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Il giardiniere
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Titolo:
Il giardiniere |
Autore:
Novecento |
Contatto:
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Racconto
n° 2362 |
Altri
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Da quando sono stato assunto dalla signora Valentina, 45 anni, divorziata da uno dei più grandi avvocati della nostra città, ho scoperto il sottile piacere della trasgressione. Niente di cui spaventarsi, non preoccupatevi, semplicemente adoro osservare, trovare particolari che molti trascurano, scrutare al di là delle apparenze. Valentina è una dottoressa, anzi, è primaria al policlinico di Roma, molto curata nell’abbigliamento e nei modi di fare; e non è dal suo lavoro che ha affinato queste qualità, ma semplicemente si sente donna, affascinante e sensuale, a differenza di molte sue colleghe, sciupate prima del tempo. Lavoro per lei da un mese, cioè da quando ho risposto ad un annuncio in cui si cercava un giardiniere che potesse garantire professionalità e la possibilità di trasferirsi presso l’abitazione. Abitazione……un villino con 10 stanze non è proprio un’abitazione, comunque ho accettato per potermi così garantire uno stipendio che potesse coprire le mille spese che stavo affrontando all’università. Chiamo il numero stampato sull’annuncio. Meno male, è un Vodafone come il mio, sapete com’è, sono di Genova e non si dica che sono tirchio, sono solo parsimonioso. Risponde una voce che mi colpisce subito per la profondità del timbro e per la sensualità che traspare ad ogni parola. Fissiamo l’appuntamento per la mattina seguente. -Buongiorno. Sono Michele. Sono qua per il posto da giardiniere- -Buongiorno. Si accomodi. A proposito, che ne dici se ci dessimo subito del tu? Non pensare alla mia età, vero che 45 anni possono essere un blocco per te, però ti assicuro che non c’è problema- -Beh, va bene, nessun problema allora. Accidenti che bella casa, complimenti. Ti ho portato anche il mio curriculum, non è molto lungo, ahah, farai presto a sapere tutto di me, ho solo 21 anni e questo, potrebbe essere il mio primo lavoro. Mi sono presentato qui da te perché ho vissuto fino all’anno scorso con la mia famiglia in una casa qua vicino a Roma, nell’immediata periferia, non proprio in campagna ma quasi, e avevamo uno splendido giardino, orgoglio di papà e mamma. E così ne ho imparato la cura, l’arte e il sacrificio per renderlo splendido agli occhi nostri e dei passanti- -Quello che dici mi rallegra, forse ho finalmente trovato la persona giusta, vieni ti accompagno a vedere quello che ti potrebbe aspettare se deciderai di accettare l’impiego- Giriamo l’angolo est della casa e mi si presenta alla vista quello che un tempo doveva assomigliare ad un giardino. Non è grandissimo ma è in condizioni allarmanti. -Purtroppo, dopo il divorzio da mio marito, non ho più avuto il tempo per curarlo, e così ecco in che stato è arrivato- -Ti propongo una cosa allora. Dammi il lavoro e nel giro di un paio di mesi tutti gli insetti di Roma si trasferiranno nel tuo giardino- Mi giro verso di lei e la vedo ridere, ridere di gusto, continua così per alcuni secondi fino a che riprende il controllo e mi dice raggiante: -Affare fatto. Allora vieni, ti faccio vedere la tua stanza e ti presento Francesco, il domestico, anzi direi il tuttofare, e guardandomi mi strizza l’occhiolino. E’ poco più grande di te, ha 25 anni- Il significato di quell’occhiolino l’ho capito soltanto tre settimane dopo. La stanza era molto carina, arredata con un buon gusto, molto giovanile. -Se il lavoro e la tua stanza ti piacciono direi che il posto è tuo, e potresti cominciare già da domani, ah già dimenticavo, se per te va bene lo stipendio ti sarà dato giornalmente, purtroppo senza un’assunzione a tutti gli effetti, e sarà di 80 euro, compreso di vitto e alloggio, che ne dici? Ovviamente il weekend sarai libero- 80 euro, mangiare e dormire gratis in una villa? E pensare che fino ad oggi mi sono sistemato con un mio amico in una stanzetta lercia in un orrendo quartiere di Roma pagando 500 euro di affitto a testa e dovendo contare solo sulla buona volontà dei miei genitori. -Beh, non credo di starci a pensare troppo su, accetto e con una voglia incredibile di iniziare subito- -Perfetto allora, vieni che ti presento Francesco- Mi accompagna nel salone principale dove troviamo il “tuttofare”, intento ad apparecchiare. E’ un bellissimo ragazzo, snello, jeans e camicia bianca immacolata, alto poco più di me, capelli neri cortissimi e occhiali che gli danno un’aria timida ma sveglia. Ci accoglie con un bellissimo sorriso sincero, e per questo mi piace da subito. -Buongiorno Valentina, il pranzo è quasi pronto- -Grazie Francesco, ti volevo presentare Michele, sarà il nuovo giardiniere, mi raccomando, per qualsiasi cosa, soprattutto in mia assenza aiutalo come puoi- -Ciao Michele, piacere di conoscerti, non sarà un compito facile il tuo, ma per fortuna Valentina non è una tiranna- e dicendo questo mi sorride porgendomi la mano in segno di saluto. Gliela stringo, è un presa decisa, di un ragazzo affabile e sicuro di sé. -Perché non ti fermi a pranzo qua con noi- mi chiede Valentina. -Grazie davvero, ma dato che dovrò trasferirmi qua già da domani, volevo andare di corsa ad avvertire il mio coinquilino e a preparare le valige- -Va bene allora, capisco, ti auguro una buona giornata. Francesco puoi accompagnare Michele mentre vado in bagno a lavarmi le mani?- Lo seguo verso l’uscita. Colgo l’occasione per guardarmi intorno. Davvero una bella casa. Arredamento di classe ma non snob. -Spero di fare un buon lavoro. Qua sembra tutto così bello e accogliente. C’è un’atmosfera strana. Credevo di trovarmi davanti una donna rigida e altezzosa e invece Valentina è davvero gentile e semplice- -Hai ragione, ho avuto la stessa impressione io, quando tre mesi fa l’ho conosciuta per la prima volta, proprio come te, in cerca di un posto di lavoro. E’ un’ ambiente sereno, vedrai che ti troverai benissimo. Ciao e a domani- e così dicendo mi apre la porta. -Ciao, grazie di tutto e a domani allora- Salgo in macchina ripensando al giardino che per settimane sarà il mio peggior nemico-amico. Torno nel mio buco, saluto il mio coinquilino che mi maledice per via del fatto che ora deve cercarsi un altro con cui dividere la topaia, faccio le valige e me ne esco verso una nuova vita. Passo la sera dai miei, che mi accolgono per la cena e la notte con una fredda felicità. Gli parlo del mio nuovo lavoro e loro annuiscono senza troppo entusiasmo, prevedibili come al solito. Vorrei poter discutere del mio rapporto con loro, ma non ho tempo e ho troppe cose da raccontarvi. Sarà per un’altra volta, promesso. L’indomani eccomi puntuale alle 8.00 davanti all’ingresso della villa. Mi apre Francesco. Solare proprio come ieri. Mi saluta e mi racconta che Valentina è entusiasta di avermi assunto. Mi accompagna nella mia stanza dicendomi che mi aspetta qua fuori per farmi vedere il capanno degli attrezzi per il giardino. Disfo le valige, sistemo le mie cose. Esco e ci dirigiamo verso l’esterno. Mi augura buon lavoro e torna verso l’ingresso. Su un tavolo trovo una tuta nuovissima e ancora impachettata e un biglietto. E’ di Valentina. “Ciao Michele. Grazie di aver accettato quest’impresa titanica, faccio il tifo per te. Io torno stasera tardi. Sono in ospedale fino alle 20.00. Per il pranzo e la cena rivolgiti pure a Francesco. Non sono riuscita a fargli sistemare il capanno, mi spiace. Ieri pomeriggio l’ho mandato a comprarti questa tuta da lavoro, dovrebbe andarti bene. Ti auguro buon lavoro. A stasera. Ciao. Valentina” Bene. Apro il sacchetto, e indosso subito la tuta. In realtà è una salopette rossa, la misura è perfetta, piena di tasche, molto funzionale. E il capanno, considerando le condizioni del giardino, non è poi messo così male. Decido di iniziare proprio da qui. Mi piace lavorare. Da ragazzo con mio padre passavo le mie giornate tra attrezzi da giardino, polvere, fiori e piante, e ora a distanza di anni, lo ringrazio per tutto questo. Non sono poi così male i miei genitori come forse vi ho fatto immaginare, sono solo un po’ troppo “genitori”, ecco, bravi, vedo che avete capito perfettamente. Finisco verso l’ora di pranzo proprio quando sento squillare il telefono, un piccolo cordless proprio dietro la porta del capanno. E’ Francesco. Il pranzo è pronto. Lo raggiungo dopo essermi fatto una veloce doccia nel bellissimo bagno, che pur essendo adibito agli ospiti, denota un tocco di femminilità e buon gusto, che solo una donna può avere. Parliamo di mille cose, Francesco è davvero simpatico e il pranzo è ottimo. Mi stupisco di quanto sia bravo a cucinare e a tenere perfetta una simile abitazione. Mi confida che da sempre ha fatto i lavori domestici dove abitava con suo padre e i suoi 3 fratelli più piccoli e imparare a cucinare per tutta la famiglia è stata più una necessità che un piacere, in quanto sua madre è morta dando alla luce il terzo fratellino, ovvero 17 anni fa, quando lui aveva appena 8 anni. E ora che suo padre è in pensione e i suoi fratellini lavoricchiano ha deciso di trasferirsi qua per questo lavoro a tempo pieno. La mia ammirazione cresce ad ogni sua parola, ed è un sentimento bello, specialmente per il fatto che si racconta con semplicità e molta umiltà, come se fosse normale perdere l’adolescenza per dedicarsi alla sua famiglia. Lo aiuto a sparecchiare. Giardiniere sì, ma anche gentiluomo. Lo ringrazio per il pranzo e me ne torno nel mio piccolo pianeta verde. Per prima cosa decido ovviamente di togliere tutto quello che non è di questo mondo vegetale, carta, stracci, pezzi di plastica e tutto quello che incuria e vento hanno portato con sé. Ne vengono fuori 5 grossi sacchetti neri condominiali. Ma ne è valsa la pena. Ora si intravede la flora. Guardo l’ora. Le 19 e 30. Le 19 e 30? Non mi ero accorto del tempo trascorso. Sono sudato da far schifo e sporco di terra ed erba. Ma sereno e contento del mio primo giorno di lavoro. Torno verso la villa e attento a non sporcare troppo in giro mi sfilo la salopette e le scarpe. Rimango con un paio di boxer attillati neri e con la mia roba in mano mi ritrovo davanti Valentina. -Ma ciao Michele, che bella accoglienza, ti sembra il modo di presentarti davanti alla padrona di casa conciato così?- -No no, scusami, non sapevo che eri già rientrata, mi sono spogliato solo per non dover sporcare in casa. Oddio, mi spiace- Cazzo, che vergogna, volevo sparire e invece eccomi qua, davanti a lei quasi nudo non sapendo che dire o fare. -Ma di cosa ti devi scusare, anzi apprezzo davvero la tua buona educazione, e specialmente credo che la apprezzi Francesco, non è vero?- Mi volto e lo vedo piegato in due da ridere, appoggiato alla porta della cucina. Stronzo, questa me la pagherai. -Ha ragione Valentina- dice Francesco riprendendo fiato -sei stato gentile a spogliarti per non sporcare in casa- -Dai Michele non arrossire, non sei mica il primo uomo che vedo mezzo nudo, ahahahah, ora però vai a farti una doccia che sto morendo di fame- -Sì, vado subito- E corro su per le scale, verso il bagno. E sento ridere a bassa voce la mia padrona e il suo “tuttofare”. Mi lavo più in fretta che posso e … non ci credo … ripensando allo sguardo di Valentina che mi fissava mi sono eccitato. Ero in piedi, nella doccia, con il cazzo duro e gli occhi chiusi. Era da tanto che non mi masturbavo, lo studio all’università aveva risucchiato il mio tempo libero, e di conseguenza anche i miei possibili flirt con qualche ragazza conosciuta in discoteca o durante le interminabili ore passate in biblioteca. Prima il dovere e poi il piacere, giusto? Sì, ma ora era arrivato il cambio di rotta. L’acqua scorre sul mio corpo, mi sento tremare, scendo con le dita verso il pube, depilato completamente, oh, che volete farci, a me piace così. Apro la mano destra e lo impugno alla base. Bellissima sensazione, come sempre. Vedo una goccia di liquido lubrificante, mi capita solo quando l’eccitazione mentale supera quella fisica, strano penso, per un episodio così. Faccio scorrere la pelle verso il basso, scoprendo tutta la cappella o prepuzio per le menti più raffinate. Mi fa male tanto è duro. Inizio così una dolce e lentissima sega. Woody Allen sostiene che la masturbazione è fare sesso con chi stimi e ami veramente. Niente di più azzeccato. Il movimento diventa più veloce, devo appoggiarmi con la schiena contro il muro, un brivido di freddo dovuto alle piastrelle mi trapassa il corpo, facendomi eccitare ancora di più. Non ce la faccio. Mi devo sedere. Rannicchio le gambe, le allargo leggermente e vengo. Il primo schizzo è sempre il più bello, quello da guerra nucleare, un missile terra – aria che si infrange contro il vetro della doccia. Ne seguono altri tre, forse quattro, sempre più deboli, fino a che esausto reclino la testa all’indietro. Faccio passare due minuti, standomene così, con il pene che, come se si fosse spaventato da tanta passione, se ne torna buono buono in posizione di riposo. Mi rimetto in piedi, finisco di lavarmi, facendo attenzione a non lasciare tracce del mio passaggio. Esco dalla doccia. Mi asciugo, mi vesto e scendo verso la sala da pranzo dove trovo, già seduti, Valentina e Francesco. -Ehi, ma cosa hai combinato? Dai che si raffredda tutto- E’ Valentina a parlare, ma non è una predica, visto che mi sorride. -Scusatemi tanto per il ritardo- -Smettila di scusarti, io sono la padrona di casa, è vero, ma prima di tutto voglio essere una buona amica, farti sentire a tuo agio, il più possibile, proprio come ho fatto con Francesco appena è arrivato qua. A proposito, mentre eri in doccia ho dato un’occhiata al tuo lavoro, spero non ti scocci, anche perché sono entusiasta di quello che hai fatto in una sola giornata. Sei stato magnifico. Sono proprio felice della mia decisione- -Grazie, quello che dici mi rende orgoglioso, anch’io sono felice di aver accettato il posto che mi hai offerto, e grazie dell’ospitalità, del buon cibo e di essere così gentile con me- Francesco si limita a sorridere e alzandosi inizia a servire le portate. La mia prima notte in quella bellissima casa. Passano i giorni, mi ambiento sempre di più in quello che per me rappresenta un gran regalo donatomi dal destino. Con lo stipendio e il mio poco tempo libero riesco anche a portare avanti gli studi universitari. Il giardino prende forma, discuto sempre con Valentina degli acquisti necessari per renderlo magnifico e unico, e lei con fare sempre gentile ascolta e approva i miei suggerimenti. Non ci sono più stati momenti imbarazzanti come quello del primo giorno, e la confidenza tra me, Valentina e Francesco è cresciuta sempre più. Dopo 20 giorni di durissimo lavoro, ed una spesa non proprio economica davanti a me si staglia uno dei più bei giardini che abbia mai visto. Mi viene un crampo allo stomaco. Mi si bagnano gli occhi. Sì, sono commosso, felice, ed è tutta opera mia. Sento urlare il mio nome. Mi volto. E’ Valentina. Mi corre incontro e prima che possa aprire bocca mi abbraccia. Un abbraccio troppo sensuale per essere di semplice ringraziamento. Lo accetto e anche se un pizzico imbarazzato la stringo forte a me. Si stacca, mi guarda e mi dice: -E’ bellissimo, non ho parole davvero, anzi ti chiedo scusa se negli ultimi giorni ti ho un po’ trascurato ma sto partecipando ad una serie interminabile di aggiornamenti per il mio lavoro, non mi ero neanche accorta di quello che stavi facendo. Sei un giardiniere magnifico, come magnifico è quello che hai creato. Grazie- Io ho la testa reclinata verso il basso, sapevo di aver fatto un bel lavoro, ma le sue parole mi hanno davvero emozionato. Non posso piangere davanti a lei, non posso. E non lo faccio. -Dopo cena, questa sera, ti devo parlare. Non dirlo a Francesco. Ti aspetto nella mia stanza- Detto questo, prima che per la seconda volta nel giro di 5 minuti possa aprire bocca, la vedo voltarsi e correre di nuovo via, proprio come era apparsa. Merda, lo sapevo. Il sogno, caro mio, è finito. Chissà cosa vorrà dirmi, sicuramente che ho portato a termine il lavoro e non ha più bisogno di me. Non posso darle torto. Ceno controvoglia, lo capiscono sia Francesco che Valentina, ma nessuno dice niente. Ricevo i complimenti anche da parte di Francesco, anche se ho notato una certa forma di gelosia, anzi no, di invidia, nei miei confronti per il legame preferenziale che ha Valentina nei miei confronti. Eh già, il mio tempo qua è proprio finito. Finiamo di cenare. Ci alziamo, e senza neanche sparecchiare tutti e tre ci dirigiamo, augurandoci la buona notte, verso le nostre camere. Oddio e ora che faccio? Pensavo che mi ricordasse di passare da lei e invece non ha detto niente. Mi faccio coraggio, il cuore mi batte all’impazzata, inutile negarlo, se mi avesse licenziato sarei scoppiato a piangere. Vado verso la sua camera, busso piano e subito, come se non aspettasse altro da una vita sento la sua voce che mi fa accomodare dentro. E’ seduta sul letto davanti a me. Piange con la testa fra le mani. Non so cosa fare. Meno male che è lei a parlare asciugandosi le lacrime. -Scusami Michele, sono una sciocca a comportarmi così. Siediti, ti devo parlare- Titubante, mi avvicino. Ai piedi del letto trovo una sedia, la prendo e mi avvicino a lei. In tutti questi giorni, sarà per il troppo lavoro, sarà perché comunque per me è sempre stata la “datrice di lavoro”, non mi ero mai accorto, o meglio, non mi ero mai soffermato sulla sua bellezza. Tra le altre cose non ve ne ho mai parlato, mi perdonate vero? Rimedio subito. Come vi ho già detto in precedenza è molto elegante e anche ora, con il viso solcato dalle lacrime mantiene tutta la sua femminilità. Ha i capelli nerissimi, leggermente mossi, che le cadono sulle spalle larghe e proporzionate. Indossa una vestaglia verde acqua, lunga fino alle ginocchia. I suoi occhi scuri, lucidi dal pianto, sono molto espressivi e pieni di energia. Si intravedono le prime rughe solcarle il viso morbido, con tratti gentili, leggermente ovalizzato. La bocca è carnosa, con labbra asimmetriche, avete presente Francesca Neri? Ecco, uguale. Sono seduto davanti a lei. Abbasso lo sguardo e lo incrocio con i suoi piedi, non porta sandali per stare in stanza. Sono bellissimi, adoro i piedi, non è feticismo, credo soltanto che siano una parte del corpo stupenda da ammirare e i suoi lo sono. Ha dita curatissime, il secondo dito leggermente più lungo dell’alluce, senza smalto. -Ti piaccio? Ehm, alzo la testa, sono stupito dalla domanda. -Perché me lo chiedi? Cioè, sei una bellissima donna- Oh mamma, ma che sto dicendo… -Ti ringrazio. Te lo chiedo per un semplice motivo. Da quando un anno fa ho divorziato da mio marito non ho provato nessun interesse verso l’amore e se mi curo più di quello che il mio cuore dice lo faccio esclusivamente per lavoro. Sei stato adorabile in questi giorni, ed insieme a Francesco mi hai fatto sentire di nuovo viva e piacente. Grazie di cuore- -Ma guarda che io non ho fatto proprio niente, cioè, mi sono limitato a fare il mio lavoro- -Hai fatto più di quello che immagini- E dicendo così si mette in piedi allontanandosi da me. -Non voglio farti andare via, anche perché ora che questa villa possiede il giardino più bello di tutta Roma, vorrei che continuassi a prendertene cura. Lo farai per me?- -Certo. Avevo così paura di essere licenziato- Mi alzo in piedi anch’io come per uscire, lei mi si avvicina, mi fissa, e mi bacia sulle labbra. La mia padrona mi ha appena baciato sulle labbra. E’ un bacio piccolo, ma carico di significato. Non mi stacca gli occhi di dosso. Non piange più. Ora sorride e lo sguardo racchiude tutta la malizia di questo mondo. -Ti rifaccio la domanda. Ti piaccio?- -Beh, credo che tu sia un bell…- -E ora?- dice Valentina lasciando cadere la sua vestaglia. -Beh, sì, ora sì, sei una bellissima donna, cioè no, anche prima lo eri, oddio, scusami…- Ma sarò pirla. -Ehi, stai calmo, rilassati, non voglio metterti in imbarazzo. Volevo farti solo un piccolo regalo per ringraziarti del tuo lavoro- -Ma non ce n’è assolutamente bisogno- -Lo so, ma te lo voglio fare lo stesso, soprattutto per il fatto che ho un altro compito per te- Mille immagini attraversano la mia mente, cento e più fantasie mi trapanano i pensieri. -Avvicinati- mi intima Valentina. Ecco, sono a 10 cm dal suo viso, siamo quasi alti uguali, lei leggermente più bassa, mi guarda negli occhi, avvicina le sue labbra alle mie, istintivamente chiudo gli occhi e aspetto. E aspetto. E aspetto. Li riapro. La vedo leggermente più distante di prima, mi guarda e mi sorride. -Non vuoi prima sapere quale sarà il tuo nuovo lavoro?- -Ehm, sì certo, scusami- -Ti ripeto di non scusarti, non è il caso. Allora, il tuo nuovo lavoro sarà questo: guardarmi!- -Guardarti?- -Sì, guardarmi!- Avete sentito anche voi vero? Ha detto proprio così. -Beh, ecco, non so che dire, pensavo che….- -Non ho ancora finito- -Sì, scusami- -Ascoltami con attenzione, vedo in te l’uomo che diventerai, non scusarti più del necessario, finirebbero per non ascoltarti. Comunque ti dicevo; puoi scegliere di guardarmi tutte le volte che vorrai e che vorrò oppure decidere di far l’amore con me stasera e sparire per sempre dalla mia vita- Altro che essere o avere. Qui si parla di guardare ad infinitum o di bombare una sola volta. Un consiglio da parte vostra no vero? Lo sapevo, tanto quello interrogato sono io. Bisogna essere matti per capire un altro matto, giusto? -Scelgo di guardarti ogni volta che vorrò ed ogni volta che vorrai- -Bravo, sapevo che non mi avresti delusa. Inoltre, vista la tua scelta, pensavo di approfittare gratis della tua esperienza per un mio vezzo, sempre che tu sia d’accordo- Mi gira la testa, mi sembra di vivere in un mondo ovattato, tipo Matrix, eppure so di essere perfettamente sveglio. La mia erezione ne è la conferma. -Ti ascolto. Se posso, cercherò di soddisfare i tuoi desideri- -Siediti e guardami- Come un automa eseguo i suoi ordini. -Dimmi quello che vedi, e dimmelo con le parole che ti passano per la testa, non con le parole che useresti con me- -Sì, va bene. Ehm, vedo una bellissima donna, non proprio giovanissima ma molto curata nell’aspetto, belle gambe, slanciate con i fianchi leggermente ingrossati. Vedo due seni grandi…- Qua mi ferma, la guardo. La sua espressione è severa. Riprendo a parlare. -Vedo due tette grandi, probabilmente una quarta, anche se non sono un grande esperto in materia. Il ventre è piatto. Vedo dei peli, troppi peli, che stonano con la cura del resto del corpo- -Bravo. Anche io mi vedo così, e sai perché stonano? Perché dopo il divorzio non ho più avuto rapporti sessuali e ho perso interesse nella cura delle mie parti intime, ma ho deciso che devo smetterla di compatirmi, ed è qui che rientra la tua prestazione. Hai voglia di depilarmela?- La domanda mi coglie assolutamente impreparato, ma con uno sforzo sovraumano mantengo la calma. Starò al suo gioco, sono curioso di vedere dove vorrà spingersi. -Certo, sarebbe un onore. Lo vuoi fare subito?- -Sì, ma ricordati il patto, puoi guardarmi ma non fare nient’altro che non sia depilarmi- -Non ti deluderò, promesso. Hai della crema depilatoria, della schiuma da barba e delle lamette?- -Sì, certo, ho tutto il necessario, aspettami che vado a prendere le cose. Lo faremo sul letto. Prendi quell’asciugamano sulla sedia e stendilo. Ti prenderò anche una bacinella- Se dovessi raccontare quanto mi sta accadendo dubito che qualcuno mi prenderebbe in parola, scommetto che anche voi avete i vostri dubbi, ma vi assicuro che è andato tutto esattamente così. Valentina torna con tutta l’”attrezzatura”, si sdraia sul letto e apre oscenamente le gambe. -Fai piano e fai un bel lavoro- -Non preoccuparti, sono o non sono un giardiniere?- e ridiamo come due liceali al parco. -A proposito, non mi hai spiegato il tipo di “taglio”- -Eheh, hai ragione, ma lascio decidere te, so che mi sorprenderai positivamente- -Va bene, ora ti spalmo la crema vicino all’inguine per vedere se fa reazione e se l’effetto è negativo passerò ad una prima depilazione per poi finire con la schiuma e la lametta- -Sì, inizia pure- La crema per fortuna non fa reazione, con la sola lametta sarebbe stato un macello. Inizio con molta cura a togliere i peli partendo dall’alto del pube e scendendo. Sono piacevolmente colpito dalla mia calma. Cacchio, sono davanti ad una donna che mi mostra a 20 cm dal mio naso il suo sesso e io riesco a non perdere i sensi. Self control o frociaggine? Ditemi la prima, vi prego….Meno male, grazie. So di poter contare su di voi. Minuto dopo minuto faccio il lavoro di un’estetista professionale. Valentina in tutto questo tempo sta con gli occhi chiusi, come se dormisse. Le passo la schiuma. Ho un’idea, un po’ infantile, ma voglio vedere cosa mi dirà. Levo tutti i peli o quasi dal pube, levo tutti i peli tra le grandi labbra e mettendole un cuscino sotto la schiena riesco a terminare il lavoro anche in zone difficili da raggiungere. Non posso fare a meno di notare un leggero luccichio tra le sue labbra. Istintivamente me ne compiaccio. La risciacquo bene, facendo attenzione a non bagnare troppo l’asciugamano. Tampono la zona appena depilata, leggermente arrossata ma neanche troppo. E come mi ha ordinato lei, guardo. Sì, sono proprio bravo. Applausi per Michele. La faccio sedere sui bordi del letto e poi l’aiuto ad alzarsi. -Specchiati e dimmi cosa ne pensi- le chiedo. Si avvicina allo specchio dell’armadio, io le sono al fianco. Osservo lo sguardo. E’ di stupore, divertimento e gioia nello stesso tempo. Questo sguardo me lo porterò nella mente finché campo. Si gira verso di me. Attendo impaziente il suo commento. Non lo fa. Oddio, vuoi vedere che non le piace? Si gira e torna a sedersi sul bordo del letto, anzi no si sdraia e appoggia la testa al cuscino. Chiude gli occhi. E’ bellissima così. Li riapre, e mi riguarda. Si porta una mano al viso, si accarezza i capelli, le guance, le labbra, le socchiude per dare spazio a due dita troppo insistenti. Gioca con la lingua attorno all’indice e al medio della mano destra. Decido di sedermi. Se dovessi perdere i sensi darei una zuccata, non voglio rischiare. Porta ora le due dita attorno al capezzolo sinistro. Lo pizzica, ci gira attorno, lo tira fino a farlo diventare durissimo. Fa così anche con l’altro, pur essendo già duro alla vista della fortuna subita dal fratellino. Si prende le tette con le due mani, le avvicina. Tutto questo sempre con gli occhi chiusi. Scende con la mano destra sulla pancia, se la graffia, ha le unghie lunghe e molto curate. La sua mano ora avvolge la figa, ne saggia le nuove sensazioni provate dalla depilazione appena fatta. Sembra gradirle. Risale leggermente trovando il clitoride in deliziosa attesa. Lo stuzzica. Lo tortura. Con due dita inizia a compiere un movimento rotatorio inconfondibile. Si ferma di colpo, come se le fosse venuta un’idea. Riporta la stessa mano verso la bocca, si lecca medio ed anulare, e ridiscende veloce verso il piacere abbandonato per pochi istanti. Solo che non si ferma sul clitoride, scende ancora, si accarezza le grandi labbra, le piccole, molto sporgenti, e si penetra con le due dita bagnate dalla sua saliva e dalla sua eccitazione. Io me ne sto lì, in piedi davanti a lei come un macaco allo zoo che osserva i passanti, inebetito e ipnotizzato. Non riesco a muovere un dito. Apre gli occhi di scatto. E così, con due dita infilate nel suo sesso spingere verso l’alto, mi fissa. E si blocca. Solo uno scemo non si perderebbe in uno sguardo così. Riprende il movimento sempre più veloce, mentre con l’altra mano passa dal clitoride al seno. Ora ansima, sospira, geme, come se io non ci fossi. Ancora pochi secondi e la vedo inarcare la schiena, irrigidire i muscoli, tremare come se avesse delle contrazioni epilettiche ed esplodere, finalmente appagata, in un bellissimo orgasmo. Passano due minuti di completo silenzio. Finalmente si rimette seduta, passa ancora un minuto, prende la vestaglia, si rimette in piedi e la indossa, si avvicina a me. -E’ questo in realtà il mio vero regalo per te. Spero ti sia piaciuto perché non sarà l’ultimo se tu resterai. Mi hai reso di nuovo donna. Grazie. E davvero complimenti per la tua opera d’arte, ma come ti è venuto in mente di farmi una “V”?- -Non so, speravo ti piacesse, pensavo che fosse un bel segno indistinguibile per una donna così affascinante- -Sei fantastico. Sì, mi piace e molto- -Non so che dire, anzi sì, è stato bellissimo osservare le tue espressioni e i tuoi gesti. Sono contento di aver fatto la scelta giusta prima- -AhAh, certamente. Ora però sono distrutta. Vorrei dormire perché domani mi aspetta una giornata lunghissima- -Sì certo, vado anch’io a letto. Buona notte Valentina- -Buonanotte a te Michele- e dicendomi questo si avvicina dandomi un bacio sulle labbra, castissimo ma prezioso come tutti i baci del mondo. Mi giro ed esco. Sbaglio o per pochi decimi di secondo intravedo la figura di Francesco entrare di corsa nella sua stanza, proprio di fianco a quella di Valentina e davanti alla mia? Sono troppo esausto per pensarci, magari era andato in bagno, non lo so e non me ne frega niente. Mi spogliai in un lampo e mollemente mi infilai sotto le coperte. Ripensai per un istante alle parole di Valentina e un sonno dolcissimo mi avvolse. Era da tempo che non mi addormentavo senza troppi giramenti tra le lenzuola e una volta sveglio restai 5 minuti buoni a guardare il soffitto. Era Sabato mattina, e per la prima volta da quando frequentavo questa casa decisi di passare l’weekend con loro. Non sapevo se ridere o darmi del cretino per non aver accettato di fare l’amore con lei, ma la curiosità, si sa, rende l’uomo vulnerabile. Guardo l’ora e decido finalmente di ridere. Le 12.00; ebbene sì, ho dormito 14 ore, io che di solito quando esagero ne dormo 5 o 6. Bussano alla porta. Vi è mai capitato di assopirvi e di sognare in quel stato di dormiveglia a qualcosa di pericoloso, tipo cadere dalla bici o da un muro e sobbalzare nel letto come se aveste subito lo spavento più grande di questo mondo? Ecco. Al “toc toc” della porta ho reagito così. Prima che potessi chiedere chi fosse sento la voce di Francesco. -Ehi, dormiglione, visto che ormai la colazione l’hai saltata, ti andrebbe di pranzare con me? La “padrona” è andata al lavoro anche oggi- -Accetto volentieri, solo un minuto che mi vesto, mi do una rinfrescata e arrivo- E’ da un po’ che non parlo con lui, tra il mio e il suo lavoro non siamo più riusciti a creare quella confidenza tipica tra due ragazzi. Come al solito il servizio è impeccabile e la cucina è squisita, l’unica cosa stonata è il suo umore; solitamente è spensierato e sorridente, ma da ieri sera il suo viso è cambiato, come se stesse pensando troppo ad un qualcosa che non gli è propriamente chiaro. E proprio mentre sto per chiedergli se va tutto bene, mi anticipa. -Sai, ieri sera ti ho visto, anzi, ti ho spiato- Meno male che non stavo né bevendo né mangiando, mi sarei strozzato. Ma non voglio che mi accusi di colpe non mie, così reagisco alle sue parole quasi con arroganza. -Quando sono uscito dalla sua stanza ti ho visto entrare di corsa nella tua; non ci avevo riflettuto troppo a lungo perché mi sono addormentato subito ieri sera, ma ora che me lo confermi sospettavo che avessi potuto spiarci- -Calmati Michele, non ti sto accusando di nulla, non devi agitarti o farti mille seghe mentali, conosco Valentina un po’ meglio di te, e quello che è successo ieri sera non mi sorprende più di tanto, si sono semplicemente invertiti i ruoli- Lo guardo, finalmente il suo viso si rilassa, non era pensieroso come credevo, era solo stupito e incuriosito dalla novità. -Invertiti i ruoli?- ora sono io che mi sorprendo dalla sua affermazione. -Sì Michele, i ruoli, in questa casa tutti hanno un ruolo, io te e Valentina. Mettila così, lei è la padrona di casa, il suo ruolo è quello centrale; prima del tuo arrivo pensavo di essere il suo unico giocattolo, mi sbagliavo di grosso- -Credi che ora sia io l’unico giocattolo?- -Proprio non ci arrivi eh Michele?- -No- -Ho notato, ahah, beh ti capisco, fino a ieri sera non capivo neanche io il suo attaccamento nei tuoi confronti, la mia non era gelosia, anche se lo hai pensato vero? Non mi rispondere, è evidente da come mi guardavi, al tuo posto chiunque se lo sarebbe chiesto. Ma poi ieri sera tutto mi è apparso chiaro, non siamo né io né te i suoi giocattoli, è lei ad esserlo. E’ lei che vuole sentirsi al centro, è lei che desidera guardare ed essere guardata, è lei che scala le vette del voyeurismo per ridiscendere i gradini dell’esibizione. Non le ho mai chiesto niente, sul perché mi facesse spogliare davanti a lei, mi facesse masturbare mentre i suoi occhi scandagliavano ogni centimetro del mio corpo, e sul perché non volesse fare altro. Poi una settimana prima che arrivassi te la confessione- -Ascoltami Francesco-, mi disse una sera a tavola Valentina, -la prima volta che ho desiderato vederti nudo non sapevo ancora cosa aspettarmi dalla cosa, e così non sono mai stata molto chiara con te e ti chiedo scusa. Te hai accettato ogni mia “voglia” senza mai chiedermi niente, e per questo ti ringrazio; ricordo ancora la prima volta che ti ho chiesto di spogliarti davanti a me, il tuo stupore, la tua vergogna, e forse la paura di perdere il posto ti ha tolto ogni inibizione. Ringrazio anche la tua discrezione nel non averne mai fatto parola con nessuno, sai, mi svegliavo ogni giorno col pensiero di una denuncia da parte tua nei miei confronti. Stasera ti meriti la verità- -Dovevi vedermi Michele, pendevo dalle sue labbra, sia per la curiosità, sia per il carisma innato di questa donna-, comunque ecco la verità della nostra datrice di lavoro. -Vedi Francesco-, continua Valentina, -dopo il divorzio da mio marito non ho mai più desiderato nessun uomo, forse per il fatto che una sera rientrando a casa prima del mio normale orario di lavoro l’ho trovato a letto con la sua segretaria. Un classico vero? Già, non preoccuparti del tuo sguardo, tranquillo è passato ormai. E’ stato un classico anche il risarcimento per i danni morali e la quota alimenti che continua a passarmi il mio bravo ex maritino. Da allora, ti dicevo, mi sono chiusa in me stessa, prendevo psicofarmaci per dormire, non volevo vedere nessuno, dedicavo la mia giornata unicamente al lavoro in ospedale. Finchè, un paio di settimane prima che ti assumessi, la mia vita ha preso un’altra piega. Una sera decido di sostituire una mia collega nel turno di notte. Non ne faccio quasi mai, le odio le notti al lavoro. Ma quella sera dovetti ricredermi. Erano le tre, e di notte, in ospedale, si respira un’atmosfera strana, inspiegabile. Esco dalla saletta medica dove stavo pisolando un pochino per andare verso la macchinetta del caffè. Il silenzio era spezzato solo dal rumore degli strumenti del reparto in cui mi trovavo, cardiologia, e dal russare leggero di alcuni pazienti. Il corridoio illuminato da piccoli neon mi trasmetteva un senso di inquietudine. Supero diverse sale quando mi blocco di colpo. Cos’è questo rumore? Il cuore mi batte all’impazzata anticipando quello che il mio cervello faticava a distinguere. Sì, ora anche la mente ha trasformato il suono in concetto, in realtà. Sono gemiti, impossibile sbagliarsi, suoni e rumori a me quasi estranei, ricordo di una routine troppo asettica vissuta col mio ex marito. Provo a rilassarmi, ma non ce la faccio. Questo è un reparto maschile, e questi sono gemiti di una donna. Come è possibile. Mi faccio coraggio ed oso. Mi avvicino all’entrata della sala, almeno per capirci qualcosa. Sala 8. Faccio mente locale. Costringo la mia mente a concentrarsi. Un misto di ansia, eccitazione e terrore nell’essere scoperta mi avvolge. Nella sala 8 so perfettamente che c’è un solo paziente. Un certo Guido, se non sbaglio, no non sbaglio, sul lavoro non sbaglio mai. Che stupida, ora ricordo. All’inizio del turno la mia collega mi ha detto che per la notte si fermava una ragazza per assistere il suo fidanzato. Non ci avevo fatto troppo caso, capita spesso che un parente si fermi oltre l’orario delle visite. Sorrido, ripensando alla frase “per assistere il suo fidanzato”. Bellissima assistenza, e meno male che questo Guido non ha niente di grave, solo un leggero soffio al cuore ed è qui ricoverato per delle semplici analisi. Non ho resistito Francesco, non mi era mai successa una cosa così. Ma perché hai questa faccia? Smetto? Va bene, continuo. Allora, ti dicevo. Mi sono avvicinata ancora di più all’entrata dalla sala, mi tremavano le mani, sentivo ora chiaramente la ragazza che sospirava trattenendosi non so a cosa per non lasciarsi andare ancora di più. Mi costringo a vedere. Dovevo vedere. Quello che i miei occhi hanno visto mi fanno ancora desiderare di rivivere un momento così. Nella penombra vedevo una figura chiaramente femminile muoversi lentamente sopra il corpo di un ragazzo. Per fortuna l’angolazione era tale da poterli vedere senza che notassero la mia presenza. Non era sdraiata, era quasi seduta, completamente nuda, ne distinguevo la schiena, i capelli e la forza. Ho pensato subito a due cose: la prima al fatto che hanno avuto un bel po’ di coraggio ad osare, ma forse l’età e il sapere che erano da soli in stanza li ha fatti cedere alla passione, e la seconda al fatto che da troppo tempo mi ero allontanata da quel mondo. Ti confesso Francesco, che prima di allora non sapevo neanche cosa fosse la masturbazione femminile, avendo ricevuto un’educazione molto rigida e tutto era peccato. Purtroppo con il mio ex marito il sesso era freddo, forzato, monotono, con tempi dettati solo dalle sue voglie. Solo i primi anni sono stati belli anche da quel punto di vista, ma poi la discesa fino ad arrivare all’annullamento della mia personalità sessuale. Quella vista, quei ricordi terribili sono stati la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, il mio vaso. L’orgasmo della ragazza, il suo corpo che vibrava e che si accasciava in quello del suo amore, ha coinciso nella mia mente con la svolta. Mentre indietreggiavo dalla vista dei loro corpi sentivo caldo, le gambe mi tremavano leggermente, mi dovevo appoggiare al muro per non perdere l’equilibrio. Dopo anni, molti anni, ho ritrovato, riscoperto il mio corpo eccitato. Sempre in silenzio e sempre a fatica sono tornata nel mio ufficio, ho chiuso la porta (non si sa mai), ho sbottonato il camice dal basso e spinta dalla curiosità, ho appoggiato il palmo della mano sopra gli slip, normalissimi e bianchi, me lo ricordo come se fosse ieri. Non arrossire Francesco, ho visto molto di te e quindi ti sei guadagnato le mie verità e confessioni. Quella mano sentiva quello che ogni donna dovrebbe sentire col proprio partner, marito o da sole. Sentiva caldo, sentiva tutto, sentiva la mia voglia di godere. E l’ho accontentata. Ho agito d’istinto. Ho scostato leggermente lo slip e appena le mie dita hanno sfiorato il clitoride il mio corpo ha risposto al tocco. Piccoli movimenti a me sconosciuti mi hanno portato ad avere uno degli orgasmi più belli della mia vita, così, da sola, nella saletta medica, alle tre di notte, immaginando una mano non mia e ripensando ai capelli di quella ragazza sconosciuta. Mi sono lasciata andare sulla scrivania, ho appoggiato la testa e credo di essermi addormentata per qualche minuto. Questa Francesco è stata la mia svolta. Da quella sera ho sempre desiderato rivivere quell’esperienza. Non è ancora capitato. Poi sei arrivato te. E tutto si è amplificato. Sei stato gentilissimo e molto dolce- -Ecco Michele, questa è la storia della nostra “padrona”, e se prima pensavo di essere l’ oggetto del suo desiderio, il tuo arrivo mi ha fatto cambiare idea. Innanzitutto non ci sono più stati momenti diciamo trasgressivi con lei e ieri sera ho finalmente capito quello che mi frullava per la testa. E’ lei l’oggetto del desiderio, non noi, non siamo noi ad essere le prede, è lei inconsciamente ad esserlo- Tutte queste notizie mi stavano mandando fuori di testa. Molte cose non mi erano chiare. -Ma scusami, se tutto quello che dici è vero, perché con te non ha mai voluto far l’amore e a me ha proposto quella cosa assurda di guardarla senza fare niente?- -Non capisci vero? E’ normale, non hai ancora letto il biglietto- -Che biglietto?- -Il suo biglietto. L’ho trovato stamattina attaccato al frigo. Leggilo- Si leva dalla tasca un foglio, me lo porge e io come sempre, curioso fino all’osso, leggo. “Cari ragazzi, la vostra presenza in questa casa è stata per me migliore di qualsiasi medicina, vacanza o rito vodoo che potessi mai fare. Avete fatto quello che nessun uomo è stato in grado di fare. Ascoltarmi e capire. Grazie a voi ho riscoperto il piacere di vivere, il piacere di sentirmi donna, il piacere di essere ammirata e ammirare. Visto che sarai te, Francesco, a leggere per primo il biglietto, vorrei che raccontassi a Michele tutto quello che sai e tutto quello che abbiamo fatto. So che spiavi ieri, ne ero certa, e la tua presenza è stata uno stimolo in più, non sentirti quindi trascurato, non lo sarai mai. Quanto a te Michele, sei un’artista, un perfetto osservatore e ieri sera mi hai fatto proprio impazzire con i tuoi occhi che seguivano i miei movimenti. Arrivo per le 16.00 con una bella sorpresa. Preparatevi…!! Un bacio, Valentina.” Resto con il foglio in mano qualche secondo. D’istinto guardo l’ora: le 15 e 30. Parlando, anzi ascoltando, non mi ero accorto dello scorrere del tempo. -Quale sarà la sorpresa?- chiedo al “tuttofare” e finalmente ne comprendo il significato. -Non lo so, comunque qualsiasi cosa sarà spero solo che ce la ricorderemo per un pezzo- -Di questo non ho dubbi. Ascolta allora, io volo a farmi una doccia. Ci ritroviamo qua per le 16.00- -Perfetto- E corro su per le scale con il sorriso sulle labbra e una strana sensazione che mi avvolge la mente. Eccoci qua, io e Francesco, in piedi davanti all’ingresso della villa, dentro la villa, questo mondo che ci ha rapito, a guardare la porta, la porta che separa le nostre menti con l’esterno, con un qualcosa che sentiamo distante, come se non ci appartenesse più. Noi siamo la villa, noi siamo un legame creato dal nulla, siamo l’esibizione e lo spettatore, siamo una cosa sola, siamo eros e sogno, desiderio e speranza. Mi volto verso di lui, così simile a me, così complice in questo gioco dove ogni mossa è novità. Lo guardo, mi guarda, e senza dirci una parola ci stringiamo la mano, segno di un patto indissolubile tra di noi, per lo meno in quel pomeriggio, dove, forse e finalmente, avremmo scoperto il nostro ruolo. Sentiamo la sua macchina, una bellissima Mercedes, “regalo” del suo ex. Francesco apre d’istinto la porta di casa. La guardiamo scendere dalla vettura. Non riusciamo a staccarle gli occhi di dosso. Si sta avvicinando. Facciamo per salutarla ma lei alza una mano, come per dire “Non è giornata ragazzi, lasciatemi stare!”. Abbassiamo lo sguardo, ci spostiamo e la lasciamo passare. Ci supera, si ferma al centro della sala. -Beh, che fate lì imbambolati? Non chiudete la porta?- Non c’è che dire, e meno male che pensavamo di essere i cacciatori e non le prede. Io chiudo la porta e senza dire una parola mi dirigo al piano di sopra nella mia stanza. -Dove vai Michele, non sei curioso di sapere cosa sia la sorpresa? Lo avete letto vero il biglietto?- Annuiamo come se fossimo due anatroccoli davanti a mamma papera. Lei ride per 5 secondi ma ridiventa subito seria. -Purtroppo la sorpresa è saltata, mi spiace davvero, e non fate i sorpresi da questo mio cambio di faccia, sciocchini, sto solo scherzando, è bellissimo vedervi a disagio. Ho riacquistato anche grazie a voi la mia forza, ve ne sono profondamente grata, ma sappiate che non vi ho usato affatto, e se vi foste sentiti così vi chiedo profondamente scusa- Siamo molto imbarazzati, è buffo esserlo dopo quello che abbiamo visto e sentito, ma tant’è… -Visto che la sorpresa è saltata vi propongo un gioco, una partita a poker. Il mio ex ci giocava sempre e una volta mi ha insegnato le regole. Non è quello che avevo in mente per oggi, ma…- Non so se essere deluso, felice, amareggiato, stupito. Mi sento un po’ sciocco, forse il mio tempo qua è davvero finito e Francesco, leggendomi nel pensiero le domanda: -Non so Valentina, sarai stanca, vorrai riposarti, sarà per un’altra volta, che ne dici?- -Non sono affatto stanca, non ve lo avrei certamente chiesto. Vi prometto che non vi chiederò mai più niente. Solo una semplice partita a poker, va bene?- “Non vi chiederò mai più niente”, è più che un’allusione, allora è proprio come temevo, probabilmente dopo ieri sera si è sentita troppo volgare o troppo diversa da quello che credeva di essere, che il solo ricordo l’ha fatta tornare sui suoi passi. Allora non mentire a te stessa, sì che ci hai usato, è questo che dovremmo dirti e invece: -Va bene Valentina- perfettamente all’unisono sia io che Francesco. Ecco. Le tue prede sono cadute nella tua trappola, sei contenta? E’ questo che vuoi? Umiliarci? Non credere che sia così facile. Io sono come Terence Hill nel film “Trinità”, sembro svampito, ma vedrai cosa so fare con le carte. Ci sediamo in silenzio, proprio come la sera precedente, quella del mio “battesimo”. Prende le carte, eh sì, ha proprio delle mani magnifiche, senza anelli, con le unghie leggermente più lunghe del normale, perfette. Come non detto. Altro che Trinità, dopo 5 mani ci bastona con due doppie coppie, una scala, un foul e udite udite un poker. Che palle. Lei si sta divertendo come una ragazzina al luna park, mentre io e il mio nuovo amico sembriamo i cassieri di un supermarket dopo 8 ore di lavoro. Non mi piace come si stanno svolgendo le cose, odio perdere, a poker poi. Valentina questo lo sa. E’ donna. E’ medico. Non le sfugge niente. -Ragazzi, ma cosa vi prende? Perdete da una donna? Su coraggio. Forse vi manca lo stimolo per vincere. Fatemi pensare. Vediamo un po’…Sì ci sono, vi sembrerò banale, ma che ne dite di puntare i nostri vestiti ad ogni mano? Ogni volta che uno di noi tre perderà, si dovrà togliere qualcosa- Io guardo Francesco. Lui guarda me. Noi guardiamo Valentina. Voleva battaglia la bambina. Capisce i nostri sguardi. A volte i silenzi hanno maggior significato più di mille parole. Lei lo sa. Ha passato una vita nei silenzi, sia al lavoro che a casa con il suo ex marito. Ridistribuisce le carte con un sorrisino malizioso sulle labbra. La sera precedente vidi lo stesso sorriso e un crampo allo stomaco mi colse impreparato. Domandai a me stesso se era quello che volevo da lei, se ero contento di essere lì in mezzo a loro due, a dividere momenti troppo lontani dal mio mondo fino a qualche ora prima e mi risposi. Sì, era lì che volevo stare, come in nessun altro posto prima di allora; questo pensiero mi tranquillizzò e gliene fui grato. Anche se la posta aumentò, i risultati non cambiarono. Nel giro di 4 mani la nostra padrona ci spogliò di maglietta, pantaloni, scarpe e calzini. Un pizzico di imbarazzo, dovuto alla quasi sconfitta, mi trapassò la mente. Ma porca puttana, come cacchio ha fatto a vincere 9 mani di fila? Mi sto innervosendo, anche Francesco immagino che si senta così, quasi umiliato. E’ questo che in realtà ci vuoi dire? Che sei più forte di noi? Se non riesco a levarle quel sorrisino dalle labbra ci esco matto. Se ne sta zitta a guardare i nostri corpi, con lo sguardo di chi è abituata a vincere. A questo punto la sorpresa. -Sinceramente ragazzi, credevo che il poker fosse un gioco da uomini, mi state deludendo profondamente- Basta, questo è troppo, mi alzo dalla sedia con fare strafottente, la guardo, mi guarda. -Siediti Michele, non fare il bambino. Siediti, fallo per me, ti prego- Certe donne si fanno amare da un semplice sguardo. Mi siedo, che altro potevo fare? -Vi propongo un piccolo diversivo, poi non so più come aiutarvi per farvi vincere- e dicendo questo, inizia a ridere come una matta. La osservo, è proprio bella con quella sua camicetta bordeaux, i capelli sciolti e un leggero accenno di trucco intorno agli occhi. Bella senza aiuti. Bella così com’è. Mi passa in un istante la rabbia, e mi chiedo di quale magia siamo vittime io e il mio “socio” improvvisato. Di magia si tratta. Ne sono consapevole e per la prima volta dall’inizio della partita sorrido anch’io, anzi rido proprio, sapete quelle risate che nascono piano e ti travolgono, te provi a controllarle, ma non puoi, sono dentro di te, attaccano i tuoi nervi, lo stomaco, il viso e nessun pensiero le può arrestare. Francesco mi osserva. Mi lacrimano gli occhi. Girati scemo, queste risate sono come canti di sirena, troppo tardi, ammaliato anche lui. Eccoci qua. Una 45enne divorziata, un maggiordomo tuttofare 25enne e un giardiniere 21enne. Tre persone che ridono senza controllo attorno ad un tavolo. Due di queste sono in boxer ricordatevelo! E’ lei la prima a riprendere il controllo, non c’era da stupirsi su questo. -Ragazzi, erano anni che non mi sentivo così, ecco cosa cercavo in tutto questo tempo, ridere fino a stare male assieme a qualcuno. Appena vi sarete ripresi vi propongo le nuove “penitenze”- Con uno sforzo immenso sia io che Francesco riprendiamo coscienza dei nostri ruoli, ci rimettiamo seduti come due bravi bambini all’ora di cena e la ascoltiamo. -Bentornati, mi siete mancati, ahahah, è bello vedervi ridere, sono felice di avervi conosciuto- Prima che potessimo dire anche la più grande delle banalità Valentina continua. -Allora, visto che non vorrei già finire di giocare, date le vostre condizioni in termini di vestiario, proporrei di aggiungere un piccolo obbligo, cosa ne pensate?- Ora non vuole più battaglia la bambina, vuole proprio una guerra nucleare senza esclusione di colpi. Ma questo lo sa perfettamente anche lei, infatti, e come sempre, prima che potessimo azionare la macchina cervello-lingua la vediamo distribuire nuovamente le carte. Un pensiero che mi raggela il cuore mi fa chiudere gli occhi. Nella mia mente appaiono le immagini di me e Francesco intenti ad eseguire i voleri della nostra carceriera. Mi vedo a ballare con lui, mi vedo a baciarlo, mi vedo…basta ti prego, smettila, non posso continuare, lo so, quindi fai qualcosa, te e l’altro pirla di amico che ti sei scelto, perdere così come due coglioni, non lo capite che vi sta umiliando? Vuole vedervi chiedere “Basta hai vinto te!”, volete tirare fuori qualcosa di buono da queste teste di cazzo che non siete altro? Ci mancava il mio angelo custode a rompermi le palle, comunque ha ragione, almeno una mano, non chiedo altro, sì una sola mano, e sarò terribile nella mia vendetta. -Tutto bene Michele? Sei strano, vuoi smettere di giocare? Guarda che non c’è nessun problema- -No, scusami, pensavo a cosa farvi fare ogni volta che vincerò- Tiè, e ora cosa mi dici eh, bella mia. -Già, proprio come fino ad ora, vero?- Touche. Beh, cosa mi aspettavo? Applausi per Michele il carismatico? Meglio che me ne stia zitto, segnare nel taccuino della memoria “Non dire cazzate quando non sei in condizione di opporre ragioni”. Fatto. Prendo le carte dal tavolo, le guardo e con fare da grande professionista mi parte un sorriso a 54 denti. Spero che non mi abbiano visto, ma non me ne frega niente. Davanti ad un foul d’assi servito non si può stare calmi. Giusto? Giusto. Ne cambiano due Valentina e tre Francesco ma non c’è vittoria davanti ai miei tre assi e due jack. Mi alzo in piedi ed inizio ad urlare proprio come quando Grosso ha segnato il goal decisivo nella finale mondiale contro la Francia. Po popo popo po po popo popo po. -Ehi, zucchino, calmati, hai vinto una mano non la partita- mi dice Valentina cercando di smorzare il mio entusiasmo. -Hai ragione, ma dopo 9 mani era il minimo che potessi fare- -Te lo concedo. Su, dai, cosa vuoi farci fare a me e a Francesco?- E’ vero, c’è la penitenza, nell’entusiasmo me ne ero completamente dimenticato. E ovviamente, come sempre capita, quando ripensi troppo ad una cosa, quando è il momento di dirla, non sai che dire. E’ la sindrome di Quo sostiene Claudio Bisio (questa battuta è solo per veri intenditori me ne rendo conto, ma non prendetevela, è il mio momento questo). -Allora, vediamo un po’, potresteeeee, sì, ecco…ehm, ci sono. Francesco ti sfilerà la camicetta e la gonna e te se vorrai, sono anche bravo, sappilo, gli toglierai i boxer- -Ma sei un bastardo- urla il mio “amico” -questa me la paghi- -Siamo pari, ti ricordi venti giorni fa quando mi prendevi per il culo perché sono rimasto mezzo nudo all’ingresso della villa davanti a Valentina? Ecco, questa è la mia vendetta- -Ma dai, che c’entra, lì stavo scherzando- -Beh anch’io, però ora fate quello che vi ho detto- sentenzio come un condottiero romano davanti al suo esercito, molto fico mi sento e premo sull’acceleratore, -comunque siete liberi di non accettare perdendo la partita, tanto è solo un gioco- mi sentivo invincibile. -Non mi conosci vedo, peggio per te- mi minaccia ora Francesco, ma con il sorriso sulle labbra. Bene, abbiamo ritrovato la nostra complicità. E’ bastato un piccolo cambiamento, uno sguardo, una frase per ristabilire le regole del gioco. -Te, Valentina, hai dei ripensamenti?- le dico quasi con arroganza. -Mi sa che siete voi due a non conoscermi- e dicendo questo si avvicina a Francesco, gli porge una mano che prontamente viene avvolta da quella di lui, lo fa alzare e in piedi una di fronte all’altro si studiano. La partita finalmente è iniziata. Lo sappiamo tutti e tre. Questo volevamo? Sì. E’ lei, sorprendendo sia me che lui, la prima a muoversi, e lo fa abbassandosi fino a portare il suo viso all’altezza dei boxer. Attimi di incertezza subito allontanati. Appoggia entrambe le mani sui fianchi di Francesco, prende i bordi dell’intimo e li abbassa, centimetro dopo centimetro, scoprendo la sua nudità. Ora ha il suo pene a pochi centimetri dalle sue labbra, lo fissa, ma non è quella la penitenza e lei lo sa. Si rimette in piedi con uno scatto lasciando il povero domestico tuttofare con i boxer calati a mezza coscia e la sua eccitazione a metà via. -E ci voleva tanto?- ironizzo malignamente. Devo ammettere che mi sono incuriosito nell’attesa di vedere il pisello di Francesco, e mi sono piacevolmente stupito nell’osservare anche lui completamente depilato. Boh, sarà la fissa della villa… -Tocca a te, ora, spogliare Valentina- Fine primo round. I due si riguardano. Un po’ imbarazzati, un po’ eccitati. Tra l’altro Francesco a pranzo mi ha parlato del fatto che lei lo poteva osservare, studiare, capire, ma non mi ha mai parlato di essere toccato o di aver toccato Valentina; quindi, immagino, che per lei sia la prima volta dopo tantissimo tempo ricevere le attenzioni di un uomo. E come se mi stesse leggendo nei pensieri… -Francesco, ma anche te Michele, rendete questi momenti magici- Semplicemente così. Rendete questi momenti magici. Ora è il turno di Francesco, in questo gioco fatto di emozioni e sensazioni, a stupirci. Le appoggia le mani sulle spalle e ricordandosi della promessa che ha sancito il mio ruolo nei confronti di Valentina, le scivola di fianco piazzandosi esattamente dietro di lei. Solo ora ho capito. Vuole farmi guardare, proprio come ho fatto ieri sera mentre lui ci spiava. Lei è entusiasta del gesto appena ricevuto e glielo dimostra lasciando cadere la sua testa sulla spalla di lui, come a cercare il suo viso e il suo respiro. Francesco le fa scivolare le mani lungo i fianchi e arrivato all’altezza del bacino inizia a sbottonare uno dopo l’altro i bottoni della camicetta, risalendo la sua marcia trionfale fino ad arrivare ai seni. Anche l’ultimo bottone cede sotto la pressione del piccolo gesto compiuto da pollice e indice. Prende i due lembi della camicia, li alza e leggermente aiutato gliela sfila completamente lasciando spazio ad un bellissimo reggiseno a balconcino di pizzo nero. Io guardo. Non perdo un solo movimento del respiro di Valentina, un impercettibile alzarsi e abbassarsi, respiro che cela tutta l’eccitazione di quel bellissimo attimo senza fine. Non c’è tempo per pensare, troppo tardi per smettere. Abbassa la zip dal fianco della gonna, si inginocchia dietro di lei e con delicatezza e sensualità la fa cadere ai suoi piedi. Si ritrova così, in reggiseno e perizoma neri, in mezzo a due ragazzi, eccitati, e quindi pericolosi. Questo lei lo sa, ma vuole di più, è la sua rinascita, deve superare le ultime piccole paure che le attanagliano i pensieri. Lo intuisco e provo a domandarle che se vuole smettere non c’è problema, rendendomi conto troppo tardi della scemata detta. -Tranquillo Michele, non è il momento di sentirsi bloccati o imbarazzati questo, forse domani, ora no, sia per me che per voi. Vi voglio bene- Vi voglio bene? Ci vuole bene. Scavalca la gonna, mi fissa, si volta, osserva Francesco ancora in ginocchio. -Hai mani di fata, la tua ragazza impazzirà- Sarà anche il nostro giocattolo, ma continua a lasciarci senza parole. Prima di sedersi nuovamente si avvicina allo specchio a muro posto di fronte al nostro tavolo. E’ lì, in piedi, statuaria e bellissima. Nessuna smagliatura, nessun accenno di cellulite. Ma come fa? -Ma come fai?- glielo chiedo. -A fare che?- -Ad avere un corpo così- diretto, senza tanti giri di parole, bravo Michele, così mi piaci. -Beh, segreti da donne! Ahahah, no scherzo, semplicemente un paio d’ore di palestra a settimana, lavoro permettendo, dieta equilibrata e zero stress, ed è un miracolo, col lavoro che faccio- Questa donna va clonata. Ricordarsi di provvedere. Francesco è ancora in ginocchio, pietrificato, è buffissimo così. Ci eravamo dimenticati di lui. E come se si fosse accorto solo ora di appartenere alla classe “essere pensante”, si rialza andandosi a sedere, così, in silenzio, ma col sorriso sulle labbra. Se vedete persone sorridenti attorno a voi lasciatele stare, non parlatele, non toccatele, spezzerete quel magico momento. Anche Valentina ritorna al tavolo. La partita continua. -Ho visto che sono le 19 e 30. Se per voi ragazzi non è un problema, che ne dite se giochiamo ancora ad una mano e poi basta? Aspetto un’amica per le 21.00, pensavamo di uscire e andare a mangiare in un ristorante suggerito da lei. Quando sarà qui, se vi fa piacere le posso chiedere di unirvi a noi, non so ancora il suo umore, sapete è una donna…- Sono io a parlare anticipando il mio “socio in affari”. -Nessun problema e lo sai. A me sta bene. A te Francesco?- -Certo. Speriamo solo che sia di buon umore allora. E’ una vita che non mangio fuori. Colpa tua Valentina- e lo dice con un bellissimo sorriso felice che gli illumina il volto. -Beh, hai ragione, allora ci penso io alla mia amica Silvia- gli risponde lei, sorridendo a sua volta. -Allora ok, ultima mano, ultima penitenza, e poi tutti a prepararsi per la serata. Se alla Silvia non andassimo a genio, che ne dici Fra di fare un’uscita gay io e te?- aggregandomi ai loro sorrisi. -Va bene Michele, ma non potremmo essere semplicemente amici?- Aspettavo un amico così. Gli rispondo con un gesto del capo, non serve altro quando si è sulla stessa lunghezza d’onda. Ed è magnifica questa sensazione. Ridistribuisco le carte. Potrà succedere tutto o niente. Dipende molto dal vincitore di questa mano. Ho due re. Cambio le altre tre. Francesco ne cambia una. Valentina ne cambia due. Guardo le carte. Non sarò io a vincere. Guardo Fra. Non sarà lui. Guardiamo Valentina. Sarà lei a vincere, con tre regine. Così come aveva iniziato la partita ha deciso di finirla. Trionfando. Ma non mi sento sconfitto come le prime mani. Mi sento libero. E curioso. Dannatamente curioso. Lei non esulta neanche, dimostrandomi che le vittorie più belle sono quelle vissute nei silenzi. Specialmente se a vincere non è solo una persona, ma tre, riunite attorno ad un tavolo da un sottile legame, inspiegabile quanto perfetto. Il legame di amicizia, rispetto e affinità di pensiero. Nella vita ne incontrerai due, al massimo tre di queste persone. Quando le troverai non darti la possibilità di perderle, te ne pentirai amaramente. -Alzatevi! Te Michele vatti a sedere, te Francesco avvicinati a me- Valentina ordina, noi eseguiamo. -La penitenza è questa: annullare il confine tra esibizione e voyeurismo. Fondiamoci in una cosa sola. Michele, ti prego solo di non essere geloso di Francesco- Non parlo ma agisco. Mi avvicino alla sedia, di fronte a loro, la guardo, mi sfilo i boxer D&G (anche i giardinieri hanno i loro vezzi) e mi siedo. Lei mi si avvicina, e mi bacia sulle labbra. Bene, abbiamo capito i nostri messaggi non verbali. Torna da Francesco. Appoggia le mani sulle sue spalle, scende lungo i fianchi, il bacino, si inginocchia di fronte a lui, gli accarezza le gambe, sicuramente da calciatore, e con voluttà gli prende in bocca il pene ancora indeciso sul da farsi. Chiude gli occhi Valentina, la vedo chiaramente dalla mia posizione, intuisco che possa averli chiusi anche il mio amico, e così decido di chiuderli anche io. Il buio. Le immagini. Le fantasie. Ci travolgono, noi, spettatori e attori di una serata da ricordare per sempre. Io, il primo guardone cieco. Il primo voyeur che immagina senza aver voglia alcuna di osservare. E li vedo, dentro i miei pensieri. Li vedo. Li percepisco. Li sento. L’ansimare di Francesco, la saliva di Valentina, la sua lingua, la sua eccitazione, nell’attesa del suo piacere e nella consapevolezza di quello del suo dolce compagno. L’immagine cambia. Una mano spazza via le cose dal tavolo. Una persona (Valentina?) ci sale e si sdraia, concedendosi alla vista di (Michele?). Ho un crampo allo stomaco. Nella mano destra circondo, senza via di scampo, il mio piacere. Gemiti indubbiamente femminili cancellano i miei pensieri. Apro gli occhi. La mente non sbaglia mai. La bocca di Michele tortura, sorprende, spinge. Resto seduto. Non capisco ancora se sono un genio o un pazzo. Inizio una lenta masturbazione, non vorrei mai essere spettatore senza spettacolo. Le mani di Valentina stringono i bordi del tavolo, le gambe mollemente a penzoloni. Penso che possa bastare. Michele si rimette in piedi. Ho parlato a voce alta? Non mi è sembrato. No, infatti. Magari sono un ESP. Ahahah. Un voyeur ESP. Mica male. Lo vedo aiutare la nostra dolce padrona a rialzarsi. Le prende le mani. La accompagna al centro della stanza, davanti alla grande specchiera. Ho capito! Cazzo, Michele è un genio. Allora il pazzo sono io. Avete capito cosa vuol fare vero? Il pavimento deve essere gelato, perché lo vedo irrigidirsi appena il suo culetto lo sfiora. Ma è uno stoico, lo so. Io non ce l’avrei fatta. Ma perché si rialza di scatto? Dove diavolo sta andando di corsa? Sale le scale. Valentina mi guarda. Lei credo che abbia capito perché mi sorride. -Il preservativo- mi dice, una parola, una sicurezza. Lui un genio attento, io un pazzo distratto. Bella coppia. Eccolo che torna, imbarazzato, sia lui che il suo piccino, timido, in mezzo alle gambe. -Scusate- dice a mezza voce e col capo chino. Valentina gli si avvicina e lo bacia sulla fronte. Sul naso e sulle labbra. Non si ferma. Gli bacia il petto quasi completamente glabro. Gli addominali segnati da anni di sport, il pube e infine nuovamente il pene, che al suono della sveglia e al tocco dolce e deciso delle sue labbra si ridesta. Valentina gli prende il preservativo dalle mani, glielo infila, sicura come sempre del fatto suo. Michele tranquillizzatosi nuovamente si risdraia ripercorrendo nuovamente il calvario dei brividi da freddo. Il mio movimento riprende costante, leggermente più svelto nel momento stesso in cui Valentina osserva la sua immagine riflessa nello specchio, corpo di donna stravolto dal piacere. Non perde niente di quello che riceve dalla vista. E so cosa sta pensando. Alla ragazza dell’ospedale venuta a far visita al suo fidanzatino. Ci eravate arrivati anche voi vero? Michele ha voluto esaudire il più grande sogno di Valentina: quello di rivivere l’esperienza in cui si è trovata spettatrice ignara. Non è più ignara, questo no, ma l’effetto è lo stesso. Eccoci qua, tutti e tre, amici ed amanti, ad osservare i nostri corpi tremare, sorpresi come sempre accade dall’orgasmo, attimo senza fine che ci viene donato dal nostro corpo. È lei la prima a raggiungerlo, in silenzio, senza troppi effetti sonori, semplicemente contraendo la muscolatura, aumentando la respirazione e stringendo le mani sulle spalle di Michele. Diffidate gente degli orgasmi troppo rumorosi, diffidate. Michele non ha resistito a lungo, troppo bello il momento per potersi opporre. Si girano verso di me, mi studiano, placati dal loro piacere mi osservano curiosi. Li accontento subito. Accelero, stringo, irrigidisco il ventre e vengo. Vengo sul pavimento, sulla sedia, sulla mano, sulle gambe. Ma perché l’orgasmo maschile è sinonimo di disastro casalingo? Ho i brividi. E’ la prima volta che mi masturbo davanti ad un ragazzo, ma non mi ha dato problemi, anzi. Come all’inizio ci guardiamo. Si avvicinano a me. Non serve dire niente. Mi alzo. Come una banda ci abbracciamo. Valentina è l’unica a parlare. -Grazie ragazzi- Suonano alla porta. Merda. Silvia, l’amica di Valentina è già qui. Ma questa è un’altra storia.
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