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Una giovane Dea
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Titolo: Una giovane Dea
Autore: DanzaSulMioPetto
Contatto:
Racconto n° 2295
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Lei era diversa da tutte le donne che fino a quel momento avevano attraversato la mia vita. Lo compresi subito, ma ciò non bastò a salvarmi e a rifuggire dal suo misterioso potere.
Non appena la vidi seduta nella mia aula, ne fui travolto e la sentii in quel preciso istante entrare dentro me, impossessandosi della mia anima.
Erano tre anni che insegnavo e ormai avevo acquisito una sicurezza e una disinvoltura che rasentava l’arroganza e che mi consentiva di controllare e dominare qualsiasi cosa avvenisse nel mondo racchiuso della mia aula.
Ma quella sicurezza, necessaria ad ogni docente che non voglia soccombere e perdere credibilità coi propri studenti, vacillò, crollando ai piedi di quella giovane ninfa dagli occhi blu, che incedeva elegantemente con la sua figura sottile e leggiadra.
Il suo viso luminoso e i movimenti sensuali dei suoi capelli color miele, che oscillavano ondeggiando ad ogni passo nel vento, mi lasciarono senza fiato.
Nel vederla sedere al primo banco come una regina sul suo trono, accavallando le gambe lunghe e nude che sbucavano con grazia dallo spacco della sua gonna jeans, e dondolare il piedino affusolato che gli infradito lasciavano ammirare in tutta la sua bellezza, mi chiesi se non fosse lei la dea che da sempre cercavo e che solo nei fumi indistinti dei sogni avevo potuto contemplare.
Portava con sé tutto il fascino delle donne consapevoli della propria bellezza e del misterioso potere che erano in grado di esercitare sugli uomini, restando per loro irraggiungibili anche nei brevi istanti in cui si lasciavano ghermire cedendo alle lusinghe della loro adorazione.
Come una divinità, si elevava su tutto e tutti osservando dall’alto il mondo che le sfiorava i calcagni, e leggeva in esso ogni segreto, ogni sua più oscura pulsione.
Lesse anche in me, quando sentì il mio sguardo cadere ai suoi piedi prostrandosi ad adorarla, capì che ero suo, e decise di prendermi e avvalersi di tale possesso.
Cominciai la mia lezione cercando di distogliere la mia attenzione da lei, ma mi fu impossibile restare impassibile ai sensuali movimenti del suo piede sorridente, che si divertì a denudare lasciando cadere rumorosamente l’infradito che calzava, esigendo silenziosamente il giusto tributo della mia devozione.
Faticai a resistere a quel muto invito, alle carezze delle sue dita che vagavano nel vento, nuotando nella mia anima e facendola vibrare con impetuosa passione.
Non mi servì a nulla volgere lo sguardo altrove, perché ormai la sua immagine era impressa in maniera indelebile nella mia mente, che null’altro più bramava, se non la gioia di piegarsi al volere di lei.
Per fortuna riuscii a terminare la lezione, ed abbandonai l’aula in preda ad un profondo senso di sgomento e spossatezza, allontanandomi il più velocemente possibile dalla mia ammaliatrice.
Pensai ingenuamente che la cosa potesse finire lì, e pur continuando ad accarezzare la sua immagine, mi illusi di poter sottrarmi al suo potere, nel momento in cui l’avessi rivista.
In fondo era solo una ragazzina di diciotto anni e io mi ero solo lasciato abbagliare dalla sua freschezza e dal giovane fascino sbarazzino della sua età, pensai, cercando di tranquillizzarmi e di convincermi che l’indomani non mi avrebbe più fatto alcun effetto vedere il suo piede giocherellare per aria.
Chissà, forse sarebbe andata realmente così se la mia sensuale ninfetta non avesse deciso di prendere subito le redini del mio destino appropriandosi della mia vita.
Ma era davvero mia la vita? Non le apparteneva forse già da tempo? Non era lei che aveva atteso fino a quel momento per potersi donare totalmente, fino a farsi morbida terra per accogliere ogni suo passo?
Non mi fu possibile attendere il giorno dopo, con la vaga speranza che la mia passione si raffreddasse al punto da permettere alla mia razionalità di prendere il sopravvento, perché lei mi volle subito, annientando ogni mio labile tentativo di difesa.
Me la ritrovai davanti quel giorno stesso, proprio davanti all’uscita della facoltà.
Era poggiata con la schiena contro il muro, come se attendesse l’arrivo di qualcuno.
Quando le fui accanto, mi rivolse il suo sguardo sorridente salutandomi con dolcezza, e solo allora compresi che quel qualcuno che aspettava ero proprio io.
Disse di aver perso l’autobus per tornare, e mi chiese se avevo l’auto e se potevo riaccompagnarla a casa.
Non seppi, e non potei, rifiutarle il passaggio, e acconsentii alla sua richiesta provando uno strano e indescrivibile timore, cui si accompagnò l’inconsueta eccitazione che avevo già provato in classe, durante la lezione. Solo che ora divenne più forte al pensiero di poterle offrire i miei servigi, seppur con un semplice e innocente gesto di cortesia che chiunque al posto mio avrebbe compiuto senza dargli alcun peso.
Mentre percorrevamo il breve tragitto fino alla mia macchina, non potei distogliere per un solo istante il mio sguardo estatico dai suoi piedi, e mi chiesi se lei si rendesse conto dell’insistenza con cui la guardavo scivolare sull’asfalto del cortile coi suoi passi eleganti, bramando di poterli sentire posarsi con quella stessa grazia sul mio petto, accarezzando la mia anima adorante e pronta ad abbandonarsi legandosi a lei con le soffici catene di una dolce schiavitù.
Soggiogato dal suo potere, le aprii lo sportello e rimasi col capo chino e gli occhi fissi sui suoi piedi, attendendo che lei salisse sulla mia auto.
Compii quel gesto d’istinto, dimenticandomi che lei era una mia alunna e che il mio comportamento servile e sottomesso era tutt’altro che conveniente.

-Che cavaliere!- disse trattenendo a stento una risata.

Arrossii alle sue parole, senza risponderle chiusi lo sportello e salii al posto di guida.
Appena varcammo il cancello dell’Università, lei si sfilò gli infradito e poggiò i suoi magnifici piedini affusolati sul cruscotto.

-Giri qua, a sinistra…- disse indicando la direzione che avrei dovuto seguire con la punta del piede, e quasi sfiorandomi il viso con essa.

-Abito al numero 7 di via Leopardi, sa come ci si arriva?-

-Si… certo.- balbettai, emozionato dalla vista dei suoi piedi e dal quasi contatto che il mio viso aveva avuto con loro.

Poi i suoi piedi tornarono a poggiarsi sul cruscotto, agitando le dita e aprendole di tanto in tanto a ventaglio.
Avrei fatto qualsiasi cosa pur di poter posare le mie labbra sulle sue dita, magari sfiorandole sull’incavo e succhiando il suo grazioso mignolino.

-Che ne pensa, le piacciono i miei piedi?- disse quando giungemmo a casa sua. -Ci sono uomini che farebbero follie pur di baciarli, lei non trova?-

Non seppi cosa rispondere alla sua provocazione, e comunque non ebbi il tempo di farlo, perché il suo piede si librò poco dopo nell’aria, posandosi delicatamente con la punta sulla mia bocca, avvolgendomi con un sorriso malizioso e un po’ beffardo.
Quel suo sguardo disarmante e la lieve pressione dei suoi morbidi piedini mi colsero alla sprovvista, mi fu impossibile non accettare quel dolce invito, e dalle sue parole compresi che sarebbe stato comunque stupido, oltre che vano, qualsiasi tentativo di negare l’attrazione e i sentimenti che provavo per lei e per i suoi piedi.
Schiusi le labbra e accarezzai più volte le sue dita, abbandonandomi all’estasi del loro divino sapore.
Le baciai sulla punta e scesi lentamente fino all’incavo, sentendole reagire con piccoli brividi di piacere, e continuai a baciarle giungendo quasi ad accoglierle nella mia bocca, finché lei non mi allontanò aumentando la pressione del piede fino a spingermi lontano da sé.

-Si vede proprio che le piacciono…- disse poggiando il tallone sulla mia fronte e lasciando scivolare tutta la pianta del piede sul mio viso.
-Ma mi dica… secondo lei sono più belli con o senza smalto?-

-Non saprei, così sono molto belli, dovrei vederli con lo smalto per poter giudicare.- risposi con voce tremante e flebile per l’imbarazzo che provavo mentre subivo i suoi attacchi che mettevano a nudo la mia anima.

-Ora devo andare… non mi apre la portiera?-

Ero diventato il suo giocattolo ormai, e lei sembrava divertirsi molto a vedere il suo professore comportarsi come un cagnolino pronto a correre, scodinzolando, ad un suo comando.

-Non vorrà farmi andare via scalza, vero?- disse sollevando il piede e poggiandolo sulla patta dei miei pantaloni quando aprii lo sportello.

Come un servo umile e devoto mi inginocchiai davanti a lei e le infilai gli infradito, chinandomi sui suoi piedi fino quasi a sfiorarli.

-Ora che sa dove abito può venire anche a prendermi per accompagnarmi in facoltà. Passi alle 8 domattina… per ripagarla le farò una bella sorpresa.- disse sollevandomi il mento con la punta del piede.

Rimase per qualche istante ad osservare il mio sguardo adorante, dominandomi col suo, mentre continuava a sorreggermi il capo con la punta del piede. Poi l’abbandonò, lasciando che mi chinassi dandole un ultimo bacio, prima di spingermi nuovamente via da sé facendomi cadere all’indietro.
In un istante divenni il suo tappeto e, come una regina, lei scese dall’auto salendo su di me con passi leggiadri.
Il mio corpo accolse docilmente quella dolce pressione, e lasciai che le delicate orme dei suoi piedi affondassero dentro me, fino a rimanere impresse nella mia anima, che rimase avvinghiata come edera ai suoi piedi anche dopo che la sua danza sul mio petto ebbe fine.
La sua immagine in breve sparì sottraendosi al mio sguardo, ma rimase indelebile nella mia mente sconvolta dalle emozioni che quella giovane ninfetta mi aveva fatto provare.


Quella notte non riuscii a chiudere occhio, mi rigiravo nel letto ancora in preda all’ossessione per la mia sensuale ninfetta, di cui potevo ancora sentire il sapore sulle mie labbra.
Le sensazioni che avevo provato erano state troppo intense e non mi riusciva di smaltirle.
Era come se avessi assunto una dose massiccia di droga di cui ero diventato totalmente dipendente, e il cui effetto permaneva nel mio organismo e nella mia mente, facendomene sentire continuamente bisogno e impedendomi di dedicarmi a qualsiasi altra cosa.
Il mio corpo ed ogni mio singolo pensiero era proteso verso lei, verso il desiderio e l’attesa del momento in cui avrei potuto nuovamente farmi di lei.
La mia voglia era talmente forte da mettere a tacere anche tutti i dubbi e le paure che mi suscitava lo stato in cui mi trovavo e, soprattutto, il fatto che la droga di cui sentivo non poter fare a meno era ai piedi di una mia studentessa.
Dopo quello che avevo fatto, lei avrebbe potuto distruggermi, la mia vita professionale e sociale era nelle sue mani, ma questo sentirmi in suo potere non faceva altro che accrescere la mia voglia di appartenerle.
Come un adolescente al primo appuntamento, il giorno dopo mi recai da lei e rimasi a fissare il portone in cui il giorno prima era scomparsa, attendendo con ansia che sorgesse nuovamente davanti a me, permettendomi di adorarla e ponendo così fine alle pene che provavo in sua assenza.
Quando la vidi uscire e venire verso me, fu come ammirare per la prima volta la bellezza dell’aurora.
Indossava una corta gonna nera e una camicetta rossa quella mattina, e i suoi piedi incedevano celandosi in un paio di sabot.
Sorrise nel vedermi scendere dall’auto e leggendo nel mio volto le emozioni che era in grado di suscitare in me.
Avevo il batticuore come un ragazzino e, quando lei mi fu vicina e sentii il suo dolce profumo, fui tentato dal desiderio di prostrarmi a baciare il suolo ai suoi piedi.

-Ciao schiavo…- sussurrò salendo in macchina.

Quelle parole mi sconvolsero, e ancor di più mi colpì la naturalezza con cui le pronunciò e la sicurezza con cui sapeva condurre il gioco.
Ormai ogni barriera era stata abbattuta ed entrambi sapevamo quale fosse la natura del nostro rapporto.
Non ero più il suo docente, bensì il suo schiavo, di cui lei poteva disporre a suo piacimento.
Sapevo che non sarei potuto più tornare indietro da tutto ciò e neanche per un attimo desiderai di farlo.
Dopo essermi umiliato baciandole i piedi e facendole da tappeto col mio corpo, che lei mi salutasse chiamandomi schiavo anziché professore era più che naturale, e dopo un primo momento di smarrimento mi sentii più libero nella mia dolce schiavitù.

-Buongiorno Padrona Giada.- le risposi chinandomi a baciare la punta delle sue scarpe.

Lei rise del mio gesto, e forse rimase sorpresa della docilità che le mostrai piegandomi subito al suo volere.

-Ti piace?- disse sfilandosi la scarpa che avevo baciato e mostrandomi le unghie laccate con uno smalto perlato.

-Si, sono bellissimi…- sospirai baciando le sue dita.

-Bene, sono contenta che la sorpresa ti sia piaciuta...- aggiunse accarezzandomi il viso col piede.

-Su andiamo… altrimenti faremo tardi.- disse dandomi un piccolo buffetto con la punta del piede sulle labbra prima di infilarsi nuovamente le scarpe.

Dopo un ultimo bacio, mi rialzai e mi misi alla guida eseguendo l’ordine della mia adorata Padrona.
La dolcezza quasi infantile del suo modo di dominarmi mi entusiasmava, e mi spingeva a fare follie per lei.
Mentre guidavo i suoi piedi si posarono su di me, esplorando il mio corpo e strusciandosi di tanto in tanto sul mio viso per ricevere i miei baci.
I suoi piedini erano soffici e delicati e sorridevano teneramente ogni volta che sentivano la pressione delle mie labbra sotto la loro pianta.

-Dammi il tuo cellulare schiavo! Ora che sei mio dobbiamo scambiarci i numeri, così potrò squillarti per farti correre ai miei piedi quando avrò bisogno di te…-

Giada si comportava come una bambina alle prese con un nuovo giocattolo, ed osservava soddisfatta il mio viso sotto i suoi piedi compiacendosi della mia sottomissione, e anche darmi ordini per lei era solo come un gioco nuovo e straordinariamente divertente.

-Bravo schiavo!- disse quando le diedi il mio cellulare, e mentre ci armeggiava sfiorò le mie labbra con la punta del piede e sembrò volermi premiare per la mia obbedienza infilando le dita nella mia bocca.

Guidare in quel modo non era per niente facile e c’era anche la possibilità che qualcuno ci vedesse, ma ero talmente preso dalla mia adorazione per lei che non riuscivo a pensare ad altro se non al piacere di trovarmi ai suoi piedi e di essere suo.
Il sapore e il profumo della sua morbida pelle mi inebriava sconvolgendo i miei sensi e trovarmi in balia di lei e dei suoi piedini suscitava in me una strana e indescrivibile euforia.
Sarei voluto restare ai suoi piedi per sempre, assecondando ogni suo gioco, e facendo qualsiasi cosa lei desiderasse.
Come una dea mi aveva fatto rinascere a nuova vita nel momento stesso in cui mi era apparsa, e ora ero certo che solo a lei apparteneva la mia vita.

-Ho sempre desiderato un cagnolino, ma i miei non mi hanno mai permesso di tenerne uno…- disse quando ci fermammo nel parcheggio dell’Università.

-Tu sei proprio come il cagnolino che ho sempre desiderato…- aggiunse ridendo dolcemente, e mi accarezzò il capo come se fossi stato davvero un cane.

Nonostante il rischio di essere visto da qualche studente o da qualche collega non seppi rifiutare quando mi ordinò di aprirle lo sportello per farla scendere, e senza bisogno che lei me lo chiedesse, mi prostrai a baciarle i piedi quando lei scese.

-A più tardi cucciolo.- disse premendo per un breve istante il piede sul mio capo.

Solo quando lei si fu allontanata mi resi conto del pericolo che avevo corso prostrandomi a baciarle i piedi nel parcheggio della facoltà, e mi augurai che lei non facesse od ordinasse nulla di compromettente durante le mie lezioni, anche perché sapevo che qualsiasi cosa mi avesse chiesto io non sarei riuscito a negargliela, e che mi sarei lasciato anche portare a guinzaglio come un cane se lei lo avesse voluto, e l’innocente incoscienza con cui mi teneva ai suoi piedi mi faceva temere che le potesse venire una simile idea.





Era il mio secondo giorno all’Università, e ad attendermi c’era un’ora di letteratura italiana.
La letteratura non mi dispiaceva come materia, ma dopo l’esperienza del giorno prima a latino, avevo paura che anche quell’ora si rivelasse interminabile e noiosa.
Per fortuna con me c’era Daniela, lei era la mia amica da sempre. Era di un anno più grande di me e da quando aveva cominciato a studiare all’Università ci eravamo perse un po’ di vista, ma ora che eravamo di nuovo insieme, tutto sarebbe tornato come prima e avrei potuto contare sul suo aiuto per lo studio e per inserirmi nell’ambiente universitario.
Le proposi di sederci agli ultimi banchi, così se la lezione fosse diventata pesante avremmo potuto chiacchierare senza farci vedere dal professore.

-Ma no, tranquilla…- disse lei.

-Ho già seguito l’anno scorso il corso con lui, non è noioso, ed è anche piuttosto carino!-

Anche se un po’ titubante, le diedi ascolto, e ci sedemmo nella prima fila, proprio di fronte alla cattedra.
Credevo che Daniela esagerasse col suo giudizio sul professore, alla facoltà di lettere il 90% degli studenti è di sesso femminile, e quando ci si trova in un ambiente così, è facile trovare affascinante qualsiasi cosa che respiri, purché sia di sesso maschile. Ma quando il professore entrò nell’aula, dovetti ricredermi e dar ragione alla mia amica.
Avrà avuto poco più di trent’anni, decisamente giovane come docente universitario, e anche il suo aspetto e il suo modo di vestire era molto giovanile, ma con tutto il fascino e la classe tipici di un uomo maturo.
Non mi era mai capitato di invaghirmi di un professore, né tantomeno di un uomo che avesse molti più anni di me, ma nella vita c’è sempre una prima volta, per tutto.
Mi abbandonai al suono morbido e pacato della sua voce profonda, e mi persi a contemplare le sue mani grandi, che con movimenti soffici e misurati ne accompagnavano le parole, ed i suoi occhi scuri come la notte, come lenzuola di seta nera che avvolgono corpi sudati immersi nella passione di teneri e impetuosi amplessi.
Poi, d’un tratto, proprio i suoi occhi mi trassero fuori dal sogno, risvegliando la mia attenzione.
Mentre continuavo a guardarlo, immaginando che mi possedesse nelle maniere più impensabili su quella stessa cattedra a cui si era poggiato parlando di letteratura, mi accorsi che il suo sguardo era fisso su di me.
Al liceo avevo avuto modo di abituarmi agli sguardi indiscreti di professori vogliosi che cercavano di insinuarsi insistentemente tra le mie gambe, soprattutto quando indossavo gonne che le mettevano in risalto scoprendole fino a metà coscia, ma il suo sguardo era differente da quello che mi era capitato di incontrare fino ad allora.
I suoi occhi non esprimevano la bassa libidine di squallidi guardoni, bensì l’ardore e l’adorazione di chi guarda un’immagine sacra o un’opera d’arte contemplandola con rispetto. Ma ciò che mi meravigliò particolarmente, fu il fatto che, al contrario degli altri, lui non mi stava fissando le gambe, il suo sguardo era rivolto al suolo, ed era dentro i miei infradito e tra le dita dei miei piedi che sembrava volersi insinuare.
Avevo scoperto cosa fossero il feticismo e il masochismo, l’avevo conosciuto attraverso le chat che frequentavo abitualmente, imbattendomi in molti uomini dai nickname bizzarri che si definivano schiavi e si dichiaravano pronti a fare qualsiasi cosa, pur di potermi baciare e leccare i piedi.
Si trattava di un mondo strano, quasi ai limiti dell’assurdo, ma anche molto divertente, e quando potevo, mi piaceva giocare con loro lasciando che tutti quegli schiavi virtuali mi venerassero facendo di tutto per strapparmi la promessa di un possibile incontro, o almeno una foto dei miei piedi da poter adorare e su cui fantasticare.
Mi ero registrata alla community con il nickname “principessa.scalza”, per il semplice motivo che mi piaceva stare scalza in casa, ma per i feticisti un simile nick rappresentava un invito, e in breve per molti di loro divenni “La Padrona”.
Non avevo ancora permesso a nessuno di loro di incontrarmi e di dar seguito alle loro promesse di sottomissione, ma con alcuni intrattenevo una corrispondenza via e-mail, esercitando su di loro un potere illimitato che spesso trovavo inebriante.
Le foto dei miei piedi riscuotevano lodi entusiaste e dichiarazioni di amore devoto e sottomesso, e in cambio ricevevo le foto dei loro volti, talvolta anche sorprendentemente carini, che mi venivano presentati come comodo appoggio per i miei piedi.
Ricevevo quotidianamente e-mail in cui decantavano la mia bellezza e il mio splendore e in cui mi adoravano supplicandomi di concedere loro l’onore di potersi prostrare ai miei piedi e di divenire anche nella realtà miei schiavi, ed ero stata più volte tentata di farlo, soprattutto con quelli che mi apparivano più carini e interessanti e che mi corteggiavano scrivendo poesie per me e mostrandosi sempre presenti e pronti ad accorrere ai miei piedi eseguendo ogni mio ordine.
Provavo una strana sensazione a leggere i loro messaggi ed alcuni erano scritti talmente bene che riuscivo quasi ad immaginare di averli realmente prostrati ai miei piedi mentre leggevo le loro parole, ma non riuscivo comunque a capire se il mio interesse fosse dovuto a un reale desiderio di dominarli o se fossi semplicemente curiosa di capire cosa si potesse provare a possedere una persona in quel modo.
Del resto la curiosità è stata sempre un tratto caratteristico della mia personalità. Fin da piccola, se qualcosa attirava la mia attenzione, non potevo resistere alla tentazione di indagare e sperimentare.
Fu proprio per questa mia curiosità da gatta che lasciai cadere il mio infradito studiando attentamente la reazione del mio affascinante e bizzarro professore alla vista del mio piede nudo.
I suoi occhi non si staccarono un solo istante dal dondolio del mio piede, sembrava esserne ipnotizzato, e quando il mio infradito cadde, mi parve quasi sul punto di gettarsi ai miei piedi per rimettermelo.
La situazione si stava rivelando particolarmente intrigante e chiesi a Daniela qualcosa in più sul nostro professore.
Lei non seppe dirmi granché e non capì neanche il motivo del mio interesse, mi disse solo che abitava in città e che spesso le capitava di vederlo andar via con una pegeout 206. Queste informazioni furono più che sufficienti per me, e non faticai molto per trovare il modo di sfruttarle a mio vantaggio.
Quando ebbi finito di seguire i corsi, tentai la fortuna e lo attesi all’uscita dell’Università sperando che anche lui dovesse tornare a casa proprio allora.
Fui fortunata e dopo una breve attesa lui arrivò, osservandomi con sorpresa e imbarazzo, soprattutto quando dopo averlo salutato gli chiesi un passaggio.
Ci incamminammo insieme fino alla sua auto, e lo vidi nuovamente con lo sguardo fisso sui miei piedi.
Sentivo che non mi ero sbagliata riguardo alle impressioni che avevo avuto in aula, e che se solo l’avessi voluto, avrei potuto farlo mettere a quattro zampe e farmi portare da lui sulla schiena fino a casa.
Era strano e straordinariamente eccitante poter sperimentare realmente ciò che fino ad allora era stato per me solo un gioco virtuale, e lo era ancor di più il fatto che ad offrirvi quel piacevole e insolito svago fosse un mio docente.
Giunti alla sua auto lui mi aprì lo sportello, e quasi si inchinò come se fosse stato il mio servo mentre attendeva che io salissi.

-Che cavaliere!- dissi trattenendomi dal ridere.

Lui non rispose, e salì al posto di guida mettendosi in marcia.
Ne approfittai subito per sfilarmi gli infradito appoggiandoli sul cruscotto, divertendomi a scrutare le sue reazioni.
Quando uscimmo dal cancello mi resi conto di non avergli ancora detto dove abitavo e che lui non aveva assolutamente pensato a chiedermelo, evidentemente la sua mente era troppo presa dai miei piedi per poter pensare ad altro.
Colsi l’occasione per giocare un po’ con lui, e appena fummo fuori dal cancello allungai il piede indicandogli la direzione da prendere.
Lo avvicinai al suo viso fino a poter sentire il suo respiro eccitato accarezzarmi tra le dita mentre gli dicevo il mio indirizzo.
Giocando in chat con i miei schiavi virtuali, avevo appreso quali fossero le tecniche più efficaci per riconoscere e sedurre un feticista.
Trovavo molto eccitante la possibilità che avevo di sperimentare nella realtà quei giochi e mi sorpresi io stessa per la facilità e la sicurezza con cui entrai nella parte, conducendo il gioco senza esitazioni e senza il minimo imbarazzo.
Chissà, forse erano le mie doti da attrice a farmi essere così disinvolta con lui, o forse era il suo atteggiamento sottomesso che faceva emergere con forza la mia natura da dominatrice.

-Che ne pensa, le piacciono i miei piedi?- gli chiesi quando l’auto si fermò davanti casa mia.
-Ci sono uomini che farebbero follie pur di baciarli, lei non trova?-

Mi divertiva il suo imbarazzo, si vedeva lontano un miglio che lui per primo aveva una gran voglia di baciarli e che non aveva il coraggio di dirlo e di prendere l’iniziativa.
Questo suo atteggiamento da timido cagnolino mi eccitò ancora di più, e decisi definitivamente che ne avrei fatto il mio schiavo.
Non intendevo aspettare oltre ed era inutile attendere che scaturisse una qualche risposta dal suo imbarazzo.
Se dovevo essere la sua Padrona, era giusto che fossi io a prendere l’iniziativa e a dirgli cosa fare.
Ero ansiosa di sentire le sue labbra premute sul mio piede, lui era mio, e non esitai a prendermi ciò che volevo da lui.
Sollevai il piede dal cruscotto poggiandolo con la punta sulla sua bocca, e guardai compiaciuta il rossore del suo volto.
Le sue labbra si schiusero e iniziarono timidamente ad accarezzare le mie dita. Lo sentii abbandonarsi, mettendo da parte ogni remora ed ogni esitazione, baciando con passione le mie dita, giungendo quasi a succhiarle.
Ero sorpresa e quasi spaventata dalle emozioni che stavo provando, e lo interruppi per potermi riprendere, e anche per il piacere di leggere ancora il desiderio nei suoi occhi.
Lo allontanai spingendolo via con la punta del piede e poi mi divertii a giocare col suo viso come se fosse una mia cosa.
Poggiai il tallone sulla sua fronte e feci scivolare tutta la pianta sui lineamenti eccitati del suo volto, fino a poggiare nuovamente le dita sulla sua bocca.

-Si vede proprio che le piacciono…- dissi deridendolo mentre continuavo a strofinare il piede sul suo viso.

-Ma mi dica… secondo lei sono più belli con o senza smalto?-

-Non saprei, così sono molto belli, dovrei vederli con lo smalto per poter giudicare.- rispose ancora in preda all’eccitazione e all’imbarazzo.

Il desiderio di usarlo come schiavo aumentava ogni istante di più, così come aumentava il desiderio di mettere alla prova la sua sottomissione.
Dicendo che dovevo andare gli chiesi di aprirmi la portiera, e lo vidi accorrere eseguendo il mio comando come il più devoto degli schiavi.
Ma il suo atteggiamento servile non mi bastava più ormai, avevo bisogno di molto di più.

-Non vorrà farmi andare via scalza, vero?- dissi sollevando il piede e poggiandolo sulla patta dei suoi pantaloni quando aprì lo sportello.

Ormai avevo perso il controllo e mi chiesi se non avessi esagerato con questa richiesta, ma dall’eccitazione che percepii sotto il mio piede, capii che non avevo motivo di preoccuparmi.
Infatti lui si chinò subito, fino ad inginocchiarsi, e dopo avermi infilato gli infradito rimase prostrato ai miei piedi ad adorarli con le carezze del suo respiro.

-Ora che sa dove abito può venire anche a prendermi per accompagnarmi in facoltà. Passi alle 8 domattina… per ripagarla le farò una bella sorpresa.- dissi sollevandogli il mento con la punta del piede.

Rimasi per un po’ a specchiarmi nel suo sguardo adorante, reggergli il capo a quel modo mi fece percepire il mio potere su di lui.
Lo abbandonai all’improvviso facendolo ricadere sul mio piede e lasciai che lo baciasse con tutta la passione di cui era capace, la stessa di cui avevo già letto tante volte in chat.
Poi lo spinsi nuovamente con la punta sul petto per allontanarlo, ma dovetti esagerare un po’ con la forza, perché lui cadde supino davanti a me.
Nel vederlo così non esitai, e salii su di lui usandolo come un tappeto, compiacendomi ancora una volta dell’immenso potere su di lui.
Tutto era avvenuto rapidamente e provavo le vertigini per quelle strane emozioni che stavo provando.
Un uomo, il mio docente, che avrebbe dovuto incutermi terrore e rispetto, era sotto i miei piedi come uno zerbino.
D’un tratto mi accorsi della stranezza di quella situazione, mi sentivo confusa e stranamente felice di tutto ciò, e sentii il bisogno di allontanarmi subito da lui, prima che tutte quelle sensazioni mi travolgessero.


“Buonasera mia Divina Padrona, il vostro umile schiavo si prostra a baciare il suolo ai vostri piedi e attende con ansia di potervi adorare e di eseguire i vostri ordini.”
Il mio schiavo devoto mi aveva lasciato come al solito un messaggio in cui mi porgeva i suoi umilissimi saluti.
Sapeva che tra le 18 e le 19 mi connettevo per un paio d’ore e lo trovavo sempre ad aspettarmi.
Non potevo vederlo, ma lo sentivo vicino a me, come se si trovasse realmente inginocchiato davanti a me ed ero certa che lui si mettesse realmente in ginocchio davanti alla tastiera ogni volta che mi scriveva.
Di tutti i miei schiavi lui era stato l’unico a non darmi una sua foto, ma nonostante questo lo consideravo il mio schiavo preferito ed era quello con cui amavo di più giocare.
Forse avrei dovuto ringraziarlo, la sicurezza con cui avevo calpestato il mio professore era dovuta in parte al rapporto virtuale che avevo con lui.
Mi aveva insegnato cosa volesse dire essere “Padrona” e come esercitare il mio potere sui miei schiavi e su di lui in particolare.
Spesso ci inventavamo storie simili a quella che avevo vissuto nella realtà quella mattina e questo mi aveva permesso di affinare la mia capacità di dominare gli uomini.
In realtà già prima di scoprire il feticismo e il masochismo in chat, avevo avuto modo di esibirmi nel ruolo di dominatrice con un mio cugino di due anni più piccolo di me.
Passavamo tutte le vacanze estive insieme io e Luca, e l’avevo addomesticato come un cagnolino, mi serviva come se fosse stato il mio cameriere personale e mi bastava indicare il pavimento per farlo mettere in ginocchio e farmi baciare e leccare i piedi da lui finché ne avevo voglia.
Avevo circa nove anni allora e agivo inconsapevolmente, senza rendermi bene conto di quale fosse il senso di ciò che facevo, sapevo solo che provavo piacere nel farlo e ciò era più che sufficiente per me.
Ma non c’era alcuna cattiveria in me, volevo molto bene al mio cuginetto, più di quanto ne volessi a chiunque altro, eppure non potevo fare a meno di trattarlo in quel modo.
I ricordi di allora erano comunque molto confusi, così come lo erano i sentimenti e le emozioni che provavo nel sentirmi adorata e nel rapporto che avevo istaurato con il mio schiavo virtuale.
Con lui avevo appreso quali fossero essere i gesti, le parole e i rituali che governavano questi strani giochi e ciò mi aveva resa sempre più consapevole del mio potere, a cui potevo abbandonarmi senza esitare, ma ciò non era bastato a far chiarezza dentro me.
Spesso mi veniva voglia di incontrarlo quel mio romantico schiavo che mi ricopriva di attenzioni e col quale spesso mi confidavo come se fosse il mio migliore amico, se non addirittura il mio tenero amante.
Avrei voluto vederlo per comprendere meglio ciò che provavo, ma lui ogni volta mi dissuadeva, perché riteneva che la differenza di età che c’era tra di noi non ci consentiva di andare oltre il rapporto virtuale.
Lui che doveva essere il mio schiavo ed eseguire ogni mio ordine, mi negava ciò che in quei momenti desideravo di più, lo consideravo il più dolce e devoto tra tutti, ma paradossalmente era l’unico che non acconsentiva ad incontrarmi, e ricordargli le sue promesse e i suoi doveri di schiavo non bastava a farlo a cedere.

-ciao skiavo!-

-Buonasera Padrona…-

-ke fai?-

-Nulla mia Padrona, attendevo il vostro arrivo stando in ginocchio e baciando con devozione la foto che mi avete mandato dei vostri piedi…-

-si, sempre molto devoto tu… xò nn esegui i miei ordini!-

-Perché dite così mia Padrona? Sono il vostro umile schiavo ed eseguo con gioia ogni vostro ordine…-

-ne sei sicuro?-

-Si mia Padrona…-

-allora voglio ke ti fai trovare davanti al caffé bernini tra mezz’ora!!-

-ke c’è… nn parli più?-

-peggio x te… ho trovato uno skiavo ke al contrario di te sa fare molto più ke parlare!-

-lui la lingua sa usarla x fare altro!-

-continua pure a leccare il pavimento della tua stanza immaginandoti ai miei piedi… io intanto metterò lo smalto sulle unghie dei piedi x farmeli leccare da uno skiavo vero!!!-

-ti saluto!!!-

Un po’ mi dispiaceva trattarlo così, era da circa due anni che ci scrivevamo, ma il suo continuo rifiutarsi di incontrarmi, come se avesse paura di me, mi faceva andare fuori di testa.
Avrei voluto confidarmi con lui e chiedergli consigli su come comportarmi, ma ero troppo infuriata per farlo e mi resi conto che non avrebbe comunque avuto senso chiedere il suo aiuto, del resto, anche se il nostro ero solo un rapporto virtuale il mio rappresentava pur sempre un tradimento, anche se forse era quello che si meritava dal momento che era lui a rifiutarsi di incontrarmi.
Io ero “La Padrona” e questo mi bastava a sapere cosa fare, ormai il prof di lettere era già mio, mi aveva dimostrato ampiamente di volerlo essere.
Sentivo il bisogno irrefrenabile di possedere un uomo anche nella realtà, e lui era perfetto per soddisfare questo mio desiderio, non avevo bisogno di consigli, dovevo solo comportarmi come avevo sempre fatto in chat e come già avevo fatto quella mattina, ogni dubbio e confusione si sarebbe dissolta poi da sé.
Presi lo smalto perlato, il mio preferito e cominciai a dipingermi le unghie dei piedi immaginando già l’effetto che avrebbe avuto su di lui.


Quella mattina mi svegliai tremendamente eccitata, il pensiero che avrei trovato il mio schiavo ad aspettarmi mi rendeva entusiasta.
E già… perché era proprio questo ora, non era più il mio rispettabile e affascinante professore di lettere, ormai era semplicemente il mio dolce schiavo e non vedevo l’ora di averlo nuovamente ai miei piedi.
Volevo essere bellissima per lui, volevo che impazzisse vedendomi e che mi desiderasse talmente tanto da sentirsi male.
Misi la gonna nera e la camicetta rossa, ero indecisa sulle scarpe, ma poi mi decisi per un paio di sabot, di sicuro avrebbero stuzzicato la sua fantasia e avrei potuto sfilarli con facilità al momento opportuno.
La sua reazione, quando mi vide, fu proprio quella che mi aspettavo, ancor prima che arrivassi alla macchina, scese aprendomi lo sportello, come se fosse stato il mio autista personale.
Mi emozionai vedendolo così sottomesso e pronto a fare qualsiasi cosa per me.
Senza accorgermene, lo salutai chiamandolo schiavo, meravigliandomi io stessa di quelle parole che erano spontaneamente uscite dalla mia bocca, ma non ebbi il tempo di riflettere o pentirmi di aver esagerato, perché al mio saluto lui rispose chiamandomi Padrona e si chinò a baciare la punta delle mie scarpe.
Vederlo così mi faceva sorridere e allo stesso tempo provavo una gran tenerezza per lui, al punto che decisi subito di premiarlo sfilandomi i sabot e porgendogli il piede.

-Ti piace?- gli chiesi avvicinandolo alla sua bocca.

-Si, sono bellissimi…-

Ai baci che seguirono risposi accarezzandogli il viso col piede, era davvero molto carino e mi piaceva scivolare lungo i suoi lineamenti e sentire la pelle liscia del suo viso sotto i miei piedi, e ancor di più mi piaceva sentire la pressione delle sue morbide labbra sotto le mie dita.
Dopo averlo fatto alzare ed esserci messi in marcia, mi divertii a stuzzicarlo ancora con i miei piedi, strofinandoli sul suo corpo e sul suo volto.
Lo conoscevo da solo un giorno, eppure il rapporto che si era istaurato tra di noi mi appariva come la cosa più naturale del mondo,era come se lui fosse stato il mio schiavo da sempre.
Ero entusiasta, averlo come autista era solo l’inizio, avrebbe fatto molto di più per me!
Mi feci dare il suo numero di cellulare per memorizzare il mio numero sulla sua rubrica e a mia volta scrissi il suo, così l’avrei fatto correre ai miei piedi tutte le volte che ne avessi sentito il bisogno, anche per il solo piacere di vederlo in ginocchio.

-Ho sempre desiderato un cagnolino, ma i miei non mi hanno mai permesso di tenerne uno… tu sei proprio come il cagnolino che ho sempre desiderato… - dissi una volta giunti nel parcheggio dell’Università e gli accarezzai il capo come se fosse stato davvero il mio cagnolino.

-Che aspetti schiavo? Apri lo sportello alla tua Padrona!- gli ordinai poco dopo.

Mi divertiva chiamarlo schiavo e dargli ordini, e ancor di più mi piaceva la docile tenerezza con cui li eseguiva, come se per lui fosse una gioia potermi servire.
Alle mie parole si precipitò subito ad aprirmi la portiera, inginocchiandosi a baciarmi la punta delle scarpe non appena scesi dalla macchina.
Lo ringraziai per quel suo gesto, lo feci nel solo modo che una Padrona ha a disposizione per mostrare il suo affetto al proprio schiavo, premendo il piede sulla sua testa, felice di poterlo sentire così mio.

-A più tardi cucciolo.- gli sussurrai.

Allontanandomi da lui cominciai a sentirne subito la mancanza, e non attesi a lungo prima di mandargli un breve sms.

“Ciao skiavo!sto seguendo latino..nn sai ke stress!:-(avrei proprio bisogno del tuo faccino sotto i miei piedi ora:-)ma nn preoccuparti nn ti kiederei mai di farlo ora..xò dovrai recuperare il tempo xso oggi pomeriggio:-)”

“Mi spiace tanto non poter essere lì sotto i tuoi piedi ad adorarti in questo momento, ma col pensiero è come se lo fossi… la mia anima è sotto i tuoi piedi mia dolce Padroncina e non vedo l’ora di poterli baciare nuovamente.”

-Che fai, con chi ti stai messaggiando?- mi chiese improvvisamente Daniela.

-Su dimmelo… so che mi nascondi qualcosa, sei molto strana oggi.-

-Niente, sono solo innamorata…- dissi stupendomi io stessa delle mie parole.

-Davvero? E di chi? Su non fare la misteriosa… sono o non sono la tua amica del cuore?-

Forse non avrei dovuto, ma non potei fare a meno di raccontarle tutto, ero troppo emozionata per riuscire a mantenere il segreto, e poi lei era la mia migliore amica, non c’era nulla di male se mi confidavo con lei.
Le descrissi ogni cosa nei minimi particolari e per convincerla che fosse tutto vero le mostrai anche il messaggio che avevo appena ricevuto.

-Pazzesco, chi l’avrebbe mai detto che il prof di lettere fosse un pervertito! Immagino ti stia divertendo un mondo a prenderlo in giro! Scherzavi quando dicevi di essere innamorata, vero? Come si potrebbe amare un tipo così… non sarai anche tu una pervertita spero!-

-Ma certo che no…- risposi vergognandomi di me stessa.

Ero così felice pochi istanti prima di parlare con Daniela, ma dopo le sue parole mi sentii come se qualcosa si fosse spezzato dentro me.

-Bene… tutta questa storia potrebbe rivelarsi molto utile oltre che divertente…-

-Cosa intendi dire?-

-Stando a quello che mi hai raccontato si direbbe che il nostro prof sarebbe disposto a tutto pur di leccarci piedi e soprattutto ci terrà a far sì che non si sappia in giro della sua perversione…-

-Come leccarci?-

-Beh certo… non avrai mica pensato di divertirti da sola… uno spasso simile và diviso con le amiche… deve fare un effetto strano farsi leccare i piedi dal proprio prof! E per di più ci guadagneremo un bel 30 e lode senza neanche aprire il manuale di letteratura… se l’avessi saputo l’anno scorso non avrei sclerato sui libri per un misero 26!-

-Ma io veramente non so…-

-Dai non essere stupida… non dirmi che ti fai venire i sensi di colpa! Sappi che a lui farà molto piacere la cosa… non faremo altro che dargli ciò che vuole prendendoci il giusto compenso…-

Non volevo che le cose andassero così, non erano certe queste le ragioni che mi avevano spinto a dare inizio a quel strano rapporto col prof.
Mi pentii di essermi confidata con Daniela, ma non fui capace di dirle come stavano realmente le cose per me e quali fossero realmente i sentimenti che sentivo di provare per il prof.

-Ora glielo scrivo io un bel messaggio al nostro maniaco…- disse strappandomi il cellulare di mano.

-Sai, ne ho conosciuti anch’io di tipi così in chat e so come vanno trattati…-

“Preparati ad usare la lingua leccapiedi!avrai un bel po’ di scarpe da lucidare!fatti trovare alle 15 nel cortile dietro la facoltà…ho una bella sorpresina x te!”

“Ai tuoi ordini Padroncina, il mio corpo e la mia anima ti appartengono e puoi disporne a tuo piacimento ogni qualvolta tu lo voglia…”

-Che leccapiedi!- esclamò Daniela mostrandomi la risposta.

-Ascolta, non penso ci saranno problemi con uno zerbino come questo… per sicurezza però userò questo…- disse mostrandomi il suo cellulare.

-Ha la fotocamera e la userò per immortalarlo mentre ti lecca i piedi… così lo renderemo ancora più docile!-

-Ma a me non va di costringerlo ricattandolo…-

-Non preoccuparti, di sicuro non ne avremo bisogno, è solo una precauzione… tu non preoccuparti, penserò a tutto io.-


Ero molto affezionato al cortile dietro dell’Università, lì passavo i miei pomeriggi da studente, molti ricordi mi legavano ad esso, ed anche ora che ero diventato docente continuavo ad andarci spesso.
Fui contento che Giada avesse deciso di incontrarmi proprio lì, anche se mi stupì il repentino cambiamento di umore che lessi nel suo messaggio, da estremamente dolce il suo atteggiamento sembrava essere divenuto improvvisamente sprezzante nei miei confronti, ma lo interpretai pensando che fosse dovuto solo al suo desiderio di giocare.
Camminando all’ombra del muro ricoperto di muschio notai con gioia che non c’era nessuno a quell’ora e mi rallegrai per l’opportunità che avevo ora di legare anche Giada a quel posto già ricco di bei ricordi.
Mi fermai a sedere su un muretto lontano da occhi indiscreti, ma da cui potevo vedere l’ingresso del cortile.
Non dovetti attenderla a lungo, lei arrivò pochi minuti dopo e mi vide subito, ancor prima che io mi alzassi per raggiungerla.
C’era qualcosa di strano in lei, sembrava agitata per qualcosa, ma non ebbi il tempo di rifletterci perché lei, dopo essersi seduta sul muretto, mi ordinò di mettermi in ginocchio e di leccarle i piedi.
Eseguii il suo ordine pensando che potesse essere solo per una mia impressione che il suo atteggiamento mi apparisse mutato e che invece tutto andava bene come prima, ma dopo che mi fui abbandonato completamente ai suoi piedi mi accorsi che non era così.

-Ma tu guarda che bravo leccapiedi!-

Ebbi appena il tempo di voltarmi e scorgere il volto di una delle mie studentesse distorto in un ghigno diabolico prima che il suo piede calasse sul mio capo schiacciandolo contro il suolo.

-Che aspetti schiavo? Inizia a leccare i piedi della tua nuova Padrona!- disse sedendosi accanto a Giada, che rimase in silenzio senza guardarmi.

-A me però non va di sentire la tua lingua direttamente sui piedi, mi fa schifo e non vorrei prendermi qualche malattia… preferisco farmi lucidare le scarpe piuttosto…- aggiunse porgendomi la suola dei suoi sandali.

Non seppi cosa risponderle, in quel momento provavo solo una gran delusione per il comportamento di Giada.
Per un attimo sperai che lei non fosse responsabile di quanto stesse accadendo, ma mi fu difficile crederlo, era chiaro che era stata lei ad organizzare tutto.
Senza capire neanche della gravità della mia situazione, mi rialzai restando in silenzio, desiderando solo di allontanarmi il prima possibile da loro.

-Dove credi di andare schiavo?- disse mostrandomi una foto sul display del suo cellulare.

-Sei molto fotogenico mentre lecchi i piedi, di sicuro riceveresti molti complimenti se dovessi farla girare… è talmente bella che potrebbe interessare anche a qualche giornale locale!-

Il mio primo istinto fu quello di strapparle il cellulare di mano e scaraventarlo a terra facendolo a pezzi, ma lei subito mi fermò prevedendo le mie intenzioni.

-Non pensare di poter risolvere la cosa distruggendo il cellulare, le foto le ho inviate sulla mia casella e-mail… l’unica cosa che puoi fare per evitare che queste foto girino è eseguire i nostri ordini… del resto a te piace fare lo zerbino, quindi non dovrebbe dispiacerti se ti usiamo come leccapiedi…-

Ero in trappola, senza alcuna via di scampo e quasi mi sentivo mancare l’aria al pensiero che quelle foto potessero diventare di dominio pubblico.
Per un attimo cercai lo sguardo di Giada in cerca di una via di fuga, ma lei continuava a starsene zitta e a non guardarmi e mi resi conto che era stupido sperare che lei mi salvasse.

-Le regole sono molto semplici… io sono Padrona Daniela e lei Padrona Giada, è così che dovrai chiamarci ora… per il resto dovrai solo eseguire i nostri ordini… so che essere il nostro schiavo ti eccita, quindi dovrai ricompensarci con un bel 30 e lode, mi sembra il minimo che tu possa fare in cambio del piacere di poterci leccare i piedi. Inoltre dovrai raccomandarci agli altri esami e quando sarà il momento ci scriverai tu stesso una tesi di laurea da 110 e lode. Spero che le regole ti siano tutte chiare, perché al primo sbaglio diffonderò le foto! Ed ora mettiti a quattro zampe come il cane che sei e ripuliscimi le suole con la lingua!-

Sapevo di non avere scelta e mi inginocchiai avvicinando il viso ai suoi piedi.

-Avanti cane! Lecca!-

Sconvolto per la paura di ciò che mi aspettava e per la delusione subita, tirai fuori la lingua giungendo a pochi millimetri dalla suola lurida della sua scarpa, ma alla fine non ce la feci.
Mi allontanai dai suoi piedi prostrandomi a baciare quelli di Giada, che in tutto quel tempo aveva continuato a non guardarmi.
Misi tutta la passione di cui ero capace in quell’ultimo bacio, e senza attendere la sua reazione mi rialzai, fuggendo via dal mio amore e dal mio dolore.


Odiavo Daniela e odiavo ancor di più me stessa! Giocavo a fare la Padrona e a dare ordini, ma poi non ero stata capace di impormi quando avrei dovuto.
Ero contenta che il prof non si fosse piegato al ricatto, non volevo che lui fosse mio schiavo perché si sentiva costretto, né tantomeno volevo dividerlo con Daniela, lei non capiva cosa provavo per lui e di che natura fosse il rapporto che ci legava, ma in fondo neanch’io lo capii fin quando non sentii le sue labbra dirmi addio sfiorando un’ultima volta i miei piedi.
Alcuni giorni dopo seppi che aveva abbandonato la cattedra di lettere senza dare spiegazioni.

-Che zerbino inutile! Ora che non è più il nostro docente sarà inutile ricattarlo!- fu il commento di Daniela quando apprese la notizia.

Non le dissi nulla, non ne ebbi la forza, avevo paura che lei potesse sporcare ancora una volta i miei sentimenti se gliene avessi parlato.
Ero sconvolta e meravigliata per l’amore improvviso esploso dentro me e per la rapidità e il modo doloroso in cui l’avevo perso.
Stesa sul letto, mi accarezzavo il piede ripensando al tenero bacio con cui il mio schiavo mi aveva detto addio.
Se mi aveva abbandonata era stato solo per colpa mia, sapevo bene che lui desiderava ancora essere mio e che nonostante tutto continuava ad adorarmi.
A causa mia aveva dovuto abbandonare la cattedra all’Università e per questo avrebbe dovuto odiarmi forse, ma lui sapeva che non avrei voluto che le cose andassero in quel modo e di sicuro mi aveva perdonata, la mia unica colpa era stata quella di non saper difendere i miei sentimenti e il mio schiavo, un errore che non avrei commesso nuovamente se fossi potuta tornare indietro.
Solo allora mi accorsi che avevo ancora la possibilità di riaverlo, lui aveva abbandonato l’Università, ma ciò non voleva dire che avesse anche cambiato città ed io avevo ancora il numero del suo cellulare.
Ero decisa a scrivergli un messaggio, ma non riuscivo a trovare le parole adatte.
Avrei dovuto chiedergli scusa, ma in chat avevo imparato che il rapporto tra una Padrona e il suo schiavo doveva seguire determinate regole, era necessario che io imponessi il mio dominio su di lui pur chiedendogli di perdonarmi.

“Nn volevo che le cose andassero in quel modo e mi dispiace.. ma tu sei ancora mio e ho ancora bisogno di te schiavo! Ti aspetto tra un’ora a casa mia!”

Erano le 15 ed ero sola in casa, i miei non sarebbero tornati prima di sera, non mi restava che attendere il suo arrivo.
L’avrei amato e posseduto tenendolo ai miei piedi, ormai ero certa di desiderare solo questo e non avrei mai più permesso che qualcuno o qualcosa ci separasse.
Era il mio schiavo e mi apparteneva, così come io appartenevo a lui ed i miei piedi non potevano più muovere un solo passo se non avessi avuto lui sotto di me.
Il citofono suonò, era lui, ne ero certa, e sentendo i miei piedi fremere corsi con trepidazione verso il mio amore.