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Un sogno
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Titolo:
Un sogno |
Autore:
Frankijacques |
Contatto:
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Racconto
n° 2587 |
Altri
racconti dello stesso Autore:  |
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Colonna sonora: Orient blu… al di meola, paco de lucia e john mc laughlin… Molte notti fa, un sogno.
“Sono in un posto affollato, con grandi colonne altissime che sorreggono un tetto incredibilmente decorato di arabeschi, di scritte ’’bismillah al rahman al rahim’’ sia lode a Dio l’altissimo e il compassionevole, la formula con cui si inzia ogni sutra del Corano. Luogo affollato, colonne enormi e volta arabescata, ecco l’inizio. Sono fermo, e mi guardo attorno. Vedo donne, uomini, bambini: tutta un’umanità di colori, suoni, grida e corse gioiose. E’ un piccolo concentrato dell’umanità questo che ho davanti agli occhi. D’improvviso dalla folla, che si è fatta numerosa e caotica, emerge una figura, dapprima indistinta, come sfocata, che sembra venire verso di me. Avverto subito la sua presenza fisica, anche se non la riesco a mettere a fuoco. Sento il mio cuore battere più veloce, e uno strano timore impossessarsi di me, senza motivo. L’immagine diventa progressivamente più nitida, parallelamente al suo avvicinarsi a me. Mi guardo intorno: la folla comincia a diradarsi, ora solo poche persone camminano avanti e indietro per la grande sala. Sono appoggiato ad una colonna ed istintivamente metto le mani dietro, come a tenermi saldo. Sento il freddo del marmo sulle mani e, non so perché, quel contatto mi rassicura. Ora riesco a scorgere i suoi tratti. E’ una donna, vestita di un abito lunghissimo, bianco, sembra lino o cotone, che le lascia scoperte le spalle e le braccia. Il colore dell’abito contrasta con il colore della sua pelle e con i suoi capelli, non lunghi, leggermente ondulati, che arrivano alle spalle. La sua pelle è scura, olivastra, ma non nera. E’ la pelle di una donna mediterranea, temprata dal sole e leggermente ambrata. Il suo viso è completamente rilassato, mi guarda e sorride. E’ bella, molto bella. Non parla, non dice nulla. Mi guarda solamente sorridendo. Io mi sento bene, molto bene. Pian piano la tensione iniziale si stempera in un piacevole senso di benessere. Guardo al di là di lei, ma la sala è vuota. Nessuno è lì, siamo solo noi due. Anzi, a guardare bene non è più il grande salone dalla volta arabescata, e le mie mani non sono appoggiate al marmo freddo di una colonna, bensì al muro di una stanza. E’ in penombra, non riesco a vedere come è fatta. Ma quello che conta è che mi sento a mio agio, e ora mi trovo a guardare gli occhi, anch’essi neri, di questa visione. Guardo le sue sopracciglia, la sua fronte… Incomincio ad accarezzarla con lo sguardo: lei è sempre lì sorridente, disponibile. Sento di amarla già, di desiderarla. Il suo sorriso non fa che aumentare il mio trasporto verso di lei. Gli occhi accarezzano il naso, le guance, si fermano sulle sue labbra, rosse e sanguigne. La sua bocca mi attrae mentre intravedo con piacere i suoi denti candidi e la punta della lingua. La tunica bianca le modella il corpo, e ora il mio sguardo cade sulla curva dei suoi fianchi, sull’incavo dei seni. La forma di un anfora greca, il suo corpo. Niente può farmi del male, mi sento bene, straordinariamente bene. Mi accorgo che niente può impedirmi di amare quella apparizione, anzi, sento quasi un imperativo interiore che mi spinge a scuotermi, a muovermi. E’ strano, però, non sento alcun bisogno di parlare con lei, di chiederle chi è, da dove viene, come si chiama… E’ come se non ce ne fosse bisogno, come se la conoscessi da sempre, fosse stata sempre presente nei miei pensieri, nei miei sogni, nella mia vita! "Chi è costei che sorge come l'aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiere a vessilli spiegati?” Improvvisamente prendo coscienza del mio corpo. Sento un calore estremo incendiarmi le vene, come se il sangue scorresse bollente dentro di me. Sono i suoi occhi, mi accorgo, che mi stanno fissando, che si muovono lentamente ricambiando la mia precedente carezza. Sento quasi fisicamente il suo sguardo posarsi sul mio petto, e indugiare a lungo sui miei capezzoli, scendere sui fianchi, sul ventre… e mi appoggio al muro, sconvolto da quell’assalto che sento prepotente, farsi padrone del mio corpo e comandarmi all’arrendevolezza. Ora i miei occhi sono chiusi, eppure sento ancora i suoi disegnare gli stessi arabeschi che abbellivano la volta della moschea. E’ una tortura di piacere sentire il mio corpo vibrare sotto quello sguardo magnetico, tanto reale quanto intenso. Ora gioca con il mio ventre, e si concentra sul mio ombelico mentre prendo coscienza con un senso di imbarazzo della mia erezione. Il tessuto dei pantaloni non riesce a comprimere il sesso. Anzi, mi rendo conto che non ho pantaloni, solo i miei boxer neri. Mi sento a disagio, terribilmente a disagio, indifeso, scoperto, senza riparo. Metto in mostra la mia eccitazione, la mia libido… vorrei farla scemare, ricompormi… ma è inutile, il mio sesso anzi si indurisce ancora, tanto che sento la tensione causarmi dolore all’inguine. E’ inutile, più cerco di impedirmi l’erezione più il mio membro diventa duro, non c’è nulla da fare. Sono immobile, esposto agli occhi della mia sconosciuta e soffro per la vergogna, per l’impotenza di cui sono vittima (un ossimoro del cazzo mi viene da pensare). Mi sento male, ho vergogna, voglio uscire da questa situazione! Come se mi stesse leggendo dentro la donna intuisce il mio forte disagio e, avvicinandosi, mi posa la mano sulla fronte. E’ una mano fresca, leggera, e ottengo subito un grande sollievo. La tensione si allenta, il mio disagio si tramuta in una sensazione di benessere profondo. E’ allora che lo sento. Forte, penetrante ma non pesante ed esagerato. E’ il suo profumo. Un sentore di erba appena tagliata, misto all’odore della salsedine sulle pelle, dopo un bagno in mare. Un profumo vero, vellutato ma robusto nella sua essenza: mi entra dalle narici e mi dona la pace, la tranquillità. Ora non ho più paura, non mi vergogno del mio sesso che ancora trattenuto dai boxer. Respiro a piene narici il suo profumo, e mi fa l’effetto di una boccata di kijf marocchino, tanto intenso è il suo aroma e il suo effetto su di me. Apro gli occhi e vedo a pochi centimetri i suoi occhi neri, che ora ammaliano, mi attirano a sé, dentro di sé. Mi accarezzano l’anima, mi sciolgono il cuore. Sento il calore del suo respiro, e la sua bocca mi ricorda “un fico appena spezzato”. Avvicina le sue labbra al mio viso, sfiorandolo dolcemente. Sento il suo alito sulle labbra e richiudo gli occhi, aspettandola. Ma ella non mi raggiunge e continua a sfiorarmi le labbra con le sue, salendo sulle guance, sugli occhi, scendendomi sul collo e iniziando una danza lenta. E’ il suo corpo che si avvicina al mio, che lo sfiora, muovendosi con estrema lentezza. Ora riprende il suo bacio finto. Le sue labbra sono schiuse, vedo il rosso della lingua muoversi, uscire dalla bocca, rientrare, come un serpente sinuoso ma estremamente lento. E quella bocca socchiusa come una ferita scende sul mio collo, sfiorandolo sempre ma evitando il contatto. La tensione ora ha lasciato il posto ad una eccitazione languida. Assecondo i suoi movimenti e mi concedo ai suoi non-baci, avvicinando i capezzoli a quella lingua mobile e tuttavia evitando ogni contatto fisico. Ora la bocca mi sta sfiorando il ventre, i fianchi. Il mio sesso è libero, non più costretto dai boxer che, miracolosamente, sono scomparsi. Ora sono completamente nudo, appoggiato al muro, e sto guardando il mio pene fremere da solo, pulsare ad ogni battito del cuore stimolato dall’eccitazione. Lei ora è in ginocchio e ha avvicinato la bocca al glande, ancora parzialmente trattenuto dalla mia pelle. Non lo tocca, simula una fellatio e poi si rimette in piedi. Il mio corpo oramai vibra di piacere. Nulla è mai stato così intenso di quella danza attorno al mio membro eretto, immaginando il calore accogliente di quella bocca e l’umidità avvolgente della sua lingua. Sento i suoi pensieri. Sono chiari, luminosi, e mi impongono di abbandonarmi a lei, di affidarmi completamente alle sue fantasie, ai suoi comandi. Con una regola non scritta: solo lei conduce il gioco. L’ambiente muta ancora: la stanza è vuota e solo due anelli pendenti dal soffitto sono come arredamento. La parete dove stavo appoggiato esposto agli sguardi brucianti della mia donna morena è ora una poltrona di velluto blu, sulla quale sto seduto. Ella è in piedi davanti a me, come sempre, ma le sue mani stringono i due anelli, sopra la testa. La sua tunica bianca si sta allentando e, di colpo, le cade ai piedi! Il mio cervello arde del desiderio di toccare quella pelle che contemplo da seduto e che si offre ora davanti a me. Sento il profumo del suo sesso, vicinissimo alla mia faccia, mentre seduto contemplo per la prima volta il suo corpo nudo. La pelle d’ambra scura è liscia attorno al ventre, non eccessivamente piatto, bellissimo e invitante. I suoi fianchi sono arrotondati, perfetti nella loro convessità. Il suo pube è ricamato da riccioli scuri, non fitti e lasciano intravedere la piccola ferita che inizia e scompare tra l’incavo delle gambe. Alzo gli occhi e sospiro nel vedere i suoi seni, fieri, non grandi, non pesanti, perfetti nelle loro proporzioni. I capezzoli sembrano dal basso delle piccole margherite di carne. Ella si dondola, lasciandosi andare. Le mani stringono con forza gli anelli e il suo corpo gira lentamente fino ad offrirmi lo spettacolo delle sua natiche, rotonde, belle, sode. Il solco divide simmetricamente le due parti e io le ammiro come ammiravo la Venere del Canova. Il suo corpo è levigato e fiero nella sua nudità. Lentamente ritorna nella posizione iniziale. Sento, aumentato, il suo profumo. E’ salsedine intensa, fieno maturo e un piccolo accenno di muschio, che solo io intuisco, e che mi immagino essere l’aroma del desiderio che ella devo provare per me. Il suo comando mentale: alzati. La mia bocca è vicina alla sua, il mio corpo sfiora il suo mentre il mio sesso è vicino al suo monte di venere e il contatto è quasi reale. Ella si sottrae al mio bacio, ma mi offre il corpo. E allora succede il miracolo. La mia lingua si posa, leggera, timida, quasi innocente su quella pelle profumata. E allora l’aroma, il suo particolare e superbo profumo, diventa mio, si mischia alla mia saliva, E’ qui, tra le mie labbra, quell’elisir inebriante che penetra dentro, assorbito da ogni poro della mia pelle ricettiva. Il suo collo, le sue spalle… la mia lingua da timida si fa audace e oso leccare i capezzoli, baciandoli, passandoli tra le labbra chiuse, accogliendoli nella mia bocca interamente. Non sento la sua voce, ma ne avverto l’emozioni. La sua pelle vibra ad ogni mi bacio, si contrae ad ogni tocco della lingua. Mi spinge giù e capisco che vuole la mia lingua. Il suo ventre, il suo ombelico, la sua pelle liscia si offriva alla mia bocca, e le mie mani si posarono sui suoi fianchi. Con una mossa improvvisa si solleva sugli anelli e mette i piedi sui braccioli della poltrona. Si mostra completamente a me, alla mia vista, al mio olfatto al mio profondo desiderio senza scampo. Ella è lì a mostrarsi senza pudore e il suo sesso odora di bosco e di deserto, di miele e di sale, di muschio e di sandalo assieme, mentre il mio cervello alimenta l’ìncendio che si era sviluppato già dal suo primo apparire. Non posso non ammirare quella ferita aperta, quel fiore appena schiuso, che la rugiada del suo piacere brillava come i fiori al mattino d’estate. Mi avvicino, e aspiro con tutta la forza dei miei polmoni quel suo aroma incredibile, amplificato dalle sue emozioni… Sento il suo umore sulle labbra, e non posso non passarmi la lingua e gustarlo, mentre il mio membro si contra nell’aria, bagnato e fremente… Spingo la lingua fino al centro del suo piacere, dove si unisce i petali del suo fiore, e scivolo tra le pieghe di quella carne saporita. Ella si tiene salda sulle mani, attaccata a quegli anelli come ad un ancora di salvezza, mentre la mia lingua continua a frugare tra le labbra della sua ferita, che ora sembrava pulsare. Continuo a lungo, sempre alternando la lingua ai baci, torturando e colpendo con leccate lievi ma decise quel pistillo turgido, fino a quando il suo bacino non si muove convulsamente, e le sua gambe stringono la mia faccia in una morsa paradisiaca, sussultando e tremando, sempre di più, ad ogni tocco della mia lingua avida…
Il sogno è finito. Mi sveglio. Ritrovo la mia stanza, il mio mondo. Mi alzo, vado incontro alla mia giornata. Per tutto il giorno mi rimane la sensazione di un amore sconosciuto ma presente, nascosto da qualche parte. Ancora ora, se ripenso a quel sogno così reale nella sua irrealtà sento lo struggimento della sua mancanza, la felicità di quei baci dati e l’inappagamento dei sensi. Mi sento ancora lì, nudo e teso come non mai!
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