. Una lucescenza. Sottile la sagoma apparve confusa tra i filamenti giallo-arancio d'un cielo innaturale. Era un verde baleno che s'accendeva tra intermittenze di stupore. Torcia vagante era la perfetta morbidezza del corpo che attraversava i coni di luce. Gli effluvi generosi dei colori piovevano dall'alto per illuminare quei suoi fragili polsi, delicati come pennelli nell'atto di dipingere una preziosa tela. Color di luna era la sua forma leggera dentro la scena. Era semplicemente un corpo che dentro l'anima si staccava con violenza dagli altri. Chi è costui? Mi domandai, lasciandomi condurre nel turbine della sua danza. Nella profondità dei suoni. Nel bianco latteo della sua pelle. Quella bianca colomba, avvolta nella millimetrica bellezza carnale d'un'aquila, era una minaccia vaporosa. Era un luminoso bolide di fuoco che bruciava. Era un rubino palpitante che, tra spirali di braccia e gambe, risaltava come il chiaro d'un lampo prima d'insabbiarsi fievole, quasi spaurito. Con un agguato, si piantò dritto in punta di piedi sul cuore. Se gli eventi della quotidianità sanno spogliare i sogni, sono i sogni stessi che spiccano il volo verso cieli più distanti dove le paure, le debolezze e le ambizioni si proiettano verso dimensioni nuove. E sono gli stessi sogni che s'incamminano nella vita con la realtà della illusione e, con la stessa illusione, una forza interiore comincia a testimoniare l'esistenza di una vitalità che nasce da una ricchezza che non sapevo possedere. Con la malefica mistura d'uno sconosciuto danzatore, le mie ceneri presero il volo con una nuova fenice. E fu un volo liberatorio, come la curva perfetta della punta dei suoi piedi, e fu una traiettoria che percorse un mondo parallelo prima che un presagio errante pronosticasse il baleno, congiunto nella mente creatrice del dio che perpetua, con il suo ininterrotto spettacolo, tutti i segreti della vita e della morte. Frusciante, lui inghiottiva perle di luce per nasconderle nel fascio di carne compressa e lucente più d'un cavallo in corsa e coi muscoli, modellati dallo sforzo, tagliava l'aria. Accattivante lui fluttuava tra le buie fessure dei colori mentre, delicati e blasfemi, i suoi due piccoli solchi sull'addome erano forti e leggeri come un cataclisma che ricalca e stravolge il ritmo delle stagioni. Quieto s'annidava convulso e palpitava come un orgasmo il profilo inarcato del suo pube. Prominente. Officiante. Denudato sotto il nylon che vestendolo lo spogliava. Lo evidenziava come un bacio proteso su una bocca che aspetta: Così bello. Così nudo. Così felino nell'affronto delicato d'una foglia mossa. Lui: demonio che tentava d'allettarmi con traviate speranze. Lui: mostro racchiuso tra forme delicate e femminee. Lui: un eroe che dalla scena fecondava i miei sogni e li alimentava con gesti machiavellicamente contratti da ogni suo muscolo, intagliato sul corpo. Troppo rossa era la fiamma appesa sul filo dei miei sensi e, nell'incendio sibilante dei pori, a furia di guardarlo diventai un petalo accartocciato al crepuscolo.
III Mi preparai per l'intervista e, come fossi ombra che si guadagna la luce, l'eccitazione moltiplicava vertigini e fantasie, mentre la parte fredda e razionale del cervello non notava quanto fosse primitivo, da parte mia, provare una simile tensione. Nell'ampiezza d'uno stretto e caldo spazio indugiai un attimo nel fissarlo tra il fermento di conversazioni fatte da tante voci. Qualche sforzo per captare il senso delle discussioni mentre cercavo qualcosa nelle tasche, una penna forse per scrivere. - Vuoi un autografo? chiese sorridendomi. - No. Un'intervista per il mio giornale...! - risposi. - Hai fretta? - domandò. - No - risposi fredda e più sfavillante d'una bolla di sapone. Osservandolo senza battere ciglio, di fronte alla sua sfrontatezza, mi liberai dal peso dell'impatto e stesi le labbra in una smorfia. La sua fronte s'abbassò di colpo, cercando di guardare il quadrante dell'orologio. Un lampo improvviso attraversò, di certo, la sua testa. - Che ne diresti d'iniziare la nostra conversazione davanti a qualcosa da mangiare? - Chiese. - Sì, - risposi. Con lentezza mi ritrovai a giocare con il bicchiere che tenevo in mano. Fissavo il liquido che galleggiava e di tanto in tanto alzavo la fronte per guardarlo in faccia. L'ascoltavo soltanto e, quasi in stato letargico, mi sforzavo di mettere a tacere l'agitazione che si scatenava. Se per ogni cosa c'è una ragione: una ragione doveva pur esserci perché l'avessi incontrato e, a meno che non mi fossi presa in giro, volevo rendermi conto d'aver incontrato una creatura davvero speciale. All'improvviso si liberò dalle catene il sognatore dei miei sogni. Si spolverò da dentro il petto per assaporare, tutto in una volta, la capacità d'abbracciare con un solo sguardo il mondo. Erano quelle sue pupille, distese sul volto come colline, a non rendersi conto che avrebbero fatto di me ciò che volevano. Oltre le nuvole c'è l'azzurro ma, dentro il bianco marmoreo anche le statue esprimono la loro vita. Non credevo che anche le statue avessero vita ma, oltre la limpida luce, ogni cosa giaceva nella sua placida quiete, come le preghiere delle mie sigarette che salivano sinuose tra le pieghe delle palpebre. Lo guardavo con desiderio. «Ti piace!» dissero, con un inconfondibile incanto, i messaggeri della mia anima, raccontando d'una donna stanca d'essere infelice. Trovarsi faccia a faccia su una terra di ghiaccio prima che diventa acqua è un'insostenibile natura contro cui non si può sfuggire, ma la speranza è un fuoco che aspetta d'arrossire se un alito di vento dà speranza alla fiamma di mostrarsi. Il fuoco non guarda mai in faccia nessuno e solo a piene mani brucia ciò che vuole. Anche la cenere gioisce per un attimo quando nasce dalla scintilla! Confusa, abbandonai quel pensiero. Tutto il profumo della sua gioventù giungeva stuzzicandomi. Non s'era zittito un solo attimo e parlava con un tale impeto da escludermi dalla conversazione. Ancora una volta, la paura mi tentava. - Facciamo due passi - disse - ho voglia di sentire la terra sotto i piedi e di respirare aria. Aria pulita, dono prezioso di quel dio mai incontrato. Quel sommo architetto, inventore d'ogni spazio libero e d'immense e microscopiche prigioni in cui si racchiudono gli indecifrabili messaggi della mente. Camminare disinvolti e tenendoci per mano parlavamo di cose senza importanza. Cosa m'importava di chi o di che cosa in quel momento che sentivo stretta la mano nella sua mano. Girando la testa, lo guardavo. ...Ti voglio accarezzare, sentire, vedere. Non t'allontanare.
IV Un fiore e non un fiore di nebbia e non di nebbia a mezzanotte è venuto all'alba è andato via Venuto come un sogno di primavera che presto svanisce Andato come le nubi del mattino che non hanno dimora Baj Juyi
Ridevamo come bambini. Il vento spazzava gli ultimi boccoli di nuvole e la luna si mostrava pallida come una lanterna giapponese. La nostra passeggiata finì sul pianerottolo di casa. Niente più freddo per le speranze nascoste che attendevano un futuro fin dall'età delle fate. Lasciai andare la mano per salire di corsa i gradini quando nel cuore spuntarono tanti fiori, col tono caldo d'un rosso antico. Entrammo. Adesso ne ero certa, con lui non sarei stata più la stessa. Dove sono? Chi sono?
La violenza dei minuti batteva lentissima il disordine con stupidi avvenimenti, quelli remoti erano diventati inaccessibili e dignitosi come una sfinge. I vestiti buttati per terra. La piccola lampada accesa. Congiura la mano che l'accarezzava. Pesava tra noi il silenzio. Un silenzio assoluto, talmente vivo che aveva persino inghiottito i nostri pensieri. Come fossi goccia, sul fuoco delle labbra mi dissolvevo. Non doveva torturarmi così. Una volta non ero temprata dai giorni che tiravano le somme dai fogli strappati dal calendario o dal tempo che da solo s'ammalava: un tempo malato somiglia più a un fiore appassito ma, quando ci si trova nel nulla d'una passione morente, si è già nel regno dell'eutanasia. E non è forse un bene tagliare il cuore che poggia sulla carne? Una donna già nasce con i conflitti dentro l'anima come un animale nasce con l'istinto di cacciare per sopravvivere. - Sei bellissima. - Disse stringendomi forte. Una ciocca di capelli solleticò il viso. S'abbassò dinanzi. Le mani giù, sotto la sottana e, con un rapido gesto, mise giù le mutandine. - Che ti prende? Smetti ti prego. - Non parlare. Non dire nulla. Com'era dolce per l'aquila, già vittima della sua preda, trovarsi con i piedi sollevati da terra e allungare le mani intorno al collo. Spogliarsi in fretta. Corpo contro corpo: corpo dentro il corpo e cento timidi occhi pronti a regalare torture. E noi a scrutare il segno d'un'ora. Ora nudi nel pulsare del sangue. Ora calmi e improvvisamente vicini, ansimanti. Ora l'uno nell'altra. Ora ipocriti come farisei. Ora astuti come pirati. Ora l'uno dentro l'altra. e pericolosa, strisciante, la piccola belva. piacevole. molto, la piccola belva conquistò la tana! Non più respiri ma aerei riflessi nelle tremolanti carcasse. Estasianti cattedrali sofferenti nella gioia. Spavaldi e fieri. Illusi e disillusi. Decisi e cinici. Qual è la follia che parla al cuore? Qual è la lingua che parla al pensiero? Di sicuro è sempre la bufera che arricchisce la tempesta e l'insurrezione della mia noia cessò con la sua presenza. L'ordine che immobilizzava le pareti fu dimenticato. Scarpette, mezze punte, calzamaglie e mozziconi di sigarette galleggiavano tra i bicchieri e i piatti, ammucchiati in cucina, aumentavano a vista d'occhio. La sua bocca era una ferita dipinta sul volto e ogni suo abbraccio una sentenza, una condanna. La felicità, si sa, è sempre stata nemica della vita, ma lui, un sole a spicchi, splendeva sfolgorante. Distruggeva: preferivo raccogliere i cocci. Guizzava, e pieno di vita esercitava un diabolico richiamo dei miei sensi. In fondo avevo permesso che tutta la sua gioventù seducesse me, vecchia volpe, ma più frenetica d'un filo di erba viva, più verde d'un azzurro, più gialla d'una rosa, m'innamorai d'un fascio di luce. M'adattavo a lui come una figura allo specchio per ritrovarmi nella terra di latte e miele: latte per saziare il mio cucciolo e miele per farne ambrosia. Con la mia infantile geometria tributavo gli onori al caotico, bugiardo e ladro Mercurio, nelle nostre sere trascorse a chiacchierare tranquilli, senza affrontare nessun argomento, mentre le ore filtravano tra l'allucinazione creativa d'una passione che a peso morto lasciava che ogni sfumatura si ravvivasse nel cielo intriso di luna.
V Una sera fatta di rosa e mistico azzurro ci scambieremo un unico lampo, come un lungo singhiozzo carico d'addii. Charles Baudelaire
Solo il silenzioso approdo delle gelide e piccole stelle, senza fretta, aprivano le porte delle nostre illecite notti e con la loro luce tracciavano i nostri sguardi senza uditorio. E noi sulla irragionevolezza dormivamo, aspettando che al mattino l'aria sorridesse, colorandoci. Quella meravigliosa spruzzata di vitalità in me era nata come luminosa fosforescenza. Una spirale che scatenandosi m'avvolgeva nel suo mondo bellicoso e dipinto di musica. Imparammo a racchiudere i nostri corpi tra il disordine della casa. Tra le magliette. Tra le calze e le creme che spalmavo con facilità, quando ritornava coi muscoli delle braccia e delle gambe a pezzi. Era la fragranza che emanava il suo corpo a diventare adrenalina per la mia impazienza e nel bisogno di qualcuno che si occupasse di lui, o forse nel desiderio di proteggerlo, mi munivo di balsami ed olii per avvolgerlo nella necessità d'una tranquillità felice. (Slacciati la cintura). (Togliti il vestito). L'ubiquità del desiderio, sobillato a goccia a goccia, con le mani sulla pelle, era un preludio per quel fisico bello come quello d'una donna, più seducente d'una puttana. Nulla contava. Era mio! Lo sentivo cadere come un sasso mentre frugavo nella sua cenere spenta e sottile una favilla incendiava i sensi. Con la danza tribale delle pupille distese, graffianti, sperdute nella mappa della sua giovinezza, giravo, attorno a quel nero nido di riccioli morbidi. Giravo. Giravo. Sgusciavo in punta di dita per suonare ogni tasto di quella pelle pagliaccia, pigra, torpida, sincopata e, solitario, all'improvviso il vento si elevava alto per dare fiato alle trombe. L'inferno esplodeva, vivificante, devastante e come un diavolo m'invitava a quel banchetto di grazia infida e servile intorno alle sue cosce. Addentavo quel pane al ritmo incalzante dei fianchi che sentivo sanguinare e trascinarmi sul palpito incessante delle sensazioni che coglievano di sorpresa come ladri nella notte. Denudavo le unghie per segnargli il petto e aspettavo che scoppiasse un temporale benefico di gocce di madreperla. Il rosso sole ogni mattina si distaccava a palla dall'orizzonte. Ero ubriaca di pace e non più estranea al mondo. Di questo sogno luminoso c'era una sola consapevolezza: smettere di essere straniera nella terra che mi apparteneva. Ignorando l'ossessione del passato che s'agitava come un bimbo contento, volevo soltanto vivere senza timore di pensare. Cosa importava ormai? Possedevo il suo candore, il sapore della sua ingenuità, il suo donarsi senza imporsi: una realtà sino ad allora negatami. Ero pazza o innocente? Nemici diventarono quei giorni che nella mischia si susseguirono senza pensare al passato, né al futuro né a lui, mercante di specchi, che stravolse ogni attimo per lasciarmi alle spalle la vita. Nuda. Spersa. Persa. Dispersa. Sospesa nel fluttuante dominio dei sensi, barcollante come il primo palpito d'un cucciolo appena uscito fuori dal ventre della madre. non faceva più parte di me.
Tratto dal Racconto In Punta di Piedi di Vera Ambra - Ed. Alethéia, 1998
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