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Sex Appointment - Maggio
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Titolo:
Sex Appointment - Maggio |
Autore:
Fosca Cordier |
Contatto:
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Racconto
n° 2453 |
Altri
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“Io non ti ho conosciuta. Ti ho riconosciuta.” Lei avvertiva bene il significato di questa frase. Così bene da accendere quel desiderio sopito e tante volte rimpianto, sospirato, vagheggiato. Il tepore che sentiva fra le cosce le ricordava quanto era forte la smania, il desiderio di essere finalmente posseduta come una Donna. Fino in fondo. Ma un vero uomo era quello che le serviva, niente di meno. Per questo andò al mare quel giorno. Le piaceva il mare, moltissimo e non le veniva in mente un posto altrettanto seducente dove impostare una piacevole relazione di sesso con un maschio tanto attraente. Non bello. Che utilità ci può essere in un uomo banalmente bello? Attraente, questo si. Uno di quelli che fanno venire voglia anche solo a vederli muovere le mani per girare le pagine del giornale. Che voltano lo sguardo intorno con la noncuranza dei felini, che si sfiorano il nodo della cravatta come toccherebbero una fighetta non ancora del tutto eccitata. Guidare la macchina con questi pensieri era proprio quello che ci voleva per far montare il desiderio che aveva sapientemente controllato in quelle ultime tre settimane. Si sollevò la gonna di seta fino all’inguine. Voleva sentirlo bene l’umido che forava il triangolino di tulle del perizoma. Era da lì che nasceva il desiderio vero, quello profondo e s’immaginava che appena incontrati lui l’avrebbe saggiata proprio in quel punto, per vedere se tutto ciò che gli aveva raccontato era vero. Non voleva deluderlo. Gli avrebbe offerto il più accattivante, minuscolo laghetto della sua vita e in cambio avrebbe ottenuto tutti i sogni impudici che avevano soggiornato nella sua testa da quando aveva scoperto di avere un cazzo. E che cazzo… Già se lo immaginava e il solo pensiero aveva portato la mano a spostare il lembo di tessuto e ad infilare un dito dentro. Si morse il labbro inferiore, vi passò sopra la lingua. Un breve sospiro. Tolse il dito e ne assaporò l’odore. Antico come il mondo. Ma stava correndo a 170 all’ora ed era meglio non rischiare. Del resto fra non molto lui avrebbe soddisfatto tutto le sue voglie. Le aveva detto che non chiedeva di meglio, ma anche se non fosse stato così, ci avrebbe pensato lei a farlo bruciare di desiderio, con tutta le braci e le scintille del caso. Il parcheggio era un po’ lontano dal punto dell’appuntamento che, solo in quel momento, si accorse avrebbe dovuto raggiungere camminando sulla sabbia. Verso il pontile, all’altezza del vecchio molo. Fu contrariata dal fatto di doversi togliere i sandali. I bellissimi sandali bianchi con il tacco alto e sottile, acquistati per un’occasione speciale. Un perfetto paio di sandali da porca. Le piaceva troppo l’occhiata vogliosa che otteneva dei suoi accompagnatori al primo appuntamento. Quando l’invitavano, con sguardi a volte ammiccanti, altre volte falsamente timidi, non aveva mai un aspetto così vistosamente sexy. I tailleur ben tagliati, i pantaloni, le gonne e le maglie firmate nascondevano sapientemente la sua natura selvatica e provocatrice, conferendole l’aspetto di donna semplicemente interessante, niente di più. Ma su quei tacchi, che le garantivano l’imperturbabilità di una statua su un idoneo piedestallo, fasciata negli abiti scollati sul seno polposo, che istigavano tutte le piccanti fantasie possibili, lì si sentiva pienamente a proprio agio come nella pelle della più abile predatrice notturna. E come tale poteva governare senza fatica gli eventi: giocare con il desiderio e l’intelligenza dell’accompagnatore consentendogli un cauto ma costante avvicinamento fino alla prevista conquista, oppure mantenere il necessario totale distacco da una figura che si rivelasse inadeguata alle sue aspettative. Ma con lui non sarebbe stato lo stesso. L’incedere esitante della camminata a piedi scalzi sulla sabbia non avrebbe offerto l’immagine sensuale e impetuosa che era in grado di offrire, l’incontro rischiava di essere da subito alla pari mentre lei aveva bisogno del dominio assoluto sulla situazione. Questi erano i pensieri che la disturbavano mentre slacciava senza fretta i cinturini alla caviglia. Senza fretta. Perché se è vero che aveva corso per arrivare al più presto a quell’appuntamento, era altrettanto vero che una volta giunta le piaceva tergiversare, gustare quei minuti di ritardo che precedono un incontro tanto atteso, assaporare fino in fondo l’impazienza e ascoltare per un momento la paura di esserne delusa, timore che saggiamente aveva messo in disparte per godersi senza barriere tutte le congetture vere e false che la sua fertile immaginazione aveva giorno dopo giorno fatto lievitare nella piccola testa avida. Si era promessa una giornata di formidabile piacere. L’avrebbe avuta. Si accarezzo il polpaccio, compiaciuta della pelle meravigliosamente morbida e liscia e della depilazione perfetta. Accennò un sorriso guardando la lacca impeccabile delle unghie mentre i piedi curati si appoggiavano incerti sulla sabbia. Non lasciava mai niente al caso e pur sapendo che un uomo infiammato solitamente nemmeno bada a queste cose, al contrario, a lei tutta la preparazione del suo corpo ad un incontro accresceva l’eccitazione. Un irrinunciabile atto d’amore verso sé stessa, un rituale che si rivelò a volte più soddisfacente dell’incontro stesso, un piacere per il quale valeva la pena di accettare anche qualche appuntamento non proprio stimolante. Ma senza i suoi tacchi… Accidenti, forse non era il caso di proseguire. Sarebbe bastata una telefonata, una piccola bugia e l’appuntamento sarebbe stato rinviato ad altra data, altro posto e, soprattutto, altre scarpe. Ma no. Lei non era il tipo da rinunciare ad una giornata tanto attesa. In fondo aveva ancora qualche carta da giocare. Prese nella mano sinistra i cinturini e con i sandali ciondolanti si avviò verso il luogo convenuto. La leggera brezza scompigliava i capelli e lusingava la pelle, premeva il bianco tessuto contro i capezzoli carezzandoli e facendoli indurire, scivolava sotto la gonna ondeggiante raffreddando l’umido sotto il tulle. Sensazioni che, anziché diminuire, aumentarono ancora di più la sua libidine facendola colare abbondantemente. Sospirò. Si sentiva pronta all’incontro. Lo vide da lontano. C’era solo lui. Paolo, finalmente. Guardava verso il mare, con le mani rilassate nelle tasche dei pantaloni chiari, le stesse mani che sarebbero scivolate insaziabili su di lei, se tutto fosse andato come sperava. Le stesse mani che gli aveva promesso l’avrebbero esplorata. Esplorata. Ecco il termine adeguato alle sue voglie più celate. Bastava che lui dicesse questa parola, per scatenarle quello stato di eccitazione a cui tanti uomini aspirano quando hanno per le mani la donna giusta. Ma forse non era la parola, era la voce di lui che la pronunciava, il vero motore. Ripensandoci, in certi momenti avrebbe potuto dire anche parole come ‘canguro’ o ‘polpette’ o ‘attaccapanni’ che l’effetto sarebbe stato il medesimo. Se tutto il resto si fosse rivelato anche soltanto la metà di quello che prometteva quella voce… Rievocò le numerose telefonate che li avevano rapidamente e inaspettatamente portati a confidarsi pensieri e desideri proibiti con una libertà che non si erano mai concessi con nessun altro. Tutto faceva presagire un incontro perfetto. La figura si avvicinava. Stagliata a metà fra mare e cielo blu, poteva osservarlo bene. Si, il suo corpo parlava di lui: dritto, quasi altezzoso, un po’ rigido, piantato con sicurezza sulle gambe leggermente divaricate. La camicia un po’ larga gli concedeva il sapore della vacanza. Si tolse gli occhiali da sole e per un attimo fu abbagliata, ma voleva che la vedesse bene negli occhi, il primo istante che si fossero guardati. Nessuna barriera su quel primo essenziale momento. Ormai era vicina e, nel momento preciso in cui lo pensò, Paolo si girò verso di lei. C’è sempre un attimo di incertezza fra coloro che si possiedono ovunque tranne che nel corpo, come un muro il cui spessore è ignoto e per un istante sembra invalicabile. Bisogna ricollocare tutte le emozioni e le informazioni, attribuite a figure soltanto intuite, su un corpo reale, più simile a un manichino estraneo che all’oggetto dei propri sogni. Ma fu solo un istante. Chissà, si domandò, se anche lui riconosceva il sorriso così come lei aveva ritrovato il suo. Probabilmente si. Perché gli occhi parlavano, proprio come si aspettava. Guardarsi dritti, con quel tocco di imbarazzo che rende l’altra persona ancora più desiderabile, percepire le parole che si sarebbero volute dire e quelle che non si sarebbe volute sentire… tutto era lì, come previsto. Niente saluti o frasi di circostanza. Era nei patti. Nulla che potesse somministrare il sapore della grigia ovvietà. Eppure tutto era fermo. Anche l’aria che li rasentava, il suono delle onde, per un istante sembrarono immobili. Lo sguardo di lei si staccò scivolando su quelle labbra tanto provocanti e come si trattasse di un segnale convenuto, l’uomo fece il primo passo. Si avvicinò e la mano tiepida scorse sulla guancia e proseguì verso il collo. Ormai era così vicino che i capezzoli potevano sentire la camicia, il suo odore le piaceva. Abbassò le palpebre e ascoltò il rumore dei respiri, schiuse le labbra permettendo al pollice di lui di carezzarle, prima di appoggiarci sopra le sue. Perfetto. Tutto perfetto. Tranne quei maledetti venti centimetri di differenza che la facevano sentire mortalmente piccola e in suo potere. In suo potere. Perché se la prendeva tanto per una sensazione tanto deliziosa? La strinse. Gesto morbido ma deciso, proprio come se l’aspettava. Si abbandonò soddisfatta mentre sentiva la mano sollevare lentamente la gonna, insidiarsi sapientemente fra le sue cosce, e infilarsi sotto il perizoma. Un dito fu risucchiato all’interno di quella fica gonfia e calda, si perse nel liquido scivoloso, il palmo si strinse sul pube vellutato e pelato. Eccitatissima. Proprio come lui la voleva. Intuì che ne era compiaciuto dalla passione dei baci che sembrava volessero divorarla e ai quali si lasciò andare sempre più languida e indifesa. Il sole era troppo caldo e luminoso e i pensieri spudorati hanno bisogno della compiacenza della notte, del profumo selvaggio del buio. Lei pensò ad una camera in penombra, ad un letto vestito solo di lenzuola di raso di cotone, il suo preferito, due corpi avviluppati e incontentabili, i loro corpi, scatenati in una lotta di piacere, in un contorcimento di estasi ed erotismo, vogliosi di saziare tutti i reciproci appetiti. Tutti gli appetiti. Come se ci si potesse rimpinzare di passione: l’unica cosa che non consente la sazietà. Sfinirsi di sesso, questo si può, satollarsi di amplessi, ma di passione…. di passione no. E questa era una cosa che sapevano entrambi molto bene. Due voraci cacciatori di passione che si erano casualmente trovati e riconosciuti. “Ti voglio. Adesso.” La frase sussurrata labbra contro labbra premute e contorte, aveva scatenato in lei quel definitivo desiderio a cui aspirava dalla partenza da casa. Rispose un “si” che arrivava dal ventre, dal punto più interno, più sconosciuto e lontano del suo utero di femmina primitiva. Lo aveva sentito salire alle labbra come un liquido rovente che ribolle e deborda. “Ora. E poi nel mio letto, tutta la notte, senza pudore e senza pace.” Di nuovo un “si” ancora più profondo più lontano, moribondo nello stomaco. E poi: “Voglio fare con te tutto quello che non ho nemmeno mai avuto il coraggio di dire.” Si staccò stringendole la testa fra le mani, le dita annodate nei lunghi capelli, negli occhi lei lesse la liberazione delle voglie carcerate, il culmine incontenibile dell’eccitazione, quella vera, l’ancestrale voluttà troppo frustrata dall’ordinaria evoluzione umana. Ma proprio per quella entrambi erano lì. Per sentirne il vero originario sapore. La mano scivolò forte sul corpo e arrivò alla sua, la strinse. Prese la direzione del molo tirandola dietro di lui. Quanto è scomodo camminare sulla sabbia quando si ha fretta! Maledizione! Passi che schiacciano un terreno che cede indisponente, quasi voglia trattenere l’impazienza, obbligarti a pensare, smorzare l’ardore, mitigare l’impeto dei momenti che vanno colti al volo. Stupida sabbia! Non li avrebbe placati. Ci voleva altro! I respiri si fecero più affannosi. La tirava e lei lo seguiva affascinata dalla sua foga, leggermente indietro. Le piacevano gli uomini decisi, che riuscivano a trascinarla ma fino a quel momento nessuno era stato abile quanto lui. Raggiunsero un vecchio capanno, probabilmente usato dai pescatori. Paolo lo conosceva bene e in quel momento lei sentì il fastidioso morso della gelosia. Quante donne aveva accompagnato lì prima di lei? La porta sconnessa, fatta di assi male assortite, non era chiusa. Vi entrò attirandola e la richiuse alle spalle senza troppa attenzione. Con il suo corpo la spinse addosso alla parete di legno mordendole la bocca, il viso, il collo, palpando i seni morbidi, stringendo i capezzoli duri. Il cazzo dietro i pantaloni premeva grosso e impaziente. Si staccò un attimo per scrutarla dritta negli occhi e lei ci vide il maschio feroce che aveva cercato. Il lampo di gelosia scomparve: ci avrebbe pensato lei a fargliele dimenticare, tutte quante. Sorrisero con la bocca schiusa, come pronti a ricevere tutto quanto fosse possibile bere. Una mano le teneva il fianco, l’altra alzò la gonna, raggiunse il perizoma e con uno strattone la liberò. Sussulto, respiro, un battito di palpebre. Quanto l’eccitava quest’uomo! Il palmo sembrava imponente e determinato sulla sua figa. Lei raggiunse la cintura, la aprì con nervosismo, il bottone si oppose rubandole una smorfia di disappunto, poi toccò alla cerniera con mano fremente, all’elastico dei boxer… La camicia copriva tutto, irritata infilò le mani nell’apertura all’altezza dello stomaco e con un solo colpo stizzito la strappò. Lui non fece una piega. Un bottone tintinnò a terra. Abbassò gli occhi per gustarsi la vista del corpo magro a tratti spigoloso, così diverso dal suo tenero e carnoso, sfiorò l’addome, il petto, il cazzo prepotente e sovrano. Tutto era identico come nei suoi sogni peccaminosi. Scivolò in ginocchio, all’altezza giusta del piacere e cominciò a leccarlo facendo guizzare la lingua intorno alla cappella bollente. I caldi liquidi si spalmavano sulle labbra smaniose, gli ansimi di piacere che ottenne erano un premio senza prezzo. Poi chiuse la bocca e il membro scomparve all’interno, fino alla base. Lo sentì in gola e cominciò a succhiarlo. Era in basso di ben più che venti centimetri ma ci sono altezze diverse per il piacere, lei lo sapeva bene. In tutto quel tempo ne aveva capito i gusti e la eccitava da morire trovarsi lì, in ginocchio a succhiare il cazzo di quell’uomo tanto cercato. Lo voleva suo, completamente, senza argini e senza misteri, voleva sentirlo esplodere di piacere come non gli era mai successo, voleva tutto, ogni singolo pensiero, anche quelli che neanche lui ancora conosceva. Paolo guardava mentre con le mani le conduceva dolcemente la testa al ritmo ideale per il suo godimento. Lei docile si faceva guidare, senza trascurare il più piccolo fremito dal quale intuire il modo migliore per deliziarlo. “Succhi il cazzo in maniera fantastica…Ti piace vero? … Sei proprio una troia… Una gran troia!” Parole che in un altro contesto avrebbero valso, come minimo, un calcio nei coglioni di chi le avesse pronunciate ma lì, con lui così eccitato…che effetto! Sentì che si era molto ingrossato e si fermò. Alzò lo sguardo per gustarsi la vista del viso di lui stravolto dal piacere, così simile al volto degli agonizzanti, di coloro che stanno per morire. Attese una supplica a continuare, che non arrivò. Occhi negli occhi. Due amanti inquieti, avidi, indocili. Lui glie lo sfilò dalla bocca, la fece sollevare in piedi, girare e addossare contro la parete di legno con le mani posate all’altezza della testa. Le ordinò di divaricare le gambe e lei obbedì remissiva. Sollevò la gonna, arrotolò i bordi infilandoli nella cinta alla vita e scoprì il sedere rotondo. Un culetto niente male – pensò - anche se non piccolo. Si fermò ad ammirarlo, incorniciato dal tessuto come un sipario. Lo accarezzò, scese ad intingere un dito nella piccola pozzanghera vogliosa poi lo portò all’ano. Si spinse contro il corpo di quella donna irriducibile, addomesticata solo per lui: “Stanotte mi darai tutto, anche questo.” E affondò il dito rendendosi conto con soddisfazione che il buchetto era piccolo e stretto. Proferì la risposta che lui voleva sentire: “Si. Mi conquisterai pezzo per pezzo. Mi scoperai ovunque ti farà piacere. Mi strapperai a me stessa. Mi toglierai il mio pudore...” Un sussurro soffocato, identico a quelli mille volte mormorati nella cornetta, con il cuore in gola. Nessun invito era stato fino a quel momento altrettanto esplicito e appetibile per lui. E’ possibile oltrepassare vette di desiderio che si ritenevano insuperabili? Può la voglia moltiplicare sé stessa come se non avesse più limiti? Per la prima volta nella loro vita sapevano che si, era possibile. Ormai era così bagnata che avrebbe potuto lasciare la scia di una lumaca, ansimava così forte dalla voglia che se non l’avesse subito infilata, sarebbe arrivata a implorarlo. E lui lo sapeva. La girò di nuovo. Le arrotolò alla vita anche il lembo davanti della gonna mentre la pelle tenera del sedere nudo incontrava le rozze tavole di legno. Si chinò a godersi lo spettacolo di quella figa bianca e pelata, con le grandi labbra che penzolavano di sotto ingorde e che aspettavano solo lui per aprirsi definitivamente. Sfidando l’impazienza prese i sandali, uno alla volta, e l’aiutò ad indossarli. Rialzandosi passò con la lingua nella fessura di quel pezzo di carne così sensibile e si impadronì di una quantità dei liquidi profumati di femmina, strappandole un piccolo grido. Con quelli in bocca l’avrebbe baciata. I reciproci umori si sarebbero mischiati in un unico soave sapore primordiale. Ora si che tutto andava a posto, anche l’altezza. Guardandola intensamente negli occhi prese il membro e piegandosi leggermente, piano la trafisse, una volta arrivato in fondo le ficcò prepotentemente la lingua in bocca. Penetrò quell’albicocca matura che non chiedeva di meglio che di essere aperta, quella figa disarmata che lo accoglieva come un fodero perfetto accoglie la sua personale lama. Le strappò un secondo piccolo grido che fece eco nella sua gola. Era soddisfatto. Si trattenne fermo ad ascoltare la femmina che aveva fra le braccia, la frenesia incontenibile della pelle, i sussulti incontrollati del petto, il tocco incoerente delle mani. Slacciò un bottone della camicetta e la fece scendere dalle spalle. Il petto nudo con i capezzoli eretti sussultava. Si accorse che i muscoli interni della figa glielo stavano succhiando amorevolmente, lo coccolavano, circuivano quel bastone irresistibile che si era introdotto nel corpo e i ruoli furono subito chiari. Lui la possedeva, lei era sua. Glielo confermò: “Sei mia!” Quanto aveva desiderato sentirglielo dire! Accogliere nelle orecchie quelle parole con il sapore della verità. Se avesse potuto avrebbe gridato di piacere. Si lasciò andare a quei movimenti costanti che solcavano tutto il suo essere. Lo sentiva così intensamente sprofondato nella sua carne, si sentiva così disperatamente sua da non desiderare altro che di offrirgli il più totale e completo asservimento. Lei, l’oggetto privilegiato, per fargli ottenere l’acme della voluttà. “Sei una puttanta! Dillo!” “Si, sono una puttana. Sono la tua puttana personale.” “Dimmelo ancora e provami che sai quello che voglio!” “Sono la troia che vuole solo farti godere. Sono la puttana che vuole sentire il tuo sperma caldo…” “Non dire sperma! Chiamalo come si deve!” “Voglio la tua sborra! Voglio sentire che mi riempi fino in cima! Sono la tua troia e voglio che mi dimostri che sei il mio padrone!” Alzò la voce: “Mi senti?” Si. La sentiva bene. Proprio così la voleva. Porca fino in fondo. O meglio, libera fino in fondo. L’avrebbe domata. Oh si! Le avrebbe fatto vedere bene cosa significa avere a che fare con un uomo vero, l’avrebbe eccitata fino a farla scongiurare e posseduta fino a stremarla. Dopo averlo desiderato mille volte, mille volte lei lo avrebbe assecondato, altrettante volte lui l’avrebbe guidata, sedotta e alla fine premiata. Ormai inarrestabili i pensieri sgorgavano dalle labbra esaltati da sfrenate frasi indecenti. Poterono dare finalmente voce alle voglie castigatamente zittite dal perbenismo che fino a quel momento aveva governato la loro vita. Lei voleva permettersi di essere una vera femmina, finalmente! Questo pensiero rimbombava nella testa, in ogni singola parte del corpo, come un fiume straripante, spargendo tutto il miele carnale possibile che lui riconosceva e assaporava. Senza rete. Così si erano accordati. Così era. Aumentò il ritmo, crebbero le suppliche strozzate. Le mani artigliarono muscoli irrequieti. Lo sentiva poderoso e vincitore squassare il corpo che sobbalzava ad ogni colpo. Si sarebbe dimenata vergognosamente se solo le fosse stato possibile, invece era inchiodata contro la parete di legno, del tutto sottomessa. Sottomessa. Che superba emozione! “Hai una cazzo enorme! Mi stai sfondando. Cazzo! Sto impazzendo!” Infuriò il fuoco, i contorni sfumarono, una vampa li avvolse, la furia definitiva s’impossessò di loro e rinnegata ogni barriera, si sganciarono finalmente del tempo, dal mondo e dal resto della civiltà, in quell’unico breve istante assimilabile alla morte. Smarriti, impotenti e liberi. E la riempì, così come lei lo aveva implorato. Il caldo liquido schizzò in cima, picchiato contro all’utero in un estremo tentativo di sfondarla e raggiungerla in un punto ancora più lontano del semplice ventre. La sensazione di tepore nella vulva le moltiplicò il piacere e con uno spasimo estremo e involontario, un orgasmo violento la percorse, la figa reagì con movimenti istintivi, quasi risucchiasse lo sperma tanto desiderato. Ma forse si, lo stava risucchiando. Ansimi irruenti fra baci furiosi e mani esaltate. Poi lentamente si placarono passando dallo stato di semplice piacere a quello di intensa soddisfazione e finalmente percepirono con nuda coscienza la loro pelle incollata, il gradevole sudore perlato, l’odore istigante che li aveva trascinati fino lì. Cadde arrendevole e languida fra braccia sicure, i baci e le carezze conquistarono il sapore della calma e dell’abbandono. Momentaneamente appagati. Così si sentivano. Lei non voleva che uscisse, voleva sentirsi sigillata con tutto i suoi succhi dentro, così dopo poco la fighetta che sembrava rilassata ricominciò a ciucciarlo. Paolo sentiva il cazzo sollazzato come da una bocca ben addestrata. E si eccitò di nuovo. Non ci volle molto perché riprendesse ad affondarlo e a sbatterglielo, prima piano, poi sempre più forte, duro come non mai, fino in cima. Il film si ripeteva, se possibile con ancora più foga. O forse con la stessa. Lei godeva sempre di più dell’ansimare confuso e rapito del suo padrone mentre ne ascoltava la voce descrivergli il suo desiderio. Glielo tolse e fu come uno strappo, una lacerazione della carne che estorse alla donna un “no” straziato di dolore. Paolo la fece girare verso la parete, piegare leggermente con le mani poggiate sulle assi di legno. La guardò compiaciuto, chinata in avanti con le tette penzoloni, la gonna ancora sollevata come un sipario sul culetto arrossato dallo strusciamento contro le assi ruvide, le gambe divaricate sui tacchi alti, l’apertura rossa come una ferita e vistosamente gocciolante … Gli artigliò i fianchi e infilò il cazzo con un colpo secco e violento, come un paletto colpito da una martellata, quasi volesse romperla e cominciò a pomparla vigorosamente. “Che troia! Stai godendo come una puttana! Dillo chi sei! Dillo perché sei qui!” “Sono una troia, la tua troia e sono qui solo per divertirti, per farti godere come vuoi, per farmi riempire, per fare tutto quello che ho solo sognato e non ho mai fatto, perché voglio sentirmela dentro la tua sborra, voglio che ci rimanga, voglio essere tua come la più porca che esista. La tua puttana preferita...” Frasi indecenti ripetute fino allo sfinimento mentre tutto il corpo veniva scosso come un manichino, a fatica trattenuto in equilibrio sul pavimento sconnesso, con le tette che ballavano a ritmo delle montate. Lei chiuse le gambe e la vagina si strinse attorno alla sbarra offrendo a lui la definitiva sensazione di doverla perforare con determinazione e vigore per ottenerne il totale possesso e a sé stessa il piacere completo di essere in suo dominio. Infilò i pollici nella piega del sedere, la dilatò tanto da mostrargli l’ano serrato che stanotte avrebbe conquistato e invaso. Cercò di ficcarceli ma non ce la fece. Con quel pensiero assestò ancora pochi colpi che li fecero venire insieme, con un grido profondo, struggente, una vibrazione convulsa. Nuovamente inondata, impiombata, ancora più traboccante di liquidi, si sentì pienamente risarcita di tutto il tempo che era stata costretta ad aspettarlo. Subì il sottile supplizio del cazzo che usciva fuori ma sentì quasi contemporaneamente la mano di Paolo che gli stringeva la vulva, glie la chiudeva come a tapparla per mantenerne i liquidi al suo interno. Appoggiò la propria mano sulla sua a confortarlo del medesimo volere, il palmo prese il posto di quello di lui che si ritirò compiaciuto. Si girò ansimante appoggiandosi alla parete, con i seni liberi e lucidi di sudore, lo sguardo di femmina soddisfatta che lo cercava, la mano stretta sulla figa ancora pulsante. Paolo pensò che, si, era proprio come la voleva. E stanotte sarebbe stata ancora meglio. Molto meglio. Quando i respiri si placarono, le si avvicinò appoggiando una mano alla parete, accostò alla bocca le belle labbra attraenti e sussurrò: “Andiamo? La mia camera demodè … non eri ansiosa di vederla?” Si, era impaziente di vederla e di provarla. Se questo era il preludio alla nottata … sarebbe stata ricompensata nei suoi sogni più segreti. E forse anche di più… “Si.” Ricompose il vestito sistemandosi alla meno peggio. La pelle, lo sguardo, il viso erano luminosi, diversi da quando era arrivata, lo sentiva e capiva che anche lui lo sapeva. Raccolse nuovamente i sandali, lui la prese per mano e scavalcando il piccolo cadavere del perizoma rotto, uscirono alla luce abbagliante del sole. Le cinse un braccio intorno alla vita e si avviarono verso il parcheggio. Niente parole inutili. Ci sarebbe stato tanto tempo per chiacchierare, ora era così bello ascoltarsi e basta, sentirsi vicini e complici. Lei si fermò. I liquidi sbrodolavano sulle cosce. Sollevò la gonna. Vi passò sopra la mano e se li spalmò fin dove era possibile: sulla fighetta calva, tra le cosce, sulla pancia, il sedere. Niente doveva andare perduto. L’ultima goccia la passò sul collo. Era contenta, così gli disse quello che pensava: “Stasera voglio che me la spandi addosso, ovunque…” Il sorriso che ottenne in risposta fu sufficiente. Allungarono un po’ il passo. C’era il letto di una camera demodé da provare…
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