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Centroamerica
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Titolo:
Centroamerica |
Autore:
Luah |
Contatto:
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Racconto
n° 2692 |
Altri
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Seduta in quella saletta squallida, pensavo che l'unica cosa che potessi fare era rimanere calma. Avevo già parlato personalmente con il console che, sembrava, ci avrebbe tirati fuori da quella situazione grottesca in poche ore. Le pareti, dipinte di un verde chiaro fino alla metà, erano sporche, la seggiolina traballava e la luce dei neon lasciava tutto ancora più triste. Il camicione che mi avevano fatto indossare era ruvido e mi pizzicava la pelle. Prima di consegnare tutto quello che avevo addosso, incluso la borsa con tutte le registrazioni, avevo fatto in tempo ad ingurgitare una dose da cavallo di calmante che sapevo mi avrebbe fatto vedere la realtà attraverso la nebbia per almeno quattro ore. Ero artificialmente rilassata quando una carceriera entrò nella sala e mi fece segno di seguirla. Sembrava una caricatura di Frieda Khalo: baffi, mono-sopracciglio, capelli lunghi presi in una crocchia. Trascinavo le ciabatte che mi avevano fatto indossare per corridoi stretti e sporchi. Pensavo al mio collega fotografo, ai rullini... Li aveva nascosti nel condotto dell'aria condizionata. Mi aveva detto di fare lo stesso con i nastri delle registrazioni. La donnetta che mi precedeva vestiva un'uniforme blu e azzurra, pesanti calze ortopediche e dei mocassini sformati. Non sembrava vecchia, trent'anni al massimo. Passammo davanti a molte porte chiuse finché ne aprì una ed entrammo in una sala senza finestre, le solite pareti mezzo verdoline, una donna con un camice bianco seduta dietro alla scrivania, una ragazzona cresciuta troppo in fretta con la stessa uniforme della mia Frieda. Vicino alla porta un poliziotto. Mi indicarono una sedia davanti alla scrivania e dovetti rispondere ad una serie di domande assurde. Il console mi aveva consigliato di non opporre resistenza, di rispondere a tutto molto brevemente e di non dire che ero una giornalista, ma una ricercatrice universitaria. Le manette cominciavano ad infastidirmi, ma speravo che da un momento all'altro si aprisse la porta e mi dicessero che ero libera, che era tutto un equivoco e che potevo andarmene. Solo che questo non accadde, la dottoressa fece un cenno alle due come per dire –procedete- e uscì dalla sala. Sciolsero i lacci che prendevano il camicione sulle spalle. Quando cadde, e videro che ero depilata, si guardarono tra loro incredule. Rimasi nuda in mezzo alla stanza. Senza una parola le guardai, poi guardai il poliziotto. La ragazzona lo mandó a girarsi verso la parete con un cenno, lui fece scivolare rapidamente la mano destra dalla cintura alla patta dei pantaloni e poi in tasca. E si giró. Spostarono un paravento e mi fecero sedere sul bordo di un rudimentale lettino ginecologico di ferro. Non riuscivo ad opporre resistenza, mi stesi, immediatamente la piú grossa mi afferró le gambe, le collocó nei supporti e le fissó con delle stringhe di cuoio, l'altra fissó la catena tra le mie manette ad un gancio dietro la mia testa. Non avevo piú possibilitá di movimento, le gambe spalancate, in balia di due pazze silenziose. La baffuta infiló dei guanti chirurgici e si posizionó tra le mie gambe. Potevo seguire tutte le operazioni da uno specchio inclinato sopra la mia testa. Potevo anche vedere che la guardia, nonostante il paravento, poteva vedere tutto attraverso lo stesso specchio. Da una mensola sotto il lettino prese un vaso ci infiló dentro le dita e poi le passó dolcemente sulla mia figa: era un unguento freddo. Esploró tutte le pieghe fino a concentrarsi sul clitoride, lo accarezzava con la mano sinistra, spingendomi allo stesso tempo due dita dentro. Ci sapeva fare: non volevo, ma stavo cominciando a bagnarmi. Mi masturbava e spingeva la mano dentro la figa. Cominciavo a non capire piú niente, chiusi gli occhi quando sentii che l'altra stava pizzicando e strattonando i miei capezzoli. Poi sentii una spinta piú forte e, aperti gli occhi, vidi che era entrata con la mano intera e stava stantuffando nella mia vagina. Non potevo piú trattenermi, l'orgasmo stava crescendo, le tette palpate, strizzate, i capezzoli tormentati, un pugno chiuso fottendomi la figa e dita agili accarezzando il clitoride. Forse la mia aguzzina sentí che stavo per venire, la vagina stava cominciando a contrarsi, sfiló la mano da dentro di me e, approffittando della lubrificazione, cominció a sditalinarmi il buco del culo. L'altra continuó a giocare con le mie tette; la guardavo e sembrava una ragazzona ritardata allucinata con un giocattolo nuovo. Intanto sentivo che mi ammorbidiva il culo con le due mani, poi rincomició a fare con il mio culo quello che aveva fatto con la fica: spingere la mano dentro mentre manipolava il clitoride. Con una forza insospettata entró strappandomi un grido di dolore. Poi m'infiló quattro dita nella figa e rincominció il balletto: il mio respiro sempre piú affannoso fino a quando, sull'orlo dell'orgasmo sfiló le mani sempre senza guardarmi in faccia, tolse i guanti, sedette alla scrivania, compiló una scheda, si alzó ed uscí. L'altra lasció la presa sulle mie tette, fece il giro del lettino, guardó curiosa la mia figa spalancata e bagnatissima, passó un dito sopra strappandomi un brivido e uscí con la sua collega. In quel momento, stavo cominciando a gridare quando il poliziotto sfiló la pistola dalla cintura, la posó per terra, aprí i pantaloni da dove uscí il cazzo piú grande che avessi mai visto. Mi afferró i fianchi tirandomi piú sul bordo del lettino, mi aprí completamente con i pollici e, senza cerimonie, me lo mise dentro. Entró tutto subito, la Frieda mi aveva lasciata inondata. Cominció a sbattermi con tanta violenza che mi teneva stretti i fianchi per non sbattere con le palle sul bordo di ferro. Chiusi gli occhi per non vedere la sua faccia, mi piaceva, mi piaceva sentire quella cosa enorme dentro, le tette ballando impazzite, la schiena strusciando sul ferro. Mi tenevo stretta con le mani sul gancio dietro la mia testa, sentivo che stavo venendo, anche lui forse lo sentí perché rallentó il ritmo, lo sfilava quasi completamente e poi dentro con tutta forza. Dopo rincominció la cavalcata e allora venni con una violenza impressionante, mi stringeva ancora di piú i fianchi perché le convulsioni del mio orgasmo non interrompessero il suo piacere. Successivamente venni ancora alcune volte, sempre quasi senza rumore, solo gemiti soffocati, finché sentii che stava dando i colpi finali. Tutto fluttuava dentro e fuori di me, aprii gli occhi i nostri sguardi s'incrociarono, lui sorrise, i suoi denti erano bianchissimi, i capelli neri lisci, la pelle scura sudata. Sembrava molto giovane, ma alcune rughe gli scolpivano il rostro. Stavamo ancora ansimando, quando lui prese la pistola, svuotó il caricatore e mise i proiettili nella tasca della camicia. Cominció a passare la canna della pistola sulla mia figa spalancata e pulsante finché non la bagnó tutta, me la mise dentro poi la tiró fuori gocciolando sperma e me la passó sulle labbra obbligandomi a leccarla. Mentre lo facevo non riuscivo a distogliere gli occhi dai suoi, nerissimi e profondi. Poi me la passó sulle tette, e ancora sulle labbra. Il suo cazzo con questi giochetti si era ripreso completamente. Mi liberó le gambe per legarmi le caviglie a due corde che pendevano dal soffitto, alzando il mio culo ed aprendololo con le mani. Lentamente questa volta me lo mise dentro tutto e cominció a stantuffarmi finché l'orgasmo non venne quasi simultaneamente. Ansimavo, sudata e quasi senza respiro, gli occhi chiusi. Intanto lui si stava rivestendo, poi mi strinse di nuovo le cinghie del lettino ginecologico attorno alle gambe. Quando riaprii gli occhi vidi che ero sola nella stanza. Non so quanto tempo fosse passato, ascoltavo il cigolio del vecchio ventilatore di soffitto ed ero quasi ipnotizzata dalle pale che giravano lentamente, quando la ragazzona a cui piacevano le mie tette entró. Mi guardó attentamente il corpo cercando (e trovando) le tracce della fenomenale scopata. Poi, inaspettatamente, cominció a leccarmi. Prima il lato destro cominciando dalle dita delle mani per poi arrivare alle dita dei piedi poi il lato sinistro. Indugió molto sulle tette, stroppicciandole e mordicchiandomi i capezzoli, tanto che cominciai ad eccitarmi di nuovo. Per ultimo s'inginocchió per terra tra le mie gambe aperte e mi leccó la figa esplorando ogni anfratto, passando la lingua in ogni piega, succhiando e mordendo. Me la teneva aperta con le mani grassoccie, le unghie rosicchiate e sporche, ma in quel momento non m'importava. Sicuramente era la prima volta che vedeva una figa depilata, incredula mi spingeva la lingua dentro il culo, poi risaliva, accompagnava le grandi labbra e ancora piú su arrivando quasi all'ombelico, poi ripeteva il percorso strofinando la faccia intera tra le mie gambe. Ero stanca, ma le tette si stavano inturgidendo, il clitoride pulsando, quella lingua curiosa succhiandomi e frugandomi dentro; le sue mani mi aprivano tutta, mi toccavano e palpavano fino a dove era possibile. Tenevo gli occhi chiusi e non m'importava piú di niente: il console avrebbe potuto lasciarmi lí per sempre, la mia vita in Italia, il mio appartamento che avevo appena finito di pagare, il giornale, tutto. Ma la porta si aprí, la ragazzona finse di star cercando qualcosa sul pavimento, inutile perché la dottoressa senza guardarci schioccó le dita, quello era l'ordine per togliermi di lí, mi tolsero le manette, in una scatola c'erano le mie cose. Mi vestii rapidamente, il contatto con la cucitura dei jeans mi brució un poco nonostante le mutandine. Mi consegnó una busta e indicó l'uscita. Varcai la soglia barcollando, una porta di ferro aperta davanti a me mi fece rivedere la luce del giorno. Pensai a Dante. Era buio nel cortile. Seduto su una panchina, Max, il mio collega fotografo, stava fumando una sigaretta. Annoiatissimo mi disse che l'avevano lasciato lí tutto il giorno senza dirgli niente. Giá non lo stavo piú ascoltando, mi stava innervosendo... alla fine non avevo neanche contato quante volte ero venuta...
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