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Il temporale
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Titolo: Il temporale
Autore: Don Landis
Contatto:
Racconto n° 256
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Quel giovedì sera, il cielo non lasciava presagire nulla di buono: mancavano dieci minuti alle diciotto, ed i seicentoventi dipendenti della "Electricité de France", rinomata compagnìa francese che detiene il monopolio dell'energia elettrica nell'intero territorio d'oltralpe, si appropinquavano ad evacuare l'imponente edificio che sorgeva nel centro di Marseille. Stavano per terminare la consueta giornata lavorativa, quando avvertirono rimbombare nell'aria circostante un fragoroso boato; un fulmine si era abbattuto nei pressi dell'aeroporto di Marignane, senza causare danni alle persone. Dal sovrastante plumbeo cielo, cominciarono a ricadere dapprima minuscole goccioline d'acqua, che man mano s'ingrossarono a dismisura, allagando in breve tempo le strade dell'intera cittadina. Gli impiegati si affrettarono ad abbandonare il posto di lavoro; quelli dei piani bassi, raggiunsero l'uscita servendosi delle scale, mentre i quadri e i dirigenti presero letteralmente d'assalto gli otto ascensori di cui il grattacielo disponeva. In pochi minuti parecchie persone si riversarono nell'ampio parcheggio, raggiungendo di corsa le rispettive vetture.
L'acqua cedette tosto il posto alla grandine, la quale infierì con inaudita violenza contro tutti gli oggetti che le capitarono a tiro; il vento aumentò d'intensità, soffiando prepotentemente da ovest verso est. Le gigantesche onde, alimentate dalla violenza del tifone, si riversarono sulle imbarcazioni ormeggiate nel porto, provocando ingenti danni materiali a quelle imbozzate precariamente. Tuoni e fulmini imperversarono tutt'intorno, creando un'inquietante e catastrofica scenografia.
Il traffico urbano era letteralmente paralizzato: gigantesche pozzanghere d'acqua, celavano il bigio manto stradale; ingorghi d'autoveicoli erano dislocati un po' ovunque per gli interi quartieri.
Fu una vera e propria tregènda che si abbatté su quell'intera lingua della Francia, la cui violenza non accennava a diminuire.
Erano le diciannove e dieci: l'uragano imperversava ancora a pieno ritmo, cosicché gli ultimi impiegati del grandioso edificio, decisero, date le condizioni atmosferiche, di rimanere rintanati nei rispettivi uffici.
Poche persone rimasero "intrappolate" in quella gabbia di cristallo: fra queste trovava rifugio la segretaria personale di uno dei dodici sub-dirigenti dell'intera compagnìa.
Jenny MCIlory era una donna sulla trentina, di regale portamento, alta un metro e ottanta; i suoi fulvi capelli lisci lambivano appena le spalle. Il dolce profilo del nasino, alla francese, rendeva l'espressione dell'angelico suo volto ancor più intrigante e seducente.
Indossava un tailleur grigio chiaro che le conferiva un aspetto da vera manager; i suoi fianchi erano contornati da una succinta minigonna, che lasciava maliziosamente intravedere le tornite ed affusolate gambe, avviluppate in un morbido paio di sensuali e candide calze autoreggenti.
Era una ragazza nubile; conviveva in un pied-à-terre in centro Marsiglia con Albain Giraud, uno dei dirigenti dell'EDF, per il quale non provava alcun nobile sentimento.
La loro era una convivenza di convenienza: Jenny assecondava le richieste di lussuria dell'uomo, in cambio del vitto e dell'alloggio gratuito che questi le offriva; il suo cuore era radicato nella distante città natale di Newcastle, in Scozia, dove risiedeva Simon, il suo unico e vero amore.
La donna era intenta a preparare la documentazione necessaria, per la riunione di direzione del giorno seguente. Improvvisamente un fulmine lumeggiò nel cielo, rischiarandolo per un istante. Jenny volse lo sguardo verso l'ampia finestra del proprio ufficio, ubicato al trentunesimo piano; osservò, da sopra la montatura degli occhiali, quel guizzo luminescente tralùcere i giganteschi cùmuli-némbi sovrastanti il mare aperto, così un brivido di terrore le percorse l'intera spina dorsale: "Che tempo da lupi, andrà avanti ancora per molto?", sussurrò a sé medesima, con un filo di voce.
Con entrambe le mani s'inforcò gli occhiali, facendoli aderire maggiormente all'estremità superiore del proprio naso, riprendendo susseguenteménte a scartabellare.


Al medesimo piano dello stabile, cinque corridoi oltre l'ufficio della Signorina MCIlory, trovava collocazione la scrivania di Alain Renard, colui che intratteneva i rapporti diplomatici con i principali capi di stato dell'intera Europa, in merito ai contratti di fornitura di energia elettrica con tutti i paesi importatori.
L'uomo aveva quarantaquattro anni, snello, alto un metro e novanta; era un francese purosangue, nato in Camargue, laureato a Bruxelles a pieni voti in Economia e commercio; una vera e propria colonna portante dell'intera azienda, capace d'interfacciarsi con le persone in maniera del tutto aristocràtica.
Indossava un doppiopètto blu scuro, con i pantaloni del medesimo colore della giacca; i dorati capelli, lasciati volontariamente crescere fino a nascondere le orecchie, conferivano all'intera sua immagine un aspetto da dandy, elùdendo, a proprio vantaggio, la reale età anagrafica.
Sembrava un giovane rampollo di un'antica e nobile famiglia, tanto sfoggiava con insindacàbile classe ed abbacinante charme, il proprio carismàtico temperamento.
Era intento a prendere visione delle controproposte offertegli dall'italiano Ente Nazionale per l'Energia Elettrica, riguardanti un contratto di fornitura quinquennale.
Anche lui, come Jenny, vide il lampo di luce, ed immediatamente il proprio pensiero si preoccupò per la sorte del computer: "Sarà meglio spegnere il PC, altrimenti correrò il rischio di rovinarlo irreparabilmente, se un fulmine dovesse disgraziatamente colpire il palazzo", cogitò l'uomo. Spense il proprio computer, scollegando anche i cavi di alimentazione e la linea internet in fibra ottica, dalle rispettive prese.
Il tempo scivolò indisturbato fra il trascorrere d'iridescenti lampi e fragorose detonazioni, mentre la grandine continuava a retentire sulle carrozzerie delle vetture incappate negl'ingorghi, causati dall'iraconda violenza della natura: così giunsero le venti e quindici di un'indimenticabile serata di mezz'estate.
Alcuni impiegati decisero di abbandonare il luogo di lavoro, data l'ora tarda, cercando di rincasare il più celermente possibile.
Il trentunesimo piano del grattacielo dell'EDF, rimase unicamente occupato da Jenny ed Alain, i quali non erano a conoscenza della presenza reciproca all'interno dell'edificio.
Le luci dei piani alti, dal ventottesimo fino al trentacinquesimo compreso, erano ancora allumate, sintomo di vitale concomitanza di persone ai loro interni.
Poco prima delle ventuno, la furènte veemenza della spaventévole buriana, andò progressivamente sciamando: la grandine cedette il posto alla pioggia, il vento placò la propria devastante intensità, acquietando, a cotal guisa, le imponenti e spumeggianti onde del mar mediterraneo; tuttavia, innumerevoli fulmini continuarono a persevrare nei cieli di Marsiglia, incutendo timore alle persone loro sottostanti.
In breve tempo, gli ultimi occupanti dell'imponente costruzione, si diressero verso gli ascensori, nell'intento di raggiungere le rispettive famiglie.
Solamente le luci del trentunesimo piano, essendo ancora accese, lasciavano presagire la presenza di persone in quell'area dell'edificio.
"Il temporale s'è calmato, meglio approfittare di quest'attimo, per raggiungere Albain", bisbigliò Jenny.
Lo stesso pensiero pervase la mente di Alain: "Meglio scappare, la tempesta ora è finita; chissà Veronique, sarà in pensiero. Dovrei avvisarla!".
L'uomo telefonò alla propria consorte, comunicandole che stava, in quel momento, lasciando l'ufficio, rincuorandola che sarebbe presto rientrato a casa.
La Signorina MCIlory sistemò i documenti che stava maneggiando, riponendoli con estrema cura nel cassetto della scrivania, dopodiché, indossato il lungo impermeabile, si diresse verso il corridoio, raggiungendone l'uscita: l'attenzione di Alain, fu catturata dai passi della donna; il ticchettìo che le scarpe di Jenny producevano, sul marmoreo pavimento, risvegliò, inconsciamente, quell'istinto animalesco così profondamente radicato nella propria ìndole.


L'uomo sostava accanto ad uno degli ascensori, con la ventiquattrore saldamente impugnata; aveva prenotato la discesa da pochi secondi, quando notò, con stupore, la bellissima ragazza svoltare l'angolo del corridoio maestro: "Buona sera, Jenny. Cosa fa ancora qui in ufficio a quest'ora? Scommetto che aveva del lavoro arretrato".
"A dire il vero, non osavo uscire con questo tempaccio, e poi sa com'è Alain, il lavoro arretrato dev'essere portato a termine.", gli rispose la scozzese.
"Ha perfettamente ragione: anche lei scende?", le chiese garbatamente.
"Si, grazie", gli rispose, arrossendo in volto.
I due attesero in silenzio per qualche secondo, scrutandosi con ossessione, finché non si aprirono le porte della cabina: "Prego Jenny, dopo di lei", disse Alain alla fanciulla, enfatizzando le parole con un ampio gesto del proprio braccio, nell'intento di farla accomodare.
"Merci Alain, lei è un vero Signore!", replicò prontamente.
Altro che gentiluomo: il Signor Renard, vedendo la ragazza, si eccitò moltissimo; nutriva un debole per la bella segretaria, e, quell'occasione giunse propizia come la manna dal cielo, per approfittare dell'isolata permanenza, anche se per breve tempo, in quell'angusta cabina.
Alain seguì Jenny: "Piano terra?", le domandò banalmente, ammiccandole un cenno con la palpebra.
"Sì grazie, perché lei ha intenzione d'intrattenersi ancora?".
"Assolutamente no! Sono rimasto intrappolato qui dentro a lungo, per oggi", le rispose.
L'uomo pigiò il tasto sulla bottoniera, mettendo così in moto quell'imponente impianto, che in breve tempo avrebbe condotto entrambi verso l'uscita dell'edificio.
"Che bel vestito indossa, Jenny!", le disse, osservandola con maniacale ipertimìa.
Mentre la donna era intenta a ringraziarlo, un terrificante boato squarciò la provvisoria quiete di quella serata: un folgorante dardo s'era abbattuto sull'edificio dell'EDF, dirompendone il parafulmine principale. L'energia elettrica s'interruppe nell'intero quartiere, lasciando in cotal modo i nostri protagonisti in balìa della propria compromettente sorte, dato che anche il gruppo elettrogeno ausiliario, stentò ad intervenire.
"Aiuto! Cos'è successo: ma siamo fermi, .ed al buio per giunta!", gridò spaventatissima la Signorina MCIlory.
"Non tema Jenny; credo solamente sia mancata la corrente, a causa dell'irruenza del fulmine. Comunque ci sono io accanto a lei, si rilassi. Secondo le procedure d'emergenza, dovrebbe attivarsi il gruppo elettrogeno ausiliario, ripristinando la corrente in tutto lo stabile: del resto è questa compagnìa responsabile della fornitura d'energia elettrica all'intera nazione. Sarebbe un colmo rimanere bloccati all'interno degli ascensori dell'EDF per mancanza di corrente, non trova?", l'assicurò l'uomo.
L'eccitazione di Alain fu amplificata dal sinistro avvenimento: rimanere bloccato in ascensore con la propria collega di lavoro preferita, non è un'occasione che capita di sovente. Trascorsero tre minuti, ma il mezzo di trasporto non riprese la propria discesa; poco dopo, la flebile luce bordeaux delle batterie d'emergenza, di cui ogni cabina era dotata, illuminò, sebbene in maniera suffusa, la zona superiore ed inferiore interna. Jenny tentò invano di rimettere in moto la "prigione" nella quale entrambi trovavano rifugio, premendo ripetutamente tutti i pulsanti: "Niente da fare, siamo bloccati; maledizione!", esclamò.
Una voce in lontananza, risuonò per la tromba belle scale: "C'è qualcuno rimasto bloccato in ascensore?", urlò ripetutamente a perdifiato André, il portiere dello stabile, mentre percorse a ritroso l'intera rampa di scale, scendendo lungo i pianerottoli di tutti i trentacinque piani, bussando alle porte degli otto ascensori.
Giunse al sedicesimo piano, dov'erano bloccate due delle tre persone ancora presenti nel palazzo: "C'è qualcuno?", ripeté l'uomo, ormai visibilmente annoiato.
Alain rimase pietrificato dall'emozione, nell'osservare la seducènte segretaria, porgere la propria mano dinanzi alla sua bocca, nell'intento di reprimergli ogni tentativo di richiesta d'aiuto: "Rimanga in silenzio Signor Renard!", gli sussurrò Jenny, avvicinando le proprie carnose labbra al suo orecchio.


Non udendo provenire lamento alcuno, il buon André proseguì la propria discesa; terminò la mansione, prescritta all'uopo dalle procedure d'emergenza, e chiuse l'accesso all'edificio, ritirandosi successivamente nel proprio appartamento al pian terreno.
"Credo non si sia accorto di noi", bisbigliò Alain, eccitatissimo.
"Lo penso anch'io: dimmi un po' biondo, hai voglia di divertirti?", gli domandò la donna.
"Sei molto bella, veramente, ma io dovrei raggiungere Veronique.", le rispose l'uomo, scioccato dall'imbarazzante situazione.
Proprio lui, che fino un attimo prima ammise a sé stesso di nutrire un'irrefrenabile attrazione nei confronti della scozzese, si trovò ad interrogare la propria coscienza in merito al significato delle parole proferite dalla ragazza.
"Che succede, hai perso forse la lingua, oppure il mio comportamento ti ha spiazzato?", gli disse con oltracotanza.
Jenny aveva perfettamente ragione: la sua prorompente iniziativa, aveva destabilizzato Alain, i laidi pensieri del quale riecheggiavano scompostamente in mente sua, impacciandone l'espressione dell'intero volto.
Alla penombra di quel flebile bagliore, la Signorina MCIlory si sfilò sia l'impermeabile che la giacca, sbottonandosi successivamente la camicia di chiffon, che lasciava maliziosamente intravedere le prosperose rotondità: non indossava il reggiseno, così quando liberò il proprio busto dal trasparente indumento, Alain, desistendo all'animalesco istinto, si avventò sui magnificènti seni di Jenny, leccandone dapprima i turgescènti capezzoli, palpando successivamente con entrambe le mani, quelle sode protuberanze, mentre la propria lingua era intenta a cercare, con accanita insistenza, quella della donna.
Era come se il tempo si fosse fermato all'interno di quella cabina, lasciando deliberatamente che il laido còto, bramato da entrambi, prendesse vita attraverso gl'impudichi atti da loro espletati.
"Non ti facevo così audace, Jenny!", le disse, ansimando e grufolando come un cinghiale.
La bella segretaria, nell'udir quelle parole, sfilò la propria gonna: rimase in lingerie ed autoreggenti. Le candide mutandine di pizzo, lasciate appena percepire dalla flebile luce rossastra, eccitarono Alain, il quale non esitò a stracciarle, con irruente violenza, dal bacino della donna: "Ehi, che modi!. Non sarai mica un maniaco sessuale! Mi stai spaventando", gli disse Jenny, un poco intimorita.
L'uomo si sbottonò freneticamente la giacca, togliendosela di dosso; lo stesso fece con i pantaloni ed il resto degli indumenti, rimanendo completamente nudo; Jenny, osservando il suo sesso con insistenza, intuì lo stato d'eccitazione nel quale Alain riversava: "Come sei arrapato, Signor Renard! Ora mi occuperò io a soddisfare la tua carne!" ansimò la ragazza.
Jenny si chinò sui talloni divaricando le proprie cosce, avvicinando la bocca al sesso dell'uomo: prese in mano quell'indemoniato membro, cominciando a leccarlo placidamente, per tutta la propria lunghezza, infierendogli sonore lappate d'intenso piacere, che inebriarono la mente dell'uomo.
Continuò quella piacevole tortura, finché Alain non le supplicò di essere masturbato dalle sue labbra: fu allora che la donna serrò la propria bocca attorno a quell'invereconda verga; con l'intero capo ciondolava avanti e indietro, nell'intento di procurargli piacere, mentre la vellutata lingua maramaldeggiava sull'inèrme glande.
"Brava Jenny, continua a prosciugarmelo, non fermarti!", le ordinò Alain.
L'uomo pian piano, si chinò fino a quando le proprie natiche non s'adagiarono sul pavimento della cabina; poggiò la schiena contro la parete, scivolando in avanti con l'intero deretano, cercando una posizione comoda. Il tutto accadde mentre Jenny continuava la fellazione, assecondandolo nei movimenti.
Fu la donna a ruotare, con l'intero proprio corpo, di centoottanta gradi, in maniera tale che Alain potesse assaporare i tiepidi umori del suo sesso, affondando la propria lingua fra quegl'invitanti lembi di carne viva, desiderosi d'esser disbramati.


Quel magnifico "sessantanove" si protrasse, fino a quando Jenny raggiunse il primo orgasmo clitoridèo: "Aaahhh, .aaahhh, .siiiii, . fammi godere, dai, così!", urlò come un'indemoniata.
L'uomo leccò, ancor più voracemente, la prolissa colata che trasudò dalla vagina dell'amante, ripulendo minuziosamente quell'angusto pertugio.
"Ora scopami, Alain; ti voglio adesso!", gli ordinò prepotentemente la ragazza.
Jenny si sdraiò supina, accomodando le proprie membra sui vestiti che entrambi avevano sparpagliato sul pavimento. Il Signor Renard si mise in ginocchio, con il proprio sesso in prossimità di quello della donna: cinse la segretaria per i fianchi, facendola avanzare un poco verso di sé, nell'intento di mettere a stretto contatto le rispettive intimità. Prese in mano il proprio membro, puntando la minacciosa rosea "testata" contro le grandi labbra della partner, introducendola in quella dolce fessura: quando l'intero glande fu rintanato, adagiò le proprie mani sulle cosce di Jenny, incominciando ad impartire al proprio bassoventre, l'irrefrenàbile corsa atta a ricercare quella sottile e pervadente lascìvia, soddisfando i piaceri della propria ed altrui carne.
"Continua con questo ritmo, Alain: ti supplico, non fermarti!", lo implorò, mentre con il dito medio della mano destra titillava il proprio clitoride.
Erano le ventuno e quaranta di quell'intrigante giovedì d'estate, quando dalla bocchetta dell'impianto antincendio, di cui ogni ascensore era dotato, fuoriuscì dell'acqua che bagnò inevitabilmente gli amanti, intrappolati all'interno di una delle cabine.
"Ma, che succede, sta piovendo!", urlò Alain preoccupato, mentre l'insistente stillicidio bagnò i loro corpi, intenti a copulare freneticamente.
Proprio nel mentre, ritornò la corrente elettrica: l'ascensore riprese autonomamente la propria corsa verso il pian terreno, e le luci al suo interno si riaccesero, illuminando l'interno della laida cabina.
Il calore sprigionato dai corpi degli amanti, aveva allertato il sistema antincendio, il quale riprese sfortunatamente a funzionare, non appena l'elettrovalvola idrica fu alimentata dalla corrente elettrica.
"Guarda Alain, è ritornata la corrente!", esclamo Jenny soddisfatta, ma nello stesso tempo un po' rammaricata.
"Ho notato; che pasticcio! Siamo tutti fradici: presto! L'ascensore si è rimesso in moto, rivestiamoci in fretta!", proferì l'uomo, con estremo imbarazzo.
Non ebbe il tempo di concludere quella frase, quando le porte scorrevoli si aprirono sotto i loro increduli sguardi: erano giunti al termine di quella lunga corsa di piacere, senza nemmeno rendersene conto. Riversavano entrambi carponi, nell'intento di recuperare le rispettive vesti, accatastate su quel pavimento come fossero immondi cénci. Entrambi osservarono lo schiudersi di quelle metalliche pareti, rimanendo letteralmente pietrificati dalla vergogna, quando videro, oltre quella cortina d'acciaio, la figura di André: "Dottor Renard. Dottoressa MCIlory, .ma, .cosa fate tutti ignudi e fràcidi in codesto luogo?", domandò meravigliato il portiere, il quale, nel silenzio della sera, udì l'ascensore riavviarsi al sopraggiungere dell'energia elettrica.
"Noi veramente, stavamo cercando di.", farneticò Alain, coprendosi con entrambe le mani il proprio pube.
"Stavamo semplicemente facendo l'amore!", replicò seccamente la bella Jenny.
"Certamente, capisco certe situazioni imbarazzanti, dopo tutto sono un portiere: non dovete preoccuparvi di ciò che ho visto, in quanto già non mi ricordo più nulla. Non so se ho reso l'idea?", disse loro André, sorridendogli ironicamente.
"Certo Signor Beaucamp, si è trattato solamente di uno spiacevole incidente, nulla di più!", gli rispose la donna, irritatissima. "Ora, per cortesia, se ne vada; ci lasci rivestire in pace! Grazie!", aggiunse, con tono deciso.
"Certamente Signorina, come desidera. Auguro un buon proseguimento di serata ad entrambi", furono le ultime parole del portinaio, il quale rincasò all'interno delle proprie mura.
"Che figuraccia! Non ci voleva proprio! Maledetto temporale, non poteva durare più a lungo?", urlò Jenny, mentre piangeva dalla disperazione.


"Calmati tesoro", la tranquillizzò Alain: "Dopo tutto ci siamo divertiti, e poi il Signor Beaucamp è una persona fidata, è un professionista nello svolgere le proprie mansioni", incalzò, mentre abbracciava teneramente la donna, dandole leggeri colpetti sul naso con il proprio dito indice, in segno d'affetto.
Gli amanti ricoprirono i rispettivi corpi, successivamente si diressero all'esterno dell'edificio, verso le rispettive automobili. Una leggera pioggia cadeva su Marsiglia quella sera; ormai il temporale aveva scaricato la propria devastante irruenza lungo quel lembo di costa compreso fra la Provence e la Cote d'Azur, procurando ingenti danni materiali a numerosi beni immobili.
Alain accompagnò la Signorina MCIlory all'automobile: "Ciao Jenny, buona notte; sei stata fantastica. Non dimenticherò mai ciò che oggi è accaduto fra noi", le disse dolcemente.
"Buona notte Signor Renard, è stato un vero piacere approfondire intimamente la sua conoscenza!", gli rispose con voce sensuale.
Si salutarono dandosi l'ultimo bacio di quella sublime serata, mentre le minuscole e fitte goccioline scendevano dall'alto, proprio come lo stillicidio che bagnò loro in ascensore, poco prima.
Alain salì sulla propria vettura: così i due rincasarono alle rispettive dimore, in quell'uggiosa serata di giovedì.
Il mattino seguente, il Signor Beaucamp prese posto in guardiola, come di consueto, tenendo sotto controllo il brulicante movimento di persone all'interno del palazzo, grazie anche all'ausilio delle numerose telecamere dislocate in molteplici punti strategici dell'intera area.
Alle ore otto in punto transitò, sotto lo sguardo del portiere, Alain: "Buon giorno André, come va?", gli disse il dirigente, con spavalderia.
"Buona giornata a lei Dottor Renard, tutto bene grazie!", replicò l'uomo sorridendo.
Dieci minuti dopo, fece il proprio ingresso Jenny: "Buona giornata Dottoressa MCIlory!", le augurò André.
"Buongiorno a lei Signor Beaucamp!", gli rispose la donna, accelerando il proprio passo, nell'intento si sottrarsi alla vista dell'uomo.
André abbandonò la propria postazione, dirigendosi sulla soglia dell'ingresso principale; tenendo le mani raccolte dietro la schiena, mentre il suo sguardo scrutava l'astèrso e cristallino cielo, proferì a gran voce: "Meno male che oggi è una bellissima giornata!".