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La gatta
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Titolo: La gatta
Autore: Amaranto
Contatto:
Racconto n° 252
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Si aggira inquieta nella stanza, che misura a passi lenti e decisi. Si nasconde a tratti nell'ombra della notte.
Di tanto in tanto volge lo sguardo verso di me. Posa gli occhi su di me, sulla pelle accaldata dal suo magnetismo.
Mi sento ubriaca. Ho le vertigini.
"Posso elencarti tutte le stelle, se vuoi. Cento stelle per te. Le conto. Cento stelle dovrebbero essere sufficienti. Una volta che ne hai contate cento, tutte le altre sono uguali".
Cerco di prendere tempo.
"Il chiaro di luna dona alla tua carnagione. E il tuo incarnato è. opalescente".
Lei cammina intorno a me, formando cerchi concentrici, sempre più ravvicinati. La sento.
"Il sesso è una pulsione di vita, non credi anche tu?"
Deglutisco a stento.
"Metafora di vita e di morte. Non per niente i francesi chiamano petit mort l'orgasmo. Lo sapevi?".
"Sì". Sussurra.
E sorride, con una fila di denti perfettamente bianchi.
"Ho intenzione di farti morire a lungo questa notte".
"Davvero?", rispondo titubante.
Il cerchio si stringe. Al centro ci sono io, al centro di un vortice che mi sta risucchiando.
"Non dovresti avvicinarti così tanto", mi sfugge con un flebile sospiro questa riflessione che non sto ponderando affatto.
"Ah, no? E per quale motivo?".
"Mi ipnotizzi. La tecnica del serpente sulla mangusta. O forse era il contrario. Non riesco mai a ricordare quale dei due ipnotizza l'altro". Si avvicina di più.
"E poi, potresti pentirtene". Mi sfiora con le dita, con tutto il corpo, lo riconosco dietro di me. Aderisce perfettamente al mio.
"Che caldo che fa. Non lo senti anche tu?". Le ginocchia quasi mi si piegano dall'emozione.
"Allora, spogliati. Ti aiuto".
Mi costringe a respirare più in fretta.
"Perché hai scelto me? Mi doni tutto questo. Non sono sicura di meritarlo".
"Sei tu che mi hai scelta, non ricordi?". La sua figura emerge appena dal buio e non riesco a distinguerne i tratti.
La mia mente è distolta, distratta. Sento ugualmente, e d'improvviso, il suo sguardo che mi scruta, mi penetra sin dentro l'anima; posso ascoltare il suo respiro lento e calmo, profumato di appartenenza. Mi giro attorno: non la vedo distintamente, non ancora. Ne percepisco l'odore, annuso il suo desiderio. Temo per un istante che sia una trappola, un gioco perverso.
"Fai l'amore con me", mi invita con una perentoria supplica.
"Fai l'amore con me. Per la notte che resta. I tuoi istanti, i minuti, tutte le ore: sono miei, adesso.".
Mi bacia con trasporto, con passione, come se da questo dipendesse la sua stessa sopravvivenza.
L'alba giunge seguendo una precipitosa eternità che mi avvolge ancora. Lei è qui. Aspetta che mi desti dal torpore, da quello che immagino sia soltanto un sogno... Sta vegliando su di me.
"Ti ho guardata per tutta la notte, amore mio. Ora devo andare via".
"Ti rivedrò ancora?!", le chiedo in un sussulto.
"Sì, domani notte. E quella successiva. E quella dopo ancora. Sarai ancora mia, se lo vorrai".
Mi morde con un guizzo la mano che tenta di trattenerla e fugge via con un sorriso triste. Si volta per un altro istante, fissandomi con occhi di giada, e le pupille verticali strette appena dalla luce tenue.
Poi, con un movimento lieve, sparisce, fuggendo via dalla finestra aperta su un bel mattino di maggio.