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Proibito pensare
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Titolo: Proibito pensare
Autore: Vellutoporpora
Contatto:
Racconto n° 2392
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Improbabile la vita, eppure successe: quella mattinata autunnale ci vedeva camminare su un sentiero terroso con erba selvatica anarchicamente cresciuta ai margini e al centro di esso.
Il silenzio impregnava l’intorno, nulla sembrava evocare il caos del mercato lasciato alle nostre spalle poco prima, dopo aver abbandonato la Stazione Centrale, la via principale seguendo stradine secondarie per giungere fino al Parco.
Un lieve venticello percuoteva i rami, facendo danzare le foglie in vorticose girandole mentre i nostri passi scricchiolavano su quelle rimaste a terra, ormai esanimi.
Era mattina presto, soltanto le 9; era un giorno qualsiasi, covato all’interno della settimana, scelto per la sua neutralità, eppure, in questo giorno, che per molti rappresentava solo un ripetersi effimero del niente mentre per noi rappresentava l’elettrizzante realizzazione di una fantasia ricamata nella nostra psiche talvolta perversa, talvolta struggentemente umana, avvenne la mia conversione all’oscuro.
Incrociammo, procedendo seguendo il tracciato delle risorgive, due anziani che portavano a passeggio il cane.
La signora mi guardò con aria d’ accusa: probabilmente le vibrazioni dell’ eccitazione che scorrevano fra i nostri corpi si sentivano a distanza di pelle, nonostante la semplicità di una camminata a capo chino e braccia incrociate dietro la schiena. Accusa: 20 anni, 50 anni. Accusa e vergogna. Vergogna ed imbarazzo. Imbarazzo ed eccitazione. Proibito. Ma non per noi.
I complessi mentali potevano e dovevano venire a castigarci dopo, quando il pasto si sarebbe consumato, quando ormai il peccato era stato compiuto, quando le regole erano state infrante, infilzandoci la coscienza con l’ odore insinuante del sesso voglioso che, come droga tagliata finemente, ti permette trip mentali esoterici.
Ora no, non potevano, perché avrebbero censurato la decisione di conoscere l’ Inferno, lasciando la candida veste battesimale appesa ad un ramo, scossa dalle fluorescenze naturali che incantavano il bosco.
Nessuno disse niente, lieve cenno del capo a mò di saluto e poi via, ognuno per la sua strada: loro verso il loro confortevole caffè mattutino, noi verso la sublime conoscenza.

Nessun dubbio, nessuna incertezza trapassò nei miei occhi mente, anestetizzata dalla presenza di lui che non ammetteva indugio, già schiavizzata mentalmente ubbidivo senza aver ricevuto ordini, seguivo. I miei passi incedevano senza chiedersi perché, seguendo le tracce lasciate dalle nostre fantasie consumate fin d’ ora solo nell’ intimità di una casella postale. Passammo un ponte di legno: potevamo continuare sulla strada maestra come potevamo scegliere di deviare verso radure sconosciute e, forse, poco battute normalmente.
Incrociando i nostri occhi capii che era giunto il momento di perdere la certezza del sentiero con l’ uscita d’ emergenza e di addentrarmi nella jungla del nostro erotismo.
Non servirono parole, la nostra sintonia era tale che capii immediatamente la direzione che avrebbero preso i suoi passi. Ora l’ attesa si faceva più pesante.
Flash continui mi sconvolgevano la mente, la lucidità talvolta veniva a mancarmi. Paura.
Trovò un boschetto con alberi più o meno alti e siepi e rovi che creavano un’ ottima barricata fra noi ed il mondo: in qualsiasi direzione guardassi vedevo solo natura, nemmeno il sentiero maestro si poteva scorgere, nessuna sembianza umana si poteva immaginare seguendo ombre o profili. Eravamo soli.
Noi ed il nostro plaid che lui aveva costantemente tenuto sottobraccio, quasi come fosse un tesoro prezioso da custodire, la futura arma del delitto.
Lo stese e ci sedemmo, uno di fronte all’ altra.
L’ imbarazzo era palpabile, avrei voluto dire qualcosa di sensato ma nulla usciva dalle mie labbra, quand’ ecco che lui parlò, trivellandomi l’ anima con il suo sguardo penetrante:
- Siediti qui, sulle mie ginocchia, voglio sentirti vicino.

E, così dicendo, mi fece sistemare a cavalcioni su di lui: ciò che sentì mi sconvolse e mi eccitò assolutamente. I suoi pantaloni rigonfiati accoglievano qualcosa di estremamente solido ed estremamente largo.
Questo contatto mi fece liquefare in un attimo, sarebbe bastato solo un micro gesto per farmi venire, avevo la mente in pallone e questo contatto già così intimo mi aveva fatto tornare in mente tutto il fiume di torride mails che fino a poche ore prima c’ eravamo inviati: io che gli descrivevo il mio corpo mentre reagiva alle sue provocazioni, lui che mi descriveva come avrebbe desiderato scoparmi, io che provocavo, lui che mi stuzzicava e foto! Aveva sempre amato imbarazzarmi con richieste alquanto inedite ed ora eravamo a tu per tu con noi stessi, senza interfacce, senza la confortevole maschera virtuale, senza scappatoie facili. Questa era vita reale.
Fu più forte di me: mossi lievemente il bacino, per accogliere meglio questo pene così vigoroso, per sentirlo meglio, nonostostante la stoffa ci impedisse un contatto ancor più intimo. Percependo il mio movimento lui riempì le sue mani con le mie natiche, salendo sulle mie cosce con velocità inaudita, prendendomi con passione e stringendole forte a se. Questo gesto fece diventare fuoco il mio clitoride: nel silenzio si sentiva il cuore pulsare in lui e le pompe idriche irrorare di siero le mie cavità.
Non ci fu tempo per pensare, troppa la passione, troppo il desiderio, troppe le fantasie ed i bocconi di frasi che pullulavano la nostra mente. Mi baciò con passione e, senza darci il tempo di capire nulla, le nostre mani erano già infilate sotto la camicia altrui, nel tentativo di denudare brutalmente questo corpo a lungo bramato.
I miei sospiri, i suoi gemiti, le mie unghie, le sue dita tutto divenne passione ed il mio bacino divenne onda sulla sua battigia mossa da tempesta ormonale.
Gli slacciai la cerniera dei pantaloni, lui scostò il perizoma e senza troppi preamboli mi penetrò con audacia, spingendomi fino a farlo entrare completamente in me; io presi ad alzare il bacino e a riabbassarlo con ritmo sempre più forte poi non capì più nulla, mi ritrovai sovrastata da lui che stantuffava con vigore, poi di nuovo io cavallerizza a domare lo stallone, poi puledra sottomessa dal suo vigore.
Averlo dentro era sentirsi completamente spalancate alla vita, le sue spinte erano slanci di energia possente ed ogni vola che entrava in me mi sentivo sempre più spalancata: mai in vita mia, avevo provato una sensazione così forte da farmi sentire squarciata in due, era un tornado dalla potenza infinita, ero inebetita ed assuefatta dalla potenza della voglia che quasi non mi rendevo conto di come le mie mani fossero impazziete sul corpo di lui, i miei baci, i miei morsi, le mie urla, tutto riecheggiava unito ai suoi grugniti che erano follia pura.
Di nuovo sopra di lui ruotavo il bacino, mi alzavo quasi fino a far uscire il suo pene da m per poi riaccoglierlo ma la lentezza non era ben accolta e così lui mi stringeva le natiche obbligandomi a muovermi veloce, veloce, come se lo stessi assaltando violentemente, come se mi stesse assaltando fino a togliermi l’ ultimo respiro.
Passarono 3 ore prima che riuscissimo a staccarci dai nostri corpi, affamati come non mai.
La mia vagina bruciava infuocata ma lui continuava ad infierire con tutta la passione che conteneva quel suo monumentale organo ed al dolore si mischiava il piacere, un piacere così vizioso ed esilarante che ormai nulla aveva più senso, nessuna preoccupazione aveva più ragione d’ esistere.
Mi aveva contaminata con il suo sé perverso ed io ero felice di poter essere il suo piacere.
Lontani di nuovo, in me rimaneva il sapore del suo sperma fra le mie labbra, in lui il sapore del mio peccato sulla sua lingua, in noi immagini di una mattinata non ordinaria, prologo di altre intense pagine di sensuale lussuria che attendo fremente.