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Limiti
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Titolo:
Limiti |
Autore:
Ballandodasola |
Contatto:
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Racconto
n° 2509 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
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Aveva imparato a conoscerlo attraverso le parole, i racconti, i libri. Assorbendo da frasi sconnesse, talvolta forti, altre desolate, altre vere, nude come la terra incolta, tutto quello che c’era da assorbire, tutto quello che c’era da apprendere. Racconti proibiti per lo più, che un sito erotico rendeva accessibili senza difficoltà. Qualche parola scambiata in chat e una serie eloquente di email, l’avevano attirata senza grosse difficoltà verso quello stesso specchio a cui aveva sempre cercato di guardare con superficialità. Il primo romanzo che ne aveva attirato lo sguardo era stato scelto più per la fotografia della donna ritratta in copertina, che per il titolo o la recensione. E una volta divorato con infantile voracità, pagina dopo pagina nel tempo di una sera, aveva gridato furiosa, per quel rispetto che sentiva tradito. Ben diversa la sensazione che era maturata col tempo e con la lettura di quegli stessi romanzi che, uno dopo l’altro, si ammucchiavano sul comodino, in camera da letto. Non riusciva più a farne a meno, scoprendo, attraverso parole mai dette, di essere fatta della stessa pasta di molte delle protagoniste di cui invidiava pene e sofferenze, piaceri e vizi, così ben descritti. Accovacciata fra le lenzuola del suo grande letto sfatto, con la fronte sudata, i capelli in disordine e tra le gambe gli umori ancora succosi di un desiderio appagato solo in parte, Roberta faticava a trovar pace. A vivere e vincere quella necessità che in tante pagine e tante frasi, aveva invece visto via via appagare una donna dopo l’altra. Quelle stesse donne a cui aveva sempre guardato con ammirazione e rispetto, consapevole di come la bellezza fosse una merce rara, difficile da trovare nella completezza delle sue più diverse forme. Quella stessa perfezione che l’aveva portata a bramare per le donne, più degli uomini. Incapaci di riproporre fisicamente quella stessa eleganza che solo un corpo femminile ha per dote, innato. In quel letto sfatto, con la mente travagliata da libri galeotti e forieri di estasi così inconsuete, cercava in un gesto, in un tocco, quell’appagamento che tardava ad arrivare… voleva conoscere quell’uomo che temeva, che aveva imparato a conoscere attraverso i racconti delle donne che aveva amato. Quell’uomo capace di raccontare emozioni e passioni così intensamente, da far credere possibile ogni cosa, in ogni modo. Caronte di presagi, di emozioni, di viaggi senza ritorno. Cosa voleva di più... un orgasmo raggiunto nella più piena libertà o un momento di ricercato e forzato piacere? Per la seconda volta, un uomo tornava con voracità a reclamare che la sua sessualità venisse messa al bando, lasciata libera di andare dove meglio credeva, dove meglio avrebbe ottenuto quello cui bramava con impertinente necessità. Qualcosa fra la testa e il sesso, continuava a portare Roberta lontano, a una sera di metà aprile, quando la neve per uno strano vezzo del destino, aveva ripreso a cadere copiosa, come una qualunque notte di metà dicembre. Un uomo, conosciuto in rete e un appuntamento al buio. Una voce che al telefono le sussurrava sera dopo sera, in un gioco al rialzo, cosa fare, come toccarsi, come godere… Le mani bramose indugiavano sui capezzoli eccitati, stringendo, accarezzando, strizzando la carne... ma quel tocco non sostituiva le mani di un uomo o di una donna… Avrebbe dato qualsiasi cosa, per ritornare a quella sera...
Roberta: Fabrizio mi aveva dato appuntamento in un piccolo ed esclusivo ristorante delle Langhe, all’interno di un palazzotto, in un territorio dove le colline si perdono nella natura imperfetta e morbida della fertilità. Arrivai puntuale e, prima di varcare l’ingresso, mi voltai verso la pianura costellata di luci e ombre. Il salone illuminato dalla luce calda e tremolante del camino, era silenzioso. Un cameriere mi portò via il cappotto, non aggiungendo parole superflue al benvenuto. Disorientata e confusa, eccitata e frizzante, così mi sentivo nell’attesa di un qualcosa che finora aveva solamente i vaghi contorni della speranza e dei sogni. I minuti si susseguivano in un tempo a me indecifrabile, fra i rumori del legno scoppiettante nel camino e la neve che continuava a cadere irriverente, alle mie spalle. Nessun pensiero. Quel luogo magico, mi assorbiva per intero: non c’era nulla che potessi ancora fare. Persa nei miei insoliti pensieri, non avvertii il rumore dei passi se non quando mi furono alle spalle. Non mi voltai subito, immaginando e gustando il momento in cui avrei finalmente visto in volto l’uomo responsabile delle mie notti insonni. Un colpo di tosse, leggero appena abbozzato, ebbe il potere di immobilizzarmi, di farmi battere a mille il cuore: una sensazione di freddo mi costrinse a portare le mani alle braccia, nel goffo tentativo di scaldarmi. Quando infine mi voltai, una smorfia prese il sopravvento. Fu quello che vidi a bloccarmi una volta ancora. Due occhi neri, profondi e intensi mi sorridevano: una donna bella da far male mi guardava con una dolcezza e un’aggressività mai viste. Disarmante… “Fabrizio arriverà fra poco. Nel frattempo ti terrò io compagnia”. Disse, con voce suadente, sicura protagonista della notte che sarebbe presto seguita. “A che gioco state giocando? – urlai credo, spaventata, furiosa - "Io... forse ho frainteso, io sono qui per Fabrizio e adesso… adesso me ne vado”. Tremavo, divisa fra la paura e la delusione. “Una donna da mordere, dal seno florido da costringere in una stretta, un gioco per le mani nervose e la bocca vogliosa... non è questo che volevi, non è questo che decine di volte mi hai chiesto al telefono? Volevo farti una sorpresa, ma a quanto vedo la delusione è un sentimento che stasera tocca entrambi” – disse Fabrizio, arrivandomi alle spalle. “Io, scusa… non sapevo”, balbettavo monosillabi incoerenti, frasi incomprensibili mentre un colore paonazzo si impadroniva di me. Devo essere parsa una bimbetta indifesa e indecisa. Dalla tenerezza infinita. Non la donna che ero... che sono sempre stata. Con necessità diverse. Con voglie diverse, ma tutte da soddisfare.
Lacrime mi offuscavano la vista. Combattuta sul restare o sull’andare via. Ferita, colpita nell’orgoglio. Tradita. Pensavo, ma ogni cosa mi passava accanto senza che potessi fermarla. Le parole parevano troppo pesanti, difficili da pronunciare. Me ne stavo lì, in silenzio. In attesa che qualcuno, decidesse per me. Andarmene o restare? Continuavo a chiedermelo. Un parte di me voleva restare, l’altra voleva solamente scappare via.
Fu Fabrizio a rompere l’incanto devastante di quel momento senza tempo. Fu Fabrizio che posando sulle mie labbra le sue, in un bacio lungo, sensuale come mille volte avevo immaginato, notte dopo notte, a decidere per me, a condurmi dove più volte gli avevo chiesto di portarmi. Mi prese per mano per condurci entrambe, fra le segrete stanze di quel palazzotto d’epoca.
Il complice di Fabrizio: Le avrebbe spogliate, lentamente. Come gli era stato ordinato di fare. Mentre l’eccitazione le prendeva entrambe. Un uomo, nell’ombra, avrebbe fatto la sua prima e inattesa comparsa per bendarle una alla volta. Poi, mentre continuavano a leccarsi, a toccarsi, in piedi al centro della stanza, lo stesso uomo vorace di quell’immagine al rallentatore, le avrebbe accarezzate, coccolate, sfiorate con lo sguardo. Le due donne gli avrebbero concesso un bacio, innocente, sulle labbra. In attesa di qualcosa di più… Come un prezzo da pagare per ottenere quello che più volte era stato promesso. Il tempo, per quell’adone scolpito, muscoloso, sarebbe arrivato dopo. Per concedere all’una e all’altra quello che da sole non potevano darsi. Le due donne avrebbero continuato ad esaurirsi così, nell’estasi di un piacere dolce, soffocato. Solo quando la prima delle due avrebbe cominciato a cedere, quell’uomo così defilato ma così sensuale nella sua piena fisicità, sarebbe intervenuto. Allontanandole una dall’altra, per giocare con il tessuto ormai fradicio che ancora copriva quei sessi vogliosi, furiosi di tanta attesa. Con lentezza, le avrebbe condotte ad un tavolo in legno. Imponente, scuro, con i disegni del tempo a ricordare gli anni trascorsi e le avrebbe fatte chinare, fino a far poggiar loro il busto. E poi, con fredda risoluzione, ne avrebbe incatenato con forza i polsi ai lati del tavola. Come una guardia, carnefice di emozioni che imploravano sazietà, le avrebbe obbligate con modi gentili a divaricare le gambe. E le avrebbe prese, prima l’una e poi l’altra. L’una nel sesso fradicio, ormai gonfio; l’altra nell’orifizio più stretto. Accelerando i colpi mai troppo, attento a che le due fanciulle non si appagassero così facilmente, così velocemente. Poi, perfido in quel gioco perverso, le avrebbe lasciate li, allontanandosi. Le due prede avrebbero continuato a lamentarsi, a gemere, a chiedere pietà. Mentre i polsi arrossati rimanevano chiusi fra le catene. Quanto tempo poteva permettersi di lasciarle lì, da sole? Perse fra gli effluvi di un piacere amaro e la consapevolezza che un attesa troppo lunga avrebbe rotto quel delicato incantesimo…? Quell’uomo se lo chiedeva… di minuto in minuto. Il suo compito, il lavoro per il quale era stato pagato, era semplice ma preciso. Non poteva e non voleva deludermi. Di tanto in tanto, volgeva lo sguardo verso di me. Cercando approvazione più per il suo corpo scolpito, che per i gesti che via via ritmavano quel gioco di amplessi. Era bello, perfetto. Sicuro. Eccitante. Da guardare… Da possedere… Da torturare… Da appagare… Anche per me…
C’è un tempo per ogni cosa e il mio uomo misterioso lo sapeva. Un tempo sottile al quale attenersi… entro cui ogni danza andava compiuta… Sarebbe poi venuta la volta di un nuovo mancato orgasmo da offrire alle giovani donne. Un dono disatteso… Due uomini di scarsa esperienza, disorientati e confusamente ebbri di un’eccitazione a loro nuova e dal sesso pronto, ma inesperto e incapace di controllo. Il mio amante le avrebbe costrette a leccare quegli organi eretti, fino a che un getto caldo non avesse bagnato i loro volti. Poi le avrebbe stuzzicate giocando con i loro clitoridi, infilando a una e all’altra un dito, o due o tre a seconda dell’eccitazione di entrambe. Ne avrebbe accarezzato i glutei, usando una piccola frusta come si fa con i cavalli, nel tentativo non determinante di domarle. Quindi le avrebbe lasciate una volta ancora sole affinché si perdessero nel silenzio e si eccitassero per quello che sarebbe seguito. Sarebbe poi venuto il tempo di una donna, provocante in tutta la sua formosa esuberanza. L’avrebbe lasciata libera di scegliere. E lei si sarebbe divertita a leccare il sesso umido di entrambe, a infilzare gli spazi con la lingua vogliosa. Fino a che l’adone, uscendo dall’ombra, e rispondendo ai miei desideri, avrebbe fatto l’amore con lei, su quello stesso tavolo, fra gli sguardi delle mie puledre vogliose. Lasciando alle due amanti, gli umori copiosi. E solo dopo tutto questo, quando il silenzio avrebbe avuto la meglio sulle grida, sulle piacevoli e inebrianti sensazioni, alle due amanti i polsi sarebbero stati liberati. Il silenzio sarebbe infine ricomparso, insieme alla solitudine che regna dopo gli amplessi, dopo le fugaci avventure carnali. Accompagnando i passi del mio complice, dove le due donne non avrebbero potuto trovarlo.
Fabrizio: Avevo osservato la scena, senza essere visto, per tutta la sera. Piacevolmente avvolto in un’ebbra sensazione tipica di chi abusa appena di poco, del vino. Sveglio, presente, ma anche altrove, pacato, silenzioso. Appagato. Come due prostitute, ma ancora ignare, avrei fatto trovar fuori della porta i vestiti, abbandonati e mal riposti sui gradini di quella casa patronale. Non mi avrebbero rivisto, o incontrato. Mai più. E mai mi sarei concesso loro. Le avrei spiate, guardate attraverso uno specchio galeotto, custode dei segreti più intimi. Mentre si vestivano, fra rapide lacrime che cadevano ignare di essere viste, libere di sfogarsi per quella promessa non mantenuta. Mai nemmeno presa. Le avrei guardate allontanarsi, nel rispettoso silenzio che segue un delitto nascosto. Le avrei seguite mentre fuggivano pronte ad accelerare verso la città, verso la casa che le avrebbe finalmente accolte e protette. Disorientate e frastornate. Arrabbiate ma ancora terribilmente eccitate. Smarrite per la presenza mancata. Per la promessa disattesa. Ma intimamente paghe di quelle nuove sensazioni. Ebbro di quella serata, ne avrei conservato il ricordo. Riproponendo lo stesso gioco una volta ancora, una volta di più, alla donna di turno. Alla vogliosa incapace di trovar pace fra le semplici braccia del marito, del fidanzato, dell’uomo del momento. All’insoddisfatta incapace di eccitarsi con il semplice umore del proprio orgasmo. Alla timida, riservata, concubina di storie mancate. All’esuberante, statica nel riproporsi in nuovi riti… Avrei insegnato a ognuna di loro, il piacere del desiderio. Dell’attesa... Del limite da superare. Di ogni cosa presente, nei loro reconditi desideri. Affinché, una volta a casa, ognuna di loro sarebbe tornata a toccarsi, a godere fra le lacrime di una sconfitta. Incapace da accettare. Ognuna così fiera, così ribelle, così sensuale. Felina. Così paga. Così donna. Così puttana. E ad ognuna, come fosse l’unica, la sola, avrei mandato, il giorno a seguire, fra rose scarlatte, un messaggio, l’ennesimo invito ad osare di più: “Non c’è mai stato un limite al piacere. Come non c’è mai stato un vero desiderio di far l’amore con me. Quello che volevi era superare il limite che avevano costruito per te, i tuoi amanti, le tue credenze, le tue superstizioni, la tua famiglia… Far l’amore con me non sarebbe stato tanto diverso dal sesso consumato con un qualsiasi altro uomo. Quello che ha stravolto tutto, è il modo in cui hai deciso di lasciarti finalmente andare. E’ il modo che hai usato per conoscere te stessa. Una volta per sempre. E’ da qui che non si torna indietro. E da qui che nasce un limite… e dal quale è difficile liberarsi. Una volta conosciuto il piacere è impossibile farne ancora a meno. Buona fortuna”. F.
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