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Invito a cena
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Titolo:
Invito a cena |
Autore:
English Gentleman |
Contatto:
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Racconto
n° 2639 |
Altri
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"Che dici, ci mangiamo una pizza insieme venerdì? Sai, è il mio compleanno" le disse lui distrattamente, mentre riponevano i quaderni degli appunti nello zainetto. "Ho un'idea migliore" disse lei, "la mia coinquilina torna a casa dai suoi per il weekend - beata lei, io invece devo restare qui a preparami per l'esame della prossima settimana - per cui potresti venire a cena da me. Ti prometto una cena speciale!" proseguì, mentre si avviavano lungo i corridoi dell'ateneo. Parlarono ancora per un po', del corso inconcludente che stavano frequentando, di come si fossero convinti a metterlo nel piano di studi come "tappabuchi" per alleggerire le materie del secondo semestre, di tutto e di nulla, la lingua che si muoveva per conto proprio mentre ciascuno si perdeva nei propri pensieri. "Alle 19:30, puntuale mi raccomando!" gli aveva detto lei mentre saliva sulla sua bicicletta, risvegliandolo bruscamente. "Sarò un orologio svizzero!" aveva risposto lui salutandola con la mano mentre si allontanava, sorprendendosi un po' di quella risposta spontanea: già, perché non era mai stato puntuale in vita sua, a cominciare da quando doveva uscire dal grembo di sua madre: l'aveva fatta aspettare per ben sei giorni… …
"Accidenti è già qui!" disse tra sè e sè guardando l'orologio in risposta allo scampanellìo, e si avviò verso l'uscio di casa aggiustandosi nervosamente i capelli e sbottonando il secondo bottone della camicetta. "Ciao" disse lui facendo capolino da un mazzetto di fiori dietro la porta socchiusa. "Ciao, auguri" rise divertita lei, "guarda che è il tuo compleanno, non il mio" aggiunse sorridendo alla vista dei fiori. "Vieni, entra pure e mettiti comodo sul divano in soggiorno. Ci beviamo un aperitivo intanto?" Lui si guardò intorno: si sentiva nervoso, e non capiva perché. Erano ormai alcuni anni che la conosceva, da quando avevano iniziato a frequentare insieme la facoltà di architettura, ed erano sempre rimasti sul piano di una amicizia studentesca: qualche nottata passata sui libri insieme per preparare le tavole, qualche panino condiviso all'intervallo, ma nulla più. Ora però lei aveva una luce diversa negli occhi, più maliziosa, che la faceva sembrare una predatrice a caccia. "Ma no, cosa vado a pensare, mi sto inventando tutto" pensò, cercando di scuotersi di dosso quella strana sensazione che gli procurava lo sguardo di lei, facendogli scorrere involontari brividi lungo la schiena. Intanto, mentre inseguiva questi pensieri, la osservava: lei aveva preso uno shaker d'acciaio lucido, lo aveva riempito con cubetti di ghiaccio e strani liquori colorati che non aveva mai visto. "…sai, ho imparato a shakerare, me lo ha insegnato un barman cubano…" stava dicendo, e nel mentre iniziò ad agitare lo shaker… …era un movimento sensuale, che partiva dai polsi e si trasmetteva in due direzioni opposte: verso lo shaker, che tintinnava di suoni cristallini, e verso il suo corpo, che ondeggiava flessuosamente, dalle spalle al bacino, come se invece di agitare un bicchiere troppo cresciuto stesse in realtà ballando una lambada… "Sei brava" le disse distrattamente, mentre non riusciva a scollarle gli occhi di dosso. Lei sorrise, e con eleganza rallentò il movimento ancheggiante fino a fermarsi del tutto. "Ecco pronto il tuo aperitivo" disse lei, versandogli nel bicchiere un liquido dal bel colore verde smeraldo. Poi versò quel che restava nel suo bicchiere, lo alzò, e disse "un brindisi al tuo compleanno!". Lui mandò giù una generosa sorsata di quella miscela dal buon profumo fruttato: "Ananas, con un po' di pompelmo" tentò di dire dopo aver ripreso fiato, "ma cos'è che ci hai messo di così alcolico?" concluse con un filo di voce. "Rhum …bianco per l'esattezza, ed uno spruzzo di curaçao blu per il colore" rispose ridendo nel vedere l'espressione di lui, evidentemente non avvezzo ai cocktails. E mentre lui cercava ancora il modo migliore per ingerire quella specie di molotov che aveva tra le mani, lei si alzo dicendo "vado in cucina a prepararmi per servire la cena… a proposito, non te l'ho detto, sarà una cena fredda… ma capirai il perché!" aggiunse facendogli l'occhiolino. Rimasto solo, cominciò a domandarsi cosa avesse voluto dire lei con quell'ultima frase; anzi, non era neppure sicuro di aver capito bene, ora che l'alcool cominciava a scaldargli prepotentemente le orecchie. La sentiva armeggiare in cucina, e guardava la tavola apparecchiata nel soggiorno: c'era qualcosa che non quadrava. Due bicchieri a calice a testa, uno leggermente più grande dell'altro, una brocca d'acqua ed una bottiglia di vino bianco debitamente raffreddato era tutto quello che la adornava. "Mah, magari i piatti li porta lei direttamente dalla cucina" pensò, "ma le posate dove sono? Possibile che le abbia dimenticate?". "Sei pronto per la cena?" chiese lei dalla cucina. "Sì… vuoi una mano ad apparecchiare?" rispose lui. "Non ce n'è bisogno, è già tutto in tavola" ridacchiò lei, pensando tra se e se "Avrà già mangiato la foglia?" …ed entrò in soggiorno… La sua sorpresa fu tale che il bicchiere gli cadde di mano, rovesciandosi giusto nel mezzo dei pantaloni, depositandovi una chiazza verde in rapida espansione! Era completamente nuda… tranne che per un vassoio sorretto con entrambe le mani.
Pensò che l'alcool stesse cominciando a fargli strani scherzi, non ci era abituato e si sentiva girare un po' la testa, ma non era proprio sicuro che fosse a causa dell'alcool. La guardò a lungo, soffermandosi sul generoso seno, sul ventre piatto, sul fondoschiena tornito e decorato da due adorabili fossette appena al di sopra, sul punto in cui si sarebbe aspettato di vedere un triangolino nero, e dove invece si scorgeva solo rosea carnagione… Lei intanto, come se nulla fosse, appoggiò sul tavolo il vassoio ricolmo di gamberi, frutti di mare e una grande ciotola di salsa aurora, accentuando tutti i movimenti con le anche. Poi si girò verso di lui, fingendo di notare solo allora il suo imbarazzo ed il suo stupore: "oh, ti è caduto il bicchiere sui pantaloni, che disastro…" disse, aggiungendo poi "beh, lascia che te li tolga, tanto avresti dovuto farlo comunque, perché sarai il mio piatto, ed io sarò altrettanto per te!". E così dicendo gli si avvicinò e lo baciò sulla bocca, di un bacio lungo, sensuale, umido e pieno di desiderio. Lui aveva ancora la bocca spalancata per la sorpresa, e non oppose resistenza quando la lingua di lei delicatamente gli accarezzò le labbra, pennellandole, prima di avventurarsi alla ricerca della sua. Lo sentì rilassarsi tra le sue braccia, ed allora fece scivolare una mano verso il basso, slacciandogli la cintura dei pantaloni ed aprendogli la zip; con un movimento unico gli sfilò pantaloni e boxer, rivelando che a lui la situazione cominciava a piacere: il membro stava raggiungendo la sua massima turgidità, mentre la mano sapiente e curiosa di lei glielo massaggiava, strofinando il palmo lungo tutta la sua lunghezza, dalla cima fino ai gioielli. Lui si riprese dallo stupore, tentò di dire qualcosa, ma lei gli mise il dito indice sulle labbra, e gli sfilò la maglia. Ora erano entrambi nudi, e l'aria cominciava a caricarsi di elettricità statica. Prese a mordicchiargli il collo dietro un orecchio, carezzandolo con la lingua, scendendo via via verso l'attaccatura, solleticandolo nella fossetta della clavicola, pettinandogli i peli sul torace con le labbra sinuose e morbide. Lei ruppe il silenzio: "sdraiati, è ora di mangiare qualcosa" gli disse, e così dicendo lo fece coricare, mentre prendeva il vassoio e si sdraiava accanto a lui. Prese un gambero, lo intinse generosamente nella salsa aurora, lo portò al di sopra della bocca e raccolse con la lingua quella goccia monella che minacciava di cadere giù, mentre l'eccitazione di lui raggiungeva il suo culmine. Gli posò il gambero su un capezzolo, strofinandogli la salsa aurora sulla peluria del petto. Poi ne prese un altro, e dopo avergli fatto compiere un breve passaggio nella ciotola, glielo posò sull'altro capezzolo. Quindi si mise a leccare la scia di salsa aurora sul petto, raggiungendo uno dei due gamberi: perfidamente, sensualmente, fece in modo di mordicchiargli anche i capezzoli insieme al cibo. Succhiò avidamente quello che rimaneva su di lui, che - ancora un po' sbigottito per quello che stava accadendo - aveva chiuso gli occhi per concentrarsi sulle sensazioni indescrivibili che stava provando. Quando li riaprì, lei lo stava osservando con gli occhi scintillanti - aveva due splendidi occhi scuri, con qualche timida screziatura color nocciola, che la rendevano (ma come aveva fatto a non notarlo fino ad ora) magneticamente attraente; "hai fame?" disse lei porgendogli il vassoio con un invito scritto tra le righe del sorriso che le incorniciava il viso. Lui le sorrise, annuì e prese il vassoio: con la salsa aurora tracciò una scia che partiva dai capezzoli di lei e finiva sul monte di venere, poi disseminò a ritroso lungo la scia qualche frutto di mare, come un moderno pollicino desideroso di ritrovare la strada verso quel paradiso. Cominciò a lambirle il seno sinistro con la lingua, in ampi cerchi concentrici, stringendo verso il capezzolo, che sfiorò ripetutamente con la punta della lingua: lei avrebbe voluto sentire le sue labbra circondarlo, succhiarlo, stringerlo e tirarlo, ma lui sembrava perfidamente disinteressarsene, preferendo seguire la scia verso il basso, mordendo e succhiando tutto ciò che incontrava sul suo cammino, fino ad arrivarle all'ombelico. Qui si fermò, per esplorare con la lingua quella piccola oasi di salsa rosa che vi aveva depositato. Lei intanto fremeva per l'anticipazione, desiderava che la sua lingua scendesse più giù, arrivasse alla fine del pellegrinaggio, si ristorasse nella sua piccola capanna, ma lui non sembrava darsene per inteso, e questo la faceva tremare dall'eccitazione: i lunghi brividi che le solcavano la schiena sembravano non finire mai. Mentre questi pensieri le attraversavano la mente, lui raggiunse la meta del suo viaggio, ed un gemito prolungato sfuggì dalle labbra di lei. Prese a pennellarle l'interno delle cosce con la lingua ancora intrisa di quel dolce miscuglio rosa, succhiandole e mordicchiandole. Lei lo implorò di concentrarsi sul clitoride, ma tutto quello che ne ottenne in risposta fu un soffio di calore sul monte di venere che la scosse fin nel profondo; "accidenti" pensò, "ma non dovevo essere io la cacciatrice e lui la preda?". Decisa a riprendersi il suo ruolo, scivolò di lato, lo rovesciò supino sul pavimento, e gli si mise a cavalcioni, il pube all'altezza del viso, e con le mani iniziò a massaggiargli la base del membro. "Adesso ti faccio morire io" pensò sorridendo tra sè e, mentre gli circondava il glande con la bocca, lasciando scorrere la lingua lungo tutto il frenulo. Ma proprio in quell'istante sentì qualcosa sfiorarle il clitoride, e contemporaneamente qualcos'altro accarezzarle l'ano: fece finta di concentrarsi sul membro che aveva tra le labbra, ma il suo corpo, dalla vita in giù, si stava sciogliendo dal piacere. A poco a poco, con gentilezza estrema, avvertì la sua lingua scorrere avanti ed indietro, da un orifizio all'altro, scostando di volta in volta le piccole labbra o titillando lo sfintere, finché si soffermò sul clitoride, mentre un dito, ormai imbevuto dei suoi umori, le accarezzava quel tenero bocciolo marrone, solleticandolo per aprirsi la strada. Mugolò di piacere, mentre il dito entrava più a fondo nell'ano e lo accarezzava con il polpastrello. Gemette più intensamente, quasi estasiata, quando le dita divennero due, affondate per metà, rincorrendosi in quel nuovo campo di gioco. Stava ormai desistendo dai suoi propositi di rendere la pariglia: le sue difese crollavano inesorabilmente sotto le carezze della sua lingua e delle sue dita, la sua volontà era come soggiogata dal piacere nuovo e travolgente che provava, per cui si era accasciata in avanti su un cuscino, gli occhi chiusi, la bocca aperta, il respiro affannoso, mentre lui si era rialzato in ginocchio dietro di lei. Sentiva le sue dita affondare sempre di più, e si stupiva di quanto potesse essere piacevole quella sensazione: si scoprì a desiderare di più, più di quello che le dita potevano darle, nonostante l'educazione sessuale ricevuta e le tante discussioni con le amiche, che le facevano ritenere la sodomia una pratica contro natura; desiderava ardentemente provare questo nuovo piacere e lo disse: "prendimi ora; entra, e traccia in me questo nuovo sentiero del piacere, il mio corpo brucia dal desiderio". A questa preghiera così sensuale lui rispose "aspetta un attimo, vado in cucina…", e tornò con un panetto di burro. Ne mise un po' sulla punta delle dita, e cominciò a frizionarlo sull'ano e tutt'intorno, riaccendendo istantaneamente l'eccitazione di lei. Ora, grazie alla lubrificazione, le sue dita scivolavano fluidamente dentro e fuori: prima uno, poi due, infine tre, a lubrificare esternamente ed internamente quello strumento di piacere così proibito, che mai prima d'ora le era stato violato. Quando fu evidente dai mugolii di lei che era sufficientemente lubrificata e divaricata, e cominciava a spingere con tutto il fondoschiena contro la sua mano per aumentare la sensazione di piacere, allora si strofinò un po' di burro sul glande e le si appoggiò delicatamente contro, sfiorandole l'ano con la punta in piccoli, lenti cerchi concentrici. Le posò le mani sui fianchi, afferrandola per le sporgenze del bacino: stava per spingere timidamente in avanti, temendo di causarle dolore, ma fu proprio lei, in preda all'eccitazione più sfrenata, che indietreggiò con un movimento deciso, e così si ritrovò dentro per metà, senza quasi accorgersene. Un sospiro di piacere, più che un gemito, le dischiuse le labbra in forma di O. Nell'udirlo, lui le pose una mano sulla vagina, cercando con il dito medio il clitoride tra le grandi labbra, e cominciò a carezzarlo, massaggiandolo gentilmente; intanto, aiutato dal movimento contemporaneo di lei, faceva scivolare dentro e fuori il membro, affondando delicatamente, un po' di più ad ogni spinta. Ad ogni suo slancio lei contraccambiava con uno di uguale intensità, sentendo le natiche aprirsi a lui, desiderando che potessero farlo fino all'inverosimile, per godere maggiormente di quella sensazione di possesso rovesciato, di schiavitù dominatrice che la riempiva: non era lui a profanare il suo tabernacolo, era lei a custodire il suo calice; non era lui a possedere lei, ma lei ad appropriarsi della sua virilità, nascondendola fin nel più intimo del suo corpo. Il sesso anale, che le era stato descritto fino a quel momento come la più brutale delle penetrazioni, come la più umiliante delle richieste che un uomo potesse avanzare nei confronti di una donna - doloroso atto di totale sottomissione al volere maschile, le avevano detto - all'improvviso acquistava una nuova luce, un nuovo significato: non più gesto schiavizzante, ma atto di condivisione totale, di complicità estrema, in cui piacere dato e ricevuto si fondevano in un tutt'uno, amplificando le sensazioni dei singoli. L'interno delle sue cosce, su cui ormai i fluidi che la vagina riversava copiosi avevano formato lattiginosi rivoli di eccitazione, sembrava arroventarsi in risposta alla stimolazione delle dita di lui sul clitoride e sulle piccole labbra. Conosceva bene quei piccoli spasmi premonitori, quella tensione muscolare che precedeva l'esplosione. Si accorse che anche per lui stava sopraggiungendo il culmine: il suo respiro più affannoso, la forza con cui si teneva aggrappato a lei e l'intensità delle spinte, con cui le faceva affondare il viso nel cuscino, le fecero capire che erano entrambi sull'orlo dell'abisso nel quale anelavano di sprofondare. All'apice di una spinta, più profonda delle altre, sentì un caldo fiotto di denso sperma scaldarle le viscere: iniziò a rabbrividire, lungo tutta la schiena, inarcandosi, fino a che un orgasmo nuovo, viscerale, la travolse: non più spasmodiche contrazioni dei muscoli vaginali, ma lunghe scariche elettriche che attraversavano tutto il ventre, distribuendosi a ventaglio, la pervasero con la forza di un terremoto che dalle profondità della terra raggiunge la superficie…
Si adagiarono così sul tappeto, l'uno dietro l'altra, abbracciati, con lui ancora dentro di lei, a godersi gli ultimi momenti della sua erezione.
"Quante sciocchezze permeano ancora la nostra educazione sessuale" disse infine lei con un filo di voce il cui tono tradiva ancora l'eccitazione per il piacere provato: "grazie per avermi insegnato quanto può essere meraviglioso".
"Grazie a te" le bisbigliò lui nell'orecchio "per il più prezioso regalo di compleanno che potessi donarmi" e, baciandola, le cosparse il seno di salsa aurora, deciso a gustare una seconda portata della cena, e poi una terza, e poi una quarta ...
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