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Nell'anticamera dell'inferno
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Titolo: Nell'anticamera dell'inferno
Autore: Emma
Contatto:
Racconto n° 2420
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Per essere l’anticamera dell’inferno non è che sia un posto poi molto solenne, e neppure troppo demoniaco. E’ come lo spogliatoio di una palestra, o di una piscina: moquette grigiastra per terra, spartane panche di legno un po’ dappertutto e, ad una parete, una decina di armadietti metallici, proprio come quelli degli spogliatoi delle palestre.
Anche l’illuminazione è quella asettica di un posto del genere. Almeno potrebbero mettere delle luci più soffuse, per creare un tantino di atmosfera. Invece ci sono solo due volgarissime plafoniere coi neon. Ci vorrebbe anche un po’ di musica, adatta all’ambiente. Invece arriva solo l’eco lontana della musica della sala dove si balla.
Una estremità di una parete è occupata da una porta di sicurezza. Una di quelle porte di metallo coi maniglioni antipanico che si usano nei locali pubblici. Ma non serve per entrare, e infatti da questo lato c’è solo una maniglia bloccata a chiave ed il maniglione antipanico è all’interno. La porta serve solo per uscire dall’inferno, in caso di emergenza, se servisse uscire fuori in fretta. E infatti c’è un cartello verde che avverte di lasciare libero il passaggio e di non mettere niente davanti alla porta.
Già l’idea di un inferno con l’uscita di sicurezza di per sé non è che sia molto coerente!

La porta per entrare è invece un’altra, e qui giustamente qualcuno ha messo un cartello con la classica scritta dantesca.
“Lasciate ogni speranza o voi che entrate.
Per me si va nelle tenebre eterne.
Per me si va tra la perduta gente”.
Il monito terrifico è rovinato però dal fatto che la scritta è fatta col computer ed il foglio plastificato è fissato con quattro volgarissime puntine. La porta di ingresso è alta non più di un metro. E questo sì che è già un po’ più singolare. Perché l’ingresso in effetti non è una normale porta, ma un marchingegno strano che costringe ad un percorso tutto particolare. In pratica è un basso tunnel che si deve percorrere ginocchioni. All’inizio, una pesante tenda nera di velluto. L’interno è tutto nero e rivestito di gommapiuma morbida. Chi si infila nel budello, percorre ginocchioni un paio di metri in avanti; trova un’altra tenda nera che sbarra il passo; dopo questa, gira a destra di novanta gradi, gattona ancora per due o tre metri, supera un’altra tenda, svolta a sinistra ed infine, dopo un’ultima tenda, entra nell’inferno vero e proprio. Insomma, più che una porta, è una specie di labirinto da percorrere in ginocchio.
L’altezza che costringe a gattonare, le curve a gomito e le molte tende pesanti servono ad impedire che la luce dell’anticamera penetri all’interno, ogni volta che qualcuno entra od esce. Perché all’interno dell’inferno il buio deve essere completo e permanente. Se no, che inferno sarebbe?! Un buio da non vederci ad un centimetro dal naso e da costringere a muoversi solo tentoni.
La singolarità dell’inferno del nostro club in effetti è proprio questa del buio completo. Chi ci entra, si perde, si annulla completamente. L’interno è naturalmente senza traccia di finestre o di illuminazione. Solo una lucina rossa indica l’imbocco del tunnel, per uscire, e una freccia verde la collocazione della porta di emergenza, ma sono due lucine che non diffondono chiarore attorno, così che davvero chi è lì dentro è come se fosse cieco.
Naturalmente si entra nudi, completamente nudi, perché se ti svestissi dentro, i vestiti poi non li potresti recuperare mai più, se non quando il locale chiude e i camerieri aprono anche la porta di emergenza per sincerarsi che dentro non sia rimasto più nessuno e per fare le pulizie.
Il pavimento è imbottito come quello di una palestra di judo, ma nero come l’inchiostro. Anche le parerti sono nere, e naturalmente sono anch’esse imbottite. E’ tanto buio che l’unico modo per accorgersi che c’è la parete è andare a sbatterci contro. Se non fossero imbottite, sai che zuccate si prenderebbero!

E’ il buio completo che permette a chi è dentro di perdersi, di trovarsi, di riperdersi, di trovare qualcun altro, in una girandola infinita nella quale non sai mai con chi hai a che fare. Nel buio completo i corpi sono solo corpi, gli incontri solo incontri tra corpi, senza nessun’altra implicazione che quella legata al piacere. Nel buio completo si è liberi di fare quello che si crede con chiunque per caso ci si imbatta, uomo o donna che sia, col tacito accordo però che anche gli altri possono farti quello che credono. L’incognito è garantito, a patto naturalmente che dentro non si parli per nessuna ragione e ci si ritrovi in una compagnia abbastanza numerosa.
Il fatto poi di imbattersi dentro in un uomo o in una donna è una questione che perde di importanza già dopo le prime volte. Nel buio non esistono uomini e non esistono donne. Esistono corpi caldi contro cui strusciarsi, corpi anonimi, che danno piacere, in un modo o in un altro modo. Anzi, il buio e l’anonimato invogliano proprio a non fare distinzioni, ad osare ciò che alla luce del sole sarebbe difficile osare. Antonio in questo si scatena ancor più di me. Oh, le prime volte stava sul chi vive, pronto a gattonare via al minimo contatto indesiderato da dietro. Poi ha cominciato a sciogliersi e, una certa sera, un maschio anonimo più deciso degli altri ha saputo lavorarselo ben bene, non gli ha lasciato via di fuga e gli ha inaugurato il sedere. Dopo, una volta usciti, era sconcertato, ma mica dispiaciuto. Incredulo, più che altro, per come tutto era filato liscio e persino per come, contrariamente ad ogni previsione, gli era piaciuto. Rotto il tabù, non ci ha poi mica messo molto per entrare nello spirito giusto dell’inferno. Adesso entra anche lui con spirito libero, pronto ad ogni evenienza. Anzi, eccitato proprio dal fatto che tutto sia possibile. Le spalle non se le guarda proprio più. Piuttosto, se nel groviglio dei corpi, gli capita un maschio, potete star certo che prova ad infilzarlo. E non gli dispiace affatto se qualcuno, quando capita, infilza lui.

Stasera l’idea di entrarci non è che però ci entusiasmi molto. E’ un mercoledì. Serata stanca al nostro club. Non è una di quelle serate in cui si muore dalla voglia di infognarsi dentro. Stasera il club è una gran noia, con poca gente e per giunta senza troppa voglia di darsi da fare, una serata di mezza settimana di quelle in cui non si ha un particolare desiderio di fare alcunché. E poi siamo venuti solo Antonio e io, senza i soliti amici. Nell’inferno è bello infilarsi in un’allegra comitiva, con la prospettiva poi di farsi cose a vicenda senza riconoscersi e riderne come matti quando, tornando a casa, ciascuno racconta le sue avventure e scopre che qualcun altro del gruppo, a sua insaputa, era coinvolto.

Ci entriamo, non ci entriamo?
Magari poi è un mortorio anche dentro. Però è difficile prevederlo. Bisognerebbe sapere per lo meno quanti sono quelli che si sono già infilati nel tunnel e non ne sono ancora riemersi. Ma anche questo non è facile da scoprirsi. Un tempo, quando l’inferno era appena stato installato ed era una novità, all’ingresso c’era una lavagnetta e chi entrava faceva un segno col gesso. Due colonne: una col segno dell’omino e l’altra col segno della donnina, gli stessi che ci sono sulle porte dei bagni. Tante croci col gesso in ogni colonna ed in teoria sarebbe stato facile sapere in ogni momento quanti ragazze e quante ragazze fossero dentro e se quindi valeva la pena di entrare. Solo che il sistema non ha funzionato. Chi usciva dimenticava di cancellarsi e poteva accadere che trovavi tante croci sulla lavagnetta e poi magari dentro non c’era nessuno, perché nel frattempo erano usciti tutti. Magari le croci si riferivano alla sera prima, o peggio ancora. E c’era anche chi barava. Grupponi numerosi di assatanati (specie maschi) entravano senza fare alcun segno, per tendere poi agguati a tradimento alle incaute coppiette che si infilavano dentro convinte di trovare tutto l’inferno solo per sé. Oppure ancora gente che di croci ne faceva in sovrabbondanza, per attirare gente in cerca di compagnia numerosa. Insomma, dopo un po’ la lavagnetta è stata tolta. Forse se la sarà anche fregata qualcuno in cerca di ricordi piccanti.

Adesso una certa idea ce la si può fare guardando gli armadietti occupati e quelli liberi. Solo che anche così non si può mai dire. In genere un armadietto occupato corrisponde ad una coppia che ha lasciato lì i vestiti ed è entrata, ma un armadietto potrebbe essere stato utilizzato magari da un maschio solo, oppure, al contrario, un solo armadietto potrebbe essere stato occupato per i vestiti di tutta una compagnia numerosa di amici, che così hanno una sola combinazione da ricordare per poi riaprire l’armadietto all’uscita.

Gli armadietti occupati in questo momento sono solo due. Potrebbero essere due coppie, o chissà. Certo che comunque non è una serata molto movimentata. Nelle serate grandiose, a volte capita di non trovare più armadietti liberi.
Siamo indecisi se ne valga la pena o no. A me piacerebbe l’idea di entrarci, anche solo per non esserci sorbiti tanta strada in macchina per venire fin qui ed ora andarcene via proprio senza aver concluso niente, ma non è che la cosa stasera mi entusiasmi in modo particolare.
Antonio naturalmente entrerebbe. Lui non è un tipo che si tira indietro. Se c’è da fare qualcosa che prometta piacere, potete star certi che lui è pronto a buttarsi. Anche se però stasera anche lui è un po’ giù di forma. Lui è tipo da serate affollate. Se di armadietti occupati ce ne fossero sette o otto, potete star certi che di scrupoli non ne avrebbe. Così teme anche lui che dentro l’ambiente non sia abbastanza frizzante.

Insomma, ce ne stiamo lì indecisi, a discutere dei pro e dei contro. Quasi quasi stasera si rinuncia alle stranezze, si torna a casa e si organizza qualcosa di romantico solo noi, nel lettone.

Siamo ormai propensi a desistere, quando dal corridoio verso la discoteca entra una coppia.
Giovani, ma non giovanissimi. Piuttosto eleganti. Lei bellina, lui decisamente un bel ragazzo. Trent’anni al massimo. Lei anche meno. Sconosciuti: mai visti, ma qui di gente ne gira parecchia, magari semplicemente non li abbiamo mai notati.

- State entrando o uscendo? Sapete come è l’ambiente dentro?
Confessiamo che non ne sappiamo nulla e confessiamo anche che l’idea era quella di entrare, ma che ci sembra una sera un po’ fiacca e che stiamo pensando che sia meglio lasciar perdere.
Anche loro danno subito un’occhiata agli armadietti chiusi ed a quelli aperti. Devono essere pratici del posto.

Anche loro concordano che due soli armadietti occupati non promettono cose entusiasmanti.
Sono simpatici. In fin dei conti, ci assomigliano.
- Che dici? Cosa facciamo? Chiede lui a lei.
Lei nicchia. Non sa neppure lei cosa sia meglio fare.
- Ma voi entrate? Ci chiedono.
Confessiamo che non sappiamo neppure noi cosa fare.
- Se entrate voi, però, entriamo anche noi. - Provo a buttare lì, come una specie di complimento, o magari una proposta di complicità.

Se sono pratici del posto, chissà mai che sia già capitato di trovarci insieme nello stanzotto buio. Magari ci siamo anche fatti. Il bello dell’inferno, in fin dei conti, è anche questo. Può succede che nel buio fai cose turche con chissà chi. Te ne esci e non sai neppure di averlo fatto proprio con loro. Magari questi due ce li siamo proprio fatti.

Insomma. Adesso siamo in quattro a non sapere se entrare o no. Comunque a me la ragazza non dispiace. Ha un bel sorriso da brava ragazza e ha tutte le curve al posto giusto. Non mi dispiacerebbe pastrugnarmela. Anche lui me lo pastrugnerei volentieri. Anche ad Antonio i due sembrano piacere. Probabilmente anche noi piacciamo a loro, altrimenti avrebbero già trovato una scusa e se la sarebbero svignata.

Bisogna trovare un espediente per sbloccare la situazione.
Suggerisco una cosa ad Antonio:
- Perché non ti svesti, non vai a fare un giro dentro e non torni a raccontarci che aria tira? Così vediamo se è il caso di buttarci o no.
Conosco mio marito. Esibizionista com’è, l’idea di togliersi i vestiti e di farsi vedere nudo da sconosciuti non se la lascia certo sfuggire.
E infatti non se la lascia sfuggire.
- Che faccio? – chiede anche agli altri - Entro ad esplorare?
Gli propongono di entrare: aspetteranno anche loro l’esito dell’ispezione.
Si impossessa di un armadietto libero e comincia a svestirsi.
- Non guardatemi però, che mi vergogno.
Col cavolo che si vergogna! Ne va matto. Tutta scena per farsi guardare. Ed in effetti lo guardiamo. La ragazza non lo perde d’occhio ed anche il ragazzo gli dà una sbirciata. Sei occhi puntati addosso bastano ed avanzano per eccitarlo, specie se poi quattro sono occhi di estranei e due di una bella ragazza sconosciuta. Quando si toglie le mutande ha già un’erezione delle grandi occasioni. Non posso che essere fiera di lui.
- Aspettate allora, torno subito.
Mi dà un bacio e si mette a gattonare nel tunnel.

Aspettiamo fumandoci una sigaretta seduti su una panca.
- Ci venite spesso?
Sì, ci vengono ogni due o tre settimane, almeno durante l’inverno.
- Se entrate spesso nell’inferno, mi sa che qualche volta è probabile che ci siamo anche fatti.
- Può essere – conferma la ragazza, con un bel sorriso da bimbetta maliziosa.
Cerco di imprimermi nella mente qualche suo particolare, capelli ricci e corti, buchi vuoti degli orecchini, mani affusolate. Se non ci siamo già fatte, stasera farò di tutto per gattonare fino a raggiungerti e per farmi proprio te. Un anellino con un brillante è particolare: al buio, palpando tutte le mani che troverò, potrei anche riconoscerlo. Cerco di guardare anche lui. E’ un bel ragazzo. Ha i capelli corti e dritti: mi sa che non dovrebbe essere difficile trovare al tatto anche lui.
Qualche minuto di altre chiacchiere ed ecco che Antonio riemerge dal tunnel, bello come un adone nella sua spudorata ed eccitata nudità.

Due ragazze dentro ci sono di sicuro. Anche due maschi, ma probabilmente ce n’è anche un terzo. Di due è sicuro, del terzo è quasi sicuro, ma non certo: potrebbe essere uno dei due precedenti che nel frattempo si è spostato in un altro posto.
- Due maschi in forma? – Mi informo.
- In forma, in forma! – Conferma Antonio. – Anche più in forma di me.- E platealmente si scrolla l’erezione, per convincermi che anche i tizi dentro sono così, non ancora spremuti.

- Allora, entriamo? – Chiede Antonio.

Nudo ed eccitato com’è, è evidente che ormai è deciso a trascinare dentro anche noi, a qualunque costo.

Un cenno con gli occhi ai nostri nuovi amici e decidiamo di entrare tutti. Antonio si fuma una sigaretta. Noi intanto ci svestiamo. Il ragazzo, una volta nudo, è ancora meglio di quando era vestito, anche se eccitato per ora è solo a metà. Sono certo che Antonio alle sue rotondità posteriori sta facendo più che un pensierino. Lei splendida nel suo perizoma nero che le sottolinea un’abbronzatura spettacolare. Perizoma che subito si sfila e archivia nell’armadietto, coprendosi pudica il davanti con la mano.

C’è lì apposta un pennarello legato ad un cordino. Ci scriviamo su un braccio le combinazioni dei lucchetti, per riaprirli quando usciremo.
Siamo pronti. Però all’ultimo minuto la ragazza costringe lui a riaprire l’armadietto. Si è ricordata dell’anello, vuole disfarsi anche di quello.
Poi, senza aspettarci, si china a quattro zampe, si infila ridendo per prima nel tunnel e sparisce.

Furba la ragazza: sa quali sono le astuzie del posto. Vuole giocare a confondersi con gli altri che sono già dentro. Sa che l’anello la renderebbe riconoscibile. Vuole che non la individuiamo subito: vuole farci disperare un po’, vuole farsi cercare. E’ evidente che vuole che la cerchiamo. Non so Antonio, ma stai certa, ragazza, che, anche senza anello, ti trovo lo stesso e vedrai, nel buio, cosa ti faccio!