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La Padroncina
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Titolo:
La Padroncina |
Autore:
DanzaSulMioPetto |
Contatto:
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Racconto
n° 2590 |
Altri
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Quel giorno Stefania giunse con un’ora abbondante di ritardo al nostro appuntamento. Non appena aprii la porta lei irruppe nella mia stanza e andò a stravaccarsi sul divano. Era reduce dalla palestra e indossava ancora la tuta e le scarpe da ginnastica che dopo pochi istanti si tolse, facendo leva con la punta del piede contro il tallone e lasciandole che si schiantassero al suolo.
-Su, vediamo di sbrigarci.- disse sgranchendo le dita dei piedi, di cui potevo intuire la forma attraverso i calzini resi quasi trasparenti dal sudore.
Dovevo darle ripetizioni d’italiano, così voleva sua madre, la proprietaria del monolocale in cui vivevo e da cui dipendevo da alcuni mesi. La signora Cecilia era una ricca vedova che possedeva l’intero palazzo in cui si trovava il mio appartamento e in cui lei stessa viveva insieme alla figlia. Era da tre anni che vivevo sotto di loro e i rapporti tra di noi erano sempre stati ottimi, basati su una cordiale indifferenza e qualche banale frase di circostanza che ci scambiavamo ogni qualvolta ci incontravamo. Negli ultimi tempi però le cose erano cambiate, dopo aver perso il mio lavoro di ricercatore universitario mi trovai nell’impossibilità di rispettare le scadenze per il pagamento dell’affitto e a chiedere alla mia padrona di casa una piccola proroga in attesa che riuscissi a trovare un nuovo lavoro. Avevo contattato una scuola privata che cercava un insegnante d’italiano, ma i tempi di assunzione non furono molto brevi e lo stipendio che ottenni fu tutt’altro che soddisfacente, a stento mi permetteva di sopravvivere.
-Ascolta- mi disse allora la signora Cecilia- a me dispiace molto per le difficoltà che stai avendo, ma non posso certo tenerti qui gratis, lo capisci? In qualche modo dovrai ripagarmi per le mia generosità.-
Da quel giorno, in cambio di questa sua generosità nel concedermi proroghe e di un piccolo sconto sull’affitto, divenni il suo tuttofare, praticamente un servo di cui lei e sua figlia potevano disporre per ogni evenienza. Venivo chiamato per qualsiasi cosa, sia per questioni più o meno importanti come il guasto di un rubinetto, sia per altre che si rivelavano poco più di un capriccio, come ad esempio prendere una scatola in cima all’armadio, pur potendolo fare da sé con l’ausilio di una comunissima sedia. Per quanto assurdo e umiliante fosse il mio stato di servitù, non potevo fare altro che scattare come un cane ben addestrato ad ogni ordine della mia padrona di casa, col mio misero stipendio non potevo permettermi il lusso di rifiutarmi e cercare un altro appartamento. Inoltre, c’era in quella situazione qualcosa che mi attraeva, stimolando inconfessate e represse fantasie. La signora Cecilia era una donna di quarant’anni estremamente affascinante, l’idea di stare ai suoi piedi ed appartenerle come se fossi il suo schiavo mi seduceva. Sebbene avrei preferito che una simile relazione si esplicasse in maniera diversa, non potevo fare a meno di trovare in parte eccitante eseguire i suoi ordini, specie quelli che apparivano più futili, trovandola irresistibile quando li impartiva. Lo faceva con un tono autoritario che non ammetteva repliche, come per sottolineare il fatto che era mio dovere obbedirle facendo tutto ciò che mi chiedeva, che non ero lì per farle un favore, ma che al contrario era lei che faceva un favore a me usandomi come servo. A quel tono io rispondevo con il mio atteggiamento umile e remissivo, provando un perverso piacere nella mia docile sottomissione, trattenendo a stento parole come “Si, mia Padrona” e desiderando che la devozione che traspariva dal mio comportamento potesse spingerla ad andare sempre più oltre, fino a farla giungere a volermi in ginocchio e totalmente asservito al dominio dei suoi piedi. Sapevo benissimo che ciò non sarebbe mai successo e che la signora Cecilia non avrebbe mai pensato a nulla del genere, questo però non mi impediva certo di sognare ed i miei sogni erano il motore del mio passivo accettare lo stato in cui mi trovavo. Ma forse né la signora Cecilia, né le difficoltà in cui mi trovavo, erano sufficienti a giustificare la mia resa incondizionata, altro mi tratteneva lì rendendo lievi e dolci le catene di quella sorta di prigionia quasi volontaria. Chi, pur non sapendolo, deteneva le chiavi della mia cella era Stefania, era proprio lei, che col suo fascino prorompente da sedicenne e il suo atteggiamento prepotente e un po’ volgare, dava vita ai miei sogni più oscuri di sottomissione. A volte quasi mi terrorizzava l’effetto che poteva sortire su di me il suo egocentrismo infantile e sprezzante e quel suo modo di guardarmi dall’alto in basso come se fossi per lei un essere inferiore che a null’atro poteva ambire se non a farle da servo. Dovevo fare enormi sforzi per far sì che le mie rimanessero semplici fantasie e non realtà pericolose ed umilianti. Per questo tendevo a trattarla con freddezza e mantenevo il nostro rapporto sul piano di un cortese e continuo battibecco, prendendola spesso in giro per il suo comportamento da bambina. Ma era una lotta impari, perché Stefania aveva il coltello dalla parte del manico e non esitava a punirmi facendomi scattare ad ogni suo capriccio e così i miei tentativi di tenerla a distanza si ritorcevano puntualmente contro di me, alimentando la realtà che volevo allontanare. Quando la signora Cecilia mi chiese di dare ripetizioni a sua figlia avvertii subito la pericolosità della situazione in cui mi sarei trovato e quando Stefania stese sul mio divano, mostrandomi i suoi piedi con tutta la rozza arroganza di cui era capace, rafforzò i miei timori. L’odore dei suoi piedi che si diffondeva nell’intimità della mia stanza mi ubriacò e non seppi trovare la forza per reagire come avrei fatto normalmente. Conoscevo bene quel profumo, mi era divenuto familiare pochi giorni prima, quando Stefania, per vendicarsi di qualche mio velato insulto, aveva deciso di rimarcare in maniera inequivocabile il mio stato di servitù alle sue dipendenze assegnandomi il più umiliante dei compiti. Avevo appena finito di svolgere alcune mansioni per la signora Cecilia e stavo per tornarmene nel mio appartamento, ma proprio in quel momento Stefania rincasò e l’incrociai sul pianerottolo.
-Oh, eccoti… vieni ho qualcosa da farti fare.-
La seguii nella sua cameretta e lei, dopo essersi seduta sul suo letto, indicò i suoi stivali ordinandomi di toglierli.
-Alla tua età non sei ancora capace di toglierti le scarpe da sola?- replicai con sarcasmo alla sua richiesta.
-Non dimenticare che sei hai ancora un tetto sotto cui dormire è solo grazie a me e mia madre! Quindi ora stai zitto e datti da fare servo!-
Quando tirava in ballo questo discorso a me non era più possibile ribattere in alcun modo e sapevo, che se anche avessi voluto, non mi sarei potuto lamentare neanche con sua madre di tali offese, perché di sicuro avrebbe preso le difese di sua figlia. Non mi restava da fare altro che piegarmi ai suoi capricci in quei momenti e così feci anche quella volta, inginocchiandomi davanti a lei per sfilarle gli stivali. Credevo che quell’umiliazione a cui mi aveva sottoposto fosse sufficiente per lei, ma mi sbagliavo. Dopo che le ebbi tolto gli stivali lei decise di rincarare la dose ordinandomi di prenderli e di riportarglieli dopo averli lucidati a dovere. Fu dura resistere all’impulso di baciarle i piedi quando mi ritrovai in ginocchio davanti a lei, ma seppi comunque trattenermi, diversamente andarono però le cose quando fui solo con i suoi stivali. Li lucidai con cura, più di quanto Stefania potesse immaginare, fino a farli tornare come nuovi, provando un’intensa eccitazione in quella degradante operazione. Infine li baciai, li baciai a lungo, aspirando il profumo dei suoi piedi e giungendo persino a leccarli. Quello stesso profumo delizioso e penetrate emanavano i suoi piedi ora ed io mi sentivo in balia del potere che potevano sprigionare. Non mi rimase che una debole resistenza passiva da opporre, insufficiente per poter dissimulare in maniera convincente i sentimenti che si agitavano dentro me e che già innumerevoli volte avevo represso. L’indole selvaggia di Stefania carpì subito il mio cambiamento e, come una predatrice che sente l’odore del sangue di una animale più debole e ferito, fu pronta a balzarmi addosso e sbranarmi.
-Sono stanca, portami qualcosa di fresco da bere.-
Ecco il primo bivio, quello decisivo. La ragione mi suggeriva di non piegarmi all’istante a quel comando, ma l’uomo si sa, è un essere che non agisce secondo logica, bensì in funzione della passione. Quando fui di ritorno con un bicchiere di succo d’arancia, che le servii in silenzio, sedendomi poi accanto ai suoi piedi, lessi sul suo volto uno sguardo tronfio e divertito, tipico di chi sa di avere in mano carte vincenti.
-Bravo servo!- disse sollevando il piede e facendolo scivolare sul mio volto, lasciando su di esso una scia umida di sudore.
Un barlume di ragionevolezza mi fece reagire a quel gesto, ma era troppo tardi ormai, Stefania aveva già pregustato il sapore della vittoria e non mi avrebbe mai permesso di tornare sui miei passi privandola di quel piacere.
-Tieni giù quei piedi puzzolenti, mocciosa!- azzardai.
Le mie parole scatenarono in lei una reazione durissima, più di quanto potessi immaginarmi. Il piede che poco prima mi aveva schernito accarezzandomi beffardamente, mi colpì all’improvviso con inaspettata violenza e mi ritrovai disteso sul pavimento. Vidi Stefania ergersi su di me come una furia, premendo con forza il piede sul mio petto per inchiodarmi al suolo e impedirmi di rialzarmi.
-Lurido, patetico verme!- disse salendo con entrambi i piedi su di me.
-Non sei degno neanche di pulirmi le scarpe e ti permetti di offendermi!- aggiunse sollevando un piede e facendolo calare pesantemente sulla mia faccia, stropicciandola come se fosse una cicca di sigaretta da spegnere.
-Sei solo un inutile servo e se non fosse per mia madre ora dormiresti sotto un ponte mangiando rifiuti!-
Mentre continuava a sputarmi addosso le sue parole sprezzanti il peso del suo piede aumentava a dismisura, coprendo per intero il mio viso e impedendomi quasi di respirare.
-Ed ora chiedi perdono e implora pietà!- disse allentando la pressione quel tanto che bastava per permettermi di parlare.
-Adesso basta Stefania! Lasciami!- provai vanamente ad obiettare.
-Chiedi umilmente perdono e implora pietà se non vuoi che ti spacchi la faccia!- disse premendo con foga il piede sul mio viso per farmi capire che faceva sul serio.
Stefania prendeva da cinque anni lezioni di kick boxing e, pur essendo più robusto, di sicuro non potevo avere la meglio su di lei, ma volendo avrei potuto comunque liberarmi dalla posizione in cui mi teneva e una volta in piedi lei forse avrebbe desistito dal suo desiderio di umiliarmi. Il problema però era proprio la mia volontà in quel momento, lei mi stava obbligando a fare ciò che molte volte avevo sognato e il fatto che me lo imponesse con la forza e che io apparentemente non potessi ribellarmi al suo volere, mi concedeva la possibilità di essere libero di sottomettermi, un’occasione, questa, che non ebbi la forza di lasciarmi scappare.
-Ti chiedo umilmente perdono e ti imploro di avere pietà di me…- sospirai mentre il suo piede continuava a soffocarmi.
-Ora và meglio, ma non basta… devi dire anche che tu sei il mio cane e il mio zerbino ed io la tua Padrona!-
-E va bene… sono il tuo cane, il tuo zerbino e tu sei la mia Padrona.-
-Fammi sentire come abbai allora.-
-Ti prego Stefania, ora…-
-Abbaia cane!-
Di nuovo mi arresi al suo volere e la sentii scoppiare in un’energica e sadica risata.
-Molto bene! Come vedi sono stata io a darti ripetizioni oggi e non il contrario… ed ora che sai chi è che comanda farò in modo che tu non lo dimentichi.-
Sollevando il piede sul mio viso e puntandolo sulle mie labbra, si sfilò il calzino e me lo ficcò dritto in bocca.
-Com’è? Buono, non è vero? Ci ho sudato un po’, ma sono certa che a te non dispiace.-
Ero soggiogato dalla voluttuosa arroganza con cui mi umiliava e mi abbandonai ad essa senza pensare né ai postumi di quel piacere che in un secondo mi avrebbero assalito, né alle possibili conseguenze di quanto stava avvenendo. Nessuna esitazione nei suoi occhi e nel modo in cui esercitava il suo potere, ma solo prezzante senso di superiorità e un infantile e spensierato desiderio di sopraffazione.
-Lo terrai in bocca finché non imparerai a riconoscere il mio odore, proprio come un cane ben addestrato… perché è solo questo che sei: un cane! Il mio cane! E d’ora in poi imparerai a scattare ad ogni mio comando leccando il fango dai miei stivali! Ti porterò a spasso con il guinzaglio e userò la tua faccia come uno zerbino, prendendoti a calci ogni volta che mi disobbedirai, od ogni volta che mi andrà semplicemente di farlo!-
Tenermi sotto i suoi piedi rappresentava per Stefania la più bassa delle umiliazioni e il modo in assoluto più efficace per punirmi e imporre la sua vittoria e la sua superiorità. Non immaginava che le sue azioni potessero procurarmi un intenso piacere e che potessi sentirmi paradossalmente vincitore in quella sconfitta, se lo avesse saputo probabilmente mi avrebbe privato subito di quella gioia. La mia bocca era ormai satura del sapore del suo calzino, un sapore inebriante che giungeva dritto al mio cervello, annebbiando i miei sensi logorati dal suo insistente sbeffeggiarmi e dal suo piede che imperterrito si strofinava sulla mia faccia. Quando infine si accovacciò sul mio petto ed estrasse il calzino dalla mia bocca, osservò divertita il risultato del prolungato lavorio della mia saliva.
-Ma bene, a quanto pare un nuovo modo per lavare le calze!-
Il suo sguardo colmo di disgusto e disprezzo mi scrutò trapassandomi.
-Vediamo se lavi bene anche i piedi.- disse poi sedendosi sul divano e ordinandomi di rialzarmi e mettermi a quattro zampe.
-Ecco, questa è la posizione più adatta a te! Mi raccomando ora, lecca bene. Soprattutto tra le dita… è lì che si accumula la sporcizia.- aggiunse allungando il piede sulla mia faccia e aprendo le dita a ventaglio.
Senza farmelo ripetere tirai fuori la lingua e la infilai tra le sue dita, avvolgendole in baci appassionati che tradivano i reali sentimenti che scatenavano in me i suoi piedi.
-Che bravo che sei! Si vede che sei portato per fare il leccapiedi!- disse forzando le mie mascelle fino a farle spalancare.
-Abbiamo trovato la tua vera vocazione!- aggiunse infilando quasi metà del piede nella mia bocca.
-E devo dire che questo trattamento, oltre che utile per pulire i piedi, è anche molto piacevole e rilassante… credo proprio che te lo farò ripetere spesso, sai?-
Il suo piede forzò ancora un po’ le dimensioni naturali della mia bocca e ce lo rigirò dentro affondandolo fin dove poteva, poi lo ritrasse e me lo piantò in faccia godendosi a lungo il massaggio plantare della mia lingua che andava su e giù dal tallone alle dita. Nel frattempo l’altro piede, ancora avvolto dal calzino, se ne stava mollemente disteso sulla mia spalla, solleticandomi con il suo odore. Quando ritenne che la pulizia del primo piede fosse sufficientemente accurata, lo asciugò dalla saliva strofinandolo prima tra i miei capelli e poi sulla mia camicia, infine mi porse l’altro piede e mi ordinò di liberarlo dal calzino e di leccarlo. Il sapore salato del suo sudore era ancora più intenso sul secondo piede, forse perché il calzino lo aveva preservato mantenendolo intatto. Lei dovette immaginarlo e lo strofinò, compiacendosene, sulla mia lingua ormai dolorante, che nonostante tutto continuava a leccare per inerzia.
-Allora servo! Hai ancora il coraggio di chiamarmi mocciosa ora?- disse allontanandomi da sé con una pedata.
Non sapevo dove mi avrebbe condotto tutto ciò, l’unica cosa di cui ero certo è che non potevo, e in quel momento neanche volevo, tornare indietro. Fingere una strenua resistenza mi parve inutile e mi prostrai col viso premuto contro il pavimento ai suoi piedi.
-Bravo Fido! Vedo che hai finalmente imparato qual è il tuo posto!-
Il suo piede calò sul mio capo e lo calcò con forza, come se volesse imprimerne l’impronta nella mia testa, facendomi percepire il potere assoluto con cui poteva disporre di me. La mia unica e semplice risposta fu sollevare il capo non appena lei me lo permise e tornare a leccare i suoi piedi. Forse inizialmente lei non si aspettava una simile resa incondizionata da parte mia, ma la cosa non la sorprese più di tanto, sembrava anzi che fosse naturale per lei e forse già da tempo aveva atteso il momento in cui mi avrebbe sottomesso a quel modo.
-Ora devo andare… la lezione per oggi è finita.-
Al suo comando mi staccai dai suoi piedi e le rimisi le scarpe, ma senza calzini, quelli li avrei tenuti io per lavarli con la mia bocca e per imparare per bene a riconoscere il suo odore. Carponi la seguii fino alla porta e dopo averla aperta mi prostrai ai suoi piedi, Stefania ne sollevò uno e mi impose di salutarla baciando la suola della scarpa.
-Sappi che questo è solo l’inizio! Da oggi dovrai portarmi rispetto e servirmi come si deve! Sei il mio schiavo e la regola che dovrai sempre seguire è molto semplice: io comando, tu obbedisci… ti è tutto chiaro leccapiedi?-
-Si Padroncina.-
Rise di gusto per la risposta con cui suggellai quel patto e di cui poi mi pentii.
-Bravo, bravo… è così che devi chiamarmi e dovrai stare sempre inginocchiato ai miei piedi, ti alzerai solo quando sarò io a darti il permesso.-
Non avevo idea di cosa mi aspettasse o forse preferivo non pensarci. I suoi calzini erano lì, sul mio divano, li raggiunsi carponi, come se ormai mi sentissi davvero un cane e mi fosse impossibile mantenere una posizione eretta. Ero solo, libero da ogni imposizione e controllo, avrei potuto risollevarmi cercando di riprendere parte della mia dignità, ma non fui capace di farlo e neanche pensai di farlo. Restare immerso nella mia umiliazione era l’unico modo che avevo per non riflettere su di essa. Sapevo bene che al piacere subentrava la vergogna e il disgusto e volevo allontanare il più possibile quel momento. Se mi fossi rialzato tornando alla normalità avrei sentito subito il peso di quanto avevo fatto. L’eccitazione riprese a pulsare nel mio cervello quando avvicinai il viso ai calzini di Stefania, mi aggrappai disperatamente a quell’insano piacere infilandomeli in bocca e lasciando che il sapore dell’umiliazione s’impossessasse di me.
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