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Nel campo delle pannocchie
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Titolo: Nel campo delle pannocchie
Autore: Valerio
Contatto:
Racconto n° 2673
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Le futili parole, che rimbalzando tra i due riempivano l’aria del piccolo ristorante dalle pareti color pastello, certo non avrebbero potuto interessare nessun altro quella sera. Era una conversazione incentrata sulle solite e trite parole, dette miliardi di volte il giorno in ogni angolo della terra, sul tempo e sulla banalità del quotidiano vivere. Cercavano entrambi di celare all’altro i reali pensieri che in quel momento turbinavano nelle loro menti. Sapevano che quella serata non sarebbe potuta rimanere nei limiti che con tanta sincerità, avevano deciso di non oltrepassare. Certo, quando si erano promessi di passare una serata da veri amici lo avevano fatto credendoci realmente ma, adesso che erano l’una di fronte all’altro, si rendevano conto che sarebbe stato molto difficile farlo. Fin dalla prima volta che si erano incontrati l’attrazione tra loro s’era palesata, una sensazione densa e appiccicosa come petrolio, facendoli finire in un letto alla stessa velocità con cui le parole erano fluite tra il gruppo d’amici riuniti a quel tavolo del corso. Adesso, seduti a guardarsi dritti negli occhi a quel tavolo d’angolo, il desiderio li ricacciava nuovamente indietro nel tempo. Nuovamente tesi ad immaginare mani che scorrono sui corpi e lingue insaziabili che si cercano e si respingono, consumavano svogliatamente le pietanze che la cameriera posava con professionale distacco sul tavolo. Lo Sguardo di Sergio non smetteva un attimo di indagare negli occhi di Cristina alla ricerca d’un segnale che gli facesse capire fino a che punto avrebbe mantenuto le promesse.
Era bella d’una bellezza semplice, naturale, senza gli orpelli del trucco, così intensa che molti avventori si erano girati al suo ingresso nella sala. Gli sguardi di Sergio scivolavano lungo il collo di Cristina, seguendone le delicate linee, per poi indugiare sul prosperoso seno che si lasciava indovinare sotto il leggero tessuto estivo dell’abito a fiori che indossava, come sua abitudine, evidentemente senza reggiseno. Non l’aveva cercata lui quella donna, era stato il destino a metterla sulla sua strada, ed, anche se era certo che quello che provava per lei non era amore la desiderava con ogni molecola del suo corpo. Sapeva che era d’un altro e che per lei quell’uomo era tutta la vita, ma sapeva anche che ciò che li univa era solo una questione chimica. Quel qualcosa d’indefinibile e potente che, come la luna condiziona le maree, li attirava inevitabilmente l’una tra le braccia dell’altro ogni volta che erano vicini. I suoi profondi occhi neri gli facevano l’effetto d’una potente droga, lo distoglievano dalla realtà divorando tutto ciò che li circondava lasciandolo solo con lei, con il sorriso che affiorava su quelle stupende labbra rosee, con le delicate dita che più volte quella sera aveva portato contro le proprie labbra per sentirne la morbidezza. Rimaneva incantato nel guardarla portare il cibo alla bocca, quanto invidiava i gamberi che lei succhiava con delicatezza, come un bimbo davanti alla vetrina d’una pasticceria. Cristina cercava di non pensare ai suoi sguardi, di non sentirsi nuda davanti a quegli occhi che sentiva percorrerle il viso, le mani, i seni continuamente, ma era anche consapevole del fatto che quella che provava era una delle sensazioni più belle mai provate. Sentiva che lui la desiderava e questo la faceva sentire importante. Sapeva anche che per lui, in quel momento, esisteva solo lei e che nessuna donna sarebbe stata in grado di mettere in discussione quella sua posizione di superiorità e di conseguenza non la disturbava troppo l’essere osservata con così tanta insistenza.
Quando si alzò per andare alla toilette era cosciente dello sguardo di Sergio che partendo dalle lunghe ed agili gambe, risaliva il suo corpo soffermandosi ad osservare il movimento dei glutei per poi proseguire su fino al collo sfiorandole la schiena.
La pericolosità di quella serata le era ben chiara. Più volte si era ripetuta che non doveva andare, che nonostante tutte le buone intenzioni e il disprezzo che provava per se ogni volta che a casa guardava il marito, ignaro del suo piacere soddisfatto tra le braccia d’un altro uomo, sapeva che se tra loro ci fosse stato un contatto tutto sarebbe finito come sempre tra baci, carezze e gemiti di piacere.
Ma era una donna e non una ragazzetta, doveva riuscire a far sì che quel contatto non avvenisse, quella doveva essere una serata tra due buoni amici e niente più. Lo doveva a se stessa. Lo doveva a Sergio, a cui niente di più del sesso poteva dare, e lo doveva a suo marito. Troppe volte guardandosi nello specchio prima di coricarsi con lui, s'era sentita sporca, falsa e tremendamente cattiva nei suoi confronti. Era sicurissima, ci sarebbe riuscita.
Terminata la cena e pagato il conto si avviarono, a bordo dell’auto di Sergio, verso la città per andare a bere ancora qualcosa prima di lasciarsi per tornare alle rispettive abitazioni, ancora certi che per quella sera sarebbero rimasti solamente dei cari amici.
Mentre percorrevano una strada di campagna, Sergio, che non smetteva di lanciare occhiate alle belle gambe lasciate scoperte dal corto abito ed illuminate dalla tenue luce della luna che filtrava attraverso i vetri prese a massaggiarle con una mano la nuca.
Cristina provò un brivido al contatto delle calde dita di lui sulla pelle del collo, lasciata scoperta dalla pettinatura che racchiudeva i lunghi capelli neri in uno chignon alto sul capo.
Non devo permettergli di farlo, si ripeteva, ma al contempo sentiva che voleva quel contatto, la faceva stare bene sentire quelle dita carezzarla con delicatezza alla base del collo. In fondo si trattava solamente d’un gesto affettuoso rivoltole da una persona che in ogni caso le voleva bene, cosa c’era di strano. E allora perché n’era turbata, perché sentiva quello strano calore pervaderla lentamente sotto la pelle. Perché, sapeva che se quelle dita fossero andate a cercare altri posti del suo corpo non le avrebbe allontanate.
Mentre Cristina rincorreva i suoi perché, Sergio inseguiva altre risposte ed altri pensieri.
La osservava respirare, seguiva con lo sguardo il ritmico movimento del seno desiderando baciarlo, misurava con lo sguardo la lunghezza di quelle gambe che tante volte aveva sentito stringersi contro le reni durante i loro amplessi e si chiedeva se mai avrebbe riprovato quella sensazione. Più la guardava e più era cosciente dell’effetto che quella donna così sensuale aveva su di lui.
L’auto che li precedeva si fermò ad attendendere l’apertura del cancello di casa costringendoli a loro volta a fermarsi e Sergio n’approfittò per darle un bacio sulla nuca, assaporando il sapore e la sensazione di quella pelle morbida sotto le labbra. Fu un attimo. Le loro bocche, come guidate da altri corpi, si cercarono, le lingue, che ancora avevano i sapori della cena appena consumata, si sfiorarono e l’elettricità e le passioni represse fino a quel momento presero il sopravvento su tutte le loro promesse.
Dopo pochi minuti si trovavano con la macchina posteggiata in una strada di campagna.
Era un posto tranquillo, la strada principale correva a poche decine di metri da loro, ma la distesa di granturco che si estendeva su entrambi i lati rendeva quasi impossibile vedere quella vettura a fari spenti posteggiata sul viottolo che normalmente era percorso solamente dai trattori e che in quel momento riposavano chiusi in chissà quale spiazzo di fronte ad una lontana cascina.
Il silenzio era interrotto soltanto dai sospiri di loro due che si baciavano con passione all’interno della macchina sprofondata nel buio del campo e su cui solamente la luce delle stelle e della luna spandeva un lieve chiarore che permetteva ai due di vedere negli occhi dell’altro la passione. Per qualche minuto rimasero uno di fronte all’altra, occhi negli occhi, scambiandosi sguardi carichi di promesse e di suppliche. Poi lui cominciò a baciarle il collo, a farle scorrere la punta della lingua sulla gola, a cercare il lobo delle orecchie, a baciarla e carezzarla con un misto di passione e dolcezza.
Lentamente, senza mai smettere di coprirle la pelle di baci, cominciò a far scendere gli spallini del vestito facendolo scivolare a terra.
Un attimo dopo Cristina era lì, davanti a lui, coperta solamente dal minuscolo perizoma bianco che, con i sottili lacci, esaltava la lunghezza delle gambe.
La luce della luna le brillava sui seni, facendoli apparire ancora più pieni e sodi di quanto la pur generosa madre natura avesse disposto, e i capelli neri parevano accesi di luce propria, facendola somigliare ad una di quelle ragazze che ammiccano dalle copertine patinate delle riviste per soli uomini. Affascinato da quello spettacolo, Sergio rimase per qualche secondo immobile, leggermente staccato da lei, così da poterla osservare in tutta la sua splendida figura. Faceva scorrere lo sguardo dall’alto in basso e viceversa, contemplando il bel viso, il lungo e sensuale collo, i seni eretti ed i capezzoli resi turgidi da quel misto d’eccitazione e d’imbarazzo che l’essere nuda davanti a lui, sotto la luce delle stelle, in un campo di mais dove altri occhi avrebbero potuto vederla senza essere visti, la pervadeva completamente. Gli occhi di lui non si spostavano d’un centimetro da quel bel corpo. Scivolavano giù dai seni, lungo il ventre piatto, soffermandosi sulla piega che il perizoma formava fasciando il sesso umido di lei, per poi proseguire contemplandone le cosce semiaperte e le lisce gambe. Ne valutavano la lunghezza e il modo in cui i polpacci si raccordavano alle caviglie, fini e delicate, e l’effetto che le scarpe con il tacco donavano all’insieme. La voleva. Voleva amare quel corpo per lui perfetto e voleva anche sentirne il respiro cambiare ritmo per i suoi baci e le carezze. Piano, quasi come una scena in un film girata al rallentatore, si avvicinò a quella che gli pareva essere la donna più sensuale dell’intero pianeta, e riprese a baciarla da dove s'era fermato all’interno dell’auto.
Cristina sembrava quasi ipnotizzata da tutta quella situazione. Rimaneva immobile a ricevere quei baci così caldi e pieni di desiderio. L’unica sensazione che riusciva a percepire era l’eccitamento che, attraverso i brividi che le percorrevano il corpo nudo, lentamente la stava invadendo.
La lingua le scivolava delicatamente dal collo verso l’incavo tra i seni, per poi risalire quelle due morbide colline e soffermarsi a titillare e leccare i capezzoli duri come piccole pietre di fiume. I denti di Sergio a volte li stringevano con delicatezza, altre con un po’ di forza in più provocandole un dolore che non riusciva a separare da uno strano senso di piacere e che la lasciava senza fiato e sempre più umida nella sua intimità.
Lentamente Sergio s’inginocchiò davanti a quel corpo tanto desiderato e, con gesti lenti e misurati, continuando ad esplorarle la pelle con i baci, fece scivolare verso il basso il candido triangolo di stoffa che, come una custodia d’un prezioso gioiello, nascondeva il setoso e riccio pelo del pube, posandoci infine le labbra e inalando il profumo che da quella conchiglia saliva verso il manto stellato del cielo, unico testimone di ciò che stava accadendo. Un gemito sfuggì dalle labbra della donna, ed un brivido caldo le percorse la schiena. Voleva sentire quelle labbra più in basso, le voleva calde contro le sue piccole labbra bagnate, desiderava sentire la lingua che le scavava tra la carne viva.
Allora la fece sdraiare supina sul cofano della macchina e, posatele i piedi sul paraurti dell’auto facendo in modo che le gambe di lei rimanessero ben aperte, s’inginocchiò nuovamente tra quelle sode cosce. I muscoli erano messi in risalto dalla posizione e dal leggero sforzo che facevano per impedirle di scivolare da quell’improbabile giaciglio, e Sergio, eccitato da ciò che vedeva e dal ritmo accelerato del respiro della sua amante prese a succhiarla e leccarla con lentezza.
Con le labbra cercava il clitoride tra le pieghe del sesso, ormai completamente roride d’umori, facendosi largo tra quella carne viva, rossa e calda. Quando riuscì a stringerlo tra le labbra lo trovò eretto come un minuscolo pene, duro e sensibile, e prese a leccarlo con vigore. Da prima con la punta della lingua, stimolandolo e facendolo inturgidire ancora di più, e poi strofinandoci tutta la lingua con movimenti circolari pressando su quel bottone di carne come se si trattasse d’un gelato troppo consistente.
A quella stimolazione così intensa, Cristina prese a gemere sempre più forte emettendo un suono rauco e profondo, come se tutto il piacere che stava provando premesse sui suoi polmoni svuotandoli lentamente. Con le mani sulla nuca di lui spingeva quella lingua sempre più forte contro il suo sesso, avrebbe voluto che quella sensazione durasse per sempre. Era semplicemente fantastico sentirsi leccare, succhiare da quella lingua che sapeva essere solamente per lei.
Acceso dai gemiti della sua amante, Sergio si sentì pervadere dalla voglia di farle aumentare il piacere provato e quindi prese ad insinuarsi in lei con la punta del dito medio. Percepiva il caldo succo di lei scorrergli lungo le dita. Il sentirla aprirsi a quella pressione lo spinse ad entrare attraverso quella calda porta di carne con due dita spingendole fin dove la loro lunghezza glielo permetteva. Sentiva il suo utero tra le dita, lo massaggiava, lo colpiva, stimolandolo sempre con maggior impeto. Più saliva il piacere di Cristina e più Sergio aumentava il ritmo della stimolazione, sempre continuando a leccarla, succhiarla e a martirizzarle il clitoride con la lingua.
Adesso i suoi gemiti salivano alti verso il cielo stellato, e se qualcuno si fosse trovato a passare silenziosamente sulla strada provinciale, che distava dalla loro posizione alcune decine di metri, li avrebbe sicuramente uditi, riuscendo anche a distinguere la voce di lei che incitava il suo partner e leccarla ed a spingerle con maggior impeto quelle dita nelle recondite profondità del suo corpo.
Ma questo pensiero non li sfiorava nemmeno lontanamente, i loro corpi e le menti volte solamente a dare e ricevere piacere in quella notte rischiarata dalla luna, inconsciamente convinti che il frusciare del vento tra le pannocchie di granturco avrebbe celato a chiunque ciò che stava accadendo tra i lunghi steli mossi dal vento. Incitato dalle sue richieste, Sergio prese a farle scorrere la lingua lungo tutta la fica, scendendo, di tanto in tanto, fino al sedere, suggendo ogni stilla degli umori che in quell’anfratto si raccoglievano.
Prese ad inserire la lingua alternativamente prima nella fica e poi nel culo, sentendolo cedere nonostante la scarsa forza che la punta della lingua riusciva ad esercitare su quel piccolo foro così rugoso e pieno di terminazioni nervose.
Adesso il corpo di lei era come in balia del mare in tempesta, si dibatteva sulle onde del piacere assecondando con i movimenti del bacino ogni silenziosa richiesta del proprio corpo.
Con le mani gli premeva viso contro la vagina, muovendo contemporaneamente il bacino in alto ed in basso, così da agevolare la lingua nel tuffarsi in ogni orifizio del suo corpo che sentiva scosso continuamente da profondi brividi di piacere. Dalla bocca ora le uscivano suoni a volte rochi e altre acuti e, non raramente, chiedeva di non smettere con quel delizioso supplizio.
Quando una delle dita prese a premerle contro l’ano le sfuggì un piccolo grido e spinse il suo corpo verso il basso per farsi riempire anche quella sensibile cavità. Adesso poteva sentire la lingua sul clitoride, due dita che le entravano davanti andando su fin dove potevano ed un dito che si muoveva a ritmo diverso dalle altre due dentro la sua porta posteriore.
Era una cosa che le dava un piacere incommensurabile, sentiva il corpo scuotersi traversato da brividi. Si sentiva la testa leggera, le gambe che tremavano e voleva un orgasmo, lo voleva in quel momento, immediatamente, non ce la faceva più a sopportare quella tortura del piacere.
Lui s'accorse che stava per venirgli in bocca e sulle dita ed allora rallentò i movimenti, sempre più lentamente, mentre lei lo supplicava di non smettere, fino a fermarsi rimanendo con le dita ad occupare quei caldi orifizi dove fino a quel momento s'era mosso con tanta foga. La fece scivolare giù dal cofano e carezzandola tra le gambe, questa volta in modo meno profondo, prese a baciarla in bocca. In quei baci Cristina poté sentire il sapore del proprio piacere e questo la eccitò ancora di più. Quel sapore dolce e forte al contempo le fece capire perché lui adorava succhiare quei fluidi. Prendendola dolcemente per i fianchi la costrinse a girarsi di spalle e, premendole una mano contro la nuca, la fece piegare verso il cofano dell’auto allargandole contemporaneamente le gambe.
Adesso lei si trovava con la faccia rivolta verso il vetro della macchina e, attraverso il lunotto posteriore, poteva vedere le rare macchine che scorrevano veloci sulla provinciale. Fino a quel momento lui non s'era nemmeno tolto la camicia, che lei, nella foga dei minuti precedenti gli aveva sganciato per carezzargli il petto e adesso che lui la cingeva da dietro per farla mettere prona sentiva la ruvida stoffa dei jeans che le sfregava contro le natiche. Immaginava che l’avrebbe scopata così, piegata in avanti, con i seni schiacciati contro il freddo metallo dell’auto dove fino a quel momento i suoi lombi erano stati seduti per accogliere le sue dita e la lingua, ma quando sentì la dura carne del pene premerle contro il sedere e farsi spazio a forza in quel foro dove più che un dito mai era entrato, si lasciò sfuggire un grido in cui piacere, dolore e paura si mischiarono in un suono profondo e sensuale.
Adesso lo sentiva muoversi avanti ed indietro, spingersi dentro le viscere riempiendole gli intestini di quella carne dura, calda, che sembrava volerle risalire fino in gola e, contrariamente a quanto aveva sempre pensato, le piaceva. Dio se le piaceva.
La bocca semiaperta in un gemito, gli occhi socchiusi che intravedevano balenare i fari delle auto che passavano loro vicino trasportando passeggeri ignari del loro piacere, del loro godimento e di quella verga dura dentro di lei, assecondava le spinte di Sergio.
Si muoveva lentamente, spingendosi dentro di lei per tutta la lunghezza del pene, cercando di non darle dolore ma solo piacere. Sentiva le pareti dello sfintere aderirgli conto la cappella, massaggiargliela, stringerla come un guanto aderente. Con le mani stringeva ed allargava i glutei di lei, li carezzava e poi, scivolando prima lungo i fianchi e poi carezzandole l’inguine, cercò il clitoride e prese a stringerlo tra la punta di due dita.
L’effetto di quella doppia stimolazione ebbe un effetto devastante su Cristina, il suo corpo prese a vibrare come per effetto d’un terremoto, dalla vagina fuoriuscivano i fluidi del suo intenso piacere ed il culo cedeva ad ogni spinta allargandosi sempre più per accogliere quella carne sempre più in profondità. Infine un brivido più intenso, un gorgoglio nella voce e finalmente si lasciò trasportare dall’ondata del piacere fino a godere pienamente e intensamente. I centri nervosi del suo cervello erano in tilt, sentiva il cuore batterle all’impazzata nel petto e sapeva che ogni istante in più che lui fosse rimasto lì a riempirle le viscere sarebbe stata una tortura troppo forte, doveva farlo smettere di muoversi dentro di lei.
Divincolandosi dall’abbraccio di lui riuscì a farlo uscire da dentro il suo corpo e girandosi di scatto lo vide davanti a se, la camicia aperta sul petto, la testa cosparsa di gocce di sudore, la patta dei pantaloni aperta ed i testicoli ed il pene eretto che ne uscivano come in un quadro d’un pittore libertino dell’Ottocento.
Nuda com’era s’inginocchiò sulla terra fredda e pungente per le pietre, le gambe aperte, il piacere che ancora le colava lungo le cosce e, si portò il pene alla bocca assaporandone, con la lingua, tutta la lunghezza. Partiva dai testicoli risalendo fino alla cappella. Ne saggiava il liquido che ne fuoriusciva con la punta della lingua, titillando e succhiando e quando sentì il pene vibrarle tra le dita si spinse il cazzo giù in gola fin dove poteva accoglierlo.
Adesso era il turno di Sergio a soffrire e gemere sotto le carezze esperte della sua lingua, e lei non si faceva certo scrupolo nel massaggiargliela e succhiargliela con voluttà.
Le mani stringevano i glutei di lui e la lingua si muoveva con inaspettata rapidità sulla cappella bagnata, mentre con colpi decisi della testa si faceva scivolare l’uccello in bocca fino in fondo alla gola. Lo ingoiava una, due, tre volte, sempre più velocemente stringendolo forte tra le labbra e premendo la cappella con la lingua contro il palato. Poi lo estraeva dalla bocca e ricominciava da capo a leccare, succhiare, mordere per finire nuovamente a farselo scomparire in gola.
In piedi, senza nessun appoggio dietro il corpo Sergio stava lì a raccogliere ogni più piccola sensazione di piacere che quella lingua gli donava. Assecondava i movimenti della testa di lei come se la stesse penetrando nella vagina e, con le dita, le serrava i capelli in modo da guidarla in quei gesti volti a farlo godere.
Percepì l’orgasmo come una scossa elettrica. Sentì il piacere risalirgli lungo la colonna vertebrale e, anello dopo anello, quel brivido lo percorse fin dentro il cervello.
Voleva trattenersi, resistere a quell’intenso godimento, ma alla fine fu costretto dal piacere stesso ad abbandonarsi e, con un lungo ed incontrollato gemito, le riempì la bocca di sperma.
Gli fuoriusciva dalla punta dell’uccello a schizzi ritmati dal suo succhiare e, con gran sorpresa, constatò che lei, anziché allontanare la bocca, continuava a succhiarlo con ingordigia, come se da quella bevanda dipendesse la sua vita.
Continuò a succhiarlo fin quando il pene non fu completamente sgonfio e anche allora indugiò, tenendolo con una mano, a baciarlo e leccarlo, continuando a trasmettergli sensazioni di piacere indescrivibili. Poi lui la fece sollevare e si abbracciarono, si baciarono nuovamente, ma questa volta dolcemente, come solo due amanti che hanno finito di darsi piacere sanno fare.
Quegli abbracci che fino a poco prima bruciavano di passione adesso erano fatti solamente di dolcezza ed affetto.
Dall’alto del cielo la luna osservava benevola quell’intreccio di corpi e di sapori, di passione e d’affetto, di pudore e sfrontatezza.
Con lentezza, quasi ritrosamente i loro corpi ripresero quelle energie dissolte nell’atto della sessualità e con gesti sereni, entrambi si rivestirono. Ancora qualche dolce bacio sulle labbra, quasi a voler sigillare con quei casti baci, tutto ciò che era stata quell’ultima mezz’ora, in un angolo del loro cuore, e si sedettero nuovamente in auto.
I fasci di luce dei fari della piccola vettura illuminarono le pannocchie di granturco, il fanale della retromarcia indicò loro la via per procedere a ritroso lungo quel sentiero e tornare sulla strada provinciale, dove gli occupanti d’un’auto, incrociandoli, lanciarono loro un sorriso complice intuendo il motivo per il quale stavano uscendo da un sentiero che conduceva solamente in mezzo ad un campo di mais. Alla luce tenue della notte si guardarono in silenzio e poi, tenendosi affettuosamente per mano, si promisero che quella sarebbe stata l’ultima volta che uscivano insieme. Era fin troppo ovvio che non riuscivano a controllare la loro passione e non volevano rovinare le loro vite e quelle di che ruotava loro intorno.
Sergio accompagnò Cristina alla sua auto, e guardandola allontanarsi, prese il cellulare di tasca e digitò un sms per lei.
In quel messaggio affidato all’etere c’erano scritte soltanto quattro parole… “non ti scorderò mai”.



Valerio