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Noir a trois
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Titolo:
Noir a trois |
Autore:
G.Da. |
Contatto:
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Racconto
n° 2556 |
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È troppo semplice, credetemi, fare in modo che gli altri ti vedano come sei realmente. È per questo che la maggior parte di noi finge di essere qualcos’altro: puro amore per la sofisticazione. A pensarci bene l’apparire come si è realmente è prerogativa di due categorie soltanto: l’una troppo poco intelligente da riuscire ad apparire come non è, l’altra troppo intelligente da credere che indossare una maschera rappresenti realmente una complicazione interessante. Il protagonista di questa storia è così. -Così come? Direte voi. -Appare come non è. Vi rispondo io. A voi giudicare se è intelligente o meno...
C’era un freddo infernale. Il vento attraversava quel cappotto spesso un dito come fosse fatto di fogli di carta velina tenuti insieme da pochi punti di spillatrice. Se ne accorse in un attimo, appena fu tutto finito. Christine aveva catalizzato la sua attenzione ed ora, in piedi davanti a quei corpi nudi, non sentiva nient’altro che un freddo intenso. Nessun sentimento, nessun dolore. E perché avrebbe dovuto? Senza dio e senza morale com'era, aveva solo dato sfogo alle sue pulsioni. Niente di più, niente di meno.
Tutto era cominciato poche ora prima davanti al computer in un ufficio al terzo piano di una triste palazzina fatta con troppo vetro per sembrare una casa e con troppo cemento per sembrare la sede di una multinazionale. Un tizio sui trentacinque, nella stanza d’angolo, faceva quello che sembrava il suo lavoro. “RESPONSABILE C.E.D.” si leggeva sulla targhetta appesa alla sua porta, sempre chiusa. Aveva appena chiamato la moglie per assicurarsi che fosse già arrivata a casa di sua madre. Le aveva promesso una serata particolare… “una sorpresa indimenticabile” le aveva detto. Lei non aveva perso tempo: aveva chiamato sua madre per pregarla di tenerle il bambino, aveva comprato una cassetta per registrare l’ultima puntata dello sceneggiato televisivo di turno e aveva perso un paio d’ore sfogliando il libretto di istruzioni del videoregistratore per riuscire a programmarlo. Parrucchiere ed estetista ed era finalmente pronta. Lui, a poche ore da quell’incontro, con quelle sue dita tozze stava ancora picchiettando sulla tastiera, e se non fosse stato per i suoi occhietti piccoli e tondi che scivolavano, più spesso del normale, sull’orologio del computer, nessuno avrebbe notato la minima eccitazione in lui.
A poche centinaia di metri la Sorpresa della serata si stava preparando. Aveva messo un annuncio su un sito specializzato: “Single bsx come da foto cerca coppia con lei bsx e lui voyer per incontri di puro sesso. Rispondere con foto di lei a figura intera non censurata. ASTENERSI SINGOLI non rientrate nelle mie fantasie.” Non aveva detto la verità è vero, ma chi l’avrebbe scoperto?? Non era “singola”, ma come avrebbe potuto, bella com’era?? Non era bisessuale, ma anche se farlo con un uomo non la eccitava minimante, come avrebbe potuto confessarlo a se stessa?? Quella dell’annuncio le era sembrata l’unica soluzione. Visto che di belle donne sole non se ne trovavano, l’avrebbe accettata anche con il suo uomo purché quel porco si limitasse a guardare. Per prendere appuntamento aveva dovuto ingoiare anche una conversazione con il porco, ma avrebbe fatto di tutto dopo avere visto il visino innocente di sua moglie nelle foto. Erano state scattate sulla spiaggia, probabilmente l’estate precedente. La pelle abbronzata, le gambe lunghe e lisce, i capelli scuri raccolti sulla testa, il taglio degli occhi un po’ orientale, la testa un po’inclinata all’indietro, appesa ad un collo lungo e teso, il seno, scoperto, piccolo e sodo come quello di una sedicenne, la pancia un po’ rotonda e quel costume bagnato che lasciava intravedere le forme del suo sesso. Ripensandoci trattenne a stento la voglia di toccarsi, ma all’appuntamento non mancavano che poche decine di minuti e l’attesa sarebbe stata solo una piacevolissima tortura.
Passò a prendere sua moglie alle otto in punto, come d’accordo. - Prendimi il cappotto pesante prima di scendere. Quello scuro, mi fa un freddo tremendo. Le disse al citofono prima di risalire in fretta in macchina. Lei scese velocemente. Era vestita a gran festa. Non potè fare a meno di ammirarla mentre si avvicinava alla macchina. Indossava un paio di scarpe nere con il tacco a spillo molto alto, una gonna corta su un paio di calze scure, un golf bianco con un profondo scollo e un cappotto di cachemire stretto sulla vita da una cintura. Come sempre non aveva il reggiseno. - Ma le mutandine? Pensò lui. Una volta entrata in macchina e gettato il cappotto sul sedile posteriore, lui si sincerò che sotto quella gonna corta la sua lei non avesse niente, come piaceva a lui. Innestò la prima e partì. Dopo pochi metri, senza guardare, le porse il dito medio. Lei, con un gesto lento, gli afferrò la mano e dopo aver leccato li dito per tutta la lunghezza, dalla base alla punta, lo mise in bocca. Quando lo giudicò abbastanza bagnato, lui le sfilò il dito dalla bocca e cerco il suo tesoro. Lei, proprio come nella foto sulla spiaggia, gettò la testa all’indietro socchiudendo le labbra. Era così eccitata che non potè fare a meno gettarsi su di lui, tirargli fuori il pisello e prenderlo tutto il bocca. Avrebbe voluto affogarsi dalla voglia che aveva di succhiarglielo.
La Sorpresa li trovò così: lui con gli occhi socchiusi e lei chinata su di lui. Ci rimase male. Aveva fantasticato su di lei per ore pensando a quell’appuntamento, l’avrebbe avuta tutta per lei, aveva pensato. Invece la sua lei per una notte era chinata su un enorme ed orrendo cazzo. Fece finta di niente e cacciò via quei pensieri dalla sua mente, un pisello non poteva farle schifo, dopotutto, era una donna. Dopotutto, s’intende. Si fece coraggio e bussò al vetro.
Lui, di scatto, alzò la testa e ritrasse le gambe. Lei, di riflesso, sbatté la testa contro lo sterzo e con il gomito, cercando di ricomporsi, suonò il clacson. La Sorpresa, fino ad allora compiaciuta della paura negli occhi di lui, ebbe un sussulto a quel suono inaspettato. Se lo era immaginato un po’ diverso quell’incontro. Aveva fantasticato per ore su gambe nude appena sfiorate da mani curate, su corpi che fremono sotto la potenza di uno sguardo. Aveva sognato di dimenticare quell’uomo annegata nel sesso di lei. Aveva sognato lei solo per lei. Invece si era trovata di fronte due quindicenni beccati a fare sesso dai genitori.
Scesero dopo qualche secondo. Fu lui il primo a parlare. - Amore! Disse. - Lei è la sorpresa di cui ti avevo parlato.
La sorpresa non lo ascoltò minimamente tutta presa com’era a guardare quell’essere stupendo dritto negli occhi. Disse soltanto che conosceva un posto carino e tranquillo un po’ fuori città e che sarebbe stato perfetto per l’occasione. Salirono tutti e tre sull’auto della Sorpresa.
Il viaggio non fu molto lungo, allietato com’era dalle mani sapienti di lei che lavorano contemporaneamente sul sesso di lui e su quello della Sorpresa. Dopo dieci minuti l’eccitazione si tagliava a fette spesse. Dopo quindici erano arrivati e dopo sedici le due erano in piedi, seminude, di fronte ad un enorme letto a baldacchino. Lui si sistemò su un poltrona ad un paio di metri dal letto, si calò i pantaloni e cominciò a lavorare.
La Sorpresa cominciò lentamente ad esplorare quel corpo che non aveva fatto altro che sognare per giorni. Baciava ogni centimetro di pelle che via via scopriva, leccava ogni piega, ogni curva. Le abbracciava le gambe e ci premeva contro la faccia; la annusava e, con quell’odore, si drogava. Cominciarono a baciarsi dolcemente. Poca lingua e molte labbra. Le mani affondavano nei capelli e scivolavano su e giù sui corpi ormai completamente nudi. Le gambe si intrecciarono. Il pube dell’una premuto sulla gamba dell’altra. Un movimento dolce, lento e continuo. Ormai non riconoscevano più il corpo dell’una e da quello dell’altra: il calore, l’eccitazione e il desiderio avevano fuso due donne in un unico essere superiore capace di uno spettacolo soprannaturale. Una mano calda le scivolò sul sedere e un pisello duro si fece strada dentro di lei. Si paralizzò. Subì quell’oltraggio per continuare ad annegare nel profumo di lei. Mentre lui continuava a guidare quella sua orrenda appendice nel solo senso unico del suo corpo la Sorpresa riuscì ad aprire gli occhi e fu più doloroso di accoglierne altri due. Si svegliò. Il sogno cessò. Lo sguardo scivolò rapido sul posacenere di bronzo appoggiato sul comodino. Un gesto secco, un rumore sordo ed uno schizzo di sangue. Lei ci mise qualche secondo a realizzare l’accaduto. Non aveva capito subito che quel liquido caldo che le scivolava addosso era il sangue di suo marito. Centesimi di secondo, ed era troppo tardi. La sorpresa la prese per i capelli e la colpi a pugno chiuso. La trascino giù dal letto e, tirandola per i capelli, la portò fuori. La colpì di nuovo appena prima di uscire. Un calcio dritto alla stomaco che la lasciò senza fiato, riversa sul cotto di quel casale di campagna che avrebbe dovuto essere il loro rifugio. La sorpresa le lasciò i capelli giusto il tempo di raccogliere dalla sedia su cui lo aveva riposto il cappotto di lui. Poi con il tallone, dall’alto verso il basso, la colpì ancora, alla bocca dello stomaco. L’afferrò per un braccio e la trascinò fuori. La lasciò cadere di fronte ad una catasta di rami d’ulivo: gli scarti della potatura non ancora conclusa. Si fermò per un attimo a guardarla. Qualche secondo di lamenti e lei si riprese, spalancò gli occhi e cominciò ad urlare. Fu allora che afferrò un ramo e la colpì decine di volte. Era morta e continuava a colpirla. Le faceva male il braccio e continuava a colpirla. Si inginocchiò su di lei e continuò a colpirla con entrambe le mani. Poi si alzò, gettò il legno sulla catasta dove lo aveva raccolto e tornò in casa. Fece scivolare lui sul tappeto in fondo al letto, ne afferrò una estremità e comincio a tirare. Pesava quello stronzo, ma riuscì a trascinarlo fuori. Si fermò accanto a Christine e fece un passo indietro. Fu allora che cominciò a sentire freddo. Fu allora che accese un bel fuoco.
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