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Il marchio
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Titolo:
Il marchio |
Autore:
Mara |
Contatto:
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Racconto
n° 233 |
Altri
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Forse sono diventata pazza, hanno ragione loro. Siamo nel duemila, sono una che ha sempre pensato che la libertà è sacra e inviolabile, che neppure gli animali dovrebbero essere prigionieri dei nostri capricci. Eppure io oggi ho chiesto al mio Padrone qualcosa che non avrei mai pensato ci chiedere a nessun altro. Ho voluto avere il suo marchio. Ne avevamo già parlato, lui l'aveva preparato. Una G, l'iniziale del suo nome. Sono folle! Non capisco più nulla, ho paura quasi di me stessa, non so dove mi porterà questa mia passione per lui, questo mio amore, forse parola che i più non riusciranno a capire, parlando di sadomaso. Eppure ve lo giuro che se una persona non lo prova per l'atra non può in alcuna maniera accettare di essere marchiata. Stanno cadendo uno dopo l'altro tutti i miei punti fissi, le mie convinzioni di un tempo. La mia bussola è cambiata. Sono qui davanti allo specchio, a guardarmi il mio marchietto sulla natica, e mi coccolo. Solo pochi mesi fa, esattamente nel periodo di Natale, avevo detto: "Nessuno mai mi avrà così profondamente, nessuno mai avrà la mia anima", e ora sono arrivata a questo? Oggi invece sono felice, felice per questo.... eppure una nuvola lontana si affaccia all'orizzonte... Mi fa pensare a una persona, a un Padrone che aveva tutto di me, e non mi ha mai capita, non mi ha mai voluto fino in fondo, al fatto che questo marchio poteva essere suo... Eppure io sono innamorata di tecnicamente, non riuscirei mai a staccarmi da lui, eppure quella nuvola mi fa paura, è ancora in un angolo del mio cuore... Ma oggi forse questo servirà a cancellarla definitivamente. Un altro passo verso altri orizzonti, verso un infinito di amore e piacere.... Oggi uscendo di casa, sapevo perfettamente che quando sarei tornata non sarei stata più di nessun altro se non del mio Padrone. "Cosa devo mettermi Padrone?". "Gonna, maglietta, e niente sotto, mia schiava.". Mi sono messa la gonna nera, una maglietta bianca trasparente, e un paio di sandali neri alti legati fino sotto il ginocchio. Avevo la mente completamente vuota.
Nessun ricordo, nessun pensiero, nessun desiderio. Solo e unicamente avevo davanti a me quello che volevo e desideravo. Dall'auto lo chiamai. Non resistevo a non sentirlo. Gli chiesi cosa dovevo fare, anche se lo sapevo già e in effetti lui rispose: "Cucciola quello che ti ho ordinato ieri sera.": Lo sapevo, lo sapevo... ma volevo sentirmelo dire ancora. Arrivai nel parcheggio davanti al nostro appartamento. Non c'era nessuno. La finale dei mondiali aveva svuotato le strade e anche nel parcheggio non si vedeva. Alzai la gonna e cominciai a toccarmi. Non c'era bisogno di eccitarmi, ma gli ordini si eseguono, e poi era piacevole sentire le proprie dita scivolare dentro e sentire l'umido che le bagna. Le tolsi e le appoggiai sulle labbra. Con la lingua cominciai a leccarle, una alla volta lentamente, volevo che anche quel gesto aumentasse in me la voglia. Poi rimisi a posto la gonna e scesi dall'auto. Cominciai a entrare nel vano delle scale. Non si sentiva anche lì nessun rumore, salii velocemente e quando fui davanti alla porta mi fermai. Un attimo. Un momento. Cosa stavo facendo? Subito mi ripresi. alzai nuovamente la gonna, misi lo zainetto vicino alla porta, e mi misi carponi, con il culo girato verso la porta.. Con la mano suonai il campanello. Aprì. "Entra cagnetta, su! Nell'angolo svelta.". Mi girai ed entrai a carponi. Sapevo dove andare e mi misi nell'angolo. Lui mi si avvicinò e con la mano controllò la mia fica. Cavolo che voglia... che voglia di lui... Prese un dildo dal tavolo e, allargandomi il culo me lo mise dentro, all'inizio piano poi dentro in maniera forte. Mi disse: "Alzati ora! Girati svelta, contro il muro fammi vedere come sai godere! Fallo per il tuo Padrone! Avanti cagnetta!". Mi rialzai, lo guardai fisso. Mi piace il suo sguardo, mi piace sempre. Dolce e deciso. Mi slacciai la camicetta, alzai la gonna e la fermai nella cintura. Non mi aveva detto di spogliarmi, e non lo avrei mai fatto senza un suo ordine. Il dildo, intanto, cominciava a muoversi, con i movimenti del mio corpo. Con una mano cominciai a toccarmi la fica. Facevo entrare e uscire le dita, e le mie gambe ritmavano il coito. L'altra mano accarezzava e, pizzicava in un'altalena di piacere il capezzolo del seno. Il mio respiro accelerava, e il mio sguardo era fisso su di lui... Il mio pensiero era su di lui. Lui che mi guardava e mi sorrideva. "Brava cagnetta, fai vedere al tuo Padrone quanto sei Troia.". Ero ormai al culmine, altro che troia, mi sentivo un tutt'uno con il calore, con la voglia di lui ... stavo per arrivare quando lui mi dice "Ora basta!". Lo avrei ucciso. Una parola venire a patti con la voglia e il suo ordine, una parola, ma lo feci. Ero tutta sudata. Mi si avvicinò, mi baciò e mi sfilò la camicetta. Mi prese i capezzoli e cominciò a tirarli, a strizzarli, a giocarci. Io morivo... "Padrone ho voglia di te, ho voglia di essere tua... per piacere prendimi". "Non cosi in fretta cagnetta non cosi in fretta:". Si girò, prese dal tavolo il collare, e me lo mise al collo. Mi slacciò il reggiseno, prese le polsiere e le cavigliere e lentamente me le mise, senza fretta, meticolosamente stringeva i laccetti, e poi mi guardava. Quando fu all'ultimo mi guardò e mi chiese: "Paura?". "No, mai con te Padrone.". Sul tavolo della cucina aveva preparato i suoi giochi, e fra quelli intravidi il marchietto. Il cuore ebbe un sobbalzo, lui non lo notò. I miei occhi si illuminarono, come il mio pensiero che correva al momento che attendevo da tanto, di cui avevo paura e voglia insieme. Mi sfilò la gonna. Mi prese per mano e mi accompagnò in bagno. "Perchè in bagno?" pensai. "Cazzo l'ha fatto!!!". Aveva agganciato due ganci al di sopra del bidè alla trave del soffitto, che essendo una mansarda era relativamente ad altezza uomo, o meglio slave. Cosi mi ritrovai gambe larghe sul bidè agganciata al soffitto. "Ti uccido" sussurrai.. Meglio se non mi sente... cominciò con il toccarmi, con giocare ancora con i miei capezzoli, poi con un bacio, uscì dal bagno. Ci fece ritorno, pochi attimi dopo con delle mollettine e un vibratore. Prese i miei capezzoli, uno alla volta, e ci mise delle mollettine che erano unite fra loro da una catenella d'oro. Poi infilò nella mia fica la pallina vibrante e, con il comando lo portò al massimo, lo appoggiò poi all'orlo del bidè. Mi diede un bacio, e uscì. "Cavolo che cazzo fa?". "Mi lascia qui cosi?". "Ho una voglia che muoio e sto cavolo di coso la stuzzica soltanto, muoio prima che lui rientri.". Sentii la porta dell'ingresso aprirsi e chiudersi. "Cavolo se n'è andato!". Sapevo che non avrebbe mai fatto nulla che avrebbe potuto farmi male davvero, o nuocermi nella mia situazione famigliare e anche se cavolo l'avrei ucciso, ero tranquilla. Totalmente tranquilla, tranne per un particolare in mezzo alle gambe che accidenti a lui, faceva venire una voglia del cavolo, voglia che non mi era passata da prima, ma conclude un gran poco. Finalmente lo sentii rientrare, si affacciò alla porta del bagno. "Paura?". Lo guardai con uno sguardo del tipo "Ti uccido", ma dissi: "Per niente Padrone, ma se non mi sleghi io qui muoio di voglia..". "Bene vedo che sei bagnata, vuoi continuare la cura?". "Padrone ti pregoooo togli quell'affare, e prendimi sto scoppiando.". Con un sorriso, si avvicinò, mi sfiorò le labbra, e con la mano tolse quell'orrenda pallina, e ci infilò le sue dita, cavolo che differenza! Mi accovacciavo, e le stringevo dentro di me. Quando le tolse, me le fece leccare. Amo farlo, e mentre lo faccio lo guardo. Amo vedere l'approvazione del mio Padrone nei suoi occhi. Mi sciolse, non senza un terribile formicolio alle braccia, da quella posizione, e mi tolse pure le mollettine ai capezzoli. Devo dire che fa più male toglierle che metterle cavolo. Mi fece chinare e a carponi uscimmo dal bagno. Mi fece mettere sulla panca che lui stesso aveva creato, e che aveva posizionato vicino alla finestra della cucina. Mi fece sdraiare a pancia in giù, mi bloccò le caviglie e le braccia con dei ganci a dei supporti che si trovavano sulle gambe. Mi trovavo praticamente a sua disposizione, completamente impotente, completamente sua. Non potevo più muovermi. Sentivo la sua mano che frugava dentro di me, passava dal clitoride al mio buchetto, con forza. Sentivo che mi muoveva il dildo. Poi si allontanò per un momento. Dal tavolo prese la frusta. Me la fece passare davanti al viso, con la lingua passai le sue corde. Poi la sentii vibrare e colpirmi. Colpirmi più volte, io non potevo fare altro che sentirla. Ero impotente. Il dolore e il piacere si mischiavano, Ogni colpo, era più forte del precedente, e ogni cinque sei colpi vedevo il suo viso avvicinarsi al mio, darmi un bacio e ritornare a colpirmi. Quando finì, sentii la sua mano passarmi sulle natiche, dolcemente. Prese il frustino. Accidenti quello si che fa male!! Lo ucciderei. Ma non potevo oppormi. Vidi la sua mano avvicinarsi alla mia bocca, tapparmela. Oddio!. Cominciò a colpirmi, ... cazzo fanno male. Ma i segni che lascia, poi mi piacciono di più, il ricordo di lui mi accompagna durante la settimana, quando non lo posso vedere, ma solo sentire. Lo vidi prendere qualcos'altro dal tavolo. Si avvicinò, era un foulard, il foulard che mi aveva regalato lui. Capii che era giunto il momento. "Questo non posso ordinarlo, posso chiedertelo, ma non posso importelo. Sei convinta?": "Si Padrone lo voglio". Mi legò la bocca, stretta stretta. Lo sentivo accendere il fornello della cucina, armeggiare. Io chiudevo e aprivo gli occhi, temevo e volevo, volevo. Sentii un solo dolore, un unico lampo. Fatto. Poi più nulla. Solo odore di pelle bruciata. La mia. Mi si avvicinò mi sciolse il bavaglio, e mi baciò. "Ricorda, ora sei mia per sempre". "Si Padrone per sempre". Prese la macchina fotografica e mi fece delle foto, mi fece vedere. Poi con la garza e il cerotto coprì il tutto. Mi sciolse. E da Padrone e slave, diventammo amanti. Ora io ero totalmente sua. Sua per sempre.
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