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Il nome di una vacanza
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Titolo: Il nome di una vacanza
Autore: Paolo Cimmino
Contatto:
Racconto n° 245
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Non mi hai mai chiamato per nome.
Non lo hai mai saputo.
Se non distrattamente.
Delle volte ho creduto che non riconoscessi il mio viso.
Io fui catturato dai tuoi capelli, morbidi e vivi come i fianchi di una donna, come scoprii essere i tuoi.
Tu mi davi le spalle, fu tua madre a farmi avvicinare.
Dietro le lenti scure indovinai il tuo sguardo rapido. Ed allontanandomi lo sentii su di me, lo sentii ordinarmi di guardarti, di girarmi al tuo leggero sorriso, ai tuoi occhi appena sopra gli occhiali, che per un solo attimo si accorsero di me, mi resero reale, e poi ti voltasti.
La tua schiena flessuosa ed altera è ciò di te che conosco meglio, il ricordo di te che mi hai lasciato. Involontariamente.
Non un incontro finì senza che tu ti voltassi, negandomi.
Altri giorni di quegli sguardi imperiosi passarono.
Non capivo se volessi qualcosa da me, perché per te esistevo solo in quei momenti in terrazza.
Fino a quel tramonto.
Fino a quel tramonto abbagliato dai tuoi occhi, che mi chiamarono, mi fecero rientrare, e mi condussero fin dove mi volevi.
Il tempo era scomparso mentre mi muovevo ed era ingigantito mentre mi raggiungevi, fasciata dalla tuta che ti rendeva criminalmente donna.
I tuoi capelli ed i tuoi fianchi si muovevano all'unisono, mentre il tuo leggero sorriso si schiudeva ed il tuo sguardo dava nuovi ordini.
Ed aprii quella porta, entrai negandomi ai tuoi occhi. Ed attesi.
Lo sgabuzzino non era piccolo, ma incominciai a sentirmi sperduto.
La maniglia girò ed ebbi paura che non fossi tu.
Stavo per tornare in me, e tu sgusciasti dentro, nuovamente padrona.
Il tuo sorriso si appropriò con violenza delle mie labbra; le tue, sanguigne, morbide, avvolgenti, stanarono la mia lingua, la consegnarono alla tua, calda, turgida, fluida.
Le tue mani che stringevano il mio viso scesero veloci ai miei glutei, spingendomi a te, bloccando il mio respiro contro il tuo seno.
Ti staccasti da me tenendomi per il mento.
Ancora il tuo sorriso, i tuoi occhi ora velati dai tuoi capelli.
E la tua mano che afferra la mia, la porta alla profonda zip sul davanti della tua tuta, l'aiuta ad aprirla, piano, premendo contro te, donandole un assaggio del tuo petto e del tuo ventre.
E la mia faccia tra i tuoi seni, mentre alla mia mano ancora tua insegni come muoversi sul tuo sesso, nel tuo sesso...
Con la mia mano ancora mia cerco di attirarti a me, la respingi con un colpo dei tuoi fianchi, continuando i tuoi insegnamenti, portandoti ad un orgasmo che tieni per te, lasciandomelo solo intuire.
Ti staccasti da me abbandonando la mia mano non più tua, spingendomi con la tua.
Chiudendo la zip ti voltasti, ed uscisti.
Non fu l'unica volta. Non fu mai molto diverso da quella prima volta.
A tuo esclusivo uso e consumo, senza che potessi oppormi, senza riuscire a parlarti, tu così irraggiungibile mentre ero parte di te.
E te ne andasti senza salutare.
Senza associare il mio nome almeno alle parole "ciao", "grazie".
Mi avevi solo e sempre chiamato "Cameriere!".