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Amare significa anche questo
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Titolo:
Amare significa anche questo |
Autore:
English Gentleman |
Contatto:
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Racconto
n° 2468 |
Altri
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Notte buia. Profonda. Silente.
Lei dorme accanto a te.
Il suo respiro leggero, esile, delicato, ti parla di un sonno tranquillo, senza sogni.
Tu invece ti giri e ti rigiri, senza sonno, come su un gigantesco spiedo.
Vorresti dormire, riposarti, ristorarti; negli occhi e nella mente ancora i lampi dei fuochi artificiali che avete acceso, insieme, prima di addormentarvi.
Ricordi ancora il violento sobbalzo nel petto, quando lei aveva suonato al citofono del tuo modesto appartamento da studente. Ricordi ancora come le avevi aperto trepidante la porta, trattenendo il respiro, tutti i sensi tesi a captare da lei quel muto segnale di assenso dopo innumerevoli serate passate al cinema od in macchina a supplicarla di andare oltre. Ed alla fine lei aveva ceduto. Era lì per te. Quasi sulla soglia di casa ti aveva confessato, con gli occhi bassi, la voce tremante per la timidezza e per l’emozione di parole mai proferite prima, che desiderava ardentemente che tu fossi il primo, che non poteva immaginare di farlo con nessun altro all’infuori di te, che nonostante la giovane età di entrambi si sentiva ormai pronta a uscire dalla sua crisalide di acerba giovinetta per diventare una donna completa. A quel punto aveva trovato il coraggio di rialzare il viso, di guardarti negli occhi, e ti eri sentito tremare le gambe dall’emozione. L’avevi baciata, l’avevi soffocata di baci, la tua bocca sembrava non volersi staccare mai più dalla sua, mentre la cingevi e la sollevavi in braccio, quasi correndo, verso la stanza da letto. Non era stato difficile spogliarla: la gonna era scivolata in terra quasi subito, pochi bottoni e la camicetta aveva volteggiato leggera nell’aria per atterrare leggiadra sul comò, mentre le scarpe rotolavano nei pressi, e le sue mani inesperte che cercavano ancora di sganciare la cintura dei tuoi pantaloni. Non portava reggiseno, non ne aveva bisogno: le sue rotondità ben proporzionate, aiutate dai suoi diciannove anni, le donavano un busto statuario, quasi marmoreo in quanto a fermezza. Non avevi potuto fare a meno di notare i capezzoli eretti, che fino a quel momento avevi potuto solo immaginare: erano meravigliosamente scuri, incorniciati da una piccola macchia color caffelatte che contrastava con il candore della sua pelle, laddove il sole dell’estate che volgeva al termine non aveva potuto intrufolarsi. Li avevi baciati, succhiati, accarezzati, avevi intrecciato tortuose evoluzioni con la punta della lingua intorno a loro, esplorando tutta la superficie, giù sino al solco divisorio e poi di nuovo su, risalendo la collina gemella, bramoso di affermare la tua conquista della vetta, mentre lei ti scompigliava i capelli con le mani vibranti di piacere. Le avevi poi sfilato trepidante le mutandine, temendo che all’ultimo momento potesse ancora ritrarsi. Il profumo dolce ed inebriante del sesso (“dunque, questo è il suo aroma, la sua fragranza”, ti eri stupito a pensare), i suoi umori, che cominciavano a fluire lungo l’interno delle cosce, ti ubriacavano come il più alcoolico dei liquori. “Aspetta” le avevi detto con voce piena di ammirazione mista ad eccitazione, “fatti ammirare vestita solo della tua ineguagliabile bellezza” e calde lacrime di gioia le erano scese sulle gote. Erano seguite carezze, baci, dapprima timidi, poi via via più passionali, a quel tenero bocciolo rosa che era l’oggetto delle tue voglie e paure più recondite. Lei sembrava in estasi, il viso quasi trasfigurato dal piacere: mai aveva provato una simile sensazione di desiderio carnale. Si era poi gentilmente divincolata dal tuo abbraccio, per poter ricambiare le tue attenzioni, desiderosa di assaporare quello che avevi da offrirle. Ancora non sapeva bene come fare, ancora non sapeva bene amare, ancora non sapeva che, al pari della vagina, anche il membro aveva bisogno di lubrificazione per godere appieno delle sue carezze, ma il leggero dolore che avevi provato in quel momento, mentre la pelle scivolava verso il basso scoprendo quella corolla così sensibile, era scomparso in un istante, dissolto dalle sue seriche labbra. In quella posizione avevi continuato a baciarla fuori e dentro, mischiando la tua saliva ai suoi fluidi, pregando che fosse sufficientemente pronta ed eccitata da non avvertire dolore al momento fatidico. Ti aveva gentilmente accarezzato la testa, scostandola dal suo sesso, e ti aveva implorato di prenderla, perchè il desiderio di sentirsi penetrare, riempire dalla tua virilità, la stava torturando senza darle tregua. In quel momento le avevi fatto scivolare dietro la schiena un cuscino, rialzandole il bacino per facilitare la penetrazione. Un gemito soffocato aveva accompagnato la tua prima spinta, e ti eri sentito come paralizzato: “non fermarti” ti aveva implorato e rincuorato, “è una sensazione meravigliosa, non fermarti, prendimi sino in fondo” aveva continuato. E mentre tu, appoggiato sui gomiti e sulle ginocchia per non pesarle sul ventre, avevi continuato a spingere al ritmo dei suoi sussulti, ascoltando il suo respiro affannoso per sapere quando e come spingere, gustando con gli occhi il movimento del suo splendido seno, lei aveva continuato ad incitarti, a parlarti: non poteva trattenere quel fiume di parole che il piacere regalato dal tuo sesso dentro di lei le faceva affluire alle labbra. Parole d’amore, parole di incitamento, parole di piacere ai limiti della follia. E tu avevi accontentato le sue richieste: avevi prosciugato tutte le tue riserve di energia per trovare la forza di continuare senza lasciarti andare troppo presto al piacere; finché, all’apice della tensione, le mani di lei affondate nella tua schiena fino a far male, le gambe rigide come marmo, le schiene inarcate in una posa quasi innaturale, l’orgasmo vi aveva colti entrambi con un’esplosione liberatoria. Il corpo di lei era sembrato in preda ad un tremito convulso, irrefrenabile, sotto lo stimolo dei caldi fiotti di denso seme che si riversavano copiosi nel suo grembo, quella parte di lei fino a poco prima la più inaccessibile e remota, e per questo così recettiva agli stimoli. La sensazione di calore che la pervadeva dall’interno sembrava scaldarle l’anima, mentre desiderava che tutto ciò non finisse mai, mentre desiderava che tutte le volte che sarebbero seguite fossero come la prima. Lunghi brividi si erano rincorsi sulla tua schiena ad ogni ondata di sperma che rifluiva in lei, irrigidendoti tutti i muscoli della zona lombare, le natiche, l’ano risalendo fino su alle ghiandole spermatiche. Era stato un amplesso coinvolgente, travolgente, che vi aveva lasciati senza fiato, esausti, l'una sull'altro, abbracciati, incapaci anche solo di parlare, ma desiderosi di godere del reciproco contatto, pelle sulla pelle, in attesa di essere cullati dalle braccia di Morfeo. E lei si era addormentata così. La testa scarmigliata adagiata sul tuo petto, mentre le lisciavi i capelli. Una tenera gattina che si addormenta in braccio al suo padrone, sicura, nel senso di protezione che lui le infonde. Avevi dovuto alla fine adagiarla accanto a te, per cercare di prendere sonno, ma lei non se ne era quasi accorta, assopita com'era. Solo un impercettibile movimento delle labbra, quando l'avevi baciata teneramente su una guancia, per augurarle la buona notte.
Morfeo, però, forse si era dimenticato di te. Oppure aveva perso la sua battaglia contro quel fuoco che ti ardeva dentro, lancinandoti le viscere, come un fiume di lava. Quante ore avevi passato così? Due? Tre? Non ne eri sicuro. E quel calore interno che non ti dava tregua, facendoti sentire bollente anche il lenzuolo, ancora adesso non ti abbandona neppure per un attimo. Ti alzi, cerchi conforto in cucina, rinfresco davanti alle finestre aperte dalla brezza notturna, refrigerio in una distratta sorsata d'acqua; ma sai già che non sarà questo a placare la tua arsura.
Torni a letto.
Lei dorme, non si accorge del tuo turbamento. Accendi l’abat-jour, la guardi: è splendida. Il viso così rilassato nel sonno, incorniciato da un caschetto biondo, il suo splendido seno che si solleva ritmicamente, il bacino flessuoso, fasciato solo da un tenero slip di cotone bianco, le lunghe gambe snelle, ora raggomitolate al petto, così esili e così forti, che la sera prima ti avvinghiavano e ti spronavano.
E il tuo respiro si fa affannoso, il cuore accelera i battiti, la gola si asciuga, la passione si riaccende…
No, in realtà non si è mai sopita, ti ha tenuto sveglio per tutto questo tempo bruciando in ogni angolo del cervello, spazzando via qualunque altro pensiero.
Allunghi una mano, col dorso le sfiori una gota, un accenno di sorriso le illumina il viso. Inspiri profondamente, ti riempi i polmoni del profumo dei suoi capelli, li accarezzi col viso e la baci sulla fronte.
Ti costa molto spegnere la luce, girarti dall’altra parte, lasciarla riposare dalla sua stanchezza in quel sonno benedetto e ristoratore, mentre tu resterai sveglio, con il fuoco della passione per lei che ti consuma dall’interno … ma nel profondo del tuo cuore sai che amare significa anche questo.
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