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Agrodolce ebrezza del possesso
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Titolo: Agrodolce ebrezza del possesso
Autore: DanzaSulMioPetto
Contatto:
Racconto n° 2277
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Quegli occhi, quel suo modo di guardarmi insinuandosi nei recessi più oscuri della mia mente come se mi conoscesse da sempre e sapesse meglio di me quali fossero i miei desideri.
Era come se si fosse trascinato lungo ogni singolo giorno della sua esistenza con l’unico scopo di potersi trovare lì, in quel preciso istante, davanti a me.
Fui sedotta dal suo strano fascino e lo assunsi subito come segretario alle mie dipendenze senza neanche leggere il suo curriculum e senza ascoltare nulla di quanto disse durante il colloquio.
Ascoltavo il suono caldo della sua voce senza poter carpire le sue parole, irretita dal suo sguardo avvolgente che continuò ad ossessionarmi anche dopo che lo ebbi congedato.
Una strana sensazione bruciava esplodendo nel mio ventre quando lo vedevo e strane voglie mi assalivano impedendomi di resistere al suo oscuro richiamo che echeggiava sommessamente dentro me.
Era molto alto e, nonostante i tacchi delle mie scarpe, dovevo sollevare il capo per guardarlo in volto quando mi era accanto. Eppure la sua statura sembrava ridursi ogni qualvolta incrociavo il suo sguardo adorante e lo sentivo chino ai miei piedi, fragile e inerme in balia del mio potere.
Ogni giorno sentivo quel mio desiderio crescere e rafforzarsi nella quasi consapevolezza che anche lui provasse quelle stesse sensazioni.
Sentivo ogni volta i miei piedi fremere e sudare nel piacere del suo sguardo ardente e colmo di passione, e solo per questo lo convocavo più volte al giorno nel mio ufficio.
Volevo possedere la sua mente e il suo corpo tenendolo premuto sotto i miei piedi, non c’era altro pensiero in me che non fosse proteso verso quest’unico desiderio ed anche il mio lavoro ne risentiva, così come le notti insonni in cui lui veniva a farmi visita tra le nebbie indistinte delle mie allucinazioni.
Non potevo continuare così e mi adoperai per poter realizzare quei sogni vividi che con sempre più forza occupavano la mia mente.
Ero solita fermarmi spesso oltre l’orario d’ufficio per sbrigare il lavoro arretrato e un giorno costrinsi anche lui a fare lo stesso.
Restammo soli nel mio ufficio, immersi nel silenzio dell’edificio ormai vuoto che anche gli addetti alle pulizie avevano abbandonato.
In quell’intimità che tanto avevo cercato lasciai cadere le mie scarpe rumorosamente e sollevai i piedi nudi poggiandoli sul bordo della mia scrivania.
Come immaginavo lui non poté resistere ed inizio a sbirciarli insistentemente.
Sotto i miei talloni c’erano alcuni documenti della pratica a cui lui stava lavorando, finsi di non accorgermene quando lui li cercò nello schedario e l’osservai avvicinarsi eccitato quando li scorse sotto i miei piedi.
Alla sua richiesta quasi implorante di lasciare che li prendesse risposi sollevando un piede fino a poggiarlo quasi sul suo volto, mentre con l’altro feci cadere abilmente la documentazione sul pavimento.
Si scusò come se fosse stato lui a causarne la caduta e si chinò inginocchiandosi ai miei piedi per raccogliere i fogli sparsi.
Eccolo lì, finalmente prostrato davanti a me come un suddito che rende omaggio alla sua regina.
Vedendolo in quello stato non riuscii a trattenermi e, senza soffermarmi a riflettere sull’eventualità che le interpretazioni che avevo dato ai suoi sguardi potessero rivelarsi errate, lasciai che i miei piedi cedessero alle loro voglie posandosi su quei fogli davanti al suo viso e ne contemplai la posizione sottomessa in cui lo avevo spinto.
Lui rimase fermo e mi apparve visibilmente eccitato da quel gesto, poi riprese a raccogliere i fogli chinandosi più di quanto fosse necessario, fino a sfiorare quasi i miei piedi, come se fossero fiori di cui bere l’inebriante profumo.
Era mio ormai, pronto a piegarsi totalmente al mio volere e ad essere mio schiavo.
Coprii la breve distanza che separava la sua bocca dai miei piedi e lui subito iniziò a baciarli sulle dita e sul dorso.
Brividi di piacere percorsero la mia schiena quando sentii le sue labbra schiudersi e la sua lingua insinuarsi tra le mie dita avvolgendole e intingendole nell’umido della sua bocca.
Mentre era intento a leccarmi un piede per l’eccitazione sollevai l’altro premendolo sul suo capo, godendo pienamente del mio assoluto possesso.
Proprio sul suo capo mi sollevai alzandomi e, liberandomi a fatica dalla sua lingua che cingeva l’altro mio piede, camminai fino al centro della stanza e l’osservai seguirmi carponi come un cagnolino ben addestrato.
La mia voglia di dominarlo e tenerlo sotto i miei piedi aumentava ubriacandomi e quando mi fermai e lo rividi prostrato con le labbra premute sui miei piedi, lo spinsi via rivoltandolo e facendolo mettere supino.
Salii sul suo corpo come se fosse stato un comodo tappeto e camminai sul suo petto rabbrividendo per l’intenso tepore del suo corpo che scaldava le piante dei miei piedi.
Contemplai con gioia l’espressione sottomessa e docile del suo volto e l’ombra del mio piede che si proiettava su di esso alcuni istanti prima che lo calpestassi.
La pelle morbida del suo viso solleticò la mia pianta e lo sfregai scivolando con le dita sulla sua bocca.
L’eccitazione per le carezze della sua lingua e per quell’assoluto senso di potere divenne insopportabile e mi sfilai le mutandine mi sedetti sulla sua faccia e premendo la vulva sulla sua bocca per ricevere anche lì i baci e le carezze che aveva riversato con passione sui miei piedi.
Strofinai il mio sesso sul suo volto ricoprendolo degli umori della mia eccitazione mentre lui continuava a leccarmi dolcemente tra le labbra, bevendo il frutto del mio orgasmo che esplose impetuoso più volte nella sua bocca.
Esausta rimasi seduta su di lui sovrastandolo, col suo respiro affannato che soffiava come lieve brezza tra le mie cosce ancora in fiamme che lo stringevano faticando a staccarsi da quella fonte di piacere.
Più godevo e più cresceva la mia fame e la mia voglia di possederlo consumandolo e succhiandogli via ogni energia attraverso la bocca per il mio personale ed esclusivo piacere.
Lo sentivo quasi soffocare sotto di me, eppure non accennava a ribellarsi mentre continuavo a strusciarmi violentemente sulla sua bocca, ma anzi continuava a leccare con ardore i miei orifizi infilando la lingua per penetrarli in profondità fin dove poteva.
Se solo lo avessi voluto sarebbe morto per darmi piacere e questo pensiero bastò ad un tratto per soddisfarmi e darmi la forza di rialzarmi da lui.
Il suo volto rosso e affannato mi guardò con occhi ancor più adoranti che in passato, implorando ancora l’agrodolce piacere del possesso.
Mi bastò sollevare il piede e tenerlo sospeso sul suo viso per vedere la sua bocca aprirsi e la sua lingua pronta ad omaggiarmi.
Ero entusiasta della sua devozione e intinsi la punta del piede nella sua bocca premendogli la lingua contro il labbro inferiore.
Mi asciugai della sua saliva facendo scivolare il piede sul suo petto e scesi sul suo sesso gonfio e sul punto di esplodere e lo massaggiai finché non sentii il suo pantalone bagnarsi del suo sperma.
Abbandonai il suo corpo che continuava a sussultare godendo per la sapiente pressione del mio piede e tornai alla mia scrivania per rimettermi le scarpe e prendere le mie cose.
Quando gli passai nuovamente vicino pronta a d andarmene, lui si risollevò riprendendosi a malapena dal suo orgasmo e, prostrandosi ai miei piedi, iniziò a leccarmi le scarpe.
Vedendolo così, come un cane ai miei piedi, sentii la mia eccitazione tornare pulsando prepotentemente nel mio ventre.
Dovevo andarmene se non volevo che la mia voglia insaziabile di dominarlo lo uccidesse per davvero.

-Basta così schiavo!- dissi provando una sconosciuta emozione al suono delle mie parole.

Con la sua sottomissione quasi canina era entrato dentro me affondando profonde radici che sentivo di non poter sradicare.
Premetti voluttuosamente il piede sul suo capo e salii sulla sua schiena graffiandolo coi miei tacchi, esercitando il mio assoluto potere sul suo corpo.

-A domani schiavo…- sussurrai allontanandomi a malincuore dal mio bizzarro giocattolo già con l’ansia di rivederlo.