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Dea della Vita
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Titolo:
Dea della Vita |
Autore:
Vellutoporpora |
Contatto:
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Racconto
n° 2338 |
Altri
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Non fu facile svignarsela nella chetichella più completa: segugi intorno a lei.
Riuscì a scappare senza dar troppo nell’occhio, mimetizzandosi nell’andirivieni di persone. Era una giornata così bella che pareva assurdo passarla in gabbia: normalmente ligia al dovere e un modello encomiabile di determinazione ed impegno, oggi sentiva la primavera nel corpo. Non avrebbe potuto spiegarlo. Certi miracoli accadono nel silenzio di un fiore che sboccia solitario nell’anima. Non puoi dare le coordinate, ma sai che c’è. E questo basta.
Lasciò il paese seguendo una mappa istintuale che la portò inspiegabilmente in una radura sconosciuta, placida, silenziosa, nascosta. Il dolce tepore del sole ed il gorgoglio del torrente che sinuosamente strisciava tra le erbe le intorpidirono la mente: aveva sempre avuto un debole per il Cantico della Natura, era sempre riuscita a trovare la sua personale dimensione di quiete quando le tempeste imperversavano nei suoi vicoli cerebrali, bui ed insidiosi come le risacche di ricordi, troppo pesanti per poter essere annientati con l’indifferenza. Il mormorio dell’Universo invece, le regalava una mente piacevolmente vuota, consapevole solo di esistere.
Poco distante un pietra molto grande, liscia, piatta, a picco sotto i raggi del sole, pareva il lettino destinato a qualche dea. Occhi curiosi la individuarono: posto perfetto per immolarsi al Sole. Il vago color avorio pareva l’invito più suadente ed il regalo più significativo che il Fato le avesse posto sul suo cammino, in questo giorno di sole. Margherite tutt’intorno, crochi nascosti nel verde smeraldo del miracolo che si ripresenta ad ogni soffio di vita che Dio emette.
Si sarebbe fatta accarezzare dalla Natura: era un paradiso assoluto, nascosto dal mondo, lontano. Una saetta d'eccitazione le trapassò tra le cosce: iniziò a spogliarsi lentamente, lasciando cadere i vestiti sull’erba, scegliendo d’offrirsi agli occhi del cielo, impudica e spavalda, con la sua grazia da gazzella, senza vergogna per le sue imperfezioni alla Botero. Nulla poteva far supporre presenza umana, tutt’intorno: ciò la rassicurò, solleticandola nelle corde proibite e sconosciute fino a poche ore prima.
Lasciò cadere anche gli slip. Taglio netto con il passato.
I suoi piedi vennero accarezzati dalle corolle delle margherite mentre raggiungeva il suo trono naturale. Fruscio di fronde mosse dal solletichìo della brezza quasi estiva, concerto di volatili, api danzanti e formiche frenetiche, tavolozza di colori e di vita.
Nuda, si sedette sulla calda pietra. Si sciolse i capelli e se li ravviò sensualmente: le sue onde dorate le incorniciarono il viso da bambina ed i riflessi del sole intarsiarono i suoi occhi di gioia. Inspiegabile gioia. Aveva solo diciassette anni, eppure qualche sembianza di donna già le apparteneva.
L'idea che qualcuno la potesse vedere la fece vergognare di sé, ma non riuscì a frenare i suoi pensieri: si distese, completamente alla mercè delle nuvole curiose e delle foglie pettegole. Quel brivido non le dava tregua. Doveva. Le mani sulla pancia sentirono il bisogno di percepirsi: pelle liscia e morbida racchiudeva un ventre morbido, fulcro sinuoso di linee ondulate: i fianchi generosi non si riuscivano a racchiudere nei palmi delle mani, eppure questa pienezza la rassicurava e le piaceva. Seno ingenuo, ancora agli albori della sua fioritura, arricchito da due capezzoli eretti, vezzo vizioso alquanto sfacciato. Pensò che sarebbe stato bello se un uomo li avesse succhiati con vigore... Un uomo! Ma che diamine stava dicendo! Come poteva pensare a cose del genere?? Eppure pensava ed intanto scendeva con le dita... come un ragnetto che indugia sulla sua pelle... trovando finalmente la via della perdizione, fra le sue fulve caverne. Aprì delicatamente le sue labbra quasi come se si trattasse di Cristallo di Boemia e, lentamente, seguì le sue curve interne con le sue dita. Lentamente. Delicatamente. Poi, risalendo, sentì un pizzicore, un prurito, un diavolo impossessarsi delle sue membra e scovò, quasi per caso, una caramellina dura, piccola e rotondina che, premuta e roteata, le generava influssi di scariche elettriche nel sangue.
Convinta d'esser sola, si lasciò andare al piacere.
Ma non era sola.
Poco distante da lei, disteso dietro un cespuglio c'era qualcuno che la stava osservando, deliziato da cotanta libertà e sfrontatezza. Nemmeno respirava pur di mantenere la sua condizione d’anonimato. Non avrebbe rinunciato per nulla al mondo a quella divina fortuna: quando mai una fanciulla si sarebbe masturbata davanti ai suoi occhi con tanta foga, con tanto clamore, con tutta quella verità nei gemiti, con tanta limpidezza, senza finzione, senza voler essere ciò che non era, senza dover rappresentare la Diva del Sesso quando non era altro che cagnolina sperduta in cerca del suo padrone, ovvero se stessa?
E così fece... Guardò, entrando con gli occhi in ogni suo poro, assaporando quel peccaminoso quanto allettante gocciolio di voglie fra le cosce tornite; il suo pensiero volava a baciare ogni atomo. La voleva eppure godeva all'idea di non poterla avere. Un supplizio di Tantalo tanto dolce quanto stupefacente. Lei si dimenava, addirittura alzava le ginocchia, aprendo le sue gambe quasi a voler accogliere tutte le energie del mondo in sè, si apriva le natiche con le sue stesse mani quando non era impegnata nel penetrarsi e nello stuzzicarsi, a ritmi alterni e con forze diverse osava, provava, gemeva, raccontava il suo piacere in una serie infinita di "sii.....".
L'avrebbe mangiata con piacere.
Come un felino s'avvicinò quatto quatto alla giovincella scossa dagli spasmi e dai deliri. Era troppo presa dal suo godimento, troppo intorpidita dall’orgasmo che giungeva ancora, troppo vibrante per rendersi conto che la situazione stava cambiando. Finchè non senti che il piacere stava aumentando, ma non grazie a lei. Grazie a qualcosa di estremamente morbido che baciava le sue labbra, succhiandole la nocciolina che con sadismo aveva girato fino a pochi attimi prima, leccando il siero che da lei usciva, impazzendo e facendo impazzire. Alzò il capo giusto un attimo per rendersi conto che uno sconosciuto la stava baciando nei suoi inferi. Poi l’oscurità. Un potente orgasmo le annientò ogni frammento di ragionamento. E lui leccava, leccava, ancora leccava. La sua lingua si impossessava di lei con dolcezza ed ardore, passione e voracità, e lei s’apriva a lui come mai le era capitato di fare, inarcando la schiena, lasciando cadere il capo dalla pietra bollente, esanime come un toro dopo il colpo di grazia finale in una corrida dai diversi schemi.
Aveva aperto una porta.
Non provò timore. Quando realizzò cos’era accaduto, quando scovò lo sguardo drogato di potere femminile dello sconosciuto, quando si sentì un’altra, non ebbe paura. Sorrise e, con uno sguardo, seppe.
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