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Lesbica in incognito
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Titolo:
Lesbica in incognito |
Autore:
Miss D |
Contatto:
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Racconto
n° 2418 |
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Pedalavo più forte, cercando di andare più veloce ma, al contempo, non volevo accaldarmi troppo, perché temevo che poi avrei sudato. Odio il sudore, mi fa sentire sporca e ho il terrore di emanare un odore sgradevole. Mi fermavo ogni tanto ai lati della strada a guardare il cellulare per controllare l'ora, avevo dimenticato l'orologio da qualche parte; poi avrei visto che era in bagno. Senza l’orologio, senza poter avere una chiara cognizione del tempo, mi sentivo persa.
Lo avevo avvisato, quindici minuti di ritardo, lui ci teneva alla puntualità e inoltre, se non mi avesse vista arrivare, cosa avrebbe pensato? Che avessi cambiato idea? Non era concepibile, lo volevo davvero fare, anche se mi dava molta insicurezza, mi sentivo incerta perché ci si aspettava che fossi forte, spavalda, senza limiti né incertezze e invece ero molto insicura.
Ero arrivata. Avevo citofonato, lui mi aveva risposto con entusiasmo il solito “Ciao, Gioia” ma con un misto di aspettativa e affettuosità, e mi aveva aperto il cancello. Avevo lasciato la bici rossa incatenata a niente, questo non mi piaceva, mi sentivo insicura a lasciarla così. Allora avevo bloccato la ruota posteriore con la catena come si fa con i motorini e moto, pur sapendo quanto fosse ridicolo, la mia bici era leggera e infatti riuscivo ad alzarla con facilità. A volte avevo anche fatto quattro o cinque rampe di scale con la bici sulle spalle. Ma non sapevo dove incatenarla.
Avevo preso l’ascensore –da sola– ero contenta che non ci fosse stato nessuno in giro neanche nell’atrio. Mi ero tolta lo smanicato, non mi piaceva perché era troppo grande ed ero convinta che mi facesse apparire grassa, anche se non lo sono. Quando le porte dell’ascensore si erano aperte, e una volta uscita, avevo notato che lui mi aveva lasciato la porta aperta e quando ero entrata mi aveva ricevuta con gentilezza e con voce pacata. Tutta quella calma veniva tradita da due occhi leggermente spalancati e da una punta di urgenza nel tono della voce. Era strano perché generalmente mi si scagliava contro appena barcavo la soglia, mi sopraffava baciandomi con foga e mettendomi le mani sul corpo, quasi non potesse aspettare un secondo in più. Anche se ora non mi aveva baciata, avevo notato che si era rasato e aveva un buon odore, mi veniva in mente il talco, tra tutti gli odori che conoscevo.
Avevo bisogno di andare in bagno e inoltre volevo lavarmi le mani, ma soprattutto volevo scaldarle. Contemplavo usare l’acqua calda per scaldarmi anche i piedi, poiché non ho una buona circolazione sanguinea e, di conseguenza, ho mani e piedi perennemente freddi. Poiché tardavo, da dietro la porta mi aveva chiesto se andava tutto bene. Dovevo far presto, ma prima di uscire mi ero lavata la figa. Una volta uscita dal bagno avevo preso la mano che lui mi porgeva e lo avevo seguito su per la scala a chiocciola e poi fino in camera.
Fino in camera.
Notai le tapparelle non completamente abbassate, la luce filtrava tra le fessure. Sebbene l’avessi vista solo una volta, ero riuscita facilmente a registrare le componenti al suo interno: il televisore a cristalli liquidi, lo stereo, il Dvd player e altri aggeggi elettronici nella parete a destra, la porta del bagno accanto a me e il letto di fronte. Un letto matrimoniale rivestito da un copriletto con una trama astratta color bordeaux o marrone, difficile dirlo nella penombra. Il copriletto subiva una depressione nel lato più vicino a noi perché lì c’era lei. Seduta. C’era lei.
Parlai per prima. Un “Ciao” simpatico ma sommesso e lei rispose con altrettanta simpatia. Mi sentii tirata dalla mano di lui verso il punto del letto dove si era seduto. Mi chinai a dargli un bacio in bocca mentre lui mi mise le mani sui fianchi che, lentamente, scendevano verso il bacino. Adoro quando mi accarezzano l’anca, proprio nel punto dove le ossa del bacino spuntano più in fuori, non so come mai, ma mi dà una carica animale. Mi staccai da lui per appoggiare la borsa e lo smanicato per terra, accanto al calorifero, inoltre mi tolsi la felpa e la appoggiai sulla borsa.
Sentii la voce di lei mentre gli diceva di far piano e mi sedetti sul letto accanto a loro. Lui era seduto tra noi due e la baciava con vigore. Lei gli disse ancora di far piano, una volta, due. Gli chiesi una bibita, un po’ d’acqua, una coca… qualsiasi cosa purché andasse in cucina a rilassarsi, ma soprattutto a sbollire. Lei era d’accordo, voleva una birra, anzi due perché anch’io ne volevo.
Uscì e rimasi da sola con lei. Mi tolsi le scarpe e calze, era un modo per rilassarmi anche se lo feci come un riflesso, senza pensarci su troppo. I miei piedi freddi mi preoccupavano, li volevo assolutamente scaldare. Mentre mi massaggiavo i piedi le parlavo, scoprendo con sorpresa che aveva uno spiccato senso dell’umorismo, facevamo battutine su di lui, battutine semplici, carine, innocenti, più che altro per rompere il ghiaccio. Infatti, nella semi-oscurità della stanza, incominciai a sentirmi più a mio agio.
Le chiesi perché lo faceva. Lei rispose che lo faceva per lui, perché era una cosa a cui lui veramente teneva. Poi anche lei mi chiese perché lo facessi. Per un secondo contemplai di dirle della scommessa che avevo fatto con Alex anni dietro, nel Capodanno del ’98; a casa di Alex, ubriache, avevamo scritto l’elenco delle cose da fare nel nuovo anno e poi, uno prima dei 30 anni. Ciucche com’eravamo, è ovvio che aggiungevamo all’elenco cose sempre più trasgressive e amorali –ciò nonostante realizzabili– ed era per questo che mi ero impegnata a compiere tutte le cose nell’elenco e cercare di vincere la scommessa. Anche se ci eravamo perse di vista, fantasticavo sul giorno in cui l’avrei rintracciata e, assaporando il suo stupore, avrei riscosso la vincita.
Ma a lei non parlai della scommessa, non l’avevo detto neanche a lui, e considerando che con lui avevo parlato di tutto, senza inibizioni, senza tabù. Non che fosse un segreto, semplicemente temevo che lui avrebbe pensato che fossi una sciocca e mi avrebbe presa in giro. Forse perché quando l’avevo detto ad un amico, aveva storto la faccia e mi ero sentita un po’ ridicola. A lei dissi che era una cosa che mi incuriosiva correndo il rischio che potesse pensare che fossi lesbica. E, chissà, forse sotto sotto lo sono… una lesbica in incognito. Quando vidi che era diventata silenziosa mi sentii in soggezione, come se mi fossi esposta troppo. Cercando di cambiare argomento suggerii di abbassare ancora le tapparelle, lei si alzò e lo fece, ora eravamo quasi totalmente al buio, l’unica fonte di luce era la porta della camera. Giocosamente, dissi di chiamarlo e chiudere la porta, così, per scherzo…per vedere come avrebbe reagito, e lei lo chiamò.
Lei lo chiamò e il gioco ebbe inizio.
Ero contro la parete, accanto alla porta e perciò non lo vidi entrare, sentì solo il suo “eccomi” –così come lo diceva sempre, enfatizzando la e iniziale– poi chiusi la porta.
Mi sentii strana nel buio totale, il nero ci avvolse tutti e tre. Ormai non ero sicura che fosse stata una buona idea, volevo riaprire la porta, almeno quanto basta per far entrare quel minimo di luce e riuscire a distinguere i nostri corpi, ma invece feci qualche passo avanti, verso la voce di lui.
Sentii le sue ginocchia e mi avvicinai ancor di più, con le mani tastai il suo viso, mi preoccupai ancora delle mie mani fredde, anzi gelide. Anche se aguzzai gli occhi non riuscii a distinguere alcuna forma, ma mi chinai per baciarlo e sentii la sua lingua, e il suo odore – talco – sì, era proprio talco, non mi ero sbagliata. Non sapevo cosa stesse facendo lei, non mi arrivava alcun rumore da sinistra fino a quando la sentii parlare e avvertii un fruscio. Aprii gli occhi e vidi che la porta si apriva leggermente, giusto uno squarcio, ma il sufficiente per lacerare il buio. Aveva avuto la mia stessa idea, adesso riuscivo a vedere, a vederlo seduto sul letto con gli occhi chiusi mentre mi baciava.
Mi staccai da lui, mi sedetti sul letto e li guardai mentre si baciavano. Poi lui si girò e con una mano mi guidò verso di lui per baciarlo ancora. E poi ancora si sporse verso lei e la baciò, e intanto mi cingeva stretta a loro con un braccio. Mi piacevano questi baci alternati. Mentre si baciavano, allentai la sua stretta, e mi tolsi la maglietta, lo feci automaticamente, quasi senza pensarci. Era naturale spogliarmi mentre lui mi baciava, il bacio era un preludio ad una scopata e, generalmente, non potevo aspettare. Solo una volta, nella sua ditta, non c’era stata alcuna scopata. Quella volta non c’era tempo, ma mi ero seduta sul bancone e lo avevo immobilizzato con le gambe, quella volta non mi ero tolta la maglietta perché era scollata e, perciò, lui mi aveva abbassato la scollatura fin sotto i seni. Poi mi aveva abbassato anche il reggiseno per baciarmi le tette, per leccarmi i capezzoli e per morderli, perché glielo chiedevo sempre. Quella volta mi era rimasta impressa nella mente perché la porta della ditta era spalancata ed ero sul bancone con le tette in fuori, tutti potevano entrare e sorprenderci, questo mi eccitava. Mi eccitava proprio l’idea che potessero entrare e vedere i miei capezzoli che venivano morsicati da lui. E anche lui era eccitato, lo sentivo perfettamente attraverso i jeans e poi il pompino che gli avevo fatto dopo lo confermava.
Quando mi tolsi la maglietta, lui si girò e, accarezzandomi il ventre e i fianchi, slittò le sue mani dietro per slacciarmi il reggiseno. Mi trovai mezza nuda tra loro due ancora vestiti e, invece di sentirmi esposta o intimidita, mi sentii potente, come se la mia nudità mi desse una sorta di forza, un controllo su di loro. Sapevo che ero stata io a dare inizio alle danze togliendomi la maglietta, sapevo che avevo fatto il primo passo quando, nell’oscurità più assoluta, lo avevo baciato e questa intraprendenza mi dava potere e soddisfazione.
Gli morsicai con dolcezza il lobo dell’orecchio, adoro farlo. Mentre lui mi baciava i capezzoli, lo aiutai a togliersi la maglietta. Guardando in basso, vidi la sua potente erezione, mai l’avevo visto così eccitato, goditela questa cosa, pensai. Lui voleva tanto avere questa esperienza e anch’io lo volevo –davvero tanto– ma in un certo senso l’insicurezza affievoliva la mia voglia. Ricordo che di questo incontro ne avevamo parlato per mesi prima, ci raccontavamo quello che ci veniva in mente, cosa ci sarebbe piaciuto fare, lui mi descriveva come mi immaginava nella scena e cosa gli sarebbe piaciuto fare e vedermi fare. Ma io ero sempre un po’ insicura. Lui sa che quando c’è da fare sesso non mi tiro indietro, si ricorda che gli ho detto chiaramente che in campo erotico era pronta a provare tutto, per quanto perverso che fosse. Per questo fatto forse era un poco sorpreso e chissà, anche divertito, di vedermi così insicura di me stessa, del mio corpo, di spogliarmi davanti ad un’altra donna.
Non pensavo ad altro che a liberare il suo magnifico uccello dai pantaloncini, infatti glieli sfilai immediatamente e, mentre ci giocavo con una mano, lui mi slacciò i jeans e me li sfilò e poi mi tolse il perizoma. Tutto questo accadeva mentre lei ci guardava, leggermente appartata da noi. Quando fui totalmente nuda mi porsi verso di lei e le accarezzai i seni attraverso il golfino. Sapevo che loro si aspettavano che fosse io a fare la prima lesbicata, come l’aveva definita lui… anche perché era stato molto esplicito su cosa voleva: un bacio lesbico con lingua, una leccata da parte mia a lei (l’ipotesi che fosse il contrario forse era da escludere, sospettavo che lei si fosse categoricamente rifiutata, ma a lui non ne avevo chiesto alcuna conferma… o forse lui non glielo aveva neanche suggerito, forse sapeva che io, la sia amica maiala, l’avrei fatto volentieri senza troppe complicazioni) e infine delle penetrazioni alternate, un po’ a lei, un po’ a me, poi ancora a lei e via dicendo. Per me andava tutto bene, avrei fatto tutto ciò. Erano quasi le stesse cose che mi ero sempre immaginata di fare in questa situazione. Mentre ero intenta a massaggiarle le tette lui la baciava con foga, poi lui si porse verso me per baciarmi ancora e lei si spogliò completamente. A questo punto eravamo tre corpi nudi pronti a fare follie.
Pronti a fare follie.
La sentii ansimare profondamente mentre era seduta su di lui, la guardai mentre la penetrava, li vidi aggrappati uno con l’altra in una stretta appassionata e mentre vedevo tutto questo incominciai a eccitarmi. Ero cosciente del calore che sentivo in mezzo alle gambe, dei capezzoli che mi si inturgidivano, delle lente –incessanti– pulsazioni del mio clitoride. Sono tutti segnali che conosco bene, che ho imparato nel tempo, particolarmente quando sono sola e mi masturbo, quando non devo prestare attenzione a l’uomo con cui sto scopando, quando non mi devo tormentare per fare un pompino ben fatto (la mia più grande insicurezza in quanto al sesso). Tutti questi sintomi che avvertii erano parole che il mio corpo mi pronuncia e che mi indicavano che bastava mezzo minuto di vigorosi strofinii nel punto giusto e l’orgasmo mi avrebbe travolta all'istante.
Mi avvicinai a lui e incominciai a mordicchiargli il collo, la mandibola, l’orecchio, la clavicola e, con un tocco lieve –quasi impercettibile– accarezzai i capezzoli di lei. Poi giunse il momento di avvicinarmi a lei e baciarla in bocca. Mi avvicinai ancor di più e lo feci a circa venti centimetri da lui, piegando il collo in una posizione un po’ innaturale per permettergli di vedere bene.
Poi, senza saper bene come, mi ritrovai davanti a lei, davanti alle sue gambe spalancate. Cominciai a baciare i suoi seni, aveva delle belle tette, circa la mia stessa taglia –una terza– ma con una grande aureola attorno a capezzoli piccoli ed eretti. Mi piaceva quell’aureola imponente e rilassata, tanto diversa dalla mia, che è piccolina e si restringe ancor di più quando sono eccitata. Una volta lui, mentre mi faceva le foto ai capezzoli col cellulare, li aveva chiamati tazzine da caffè. Mi aveva fotografato la tetta destra mentre ero distesa sul tavolo in cucina, poi un primissimo piano della figa depilata –completamente depilata, come piace a me– e poi ancora la figa ma con le sue mani che la aprivano, esponendola allo scrutinio della lente e infine mentre mi penetrava. Non era stata l’unica volta che mi aveva fotografato: la prima volta non smettevo di ridere, mi divertiva la voce di lui che mi ordinava di stare ferma mentre, chino tra le mie gambe spalancate, metteva a fuoco e poi quando, appoggiata coi gomiti sul tavolo, scattava mentre mi prendeva da dietro.
Incominciai a titillare un capezzolo con la punta della lingua per poi scendere con la bocca verso il suo ventre, mi soffermai brevemente sull’ombelico e subito ripresi la discesa. Arrivata al monte di Venere mi resi conto che lei non era perfettamente depilata e infatti una cortissima bionda peluria mi pungeva lievemente le labbra. Ecco cosa sentono gli uomini pensai divertita, iniziavo a vivere l’altra faccia del sesso, la parte che –per natura– a me venne negata… finora.
Poggiai la punta della lingua ben umettata sul clitoride leccandolo velocemente mentre con due dita la penetrai, una penetrazione superficiale all’inizio, ma sentendola ansimare, aggiunsi un terzo dito e li inserii in più profondità. Intanto sentii che lui mi leccava la figa, umettandola, e mi penetrava. Ero a carponi sul letto con la bocca nella figa di lei mentre i colpi eccitati di lui mi trafiggevano.
Sentii il suo respiro diventare sempre più intenso e voglioso perciò, senza perdere tempo, estrassi le dita dalla figa e incominciai a frizionarli contro il clitoride in senso circolare. Quando infilai la lingua nella fessura sentii che il suo gusto era denso e penetrante, ma ben diverso dal mio quando mi assaggio dopo essermi masturbata. Lui incrementò la velocità e l’intensità dei colpi pugnalandomi impetuosamente tanto che lo sentii urtare contro il fondo, ciò mi procurava un lieve ma dolce dolore e riuscivo malapena a mantenere la concentrazione sulla stimolazione che facevo a lei.
Aumentai la velocità delle dita passando a un movimento dall’alto verso il basso in modo frenetico, così come ho imparato col mio corpo: prima in senso circolare e poi, all’avvicinarsi dell’orgasmo, su e giù velocemente. La sentii godere rumorosamente, i suoi gemiti mi incitavano a fare di più, mossi freneticamente la lingua dentro di lei per incrementare il suo godimento. Mentre godeva intensamente non riuscivo a credere di averlo fatto, di aver portato all’orgasmo una donna con la bocca, ero sbalordita. Ero soddisfatta.
Ma non raggiunsi l’orgasmo. Troppo occupata a stimolarla, non mi ero lasciata andare, e neanche lui venne, lo sentivo ancora duro quando estrasse. Mi distesi a pancia in giù sul letto per riprendere le forze mentre lei si alzò, prese le lattine e, sedendosi sul tappeto ai piedi del letto, mi porse una. Presi la lattina e bevvi tutto in un sorso. Intenta a parlare con lei non mi accorsi del calore del corpo di lui sopra di me e neppure che stava per penetrarmi ancora, ma quando mi infilzò la figa lo sentii… eccome lo sentii.
Le porsi la lattina vuota e mi concentrai sulla scopata. Anche se sentivo la figa lievemente indolenzita dai colpi vigorosi che mi aveva dato momenti prima, mi faceva impazzire il fatto che mi avesse presa così –senza preavviso– mi appariva molto animale…Soddisfava perfettamente la mia libido masochista. Lui sa bene quanto sono masochista, infatti sospetto che da quando abbiamo incominciato a fare sesso, lui sia diventato un pò sadico a furia di chiamarmi puttanella o troietta, a schiaffeggiarmi le tette, a mordermi i capezzoli, a legarmi, a mettermi le mollette sia ai capezzoli sia al clitoride e via dicendo.
Mi alzai lentamente per evitare che slittasse fuori mentre seguiva i miei movimenti, e mi misi alla pecorina. Adoro questa posizione, è una delle mie preferite e so che è lo stesso anche per lui, a volte sento che l’uccello gli diventa più duro quando mi prende da dietro mentre sono piegata a novanta gradi o carponi. Mi mise entrambe le mani ai fianchi come per tenermi fermo il bacino mentre me lo trapanava dentro e fuori, la carnalità di quel gesto mi infiammò e incominciai ad muovermi avanti e in dietro freneticamente. Mi tenni in equilibrio con una mano sola mentre slittai l’altra verso il pube, precisamente verso il clitoride, che presi a stimolare al ritmo del nostro fottere. Dopo qualche colpo lo sentivo pulsare intensamente come se tutto il mio sangue fosse concentrato esclusivamente su ciò che avevo tra le gambe, le guance mi bruciarono e il respiro mi si fece più affrettato…sapevo che stavo per venire. Accelerai le frizioni con le dita e piegai il bacino verso l’alto per avere una penetrazione ancor più profonda mentre ancheggiai velocemente, ormai niente mi avrebbe fermata: la mia irrequieta corsa verso il godimento era travolgente e inarrestabile.
Ero molto cosciente che lei ci osservava silenziosamente, seduta sul tappeto era distante non più di mezzo metro. Pensai a ciò che vide, nessuno mi aveva mai visto scopare fino ad ora. Immaginando di fare una sorta di viaggio extra-corporeo vedevo me stessa, a gattoni, in bilico con una mano sul letto e l’altra che si agitava freneticamente tra le mie gambe, mi vedevo con gli occhi chiusi e –non proprio gridando– ma ansimando assai rumorosamente con lui dietro che mi crivellava col cazzo. Venni. Fui totalmente sopraffatta dall’orgasmo, il diaframma su di giri mi provocava il respiro smorzato e affannoso, il mio corpo era in preda a un frenetico tremolio mentre veniva investito da improvvise vampate.
Sprofondai sul letto mentre lui mi lasciò, concedendomi una dolce tregua dopo la scopata. Ero uno stato di completo appagamento mentre lo vidi sdraiarsi sul letto e lei chinarsi su di lui. Vidi la sua bocca vezzeggiare il glande, vidi la lingua scolpire l’asta in tutta la sua lunghezza e vidi la punta del cazzo scomparire dentro la sua bocca. Mi destai e mi avvicinai a loro prendendo in bocca le sue palle e, scalpellandole delicatamente con la lingua, la osservavo, a un palmo dalla mia faccia, intenta a risucchiargli la cappella. La stavo osservando quando vidi che tolse la bocca e lui esplose. Il mio primo impulso fu di prenderlo in bocca, mi sembrava tremendo sprecare quel nettare… era così che corono le mie trombate con lui, lo ‘finisco’ con un pompino o lui si fa una sega mentre io son lì, inginocchiata tra le sue gambe con la bocca aperta ad aspettare il mio energy drink, come lo chiamiamo noi, che poi, ovviamente, ingoio… adoro particolarmente ‘ripulire’ il cazzo con la lingua dopo. Avrei voluto berlo, ma la presenza di lei mi paralizzò, temevo ciò che avrebbe pensato, mi sentii inibita.
Mentre venne, lei lo guardò impassibile. La sua inerzia mi turbò, trovai atroce quella mancanza di contatto –di calore– mentre lui giungeva all’apice, mentre era il suo turno di assaporare il godimento. Perciò gli misi una mano sull’uccello mentre veniva, non gli avevo mai chiesto se gli dava fastidio o meno, sinceramente non ne avevo assolutamente idea, ma mi fa impazzire sentire l’asta pulsare mentre lo sperma viene espulso. Con lo sperma riverso sulla mano mi portai le dita in bocca, almeno per un assaggio e mi alzai per raggiungere il bagno.
Rimasi un poco sul letto a parlare con loro e poi incominciai a vestirmi –solo io– perché lui mi aveva detto che lei voleva rimanere da sola con lui quasi immediatamente dopo. Forse per evitare di sentirsi in imbarazzo…chissà. Pertanto mi vestii, la salutai e uscii dalla stanza con lui dietro che mi seguiva.
Davanti alla porta mi baciò e mi abbracciò forte tenendomi stretta a lui. “Grazie, grazie di cuore” mi disse “sei stata fantastica”. Era contento –anzi radioso. Sorridendo, risposi al suo abbraccio. "No, grazie a te, grazie per aver organizzato tutto, grazie per avermi dato la possibilità di farlo –di mettere in pratica le mie fantasie" pensai. Uscii dall’appartamento, presi l’ascensore e me ne andai. Me ne andai da ciò che era stata la mia prima esperienza di ménage a trois.
Già, la prima, perché stiamo già organizzando un’altra.
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