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Schiava per un giorno
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Titolo: Schiava per un giorno
Autore: Giada
Contatto:
Racconto n° 230
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"E d'altro non brillin gli occhi tuoi se non di pianto." Che emozione mi danno le poesie del Leopardi! Quando le rileggo e le rimugino nella mia stanza solitaria mi sento rapita in cielo, un cielo angoscioso e sublime al tempo stesso, dove anche la sofferenza dà un ovattato piacere. Sono un po' strana, lo so. Forse è per questo che mi ritrovo a 36 anni, single, attratta dal mio stesso sesso , masochista. e incline alla malinconia.
"Giada, -mi diceva mia mamma quando ancora vivevo in famiglia e studiavo per laurearmi in lettere moderne- devi pensare al tuo futuro, non devi restare sola: sei carina, trovati un fidanzato e sposati".
Io all'epoca ero innamorata di una mia compagna di facoltà, e per oltre un anno abbiamo avuto una relazione che funzionava. Lei dopo si è fidanzata con un uomo e l'ha sposato, e a me è morto qualcosa dentro l'anima.
Non mi piacciono gli uomini, sono quasi tutti volgari, ruttano e fanno peti rumorosi trovandoci da ridere; e quando orinano fanno sempre un po' di pipì sul pavimento. Vivo da sola già da otto anni, da quando ho acquistato indipendenza economica, e nei fine settimana per lo più scrivo poesie malinconiche lambiccandomi il cervello a praticare laboriose metriche d'altri tempi, o invento romanzetti su tormentati amori saffici. Ne ho un cassetto pieno di queste opere così piene di me, e mai nessuno le ha lette. Frigida non sono, anzi: una moltitudine di fantasie erotiche mi assillano costantemente e io mi ci crogiolo. Quasi ogni giorno mi masturbo, praticando talvolta sul mio corpo pratiche di autolesionismo masochista che poi mi lasciano angosciata e in preda al pianto... Questa è la mia vita, che posso farci, in fondo mi piace.
Una sera, chattando al computer, ho conosciuto una tipa che si faceva chiamare "Sada", e che mi aveva incuriosita grazie al suo nome. Si capiva che era veramente una donna, perché non aveva la volgarità che trapela dalle espressioni di quegli uomini che, chattando, si spacciano per femmine. Le avevo confidato la mia omosessualità e la mia solitudine, e lei approfittando del fatto che in quel momento nella "stanza" c'erano solo sei persone e per giunta occupate in altre argomentazioni, mi aveva dato il suo numero di cellulare, invitandomi a contattarla in privato. La cosa mi stava intrigando, e l'ho cercata sul telefonino quella sera stessa; abbiamo così fatto amicizia. Lei in realtà si chiavava Paola, era una single di 43 anni e abitava a Milano; la sua voce era calda e rassicurante. Fummo entrambe contente di abitare nella stessa regione, io infatti abito a Brescia, vicino al colle del Castello. Per alcuni giorni ci siamo spedite numerose e-mail che hanno contribuito a rendere sempre più profonda la reciproca conoscenza: siamo diventate intime amiche, desiderose entrambe di conoscersi di persona. A me piaceva tanto quel suo essere sicura di sè e un po' autoritaria; io, masochista, mi eccitavo all'idea di consegnarmi nelle sue mani premurose e severe.
Un giorno una sua e-mail lapidaria diceva: "Cara giada, vorrei essere lì con te e farti mia schiava."
Ne rimasi sconvolta: io mi ero confessata totalmente a lei, ed ella di inclinazione sadica, mi aveva arpionata grazie alla mia tendenza a godere nell'essere sottomessa. Quella sera mi masturbai pensando a lei, tenendomi due mollette da bucato pinzate sui capezzoli. Il dolore era forte ma resistetti: "E' per te Paola," mi ripetevo; l'orgasmo fu pieno e appagante. Fuori dalle mie finestre intanto Brescia, viveva la sua normale serata di settembre, con la gente che passeggiava per il centro storico chiuso al traffico.
La situazione era ormai matura, e decidemmo di incontrarci: sarebbe venuta lei da me. Conosceva abbastanza bene Brescia, e la seconda domenica di settembre (nessuna delle due era mestruata) alle dieci di mattina era sotto casa mia. Ci eravamo descritte abbondantemente, sia per telefono che via e-mail, anche dal punto di vista fisico; incontrarci non riservò quindi grandi sorprese. Lei trovò in me quella morettina che le avevo detto di essere, e io ebbi il piacere di trovare Paola più giovanile e più bella di quanto mi aspettassi.
L'accordo era che, dal momento che avessimo chiuso la porta del mio appartamento alle nostre spalle, lei sarebbe stata la mia padrona, e io la sua schiava, fino alle ore 19. Non perse tempo. Appena dentro, mi ha ordinato di spogliarmi completamente, e io ho obbedito senza batter ciglio. Mi ha poi passata in rassegna completamente toccandomi tutta: mi ha stretto i seni con le mani fino a farmi male e poi mi ha frugato le parti intime, infilandomi anche un dito nell'ano.
Mentre mi penetrava la vulva col dito medio, io con gli occhi bassi le ho detto: "Credo di essere ancora vergine... non sono mai stata con un uomo, e a parte qualche oggetto infilato..."
Non fece commenti, ma mi disse che avrei dovuto parlare solo per rispondere alle sue domande; io feci cenno di sì col capo: il gioco mi piaceva da morire, ero eccitata e mi sentivo bene come poche volte in vita mia. Mi baciò sulla bocca facendosi abbracciare da me che ero nuda; aveva le unghie lunghe e robuste e me le piantò un po' ovunque sul corpo, insistendo particolarmente sul sedere. Adoravo essere dominata da lei e le offrii tutta me stessa spalancando la bocca alla sua lingua.
Paola indossava un vestito chiaro e leggero, senza collant perché la stagione era ancora estiva, e calzava un paio di sandali di vernice nera col tacco alto; si sedette sul divano e io glieli tolsi con delicatezza, poi le baciai i piedi restando a lungo accoccolata a essi come una cagnolina affezionata. Lei ne fu contenta.
"Occupati di preparare il pranzo, - mi disse dopo un po'- nel pomeriggio ti farò sentire schiava a tutti gli effetti". Io non desideravo altro. Ho fatto tutto io quel giorno in cucina, col solo grembiule calzato sul corpo nudo. Erano le tre quando Paola ha dato inizio al gioco. Si era portata da Milano tutta la sua attrezzatura sado-maso; come prima cosa mi unse in profondità l'ano con un'apposita crema, tenendomi sulle sue ginocchia come se fossi stata una bambina da sculacciare. Prese poi un vibratore anatomico di gomma nera e lucida, me lo fece dapprima baciare, e senza farmi troppo male lo introdusse a fondo nel mio buchetto bruno ed elastico, lasciandocelo infilato. Un po' dava noia, ma era anche piacevole: lei mi accarezzava tutto il corpo graffiandomi qua e là.
"Baciami i piedi", disse poi. Lei era seduta in poltrona e si era armata di frustino; io, sempre nuda, ero carponi sul tappeto. Mentre le baciavo i piedi lei prese a fustigarmi, soprattutto sul sedere: mi piaceva sentirmi così sottomessa, in vibratore conficcato nell'ano mi faceva sentire posseduta senza pietà. Ero eccitata e bagnata, desideravo accarezzarmi le parti intime ma non potevo, senza il suo consenso.
"Ora fammi godere con la lingua", mi disse lei perentoria. Era eccitatissima, con lo slip intriso dei suoi umori vaginali. Io le tolsi con garbo le mutandine, e lei mi sfilò dall'ano il vibratore con un colpo deciso che mi fece trasalire e sbarrare gli occhi. Mentre io la leccavo con cura, Paola riprese a fustigarmi; non risparmiava nessuna parte di me: schiena, gambe e sedere erano ripassati senza pietà dai brucianti colpi della sua sferza. Capii che cercava soprattutto l'interno delle mie natiche e glielo offersi aprendo più che potevo le ginocchia sul tappeto e spingendo verso di lei il fondoschiena. Era intesa, quella. I colpi iniziarono a giungermi anche sull'ano e sulla vulva gonfia e bagnata di eccitazione: mi sentivo come l'eroina di "Histoire d'O", ed ero orgogliosa di esserne all'altezza. Quando raggiunse il piacere smise di frustarmi, e mi ingiunse di continuare a leccarla perchè era multiorgasmica. Godette infatti rantolando altre due volte, e alla fine si abbandonò stremata sulla poltrona trattenendo la mia testa tra le sue cosce calde: l'odore del suo sesso mi penetrava nel cervello.
Dopo alcuni minuti si riprese e mi sfiorò la vulva con le dita del piede destro, stimolandomi il clitoride. Io smaniavo di poter raggiungere a mia volta l'orgasmo, ma lei mi tormentava senza darmi soddisfazione. Solo quando lo ritenne lei, mi autorizzò a darmi piacere con le mie stesse mani mentre lei mi rimirava soddisfatta.
Quell'intenso pomeriggio si è poi interamente consumato nell'intimità della casa, lei sempre padrona e io schiava, in attesa dell'ora in cui sarebbe partito il suo treno per Milano.