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I piaceri del gusto
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Titolo:
I piaceri del gusto |
Autore:
Lilith |
Contatto:
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Racconto
n° 231 |
Altri
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Non saprei immaginare il bene senza i piaceri del gusto o le gioie dell'amore o i piaceri che vengono dall'udito o dalla vista. Del Fine Epicuro
Leggo questa frase e medito sul suo significato profondo, mentre il treno si avvicina lentamente alla stazione di Peschiera. É un libretto in versione economica che riporta il testo integrale della Lettera sulla felicità di Epicuro e un commento del curatore. Sembra che l'affermazione sia una di quelle più prese di mira da coloro che volevano affossare la sua teoria del vivere. "Il vero saggio" continuo a leggere "non il tempo più lungo si gode ma il più dolce". Ed io sono qui, in un tempo che durerà lo spazio di un giorno, un tempo di cui pregusto già lo svolgimento pur non sapendo nulla o quasi della persona che incontrerò.
Non so se la saggezza sia una mia caratteristica, forse é vero ciò che leggo sulla maglietta del ragazzo che siede di fronte a me, immerso nella musica che ascolta in cuffia "Ci vuole il caos per vedere una stella che danza" e quindi diventare saggi può significare essere in grado di accettare la follia delle cose straordinarie che la vita, nei suoi disegni più misteriosi, ci pone. Se é cosi', allora la saggezza é parte di me.
Non ne so nulla o quasi, ho pochi punti di riferimento. La sua scrittura, una foto in cui é di spalle. Vedo solo una parte del suo corpo. Una strada di una grande città americana di notte, illuminata da luci al neon. La foto mi dice che sta camminando, ma é come se fosse per conto suo, perfettamente indipendente da ciò che c'é intorno. Vuole forse dirmi: Guardami, sto andando. Se vuoi puoi seguirmi, altrimenti vado avanti per conto mio.
Ed' questo messaggio nascosto che mi ha spinto, forse, ad abbandonare ogni timore e ad accettare questo incontro. Chi ha il coraggio di mostrarmi il lato più difficile del proprio corpo, non può non attrarmi oltre ogni misura.
Sarà in un camera sul lago. Questa conoscenza avverrà, per desiderio di entrambi, attraverso alcuni sensi. Il primo sarà l'olfatto (nessun profumo che nasconda l'aroma della nostra pelle), poi il tatto, poi il gusto. Quest'ultimo sarà al centro del nostro percorso perché é proprio attraverso il gusto che i bambini appena nati incontrano il mondo, assaggiando per prima cosa il latte materno. Oserei dire che é il mio senso preferito: é quello che stimola meglio di ogni altro la mia fantasia. Quando mangio un piatto speciale, chiudo gli occhi e, se potessi, mi tapperei anche le orecchie per potermi immergere nella sinfonia di sapori che quella pietanza mi comunica. E se potessi lascerei che qualcuno mi imboccasse. Mi terrei per compagnia solo l'olfatto.
Quindi io arriverò all'hotel, mi farò dare la chiave, salirò una scala antica, entrerò nella stanza, mi spoglierò, mi benderò e l'aspetterò.
Non manca molto all'arrivo del treno ma non posso frenare l'immaginazione. Mi vedo accanto alla finestra della stanza e sento già la brezza che mi sfiora la pelle. Ho un brivido nell'attesa mista a timore e piacere. Ci siamo conosciuti per corrispondenza, e questo mezzo, pur mediato dagli strumenti odierni sempre più veloci e sofisticati, ha ancora quel fascino e quel sapore che da millenni fa da sponda tra gli amanti.
Ho lasciato un messaggio alla reception e quando giungerà, lo leggerà e saprà in che camera raggiungermi. Non so a che ora da me . Potrei aspettare per molto tempo. Forse manderà un fattorino con una rosa ed un biglietto di scuse.
Se questo strano gioco dei sensi fosse troppo audace, o rischioso?
Ma non faccio in tempo a concludere questi pensieri, che sento quella porta aprirsi e richiudersi e, come per incanto, é a pochi metri da me.
Nessuna parola. Ho bisogno di sedermi perché l'emozione, unita all'impossibilità di vedere, mi dà un senso di vertigine.
É la prima volta che mi guarda e penso: forse non gradirà il mio aspetto e se ne andrà prima che io possa sfiorare il suo corpo. Per sempre. Allora tutto questo sarà stato solo un sogno. Mi toglierò la benda, e, forse, mi addormenterò in questo letto elegante sperando di ritrovare in sogno chi ha ispirato cosi' intensamente i miei desideri.
Gli attimi pervasi dai dubbi che separano il contatto, sono dilatati all'infinito e poi, all'improvviso, le sue dita sul mio volto.
Il tatto.
Avverto una leggera pressione sulla benda. Mi sta toccando gli occhi ma c'é ancora il tessuto a separarci. La tentazione di toglierla é fortissima ma cosa accadrebbe? Saremmo due perfetti sconosciuti che si incontrano in una stanza d'albergo. Potremmo metterci a ridere per la situazione inconsueta, allentare la tensione e vivere l'incontro in modo più tranquillo, ma il prezzo sarebbe quello di spezzare la magia di questi momenti. La sua mano.vorrei afferrarla e studiarne i contorni, percepire il delicato gioco delle falangi, ma mi trattengo. Lascio quindi che le sue dita esplorino i miei tratti. Adesso sono sul collo, dove una vena pulsa irregolarmente. Si fermano per ascoltare il mio battito.
Vorrei parlare, dire qualunque cosa, ma violerei il tacito accordo. Devo lasciar parlare i sensi.
Mi alzo in piedi e lascio che le sue mani accarezzino le mie spalle. Che dita lunghe e affusolate. Che tocco leggero. Sta seguendo un percorso? Scenderà ancora?
Si ferma e si allontana. Sento un fruscio di vestiti. Si sta spogliando.
Tra il viso e le spalle, dove mi ha toccato, sento miriadi di sensazioni, come piccole gocce di pioggia sulla pelle.
Adesso é di nuovo di fronte a me. Posso iniziare il mio viaggio nel continente sconosciuto del suo corpo. Mi prende la mano e se la porta al viso. Cosi', trattenendo l'impeto che mi spingerebbe ad afferrare il volto e cercare un immediato contatto di labbra, esploro i suoi tratti e sorrido perché un'immagine si forma nella mia mente, e quest'immagine ha la consistenza dei suoi capelli, della sua fronte, delle sue orecchie, del suo naso, delle sue guance e della sua bocca.
Sorrido e sento il suo sorriso. Nessuna parola. Non so di chi sia il vantaggio, se suo nel vedermi o se mio nel poter immaginare. É un incrocio di reciproci piaceri e non ho più il senso del tempo. Quante ore o quanti minuti sono già passati?
Ci avviciniamo al letto e li' ci sdraiamo. Adesso possiamo annusare.
L'olfatto.
Comincio dall'incavo tra il collo e le scapole, e arrivo alle ascelle dove mi soffermo. L'odore mi trasmette dei segnali che traduco immediatamente in sensazioni corporee diffuse. Si gira e mi offre la schiena che prima percorro con le mani, fino alle natiche. Mi fermo. Tasto a lungo la consistenza di questa parte del corpo e mi viene il desiderio quasi irrefrenabile di passare al gusto, mordendola e assaggiandola, ma mi trattengo. Perché adesso é il suo turno, ed io mi offro.
Parte dal basso. La punta del naso é fredda: la sento risalire dalle gambe all'interno delle cosce e si sofferma sul mio sesso.
Non c'e spazio e non c'é tempo. Solo un silenzio mistico, carico di sensazioni.
Le sue mani continuano ad esplorarmi ed io ho continui spasimi perché non so mai da che parte inizierà e quanto durerà e cosa farà. Adesso le dita sono sui capezzoli, adesso tra i capelli, adesso sui fianchi. Adesso sfiora la peluria del mio braccio e mi viene la pelle d'oca.
Prima che possa prendere altre iniziative, la sua lingua mi lecca il viso.
Il gusto.
Schiude le mie labbra con le sue. Non é un bacio. É l'ingresso nel mio sapore interno. É l'apoteosi di tutti i sensi perché da li' il corpo comincia ad aprirsi e a dilatarsi in ogni direzione. E una parte della mia mente ricorda che l'origine del bacio, nelle antiche tribù preistoriche, é un passaggio di cibo dai genitori al piccolo. Mi sto quindi cibando del boccone più dolce: la sua bocca nelle mille sfaccettature che riesce a comunicarmi.
Ci separiamo un attimo e sento che scarta qualcosa. Non capisco cosa stia per fare. Poi, sento una punta arrotondata sull'angolo della bocca. Ne percorre il contorno. Ha un profumo buonissimo. Scende sul mento e sulla gola. Mi passo la lingua sulle labbra e capisco che é cioccolato. Il mio cibo preferito. Lo sento sciogliersi lentamente lungo il percorso che porta, inesorabilmente, al centro del piacere.
Prima che possa smarrirmi completamente nel vortice delle sensazioni, avviene ciò che in questi mesi ho solo sognato ogni notte: come scivolando dentro l'acqua di un mare immenso, siamo l'uno nell'altra, e siamo dell'uno e dell'altra.
Finalmente la sua voce.
L'udito.
Mi chiama per nome, e resto ancora una volta senza fiato, lasciandomi catturare dalle sue sfumature dolci, profonde, appassionate. Le emozioni si susseguono a raffica, mi accorgo che non riesco a trattenere piu' nulla, rido, piango e gemo di piacere, completamente persa dentro la sinfonia dei nostri sensi.
Accade l'inverosimile: vedo con le mani, odo con la bocca, gusto con le orecchie le parole che adesso escono senza controllo e si librano nell'aria, e la sua voce é una tavolozza di colori, é un piatto dolce agro e piccante, le mie orecchie sono mani che afferrano i suoni, mentre il mio corpo é diventato un unico grande occhio che nell'apice del piacere si apre sull'universo e contempla qualcosa che non ho mai visto prima.
Ora tutto tace, siamo vicini e i nostri cuori battono all'unisono, i nostri respiri si confondono. Resta solo un senso da appagare: la vista. Sento la sua mano sulla mia nuca, cerca il nodo da sciogliere. Ancora un attimo e non ci saranno più barriere tra noi...
Mi risveglio all'improvviso da questo incredibile sogno ad occhi aperti. Una voce avvisa che il treno e' giunto alla sua destinazione.
Come in trance, lascio lo scompartimento e scendo alla stazione. Ho lasciato sul sedile il libretto di Epicuro. Non so se andrò subito all'hotel. Ho voglia di fare una passeggiata lungo il belvedere, di mangiare un gelato, di leggere un giornale. Mentre cammino ho la sensazione non fisica che sto per incontrare chi aspetto. Mi siedo al tavolino di un bar all'aperto. C'é solo un altro tavolino occupato, e la persona seduta che vedo di spalle sta guardando il lago, come in attesa di un appuntamento, o forse già paga di essere li', come me, a godersi quella lieve brezza primaverile. Trovo il coraggio di avvicinarmi a quel tavolino. Pronuncio il suo nome.
Non si volta ma mi dice solo, con la voce più bella del mondo:
Ciao, ti stavo aspettando.
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