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Mama Moe Story
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Titolo: Mama Moe Story
Autore: Simondecoach
Contatto:
Racconto n° 2684
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[Le donne della mia vita (Un’educazione sentimentale)]

Ardua impresa è scordarsi la prima volta che si è state innamorate.
Addirittura impensabile per una donna che ama per la prima volta un’altra donna.
Mama Moe sospira, sospinge lo sguardo oltre l’ampio riquadro della finestra in cucina, oltre le tendine rosse raccolte da un fermaglio color argento, come se i suoi ricordi più cari, che a breve strariperanno nella sua ugola rinfrancata da un sorso di bourbon, dovessero entrare proprio da lì.
Tutto ebbe inizio in quella strana e torrida estate del 1963, una stagione in cui amore e morte, libertà ed oppressione, idealismo e corruzione, sembravano intrecciare le loro trame in maniera così stretta ed inscindibile da sembrare cucite per sempre nello stesso ordito. Di quella prima volta la Mama, allora semplicemente Maureen Morrow, porterà per sempre con sè la consapevolezza di una scelta che non risiedeva tanto nella decisione di poter amare una singola donna in un singolo momento della sua vita, quanto nel realizzare che di loro, delle donne, di tutte le donne del mondo, non avrebbe più potuto farne a meno.
A dire la verità, per Mama, l’intima confidenza con persone del proprio sesso era cominciata molto, ma molto tempo prima. Aveva solo 9 anni quando, giocando ai margini di un pascolo recintato con Violetta Beaumont, 13 anni, nera, figlia dello stalliere della vicina tenuta dei Winfield a New Iberia, scoprì l’effetto che faceva sentirsi toccare in quei posti che una bambina non osa nominare se non con perifrasi diminutive, nomignoli e vezzeggiativi. Con la scusa o l’inconsapevole vocazione di insegnarle con largo anticipo come confrontarsi con uno degli istinti fondamentali che muovono il mondo, Violet quel pomeriggio prese di colpo la decisione di interrompere la ricerca di coccinelle che le vedeva impegnate, acquattate nell’erba da una buona mezz’ora e, stretta la mano di Maureen nella sua, la guidò all’interno del prato dove l’erba era più alta chiedendole semplicemente: -Vuoi vedere, invece, come giocano i grandi?-. Ripeterono quel gioco molte volte, fin verso l’inizio dell’estate, quando il padre di Violetta fu incolpato da Thomas Winfield in persona della morte per avvelenamento di una giumenta e licenziato. Ad onor del vero a lui e alla sua famiglia fu semplicemente ordinato di sgomberare, di lasciare impiego e alloggio entro ventiquattr’ore, sempre che gli premesse evitare di saggiare la consistenza della nuova frusta per tori che il padrone aveva appena acquistata in un emporio di Houma. Aveva da poco festeggiato, si fa per dire, il suo sedicesimo compleanno quando una cosa del genere ebbe modo di capitarle di nuovo: fu l’anno prima di conoscere Ike, il suo futuro marito, colui che rimarrà il primo e unico maschio ad entrare (ed altrettanto rapidamente uscire) nella sua vita. Lavorava a Lafayette, come donna di servizio nella tenuta di Margaret Gyllenhaall, personaggio che Bob Dylan, probabilmente suggestionato dai racconti che la Mama gli fece in una tempestosa notte del gennaio 1965 (il signor Zimmerman aveva fatto tappa a New Orleans, diretto alle Keys alla guida della sua Triumph), immortalò nella celebre Maggie’s farm. La signora Gyllenhaal aveva 43 anni anche se, come scrisse menestrello di Duluth, a te dirà che ne ha appena ventiquattro, era vedova da cinque, una figlia di diciannove a carico che rimaneva pur sempre la legittima quanto decaduta discendente di una delle più antiche famiglie patrizie dell’intera Louisiana, ragione in virtù della quale disponeva ancora di un patrimonio sufficiente a far vivere di rendita lei e la sfortunata rampolla. La povera Genevieve, come la chiamava sua madre, poteva dirsi “sfortunata” per una quantità di validi motivi: primo fra tutti lo scherzo che un destino beffardo contravvenendo alla logica impartita dai cromosomi le aveva elargito fin dalle prime ore di vita, gratificandola d’una natura contorta e ripugnante tanto nel fisico che nel morale: se Margaret era filiforme, strettissima di fianchi, con un seno grande, latteo e marmoreo e capelli che possedevano il colore e la fragranza del miele a incorniciare il perfetto ovale ravvivato dalla curiosità eccitata di un bellissimo naso all’insu, la “povera Genevieve” superava di poco il metro e cinquanta, era scura nella carnagione e nei lunghi capelli radi, secchi come stoppie nonostante le frequenti frizioni a base di chiara d’uovo, aveva il naso aquilino, le gambe come due mortadelle affettate con l’accetta, il seno piatto, il ventre molle e leggermente sporgente. Non di meno la Mama giura un tale scempio non poteva nemmeno essere attribuito al signor Gyllenhaal, suo defunto padre, un pezzo d’uomo alla Rossano Brazzi che ella stessa aveva avuto modo di scorgere in una vecchia fotografia.
Se la biologia può non essere sufficiente a spiegare certe anomalie in seno ai meccanismi naturali dell’evoluzione, l’educazione e certa tradizione possono però peggiorarle fino all’inverosimile e questo caso, purtroppo, è uno di quelli: la povera Genevieve era infatti perfida e spocchiosa, nociva come un ceppo d’ortica stretto in un pugno chiuso, cattiva e litigiosa con chiunque tentasse di avvicinarla, ma con una particolare animosità nei confronti di Maureen, vuoi per l’invidia che la bellezza della giovane cameriera surriscaldava in lei, vuoi per avere con convinzione aderito agli stereotipi di quell’odio razziale che all’epoca, nel profondo Sud, erano illustrati con dovizia di particolari persino negli abbecedari.
Comunque sia, mentre braccianti e contadini, per lo più gente di colore, sorvegliati dal burbero ma onesto caporale, il sig. Stevenson, mandavano avanti quello che restava dei possedimenti dei Gyllenhaal, a Margaret e sua figlia non restava altro da fare, per ingannare la solitudine, che indire tornei di bridge e canasta, presenziare alle messe vespertine durante feste comandate, officiare ricevimenti e prenotare palchi d’onore alle prime teatrali.
La madre di suo aggiungeva l’abitudine di innaffiare ogni colazione con tre Martini buoni e così via aumentando proporzionalmente la dose dopo ogni pasto fino all’ora di cena.
Ed era appunto ubriaca Margaret quel giorno, l’ultimo di settembre del 1951 quando, girando per casa come una sonnambula o una folle dei drammi di Tennessee Williams, in biancheria intima velata soltanto d’un soprabito beige trasparente e aperto sul davanti, s’imbattè in Maureen che spolverava l’argenteria accomodata su di una poltroncina col sedile e lo schienale di vimini, la gonna sollevata a causa della postura,la camicetta slacciata fino al terzo bottone a causa del gran caldo che filtrava oltre le zanzariere della sala da pranzo. Poggiato il bicchiere, pieno ancora per metà, sul grigio ripiano di marmo della gigantesca tavolata, Margaret fissava Maureen già da un bel pezzo quando questa la notò e tentando di ricomporsi si scusò in fretta per non averla degnata della consueta reverenza. La signora Gyllenhaal tuttavia la rassicurò intimandole di non muoversi e di non preoccuparsi, la voce insolitamente roca e tremolante insinuava una singolare fibrillazione nei modi usualmente tiepidi e manierati. Maureen rimase dunque dov’era e afferrò la zuppiera che stava ultimando di lucidare ma, a quel punto, compiendo un passo deciso verso di lei, Margaret gliela tolse di mano e, mentre si trovava ormai in piedi di fronte alla giovane, si chinò su di lei in modo tale che il molle soprabito, spalancandosi, rivelò il suo corpo nudo e ben conservato in tutto il suo candido splendore. Maureen proprio non sapeva che fare, gli occhi bassi, le narici colme di quell’odore così delicato, misto di anemone e gelsomino, che la sua padrona emanava a ondate stordenti come boccate d’oppio che si mescolavano ai flutti del suo alito fragrante di liquore provenienti dalle belle labbra segnate agli angoli da piccole rughe a forma di falce. Non sapendo che fare decise di non fare proprio niente, fu la signora Gyllenhall, forse per la prima volta nella sua breve vita da vedova, a scegliere per tutte e due. Maureen si ritrovò, quasi suo malgrado, trascinata a succhiare avidamente quei capezzoli d’alabastro, mentre le dita curate della signora Gyllenhaal le avevano già scostato le mutandine. Due di esse penetrarono nel recondito rosa lucente della sua tenera fica, ancora più evidenziato nel contrasto con la nudità scurissima della pelle del pube e delle gambe. Fu solo quando Margaret finalmente la bacio sulla bocca, lasciandole il tempo di assaporare quella lingua calda e vellutata dall’alcool, che Maureen si azzardò ad avvolgerle timidamente le braccia dietro la schiena. La signora Gyllenhaal sospirò, come sorpresa da un abbraccio così innocente e quasi filiale, ma non disse nulla mentre il movimento dell’avambraccio aumentava di intensità e frequenza permettendo alle dita di entrare più in fondo che potevano, accarezzando l’intimo adito e violando l’ospitalità di quell’uscio ormai spalancato.
A Maureen, sul punto di venire, il respiro si mozzò in gola e il suo giovane cuore si arrese al gran caldo battendo così velocemente da sembrare immobile. La ragazza si abbandonò ad un singhiozzare rauco e ripetuto che Margaret non si preoccupò di soffocare. I sussulti la fecero sobbalzare contro il duro schermo dello schienale. Da lì in poi fu come se la signora Gyllenhaal si fosse riscossa da una seduta di ipnosi: si alzò in piedi e, allacciandosi velocemente il soprabito, pulì le dita grondanti di succo con lo strofinaccio che Maureen usava per sfregare posate e argenteria, quindi accarezzò il viso stravolto della giovane e con la mano libera afferrò il bicchiere screziato nel punto in cui lo aveva riposto. Infine, semplicemente e senza dire nulla, se ne andò ritirandosi nelle proprie stanze e sprofondando di nuovo nel suo caldo oblio pomeridiano conciliato da spirali di noia, ricordi e fantasie generate dall’ebbrezza. Ordinaria follia dell’aristocrazia sudista. Gente come William Faulkner o Tennessee Williams avrebbero fatto una fortuna affidando alla loro opera ogni notazione sull’argomento, ma Maureen allora non poteva conoscerli, nè tantomeno capacitarsi di quanto le era successo. Neanche un mese più tardi la “povera Genevieve” trovò finalmente il pretesto giusto per screditarla definitivamente e bastevole col solo sospetto a farla licenziare. La giovane infatti fu istericamente accusata della misteriosa sparizione di una spazzola rivestita d’argento, nel cui manico ovale erano incastonate rifiniture di platino. Non gliela trovarono addosso, nè altrove le ricerche ebbero miglior fortuna, ma per quanto Maureen protestasse in maniera vibrante la propria innocenza, riuscì soltanto a rinsaldare in Margaret Gylleenhaal la convinzione in tre semplici cose. Uno, la ragazza aveva certo reso preziosi e delicati servigi ma, due, la parola della sua unica figlia non poteva in alcun modo essere messa in discussione da una decisione che la contrariasse e dopotutto, tre, se non era stata lei a commettere manualmente il furto, di certo non aveva vigilato a dovere sulla sua proprietà, nè ostacolato chi di fatto si era macchiato di quel crimine. La conclusione dunque fu univoca e irrevocabile: Maureen Morrow andava allontanata discretamente e con effetto immediato. Margaret, ricorda ancora la Mama, pronunciò il breve discorso di congedo col suo impeccabile accento della Louisiana del sud e le diede quindici dollari come parziale indennità. Di quel giorno le restò sempre l’impressione che fosse stata pagata, in via confidenziale e profumatamente, per quella sua unica prestazione fuori dall’ordinario, come una puttana. D’alto bordo, certo, ma pur sempre una puttana.
L’ultima relazione che ebbe tempo di consumare prima del fatale innamoramento fu di certo la più duratura ma anche, per certi versi, la più seccante e perniciosa. Dall’ottobre del 1960 al gennaio del 1962, nell’arco di quasi tutti i fine settimana, la Mama si era infatti intrattenuta con la signorina Catherine Duchamp, ballerina di vaudeville a New Orleans, emigrata da un’altra Orleans, quella vecchia, quella che sta in Francia. Cathy aveva un carattere impossibile, era testarda e stupida al pari di una femmina di struzzo, e pretendeva sdegnosamente che la sua amante le elargisse a getto continuo ricercati e costosi regalini. Era bella davvero però, la carne tenera e diafana, i capelli rossi, fiammeggianti nelle volute barocche dei suoi riccioli sfrontati, le lentiggini che le coprivano il viso concentrandosi sulla punta del naso e velandolo d’una foschia che avevi voglia di baciare ogni qual volta ti ci cadeva l’occhio. E poi che curve... i maschi sbavavano per lei, fischiavano e lanciavano soldi dappertutto mentre ballava sulle assi tremolanti di qualche teatro di rivista, e se tutti questi signori avrebbero di certo pagato qualsiasi cifra pur di averla, perchè lei, Maureen Morrow, una negra, avrebbe dovuto fare eccezione? D’altro canto in quegli anni le cose dal punto di vista economico le andavano a gonfie vele, il ristorante galleggiante, il Monmouth Plantation, era ormai sulla bocca di tutti dal Mississippi occidentale alla Louisiana orientale, lei viveva in una bella villetta a tre piani, all’angolo fra la 12esima e la Main, a Natchez, dove aveva aperto anche un Motel, sito ai bordi della palude e ribattezzato Alligators connection che in breve era divenuto, grazie ai prezzi volutamente popolari, il nido d’amore prediletto da tutta la popolazione di colore sposata e non della città. Tuttavia le pretese di Catherine divennero, nel corso delle settimane e poi dei mesi, sempre più volubili ed insopportabili ed inoltre i chilometri che separavano Natchez da New Orleans erano quasi 250, da percorrere in autobus o in battello, fino al punto in cui Maureen non decise di porvi una recisa conclusione. Certo dapprincipio un po’ le sarebbero mancati i suoi capricci, l’ostentato, ridicolo contegno a cui si esponeva nel fare il broncio, quel suo modo di chiavare aspro ed appassionato, come una tigre feroce, soccombendo al quale una volta,in un albergo a quattro stelle di New Orleans, perfino le molle portanti d’una rete da letto avevano ceduto.
E poi, diciamolo chiaramente, in che modo, a lei, una nera nata nel Mississippi in anni di perdurante segregazione, sarebbe mai potuta ricapitare l’occasione di farsi un’altra bella ragazza bianca come quella? - Ho divagato, scusatemi, s’è fatta quasi l’ora di cena e io mi sono scolata una bottiglia di Bourbon a stomaco vuoto - dice ad un tratto la Mama scuotendo la testa furiosamente come per scacciare tutti i ricordi evocati. Si asciuga la fronte rigata per la calura e aggiunge: - Dovevo parlarvi di quello che accadde a Natchez nell’estate del 1963 e in particolare a me, il giorno in cui conobbi Elizabeth,invece... beh, poco male, vorrà dire che resterete a mangiare con me e dopo cena vi racconterò tutto il resto e, se ancora non dovesse bastare, dormirete qua e finiremo la storia in camera da letto, al lume di candela, gustando un cognac della riserva del 1979, quella sì che fu una buona annata...-