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Il sogno, la vita e il futuro
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Titolo:
Il sogno, la vita e il futuro |
Autore:
Bimbodentro |
Contatto:
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Racconto
n° 2687 |
Altri
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Sarà vero che scrivere aiuta a mettere insieme i pensieri? Una stronzata che tanti professori imbacuccati mi hanno sempre detto, ma che in fondo io non ho mai creduto, chi l’aveva mai tenuto prima il disordine in testa. Solo lei poteva convincermi a fare una cosa del genere, ma lei ancora non sa che è “per lei” che ho bisogno di riorganizzare le idee. Forse ricordare su questo vecchio quaderno di latino, usato poco a dir la verità, con tutto questo bianco ancora da riempire, mi aiuterà a capire come ho fatto ad impallarmi in questo modo, perché continuo a sentire il cuore che mi scoppia come non mi è mai successo. Per chi poi? Non il cioccolatino di ragazza semplice e dolce che avevo sempre desiderato, di quelle che si vedono solo in quei film sdolcinati americani, ma per una “soggetta” che ha la faccia tosta di volermi insegnare qualcosa, di volermi cambiare! A me, proprio a me, che ho sempre visto la vita con la mia ottica, che non ho mai permesso a nessuno di giudicarmi. Forse è vero, sono diventato pazzo, oppure sto cadendo in un brutto giro, qualcosa che ho sempre ricacciato. Forse è vero, mi sto innamorando! Ma andiamo per ordine, forse ricordare come l’ho conosciuta mi aiuterà a capire come togliermela dalla testa; come potrebbe una così ben schierata in società, con l’aria così di brava ragazza, mettersi con uno stupido idealista come me? Era una mattina come tante, papà mi aveva tirato giù dal letto alzando di botto la persiana della mia stanza, come faceva sempre in fondo: - Aiz’t, che è tardi! - La prima rottura di palle della giornata: l’orario per andare a scuola; principio di una rottura ancora più grande: “la scuola”. Non è che conosca molto mondo, a dir la verità, tutto quello che so l’ho visto in televisione o letto sui libri, ma, per quel poco che sapevo, potevo essere sicuro nell’affermare che quel liceo classico di quella cittadina della provincia di Napoli, dove ho avuto la sfortuna di crescere era uno dei peggiori del mondo. Una banda di bigotti, soprattutto quegli stupidi degli insegnanti, convinti che l’unico loro dovere fosse farti un’interrogazione ogni tanto e scriverti una cifra su un registro, che nella loro testa raccontava tutto di te: praticamente se c’è scritto 8 sei un “intelligente”, da trattare bene, senza capire che molto spesso quelle due palline sono riservate ai “leccaculo”; se c’è scritto 4 poi sei un povero imbecille su cui non vale la pena perdere tempo, uno che nella vita è già fallito. Ma mi sto perdendo, accidenti! Volevo portare ordine nella mia testa, ma sto cadendo in un baratro di ricordi messi l’uno sull’altro. Per chi leggesse queste righe, magari anche per me stesso tra un po’ di anni, quando non mi ricorderò più di queste sensazioni, io non odiavo la scuola, come la maggior parte dei miei “carissimi” compagni, ma l’amavo talmente da volerla cambiare tutta. Non facevo altro che lottare contro l’ipocrisia dei miei compagni, dei miei insegnanti, come se combattessi una guerra giornaliera da solo. Risultato: mi schifavano un po’ tutti perché ero il solo ad avere il coraggio di urlare la verità in mezzo a veli di menzogne. Come voti mi arrangiavo, semplicemente perché studiavo di mio, quando volevo io, quello che volevo io, senza remore, senza rimpianti, perché pensavo che la cultura fosse l’unica arma per cambiare questo mondo, certamente non per leggere una cifra su una pagella. Lo pensavo davvero, ma adesso non so più se tutto questo è ancora vero, se è davvero quello che voglio, se me la sento davvero di combattere per tutta la vita, se davvero valga a qualcosa farlo, perché, per chi? Se poi nel mondo vince sempre l’ipocrisia, l’interesse e il potere.
Comunque quella mattina andai a scuola; tanto per cambiare un’altra storia, un’altra stupidissima discussione inconcludente: tutti i miei cari compagni si arrabattavano se “entrare o no” come se qualcuno se né fregasse davvero se loro sono in classe o a passeggiare a Margellina. Io di solito preferivo stare in classe, semplicemente perché una volta arrivato lì mi scocciavo di tornare indietro, e poi quelle mummie dietro la cattedra cosa potevano farmi? Niente che mi interessasse davvero, ero convinto che ero troppo “intelligente” per loro, anche se vicino al mio nome non c’erano mai quelle due palline odiose. Alla fine entrai in classe, al mio posto, in mezzo a quella banda di soggetti che vanno a scuola tutti i giorni solo per paura di chissà quali ritorsioni degli insegnanti, o dei loro genitori, o di chi per esso, era la paura che muoveva le loro gambe, nient’altro, come era la paura di una stupida interrogazione ad aver convinto gli altri a buttare una giornata. Altri poi, quelli più odiosi, si limitavano semplicemente a stare appresso allo stronzo di turno, senza sforzarsi di prendere una qualche decisione con la loro testa. Dopo un po’ la vidi: portava un tailler grigio e un bel top nero, elegante, dall’aria seriosa, ma molto femminile… aveva un culetto da capogiro, un viso d’angelo, una criniera di capelli neri e due occhioni profondi, pieni di personalità, in parte nascosti da due occhiali da vista. Che c’azzeccava un così bel fiore di ragazza, pensai, in quello squallore di palazzo cadente riadattato a scuola? Avevo 18 anni, un’età chiusa in quelle dannate due palline, maturità indipendenza… ma da quel momento ho cominciato a vivere. C’era un problema di fondo però: era la mia nuova professoressa di italiano, supplente di quella entrata in maternità; una persona che doveva giudicarmi… un nemico. Ma anche la ragazza di cui mi ero innamorato. Aveva 26 anni, un bel po’ più di me, ed era alla sua prima esperienza di insegnamento; spiegava e si muoveva per la classe con un fare che dire incantevole era poco, timida nel porsi, ma sicura di sé quando parlava, umile e autorevole allo stesso tempo; non era la nostra insegnante, era una di noi. Per la prima volta nella mia vita volevo essere giudicato, farmi notare, in meglio, con quel fare di “intelligente” che prima mi sembrava la cosa più stupida del mondo. Passarono un paio di mesi, i miei insegnanti non credevano più ai loro occhi; dicevano che il fare arrogante era rimasto lo stesso, ma lo studio e l’impegno erano aumentati a dismisura e andavano premiati. Quei due pallini cominciarono ad entrare in quei registri come funghi. Capì che in fondo non mi odiavano perché gli dimostravo che non mi importava nulla di loro, ma volevano solo che li facessi sentire gratificati. In fondo, scoprì con mia sorpresa, era quello che volevo anch’io, allora perché non aiutarci a vicenda, perché ostinarsi allo scontro a tutti i costi? In italiano poi arrivò qualcosa che non avrei mai immaginato, una cosa che quegli stupidi della mia classe non avevano mai visto: un bel 9, un simpatico mito della scuola italiana, nella mia scuola quasi un miracolo. La professoressa allora un giorno mi disse: << Ti sei accordo che hai davvero talento? Potresti diventare un ottimo scrittore, se lo volessi davvero. >> Bella roba, e io volevo davvero diventare scrittore? Avevo sognato di tutto, qualsiasi cosa mi permettesse di dimostrare il mio valore, ma lo scrittore proprio no, per scrivere bisogna stare ore ed ore su una sedia davanti ad una scrivania e un foglio bianco, non mi sembrava per niente da me, io che andavo alla ricerca di spazi interminabili. Poi mi disse quella frase: - Scrivere aiuta ad ordinarsi le idee sai? - Ed io: - Nooo… io sono già abbastanza ordinato nella mia testa. - ma era una bugia enorme, che tentavo di dire anche a me stesso, quella semplice parola “scrittore” mi aveva sballato la testa più della peggiore delle droghe. Ma poi accadde un evento che lì per lì mi sembrò tragico: un giorno la mia bellissima professoressa, l’unico punto di riferimento che mi ero costruito al di fuori di me stesso, quella mattina non si fece vedere. - È malata - mi dissero. Quel pomeriggio non riuscì a fare a meno di andare a trovarla, per vederla come tutti i giorni; quella mattina per la prima volta nella mia vita mi ero davvero sentito solo. Non ci volle molto per trovare il suo indirizzo, per arrivare lì ci vollero un paio di fermate di Circumvesuviana e una bella scarpinata a piedi, ma alla fine arrivai al suo campanello, senza nemmeno una telefonata. -E tu che ci fai qui? - Io per la prima volta le diedi del tu, ma non per arroganza, ma perché le volevo troppo bene per prendere la distanze con un “voi” anche fuori dalla classe. - Volevo vedere come stavi, mi hanno detto che hai la febbre, e allora… - Portava una camicetta da notte finissima, con le sue belle gambette scoperte, aveva il naso e le gote rosse come i bambini per la febbre e i capelli tutti arruffati; era bellissima, più di quanto non lo fosse di solito. All’inizio si intimidì, poi decise di accettare la mia compagnia, viveva sola e stare a letto senza nessuno con cui parlare può essere triste. E poi, parlammo, parlammo, non so più per quanto tempo, rompendo definitivamente ogni barriera che ci separava, confidandoci segreti, timori, ansie… mi disse di come aveva perso il papà durante una rissa allo stadio dopo uno 0 a 2 del Napoli quando era piccola, del perché era andata via di casa lasciando una madre da anni sola e una sorella lì pronta a prendersi la casa, del perché si era laureata proprio in lettere, perfino dei suoi precedenti fidanzati. Io invece le raccontai di papà che si ammazza la schiena tutti i giorni per tirare a campare, del mio fratello down, di mamma scappata chissà dove con un altro, dell’affitto che non possiamo mai pagare, della moltitudine di lavoretti che ho fatto in questi anni… di tutta la rabbia che avevo dentro. Le ore correvano, e presto ci ritrovammo a sera, ad un tratto non so come smettemmo di essere amici, smettemmo di parlare, lei era a letto sotto le coperte, candida come un batuffolino di ovatta, e io ero seduto vicino a lei sul letto, sentivo il cuore che batteva forte, e un brivido che mi passava per la schiena; come per magia qualsiasi cosa intorno a noi scomparve, le nostre labbra si incrociarono, poi lei mi fece largo sotto le coperte, la camicetta sgusciò via dalla sua pelle liscia, nel più caldo degli abbracci.
Accidenti, non posso! Non sono ancora abbastanza padrone delle parole per raccontare una cosa simile, quando tra amici avevamo parlato di sesso mi immaginavo qualcosa di simile ad una “goduria animalesca” e a dire la verità la cosa non mi attirava più di tanto, forse perché non avevo la più pallida idea di cosa fosse l’amore. Quella fu l’esperienza più dolce della mia vita, la più bella, come l’angelo che avevo tra le braccia. Ma poi dopo qualche giorno tutto cambiò, decise di scomparire, di allontanarsi da quella zona, era più grande di me ed era la mia insegnante. Mi lasciò una lettera che passò sotto la porta di casa mia un pomeriggio, provai a rincorrerla quando vidi che era la sua, ma non riuscì a vederla. Quella lettera mi incoraggiava a credere in me, a pensare che lei non scappava dal mio amore, ma dalle ipocrisie della società, anzi diceva che era proprio perché mi amava che non voleva rovinarmi la vita, era più grande di me, la mia insegnante; diceva che io avevo bisogno di una ragazza della mia età da voler bene, ma mi prometteva che un giorno ci saremo rivisti in circostanze diverse, quando le differenze tra noi si fossero assottigliate. Ma un messaggio era chiarissimo: - Diventa scrittore! -
Mi ha insegnato ad amare lo studio, la vita, il futuro, la gente. Mi ha fatto crescere, mi ha donato un’arma che potrò usare per tentare di cambiare il mondo, ma ora non posso fare altro che tentare di dimenticarla. Tu, foglio bianco, fammi da testimone: diventerò “qualcuno”, correggerò qualcosa di questo mondo cattivo; voglio tentare di dimenticarla per non stare come adesso per sempre. Ma lo giuro: quello che mi ha insegnato non lo scorderò mai.
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