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Frontiera
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Titolo:
Frontiera |
Autore:
VasV |
Contatto:
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Racconto
n° 2316 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
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FRONTIERA
Le colline aspre non lasciano molto spazio alla fantasia, solo poche sterpaglie secche spuntano dalla terra arsa battuta dal vento e dal sole. La struttura in cemento divide la strada in corsie. Una tettoia ampia copre tutta la larghezza della carreggiata. Sulla destra la vecchia struttura degli uffici di polizia. Le sbarre dei passaggi sono abbassate. E'un ex posto di frontiera, abbandonato ormai da decenni. Claudia ferma la berlina blu che scintilla sotto i raggi intensi del sole di mezzogiorno. Scende. Il vento investe immediatamente il suo sottile vestito bianco e alza leggermente l’ampia gonna. La differenza di temperatura tra l’abitacolo climatizzato e l’arsura esterna è notevole e dopo qualche metro sta già sudando. S’avvicina ad una delle sbarre tentando di alzarla. Niente. La porta dell’ex capottino guardia è aperta, forse all’interno esiste ancora qualche meccanismo funzionante che serve a fare alzare le sbarre. C’è. E’ una manopola girevole che porta chiaramente la scritta “alzata sbarra”. Prova a girare. E’ dura, probabilmente incrostata dal tempo. Appoggia un piede sulla manovella e ci mette sopra tutto il suo peso. Il rumore cigolante le indica che qualcosa s’è mosso. Una mano forte le stringe il collo e un’altra fa presa sul suo braccio destro stringendolo forte. E’ sorpresa, non si aspettava nulla di tutto questo. - Ferma, polizia. Che cosa stai facendo? - La voce che risuona alle sue spalle è di una donna. Una voce forte, autoritaria. Una manetta scatta attorno a un suo polso, poi è la volta dell’altro. Una frazione di minuto e cammina, mani dietro la schiena, verso la bassa costruzione. Non ha nemmeno visto chi l’ha arrestata. Sulla porta degli uffici compare un’altra donna. Alta, mora, in divisa. Sì ora non ha dubbi lì c’è la polizia, anche se non avrebbe dovuto esserci. La nuova arrivata non le recita neanche il salmo dei diritti dell’arrestato. - La macchina su cui viaggi risulta rubata. - Claudia non replica. Non si aspettava di essere fermata. Non in quella landa desolata. Ora il sudore le sta inzuppando il vestito. La portano dentro, in una stanzina in fondo a una scaletta in discesa. Le manette le levano solo per rimettergliele quando ha le braccia in avanti. L’appendono a un chiodo fissato nel muro. E’ in alto, deve stare in punta di piedi. Vede la poliziotta che l’ha arrestata. Anche lei è in divisa, anche lei mora, ma la sua camicia fa fatica a chiudersi sul seno abbondante. - Ti dobbiamo perquisire, ladruncola. - Per quale motivo la dovevano perquisire, era quasi nuda, non poteva nascondere armi addosso. La poliziotta che l’ha arrestata è dietro di lei. Con un piede le fa allargare le gambe. Lei fatica a rimanere in equilibrio. Il guanto di pelle è sotto la gonna. Accarezza le gambe. Ha paura, ma questa paura la eccita. La poliziotta fa scendere le spalline del vestito bianco. Mette a nudo i seni e li prende in mano. La cintura sfrega contro le natiche. Stringe i seni da sotto e scorre fino ai capezzoli. Li prende tra le dita e li tira in avanti verso il muro. I semplici slip bianchi come il vestito sono già umidi. La poliziotta si ferma. Si avvicina la collega ammanetta le caviglie una alla volta e le fissa al muro. Ora non può più muoversi. I guanti s’intrufolano sotto le mutandine, indiscreti. Accarezzano il clitoride che come risposta si erge. Claudia sente che i suo sesso sboccia e gli umori fluiscono. Due dita spostano le mutandine su una natica e accarezzano l’ano. Claudia s’irrigidisce. Qualcosa di bagnato cola tra le sue natiche. E’ il suo stesso sudore che va ad ammorbidire lo sfintere, stretto. Un dito preme, roteando attorno. - Spingi - sussurra al suo orecchio una voce. Claudia obbedisce e la punta del dito viene avvolta dalla carne. Poi sente spingere a sua volta e la pelle del guanto penetra dentro di lei, facendosi largo a piccoli colpi. Ha un sussulto. L’idea di essere alla mercé delle due donne, senza possibilità di ribellarsi in alcun modo, la eccita all’infinito. Il dito fruga dentro di lei e penetra il più profondamente possibile. Gira, torna indietro andando ad accarezzarla dall’interno, cercando ogni più nascosto recesso delle sue viscere. Claudia geme ed è un gemito di piacere. Un altro dito, un altro guanto di pelle. S’avvicina percorrendo la natica e punta dritto allo sfintere. Scivola di lato al primo ed entra. Ancora un sospiro, un nuovo gemito. La voglia le si agita dentro, ma sembra che abbiano intenzione di farla aspettare. La frugano, mentre il suo sesso s’allaga e Claudia desidera che spostino lì la loro attenzione. Non accade. Le dita sul bordo dello sfintere premono all’esterno in direzioni opposte. La dilatazione, il dolore. Lo sfregamento, il piacere. Mai aveva provato queste due sensazioni congiuntamente. Qualcosa di grosso preme ora al centro dell’ano tra le due dita. Ne sente la larghezza, perché tocca le natiche. - Spingi - la incita ancora la voce. Claudia spinge, il cilindro penetra. La carne lo inghiotte come se fosse avida. - E’il mio manganello - la voce, sarcastica. Il sesso colante vorrebbe la sua parte di piacere, ma non gli viene concessa. Il manganello scivola, ammantato dal sudore e aiutato dal suo stesso essere liscio e lucido. Claudia sente le sue viscere impazzire. La mano della poliziotta spinge sempre più a fondo il cilindro, ritraendolo un poco ogni volta, prima di riaffondarlo nella carne di Claudia. Il ritmo si fa costante. Le viscere sono scosse, sempre più velocemente. Sempre più impetuosamente. Claudia tenta di aprire di più le gambe e di inarcarsi, facilitando così la penetrazione. E’ stravolta e la sua testa è inondata dal piacere e dalla sensazione che prima le procurava solo eccitazione. Ora ne è frastornata, urla e crede di arrivare a toccare il fondo. Si sbaglia. Un altro cilindro appoggia la sua punta allo sfintere. - Offriti meglio. Ci deve stare anche quello della collega. - Claudia s’inarca e spinge. Si dilata, urla e accoglie dentro di se anche l’altro manganello. Una sequenza preconfezionata la squassa e la sua voce non le sembra nemmeno più quella che da anni è abituata ad ascoltare. I lamenti e i mugolii incessanti non escono dalla stanzina sotterranea con il soffitto insonorizzato. I cilindri s’alternano nell’immergersi nelle viscere. Il ritmo cresce sempre più. Il viso di Claudia è distorto dalle smorfie che lo contraggono. Il suo corpo, coperto dal sudore che cola a terra e inondato da sensazioni travolgenti, si dimena fino a che l’intera lunghezza dei cilindri è avvolta dalla sua carne. Ora non s’alternano più, ma sono uniti in una danza voluttuosa. Ancora qualche colpo profondo, a spegnerle la più sordida delle voglie e poi più nulla. Fermi dentro di lei. Le poliziotte escono dalla stanzina. Senza dire niente si chiudono alle spalle la porta. Una voce giunge all’improvviso. - Buon addio al nubilato, mogliettina mia. -
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