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Nell'ombra
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Titolo: Nell'ombra
Autore: Crissy
Contatto:
Racconto n° 225
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Nell'ombra spessa di una camera silenziosa un filo di luce,debole e tremolante. Sul letto le lenzuola leggermente sgualcite coprivano appena il corpo rannicchiato di una giovane donna.
Di nuovo quella luce. Le tempie avevano finito di pulsare accompagnando i battiti furiosi del cuore, ma gli occhi non potevano accettare ancora quel contatto col mondo esterno.
Quanto tempo aveva dormito? Quanti giorni, ore o solo minuti erano passati? Come era arrivata a casa? In macchina probabilmente, ma poteva solo supporlo. Dopo quegli istanti nitidi la sua mente si disperdeva in una nebbia fitta, senza memoria.
-Sono stata proprio io?Proprio a me è successo?Come è potuto accadere? Forse, forse avrei dovuto....- Il pensiero tornava di continuo sui suoi passi e ingigantiva di momento in momento. Aveva cercato sollievo nel sonno, ma i sogni sono un popolo che non conosce menzogna, mentre nel ricordo, accanto al dolore, si presentava il sapore agrodolce di emozioni piacevolmente colpevoli.
Aprì gli occhi e con uno sforzo si fece scivolare giù dal letto cercando il piccolo bagno.
La luce al neon si rivelò al primo istante dolorosa come una ferita, ma poi lo specchio le restituì la sua immagine.
Si guardò a lungo come se si volesse scoprire, si cercasse diversa da quello che credeva di essere. Ma lo specchio rifletteva sempre la stessa immagine. Il volto di una giovane donna dai lineamenti aggraziati, a tratti dolci, come nella curva leggera degli zigomi, eppure severi ed enigmatici, come nel taglio quasi orientale degli occhi profondi ed intensi.

Il cielo grigio piangeva minute goccioline, mentre l'umidità accumulata negli ultimi giorni di un'estate stanca, dava già odor di muschio all'erba sotto gli alberi.
I ricordi dei giochi estivi parevano dileguarsi con la stessa rapidità con cui s'infittivano le nebbie nelle prime ore del mattino, trasformando quelle albe settembrine in paesaggi sospesi. Il ghiaino umido quasi non stridette quando Silvia parcheggiò quel pomeriggio.
Mille e mille erano state le volte che aveva varcato la soglia di quell'edificio basso, dalle pareti ingrigite che le si ergeva di fronte, ma in quell'atmosfera un po' triste si fermò a contemplarlo. Il gioco generoso del caso l'aveva condotta lì offrendole quell'inaspettata fortuna.
Entrò lasciando che i suoi passi riecheggiassero nel corridoio vuoto e debolmente illuminato. Eccola la porta di legno pesante, e su di essa la targhetta in ottone "Redazione".
Lavorare in un giornale: il sogno e la sfida di una giovane intraprendente.
Ventiquattro anni, tanto entusiasmo e nessuna esperienza: questa la Silvia che aveva bussato timidamente alle porte dei giornali locali. Qualche risposta vaga, aleatorie promesse e nessun appoggio da parte della famiglia, erano stati gli unici risultati di quella ricerca. Almeno fino a quell'incontro avvenuto banalmente e con una persona apparentemente qualunque. Un ragazzo come lei, solo con una buona stella più sollecita della sua, l'aveva incrociata e, seguendo un istinto poco meno che irrazionale, aveva solleticato per lei la curiosità del direttore di uno di quei pochi giornali che non le aveva ancora sbarrato il cammino.
Si trattava di un giovane gentile ed invadente, già conosciuto in quegli ambienti dove la presenza di un giornalista pende nell'aria come una spada di Damocle, e si era rivelato un buon mezzo per imparare in fretta i trucchi del mestiere. E Silvia possedeva oltre ad una mente acuta e un'intelligenza vigile, anche il raro dono d'ispirare immediata fiducia nelle persone con cui veniva a contatto.
L'intraprendenza di lui e la tenacia diffidente di lei avevano dato vita ad una coppia vivace, che più di una volta era riuscita a sollevare il marcio di affari non del tutto trasparenti, guadagnandosi i titoloni di prima pagina e il risentimento di metà delle Amministrazioni Comunali.
Ma la vita ha le sue ombre ed accanto alla Silvia forte e sorridente viveva una ragazza delicata e dolce, troppo presto disillusa dal fallimento di un amore inesistente.
Erano stati mesi lunghi, difficili, senza tregua, in attesa di decidere quella crudele eppure necessaria separazione.
Aveva pianto fino allo sfinimento, ma qualcuno le aveva detto che era troppo bella per restare sola. Ed aveva avuto ragione. Pochi mesi dopo la rottura, un altro principe azzurro aveva bussato col suo cavallo bianco alla porta del castello, e con se aveva portato in dono un amore sereno ed appagante.
Senza nascondere un sorrisetto orgoglioso sfilò dalla borsetta un mazzo di chiavi. Quella chiave sarebbe entrata in quella serratura e quella porta si sarebbe aperta. A possedere il mezzo per accedere a quell'ufficio e la possibilità di avere la più completa libertà di movimento all'interno di quel magico mondo di files e cumuli di carta, erano solo in tre: il direttore, Federico e lei.
La serratura faceva resistenza. Che Federico fosse già lì? Il cuore le balzò in petto. Aspettava i suoi appunti, non lui.
Una voce inconfondibile, calda e sempre venata d'ironia, disse: -Vieni.-
Silvia entrò. Tutto era come l'aveva lasciato il venerdì precedente. Il tavolo grande e chiaro, le sedie ordinatamente disposte in circolo attorno ad esso, e sulle scrivanie i computer che mostravano, in un allegro gioco ad incastro, i grossi pannelli pieni di spine e spinotti.
-Che ci fai qui?-
-Quello che fai tu. Lavoro signorina.- Sorrideva. Pareva davvero felice di vederla.
Silvia lo fissò. Il viso abbronzato metteva in risalto gli occhi color dell'ebano che lei aveva sovente paragonato a quelli profondi e tristi di un cerbiatto. Intensi, ombrati sempre da un velo di malinconia che li faceva brillare di una luce liquida e sfuggente. Eppure capaci di accendersi di inquietante passione quando qualcosa o qualcuno risvegliava la sua curiosità. Era uno sguardo intrigante, in cui sensualità e mistero si confondevano senza sbavature. E poi quel sorriso triste, e dietro, un'amarezza così a lungo trattenuta da essere nera ed infinita come una notte polare.
-Sei riuscito ad avere quei tabulati?-
-Sì,eccoli. Ci sono delle cifre interessanti.- Si trattava di un plico semi-gigantesco di fogli pieni zeppi di cifre, alcune delle quali già evidenziate in giallo. Ammanchi non ben documentati nella gestione del bilancio comunale. Un bocconcino che poteva rivelarsi appetitoso per la penna pungente di Silvia.
Federico la guardava mentre le sue mani sottili sfioravano i fogli nell'atto di girarli, ed i suoi occhi s'incupivano nello sforzo della riflessione. In quel momento provava uno strano senso di sollievo.
-Non ha perso la sua magia.- pensava. E più le parole riecheggiavano nella mente più si rendeva conto che solo di una specie di magia poteva trattarsi. Una ragazza bella eppure semplice, brillante e non per questo immodesta, grintosa ed insieme dolcissima. Il suo sorriso aperto, il dono raro di saper ascoltare senza giudicare, quel buon umore che sapeva accettare glorie e crolli, l'avevano trasformata ai suoi occhi in una specie di donna ideale, ma soprattutto in una confidente insostituibile. Il vero prodigio però era un altro: l'averlo convinto, senza fare nulla perchè le fossero concesse le sue simpatie, a rivelarle i sentimenti più profondi, le piccole, grandi pene che si era allenato a nascondere così bene ricoprendole con una corazza di cinismo. Lunghi dialoghi spesso sfociati in monologhi in cui lui si confessava lasciandosi andare ai sentimenti, dimenticando riserve e timori mentre si facevano compagnia nei bar, nelle vie della città, nelle pizzerie semi-deserte.
Silvia si sedette sul bordo del tavolo: non sopportava quello sguardo su di lei. Gli era più vicina ora, ma era stato così tante altre volte...
Tante volte lui l'aveva avuta accanto, l'aveva toccata con una carezza amichevole e lei aveva lasciato che le guardasse la pelle chiara delle gambe lasciate scoperte dalla gonna corta...
Se avesse voltato gli occhi scostandoli da quei fogli enigmatici sapeva che avrebbe incontrato lo sguardo di lui, e probabilmente sarebbe stato uno di quei momenti in cui il silenzio pareva unirli in un dialogo profondo, dove il solo guardarsi costituiva un discorso che nessun altro poteva intendere. Ma oggi quei momenti così spesso sperimentati parevano assumere uno spessore diverso. Forse era la pioggia che cadeva battendo sui vetri, il vento che filtrava da sotto la porta, l'atmosfera umida che invitava a cercare il calore. Guardò fuori dalla finestra rigata di pioggia.
-Allora che ne dici?-
-Ci sono delle cifre decisamente interessanti. Ci vorrà un po' di tempo per poter scrivere un bel pezzo, però promette bene.- Lasciò cadere il plico sulla scrivania e mentre si alzava alcuni fogli scivolarono a terra.
Federico li raccolse sporgendosi dalla poltrona mentre Silvia arretrò di qualche passo.
-Sempre la solita pasticciona.- la schernì mentre lei ricambiava con un sorriso.
-Dovrò fare un lungo giro di telefonate.-
-Per quando posso aspettarmi un pezzo come solo tu lo sai fare?- Le piaceva lusingarla.
-C'è parecchio da lavorare, penso due, forse anche tre settimane se vogliamo fare le cose per bene.-
-No, tesoro. Ho bisogno di te prima.-
Silvia lo guardò. Strano modo per invitarla a preparare un articolo in tempi brevi.
-Se mi dai una mano forse possiamo sbrigarci con un po' di anticipo, ma comunque non prima di dieci o dodici giorni. Non voglio correre rischi. Quando si parla di soldi non si scherza.-
Sapeva che, faticando un po' di più, avrebbe potuto rispettare quel termine anche senza il suo aiuto, ma se lui avesse accettato, forse avrebbe potuto sperare di rivivere la piacevolezza di quelle sere invernali quando, davanti a due tazze di caffè fumante, passavano ore ed ore a discutere di lavoro e di sentimenti.
Erano atmosfere calme, rilassanti, in cui tutti i dubbi, i cattivi ricordi delle esperienze passate, le paure e il senso di inadeguatezza alle situazioni sembravano scivolare e perdersi nella forza di quel presente che sapeva invadere, riempire il cuore e la mente. Si era sentita per così tanto tempo sotto esame da faticare a capacitarsi di essere finalmente riuscita a conquistare un posto di tutto rispetto dove i suoi sforzi potevano venire accettati e premiati senza attese troppo angosciose. Un posto dove potersi realizzare liberandosi da quel paralizzante senso di incapacità, e sperare di aver trovato persone disposte a concederle la loro stima. Ora certamente non era più sola, ma quelle serate avevano un'intimità, una complicità molto diversa. Una serenità che a volte le era mancata.
Federico sorrise cercando di trattenere l'impazienza di accettare quella proposta. La sua mente già correva ai ricordi; la cucina calda ed accogliente, il tavolo ingombro di carte disordinate, il caffè fumante ed aromatico, la mano di lei che correva veloce sul foglio per prendere gli appunti necessari mentre con lo sguardo lo fissava per smentirlo o per assecondarlo. Quella collaborazione significava altre ore da passare insieme, dove poter godere anche di quel colpevole piacere di sapere che, in quello stesso istante, qualcun altro la desiderava. E lei invece era lì, con lui.
-Adesso devo andare. Fammi sapere qualcosa.- Alzandosi gli aveva voltato le spalle e si accorse del suo movimento solo quando sentì la mano di lui stringersi attorno alle dita sottili. Sapeva già cosa aspettarsi. L'avrebbe trattenuta per un po' canzonandola come al solito, l'avrebbe stuzzicata fino a farle perdere per un attimo la pazienza e poi l'avrebbe salutata.
Federico si era alzato, ed ora la stringeva nello spazio angusto tra lui e la scrivania. Silvia sentì la paura scorrerle nel sangue ed insinuarsi sotto la pelle mentre il cuore accelerava i suoi battiti. Perchè quel contatto la spaventava così? Perchè adesso quel respiro contro il suo le faceva sudare le palme tormentandole le tempie con il martellare del sangue? Non c'era motivo di temere nulla, si era sempre fidata di Federico. E anche di se stessa.
-Devi proprio andartene ora?- La sua voce era bassa, profonda, lo sguardo fisso in lei.
Silvia si sentì stordita, incapace di riconoscersi. Cos'era quel piacere leggero che le vibrava nel cuore, che le provocava una sensazione di brivido quando tentava di muoversi per liberarsi da quel delicato assedio? E perchè non si muoveva? Non voleva muoversi?
-Non mi crederai, lo so, ma mi sei mancata in questi mesi.-
-Pensavo avessi altro per la mente.- Tagliente e crudele, una maschera che copriva benissimo la sua complicità colpevole di quel momento.
Federico la guardava negli occhi, la sentiva tremare, avrebbe voluto lasciarla libera, era tutto inutile, lo sapeva. Lei non l'avrebbe mai assecondato, era chiaro. Non era fuggita perchè si fidava di lui. Ecco tutto.
-Molte altre cose, ma tu sei la mia spina.- La guardava con quello sguardo intenso, vellutato, era come vedere la notte che con la sua malia ti strega solleticando gli anfratti più profondi del desiderio.
No. Silvia non poteva. Doveva andarsene. In fretta.
-Federico, io...Non posso restare.-
-Lo so. Ma vorrei tanto che almeno una volta mi portassi con te nell'incontro con lui.-
Silvia trasalì e, seguendo l'impulso di una rabbia mista a voluttà, lo strinse a se, piantando le unghie nei suoi fianchi.
Voleva che lei conservasse il suo ricordo quando il sapore dell'amore fosse tornato alle sue labbra? Ma quante volte lei aveva sceso le scale di casa aspettando quell'incontro per portare in esso l'intrigante freschezza di una femminilità provocante che lui era stato capace di risvegliare con il brivido di un solo gesto, di una sola parola? Era come attingere da una fonte lontana per rinnovare l'acqua del proprio mare. Era come aggiungere quella pennellata di blu che dà la profondità al cielo in un acquarello. Una scossa che rianimava la fiammella quasi languente di una passione troppo spesso affondata nella normalità. E adesso lui le diceva una cosa simile. L'avrebbe preso a schiaffi.
-Cosa vuoi che ti dimostri?- aggredirlo, forse era l'unica via di fuga.
-Niente, Silvia. Niente.- Parole semplici, pronunciate come una carezza confortante, una debolezza dolcissima, con lo sguardo sempre velato dalla tristezza, da quella luce che ora aveva nuovamente l'intensità delle lacrime.
La stringeva ora e lei sentiva imperioso il bisogno di abbandonarsi fra le sue braccia, sentirlo vicino, sentirlo egoisticamente suo, almeno per una volta. Una volta sola.
Il buio di una sera giunta troppo in fretta, avvolgeva adesso quasi tutta la stanza e immersi nell'oscurità della sera che calava potevano sentire i loro respiri mescolarsi, i loro cuori rispondersi e le loro mani cercarsi.
Federico le carezzò il viso, lasciò scivolare la mano lungo la curva del collo, scese nella scollatura, cercò le sue labbra, le morse senza violenza, si tuffò nei suoi seni e lei non si oppose. Prima timidamente e via via crescendo, la passione di Federico la invase senza lasciarle via di scampo. Pregò che qualcosa interrompesse quel momento, il telefono squillasse, lei non poteva abbandonarsi, non era giusto, non era accettabile. No, no,... Il suo profumo, le sue mani, le sue labbra, la forza di quel desiderio erano il fuoco che le esplodeva dentro. Non avrebbe dovuto, ma lo desiderava. Sì, lo aspettava. Lo aspettava quel momento con tutte le sue forze e quando sentì sulla pelle il freddo della nudità e il bruciare del corpo di lui, guizzante di passione,r uppe ogni catena e lasciò che la follia di quel bisogno si trasformasse in un assalto di semplice ed inebriante piacere. Il mondo non esisteva più.
Un raggio di luce pallida, piovuto nell'oscurità, colpì un oggetto piccolo. Un fugace riflesso d'oro illuminò il buio, poi sparì nell'ombra di un desiderio pronto alla soddisfazione.