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La fornace
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Titolo: La fornace
Autore: Consolidato
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Racconto n° 2627
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Devo andare via da questa casa, non mi appartiene più, non corrisponde al mio ego.
Così nacque l’idea di cercarne una nuova più confacente alle sue esigenze di quarantenne che voleva avere un suo spazio a metà tra il professionale ed il privato.

Le vicende di vita lo avevano portato a pensare che l’attività svolta, organizzazione di eventi e PR, potesse essere portata avanti in un unico ambiente da usare anche come abitazione. Troppo compenetrata la sua vita privata con quella professionale per avere due luoghi separati, un unico spazio, abbondante avrebbe fatto al suo caso.

Cercava qualcosa di diverso dai soliti uffici o dai soliti appartamenti ad uso abitativo, troppo conformati e conformisti. L’ideale sarebbe stato un loft con zona privata ben separata da quella adibita a ricevimento clienti ed ospiti, ma comunicante e complementare alla prima. Facile a dirsi, meno a realizzarsi, visto che viveva in una città di provincia dove esempi di architettura di questo tipo erano rari.

La città di Foligno, infatti, è recentemente dedita ad attività di tipo artigianali, ma storicamente votata all’agricoltura ed ai settori tradizionali. Quindi erano da escludere esempi di architettura industriale anni ’30 o ’40, poi abbandonati perché poco funzionali alle mutate esigenze di lay out produttivo, ma ricercatissime, almeno nei grandi centri del nord per ristrutturazioni a fini abitativi o di ufficio. A Foligno sarebbe stato come cercare un ago in un pagliaio, o forse un unicorno.

Ma lui era deciso a dare una svolta alla sua attività professionale che vedeva legata al luogo in cui svolgerla e ricevere persone. Si mise quindi in cerca per canali tradizionali, attraverso il passa parola: un amico, un conoscente o un cliente del ramo. Nulla di nulla.

Le ricerche continuarono invano per un paio di mesi. Poi la svolta. Vide in una rivista locale, distribuita gratuitamente fuori da un bar, un annuncio di una agenzia immobiliare particolarmente evocativo. Dream Real Estate: i vostri sogni sono la nostra missione. Per la verità l’annuncio pubblicitario era più da grande centro del nord o da agenzia di cuori solitari, ma la sobrietà del carattere utilizzato ed in concreto gli esempi di beni immobili offerti lo spinsero a strappare la pagina e conservare il telefono.

Il giorno successivo si mise in contatto telefonico e rispose una collaboratrice dell’agenzia che parve abbastanza efficiente nel comprendere le esigenze di lui, anche se dichiarò che per Foligno era davvero una ricerca difficile. La telefonata si chiuse con un generico… la faremo contattare da un nostro incaricato per proporle la data di una o più visite una volta individuati gli immobili che rispondono alle sue esigenze.

Non passò più di tre giorni e, nel pieno di una riunione di lavoro, venne distratto da una voce con accento non locale. La donna al telefono era la titolare dell’agenzia immobiliare che diceva di avere un paio di immobili da mostrare e che sarebbe stata ben lieta di accompagnarlo personalmente il giorno dopo. Fu abbastanza precisa nel sottolineare che sia il primo quanto il secondo immobile proposto necessitavano di interventi radicali di ristrutturazione date le precedenti utilizzazioni, ma che forse potevano fare al caso di lui.

L’appuntamento era fissato per il giorno successivo alle tre, davanti alla stazione. Alle tre meno cinque lui era già in auto parcheggiato davanti all’orologio dell’edificio della stazione, in attesa di vedere arrivare la Mini Cooper della Signora. Al telefono era stata molto professionale e decisa, cortese ma ferma nel sostenere le proprie argomentazioni. Sicuramente non era umbra, aveva un marcato accento del nord, tra il veneto ed il lombardo che comunicava efficienza e praticità. Nulla dalla voce faceva trapelare sul carattere, salvo che fosse un tipo risoluto.

Alle 15 in punto vide arrivare una Mini Cooper nera, con tetto color panna ed interni panna che si accostò alla sua vettura. La donna non accennò a scendere dall’auto, ma da dentro fece cenno di seguirla. Uscirono dall’abitato e si diressero nella zona semiperiferica dove erano le ex fornaci. Svoltarono in una strada sterrata dalla statale e percorsero non più di 800 metri per arrivare ad una costruzione dei primi anni ’40, tutta in mattoni. C’era un corpo centrale in stato di apparente abbandono con tetto spiovente che doveva essere un laboratorio di ceramica ed un corpo collegato dal quale svettava una ciminiera in mattoni. La zona, infatti, aveva conosciuto un periodo di relativo sviluppo della lavorazione della ceramica, passata dalle botteghe del centro a nuovi opifici di tipo artigianale. Nel tempo ne erano sorti alcuni in aperta campagna dell’epoca, poi in parte abbandonati e comunque avvolti dalla costruzione di nuovi centri abitati negli anni ’70 e ’80. Questo era rimasto relativamente staccato rispetto alle nuove abitazioni, conservava la struttura originaria ed era anche circondato da terreno di proprietà. Nella sua idea non aveva mai pensato ad un immobile post-industriale in campagna, ma quello non era poi così isolato: in fondo era a soli 3 chilometri dal centro abitato più vicino.

Scese dalla propria vettura e si presentarono. La Signora disse che con non poche difficoltà aveva trovato questo immobile poiché Foligno ne era sprovvista e che, a dispetto dell’esterno malridotto, l’interno era stato in parte ristrutturato alla fine degli anni ’70 perché vi si era trasferito un artista. L’uomo era pittore e scultore in ceramica e quindi usava il forno. Poi l’uomo era morto e gli eredi, tutti di Roma, avevano trascurato la proprietà. Ad otto anni dalla morte dell’artista il bene risultava ancora parzialmente arredato poiché gli eredi avevano prelevato solo le opere migliori e i mobili più facilmente trasportabile.

La Signora nel raccontare la storia era stata talmente dettagliata ed efficace che lui si era perso nell’immaginare quei luoghi, un tempo di fatica fisica e di calore della fornace, nel successivo uso artistico con tanto di modelle e di feste. Aveva quindi ipotizzato che se aveva funzionato come luogo di ispirazione di un pittore poteva ben andare anche come luogo di pianificazione ed allestimento di eventi modani. Già immaginava il larghissimo cortile pieno di auto di amici e clienti invitati per l’inaugurazione; fiumi di prosecco e champagne ad annegare tartine e cruditées. Avrebbe dovuto in parte lastricare lo spazio antistante per rendere possibile l’accesso alle ragazze con un minimo di tacco che non guasta in occasioni come quelle che aveva in mente. Tanta era stata la dovizia di particolari che la Signora aveva aggiunto alla presentazione dell’immobile ed alla storia del pittore che lui si era scordato, quasi rapito, di capire con chi stava parlando.

Una folta e liscia capigliatura con fresche maiches bionde incorniciava un ovale lungo con alti zigomi. I lineamenti forti e marcati, da nordica, suggerivano, con l’eyeliner che incorniciava due occhi grigio scuro, un temperamento deciso. Il volto era reso libero da due ciocche di capelli che dalle tempie partivano verso la nuca, unite e raccolte da un fermaglio, come a formare una corona. Labbra carnose naturali erano sottolineate da un rossetto color mattone scuro, mentre gli zigomi erano ancora più marcati da una tinta rossastra ben distribuita. Avrebbe potuto essere una tedesca se non fosse stato per il seno a dir poco prorompente che, seppur coperto faceva prepotentemente capolino dal terzo bottone della camicetta. Tanta opulenza era mascherata, ma intuibile dietro alla curvatura della giacca di velluto lucido marrone che copriva le spalle e dava imponenza alla figura. Figura comunque imponente ancor più accentuata da un decolletée in cuoio con generoso tacco a pianta larga, tipico delle donne pratiche ed in carriera che non vogliono pagare pegno, in termini di minor femminilità, alle esigenze di spostamento.

Il fianco era prominente ed armonioso, fasciato da una gonna color nocciola che costituiva ulteriore sfumatura verso il basso, passando dal mattone del rossetto al marrone intermedio della giacca.

Nel complesso una figura imponente per l’oltre 1,80 cm di statura che assorbiva bene la taglia 46. Indubbiamente una bella Signora che avrebbe fatto voltare più di uomo per la strada. Completava il tutto una parure di perle composta da girocollo che moriva nell’incavo del seno e due pendenti a goccia. Al dito anulare della mano desta svettava un anello con pietre dure semipreziose costituito da un ciuffo di palline tra l’ambra ed il nero cangiante.

Mi chiamo Susanna e sono la titolare della Dream Real Estate, molto lieto di fare la sua conoscenza.

Lui si presentò mentre insieme procedevano verso l’ingresso della ex fornace, constatando, anche dalla stretta di mano, che si trattava di donna molto decisa e volitiva.

La giornata era parzialmente coperta, nell’ottobre inoltrato, tuttavia il sole ancora relativamente alto faceva entrare abbastanza luce da poter capire la struttura interna. L’immobile era stato sicuramente ristrutturato e riadattato ad abitazione/studio dell’artista anche se, almeno nel locale iniziale, un unico spazio di oltre 150 metri quadrati, la pavimentazione era di mattoni stuccati e non trattati per lasciare l’atmosfera di un tempo. Lateralmente correva una balaustra alla quale si accedeva con una scala in ferro molto essenziale. La balaustra conduceva ad uno spazio soppalcato che copriva una buona metà del locale e che, probabilmente, era adibito a zona notte.

Fu subito colpito dagli oggetti che costellavano l’enorme locale a piano terra. Ovunque, sia appoggiati alle pareti, sia riposti malamente per terra, sia appesi con semplici viti, erano rimasti cartoni raffiguranti bozzetti, schizzi od opere incompiute. La maggior parte erano solo schizzati a matita o a carbone, altri erano anche parzialmente dipinti con colori abbastanza tenui. Quelli colorati avevano sfondi rosso tenue od arancio e contenevano, come in uno scrigno di tessuto, delle figure di nudo femminile. Il motivo ricorrente era un nudo di profilo, mai di fronte, con linee morbide e sinuose. A volte la donna era rannicchiata in posizione fetale, altre parzialmente fasciata da un drappo, ma in ogni caso non sfuggivano le linee abbondanti, quasi rubensiane, dei soggetti ritratti. Vi era una attenzione quasi maniacale al delineare i profili dei posteriori opulenti, prosperosi ma sempre proporzionati col resto della figura.

In un angolo c’era un busto femminile con seno abbondante e posteriore altrettanto opulento. L’artista aveva un evidente debole per la donna ed in particolare per le sue curve sinuose.

Lei cominciò a descrivere i possibili utilizzi dell’immobile e le infinite alternative nella ristrutturazione. Lui, tuttavia, forse per le donne ritratte e forse per la presenza della Signora che sembrava avere un indubbia affinità con i soggetti ritratti, vagheggiava più nei possibili utilizzi di tali spazi in occasione di eventi o feste private, più che seguirla nella descrizione di come portare a nuova vita il tetto e gli infissi in metallo che da quello facevano filtrare luce nell’ambiente.

In particolare fu colpito quando la Signora si pose in un punto al centro del locale, rivolta verso di lui, con una forte luce trasversale che proiettava la di lei silhouette nella parete di fronte e quasi si andava a sovrapporre ad un simile profilo a carboncino appeso alla parte. Vi era una casuale ma impressionante similarità tra la linea tracciata dall’ombra della Signora ed un profilo di nudo appeso alla parete. Lui, per un solo attimo, ebbe la piacevole ed inaspettata sensazione di poter vedere attraverso i vestiti di lei e poterne scorgere la linea dei seni. Ciò che prima aveva solo potuto immaginare era magicamente ritratto nel cartone opera del pittore.

La Signora non colse l’accostamento ma carpì nello sguardo vacuo dell’uomo qualcosa di strano e distratto e con voce decisa disse: Ma Dottore, mi ascolta? La sto forse annoiando?
A quelle parole lui non rispose, ma con un cenno rivolto alla parete indicò l’ombra della Signora. La donna colse al volo il senso e si fece trovare pronta: Dottore, prima di farsi idee strane dovrebbe valutare attentamente l’oggetto con un esame approfondito. Ne ho conosciuti di istintivi nel mio lavoro, ma dopo sei messi tornano in agenzia per rivendere ciò che hanno appena comprato.

La visita proseguì dietro un paravento di vetrocemento che delimitava uno spazio di angolo vagamente ovoidale. Il vetrocemento partiva dalla parete posteriore dell’edifico e circoscriveva, con profilo non squadrato uno spazio riservato a locale cucina, abbastanza grande per contenere un tavolo da quattro posti, dei mobili in muratura in cui erano incastonati vari elettrodomestici ed un doppio lavello. La parete traslucida terminava con una porta a vetri che rendeva visibile l’interno, ma consentiva di isolare i vapori ed i sapori della cucina dal resto dell’ambiente aperto. Lui non avrebbe mai immaginato di trovare un locale cucina così concepito: i mobili in muratura erano datati e risalenti alla fine degli anni ’70 ma l’idea era geniale nel complesso e questo contribuì a fargli apprezzare l’immobile.

La Signora accennò alla scala e chiese di seguirla verso la zona notte. Nel salire la scala, dietro alla Signora non poté distogliere lo sguardo da un insistito ondeggiare dei fianchi che sottolineavano le sinuosità della figura. La Signora continuava a descrivere i possibili spunti per la ristrutturazione dell’immobile, ma lui era rapito da quei movimenti, quasi calcolati, del posteriore che ora si muoveva a 40 centimetri dal suo viso, precedendolo nella scala.

Il locale soppalcato era occupato da una stanza chiusa da una tenda dove si trovava un letto, un locale toilette chiuso da una porta ed il resto a spazio aperto con balaustra in ferro che si affacciava sul locale principale e sottostante. La camera da letto era totalmente sgombra, salvo per una nicchia nel muro con dei ripiani in legno, occupati da carte e schizzi a carboncino: in mezzo alla stanza troneggiava un enorme letto a baldacchino. Lo stile del letto, probabilmente di origini marocchine, pieno di pinnacoli torniti e di intagli nella testata, era assolutamente fuori luogo in qualsiasi contesto “normale”, ma non in quello di un artista. Era la rappresentazione dell’alcova per eccellenza, unico luogo chiuso dell’abitazione – studio, segno dell’enorme importanza che l’artista dedicava al riposo ed alle altre attività tipiche del letto. La stanza non aveva fonti di illuminazione salvo che la apertura che dava nel soppalco, coperta all’occorrenza da una tenda ad anelli scorrevole.

La situazione si faceva quasi imbarazzante poiché la Signora, nell’illustrare il locale notte, indugiava con lo sguardo negli occhi di lui e coglieva il desiderio che si stava facendo strada nella sua mente.

Dottore, non ci resta che vedere l’unico bagno. Le chiederei la cortesia di aspettarmi qui in camera da letto, mi dia 2 minuti e visitiamo anche quello. Lui assentì, ma non colse nel momento. La Signora uscì dalla camera da letto e scomparve.

La stanza da bagno, adiacente, era chiusa da una porta in legno con un inserto di vetro satinato. Passarono più di 3 minuti e lui non la vedeva tornare. Sentiva dell’acqua scorrere e ne fu sorpreso sapendo che l’immobile era disabitato. Dopo 5 minuti decise di uscire dalla stanza da letto e si accostò alla porta della toilette che era, inspiegabilmente semichiusa. Dallo spiraglio aperto potè cogliere che la toilette non era buia poiché illuminata da un lucernario posto nel soffitto e da un oculo di forma ovoidale nella parete, rifinito da mattoni nel contorno. Lo sguardo di lui fu rapito da uno specchio grande a parete che era ben visibile nella destra. Facendo attenzione a non fare rumore per non allarmare la Signora, si avvicinò ulteriormente alla porta e poté guadagnare ulteriore angolo di visuale.

La Signora appariva ora completamente riflessa nello specchio, seduta sul bidet, senza gonna e senza mutande, con lo scuro delle calze autoreggenti che si stagliava sul bianco delle cosce e del culo. La Signora dava le spalle allo specchio e la silhouette del culo e dei fianchi, fasciati da una guepière marrone satinata, disegnavano i contorni di uno strumento musicale, rastremato ai fianchi come una viola od un violoncello. Lo scorrere ritmico dell’acqua per un attimo lo rapì nella visione e gli impedì di cogliere dei suoni gutturali non ritmati che provenivano dalla Signora.

Ovviamente non tentò di comunicare, ma cominciò a sentire un’erezione crescente che assecondò massaggiandosi l’uccello da sopra il tessuto dei pantaloni. La Signora si stava masturbando e lo faceva noncurante della porta aperta e della circostanza che i lamenti da lei emessi fossero sicuramente udibili all’esterno.

La Signora con la mano libera e non dedita alla fica si soppesava ora l’uno ed ora l’altro seno che fuoriuscivano dalla guepière ed erano visibili di profilo nello specchio. Lui non fu più in grado di trattenersi e si aprì i pantaloni cominciando a menarselo a ritmo crescente.

Forse richiamata da qualche rumore o sospiro emesso dall’uomo, o forse nel solo intento di rimirarsi riflessa nello specchio alle sue spalle, la Signora girò la testa ed in quell’attimo vide, a sua volta riflesso nello specchio, la figura maschile con i pantaloni aperti, il cazzo fuori, intento a masturbarsi. Ovviamente i due sguardi, triangolati dallo specchio, si incontrarono e sia la Signora che lui non provarono nessuna vergogna ma si scambiarono un cenno di reciproca complicità.

Lui capì che la Signora stava per venire sia dai gridolini via via crescenti sia dal ritmo che aveva assunto nell’ondeggiare, ormai quasi meccanico. La Signora venne con un grido forte e lungo e volle renderne partecipe l’uomo guardandolo negli occhi, per mezzo dello specchio. A breve anche lui venne ed emise due abbondanti schizzi sul vetro satinato della porta che lasciarono scie filamentose nel loro moto lento ma irreversibile verso il basso.

Velocemente, per non turbare l’atmosfera creatasi, lui si ricompose e tornò nella stanza da letto. Poco dopo cessò lo scorrere dell’acqua ed apparve la Signora, completamente vestita il cui unico elemento di novità era un vago stato liquido degli occhi le cui pupille erano particolarmente dilatate, segno dell’orgasmo appena raggiunto.

La Signora con estrema disinvoltura disse: Dottore, mi scusi ma deve capire che noi donne, a volte, abbiamo delle particolari necessità. Spero non si sia annoiato nell’attesa. Ora, se vuole, possiamo vedere la toilette.
Lui con un sorriso solo accennato declinò l’invito, quasi a voler fare intendere che la toilette non era elemento determinante.

Scesero le scale e lui, per l’ultima volta, poté ammirare l’ondeggiare magnifico di quel sontuoso culo.

Non una parola su quanto accaduto. Troppo bello, coinvolgente ed intimo per essere rovinato da commenti affidati alle parole.

Si lasciarono con un saluto molto cortese e professionale, lui dicendo che le avrebbe fatto sapere se era veramente interessato all’acquisto.