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L'isola dei Danusi
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Titolo: L'isola dei Danusi
Autore: Don Landis
Contatto:
Racconto n° 271
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Era una notte come tante altre; nel pungente freddo di quel martedì dicembrino rincasava Dino Ulivi, dopo aver trascorso una serata in compagnìa di amici, nella villa di Giulia. L'atmosfera natalizia trasudava dalle strade di Baranzate di Bollate, addobbate a dovere con luci e festoni colorati. Era il diciotto dicembre, e l'orologio di Dino segnava le undici e venti; mentre camminava intirizzito, avvolto nel suo pesante e disadorno tabarro, transitò sotto il campanile del paese: osservò l'orologio, constatando che era dieci minuti avanti rispetto al suo. Si fermò, sincronizzando la propria cipolla con l'ora indicata dalla possente torre, adiacente all'antica chiesa.
Pochi secondi dopo le campane rintoccarono le ventitré e trenta. Si avviò a passo spedito verso casa, poco distante dalla piazza cittadina; durante il tragitto non incontrò anima viva.
"Finalmente arrivato! Questa sera si congela dal freddo", borbottò a denti stretti.
Salì la rampa di scale che lo condusse all'uscio del proprio monolocale, modesto ma confortevole.
"Quasi quasi mi preparerò un bel vin brulé, per riscaldarmi.", disse a voce alta.
Dopo un quarto d'ora si sedette dirimpetto alla scrivania, con in mano la tazzina contenete la fumante bevanda; accese il computer portatile collegandosi immediatamente alla rete telematica.
"Vediamo un po' chi ha voglia di divertirsi questa sera", pensò, sorbillando tranquillamente il vin brulé. Entrò nel portale erotico della sua chat preferita; nickname, password ed il lascivo mondo virtuale comparve sul sottile display al plasma: "NRSU70 è entrato in chatbollente", comparve sulla finestra di dialogo del menù principale.
Salutò alcune sue affezionate ammiratrici, quali "Samantha" e "Lucciola", conosciute di persona qualche mese addietro. Fu attratto irresistibilmente da un nomignolo mai notato prima d'ora: "Deep_hole" catturò magicamente la sua attenzione; l'Ulivi cercò di mettersi in contatto privatamente con il nuovo utente. Le solite rituali e banali domande furono inoltrate a "Deep_hole", la quale non tardò a rispondere: "Sono una ragazza, ho ventisei anni, digito da Pantelleria", gli scrisse.
Dino volle approfondire ulteriormente la conoscenza: "Sposata o fidanzata?", le chiese.
"Single e tu?".
"Anch'io: molto bene, già un punto in comune. speriamo di trovarne altri!", digitò l'Ulivi.
Continuarono per parecchi minuti a scambiarsi personali informazioni; entrambi erano consapevoli d'essere attratti l'uno dall'altra. Da quelle prime battute iniziali, intuirono che il loro casuale incontro meritava d'essere approfondito.
Dino terminò la bevanda; alzatosi, depose la tazzina nell'acquaio, dando un'occhiata all'orologio appeso alla parete, sopra il frigorifero. Era quasi l'una di una gelida nottata d'inverno; il silenzio che avvolse la quiete cittadina, fu prepotentemente lacerato da un assordante rumore, che andò man mano intensificandosi: era Ivo Minaro, il vicino di casa dell'Ulivi, che rincasò in motorino dal lavoro. La luce accesa in casa di Dino, attirò la sua attenzione; Ivo fermò il proprio "SuperCaliffo" sotto la finestra dell'Ulivi: "Deliiiiiriooo! Dino affacciati che ti devo parlare!", urlò a perdifiato il buon Minaro.
L'Ulivi udì l'amico sbraitare in piena notte, così, aprendo la finestra, uscì sul balcone: "Ma sei proprio un animale! Cosa urli! Hai visto che ore sono? Sai che hanno inventato il citofono?", lo ammonì.
Il freddo pungente gelò il sangue del povero Dino, il quale corse in casa ad infilarsi il pesante tabarro; tornò sul balcone socchiudendo accuratamente la finestra, nell'intento di impedire alla criògena temperatura di raffreddare il monolocale.


"Oh, sono di ritorno dalla bassa padana; ho pistolato tre bottiglie di Buttafuoco, e mi sono messo in marcia alla volta di Rivarolo Mantovano, dove ho consegnato un pacco espresso! Cinque ore per andare e sette per tornare indietro: deliiiiiriooo!", raccontò Ivo, gridando più forte di prima. Appena terminò il racconto, cadde al suolo assieme al proprio mezzo meccanico; un assordante rumore metallico riecheggiò per l'intero quartiere, destando dal placido sonno gran parte delle persone: "Basta rumpìr i ball! Chì ghè gent unesta ca la laura e la paga regularment i tass, brutt drugàa! Andè a laurà, barbù!", sbraitò un capomastro, in stretto dialetto bergamasco.
Minaro, che riversava sull'asfalto in uno stato di semi-trance causata dal "delirio" dell'alcol, ebbe il coraggio di replicare: "Uè, guzzabenìs! Varda ca mi turni indrèe incoeu dal laurà! Sun andà giò nella bassa a fa'l pustèn! Parla minga par nagott, pirla!", urlò come un indemoniato.
La gelida notte di quell'inverno fu riscaldata dall'infuocata batracomiomachìa fra Ivo ed il muratore. Fu l'intervento dell'Ulivi a placare gli animi di entrambi: Dino scese in strada, invitando Minaro a calmarsi; lo stesso fece con il capomastro, facendogli capire che l'amico era un po' in "gallina", dato l'ingente quantitativo di vino tracannato. Aiutò Ivo a rialzarsi; lo accompagnò nel box, assicurandosi che ricoverasse il proprio ciclomotore, dopodiché entrambi salirono le scale: "Eccoci qua. Non combinare altri casini per stanotte! Vai subito a dormire, mi raccomando!", rimproverò l'Ulivi il proprio vicino di casa.
Dino tornò nell'intimità del proprio monolocale, precipitandosi al portatile: "Diavolo porco, quell'idiota di Ivo mi ha fatto scappare "Deep_hole". E adesso come farò a rintracciarla?", s'adirò, sbattendo entrambi i pugni sulla scrivania. Invano cercò la sua presenza nei meandri della rete informatica, senza tuttavia riuscire a scovarla.
Il tempo scivolò all'ombra della brumale notte: "Le due è venti. sarà meglio coricarsi!", pensò Dino. Spense il computer, richiudendo il monitor sopra la tastiera, preparandosi ad affrontare le brevi ma intense ore di sonno.
Il mattino seguente, un mercoledì come tanti altri, l'Ulivi si svegliò con il membro turgido: "Possibile che mi vada in tiro tutte le Sante mattine? O sono un facocero oppure soffro d'infiammazione alla prostata! Dovrò andare dal medico.", cogitò fra sé.
Come di consueto fece colazione: un vasetto di yogurt, due fette di pancarré e una tazza di caffè; si lavò i denti e fece una tonificante doccia. Erano quasi le nove; per tutta la settimana il pensiero del lavoro non attanagliò la sua mente, poiché il Signor Bestetti, suo caporeparto, gli aveva concesso quindici giorni di ferie natalizie.
Indossò la tuta da ginnastica, un comodo ed ottimo indumento per trascorrere una giornata fra le proprie mura domestiche e si rituffò in internet, alla disperata ricerca di "Deep_hole"; dopo circa venti minuti di accanito rastrellamento informatico, riuscì a rintracciare la ragazza. "NRSU70" la invitò a conversare privatamente: "Ciao, scusa per questa notte, ma se ti raccontassi cos'è accaduto non ci crederesti!", esordì l'Ulivi.
"Non importa, sei perdonato. Piuttosto come mai proprio quel nick?", gli domandò incuriosita.
"E' l'acronimo di Ne Rimarrà Soltanto Uno, mentre 70 è il mio anno di nascita", le spiegò.
I ragazzi chattarono per parecchi minuti, rinvigorendo sempre più le reciproche simpatie.
"Comunque sai, io sono a Pantelleria e tu a Milano; la distanza influisce.", gli scrisse.
"Piccola, la distanza non è mai un problema per me!", replicò prontamente Dino.
"Rimaniamo d'accordo così: scambiamoci i numeri di cellulare e qualche fotografia; hai lo scanner?", gli chiese la ragazza.
Proprio in quel delicatissimo momento, il campanello di casa Ulivi trillò: "Ma chi sarà a quest'ora che rompe le scatole.", disse con voce seccata, corrugando l'intero volto in una sofferente smorfia di disappunto. Prima di abbandonare la scrivania, avvertì la partner: "Un attimo solo, rimani in stand-by grazie; mi suonano alla porta d'ingresso".
Dino si diresse celermente verso l'uscio; il campanello trillò nuovamente: "Dai apri, sono io. Ho bisogno un favore!", esclamò Ivo.


"No ancora lui, .proprio adesso, .quel ragazzo è la mia agonia!", bisbigliò Dino.
La porta si aprì: "Ciao Missile, cosa vuoi. ti avverto che non ho tempo da dedicarti, sono indaffaratissimo!", lo accolse il padrone di casa; Missile era il soprannome del Minaro, attribuitogli dagli amici, per via della testa allungata che madre natura gli aveva donato.
"Oh, raddrizzabanane, stai calmo!", replicò seccato Ivo, puntando l'indice al petto di Dino: "Volevo solamente chiederti se avevi un po' di bicarbonato poiché stanotte non ho digerito.".
"E ci credo! Eri ubriaco fradicio! Chissà quanto metanolo avrai pistolato!", lo interruppe l'Ulivi.
"Comunque ascolta il mio consiglio: prendi un bicchiere di Coca-Cola, ci sei. aggiungi un po' di bicarbonato che adesso ti darò, un pizzico di sale e spremici dentro il succo di mezzo limone! Hai capito?", gli disse Dino. "Ciumbia! Non sono mica un cesso da sturare, devo solamente digerire!", si preoccupò Minaro.
"Tu fidati di me, hai capito?", gli ripeté l'Ulivi, il quale stava rovistando nella dispensa, alla ricerca del sale derivato dall'acido carbonico.
"Eccolo qua; tieni! Non esagerare con le dosi. Scusami ma ho da fare: ciao Missile!", lo liquidò Dino con arroganza, sbattendogli la porta in faccia.
"Ma guarda che modi! Starà architettando chissà cosa, con qualche zambracca conosciuta in chat! Ci metto la mano sul fuoco!", borbottò Ivo, mentre rincasò nel proprio appartamento.
L'Ulivi si precipitò al portatile, rimovendo il contrattempo dalla propria mente; dalla finestra di dialogo privato con "Deep_hole" poté leggere: "Scusami tanto, ma devo scappare! Chiamami al 338275.. Alla prossima, ciao". Anche questa volta l'intervento di Missile guastò le feste all'Ulivi: "Ma possibile che tutte le volte debba rompere le scatole sul più bello? Basta: vedrò di stargli alla larga il più possibile! Dopo tutto non sono mica la sua balia, diavolo porco!" gridò Dino, cercando di non arrabbiarsi più del dovuto: "E adesso? .Ci sono! .Ho il suo numero di telefono. E' fatta!", pensò l'Ulivi, mentre il sorriso e la giovialità addolcirono l'espressione del suo volto.
Prese il cellulare, compose il numero ed attese qualche secondo: "Uèllaaa, ciao sono Dino, àlias "NRSU70"; ti disturbo?", esordì il giovanotto.
"Ciao Dino; non disturbi per niente! Sono dovuta uscire per recarmi al lavoro", gli rispose Susy.
"A proposito delle foto: quante ne vorresti vedere?", le chiese l'Ulivi.
"Almeno due o tre, giusto per farmi un'idea!", rispose la ragazza.
Mentre stavano tranquillamente conversando, un rumore cupo e assordante rimbombò attraverso le mura di casa Ulivi: era Minaro che emise bruscamente e rumorosamente dalla bocca l'aria che risalì dal suo stomaco, liberato dalla magica pozione consigliata dal vicino d'appartamento.
L'assordante flatulènza fu udita, via cavo, anche da Susy: "Ma sta tuonando dalle tue parti?", gli domandò la ragazza.
"No, .è il vicino di casa che sta spostando i mobili. sai, per via del trasloco", ribatté prontamente Dino. Continuarono a conversare per parecchio tempo; prima di congedarsi l'Ulivi volle sapere il perché del suo bizzarro nickname: "Come mai ti fai chiamare "Deep_hole"?", le domandò incuriosito.
"Ti piace andare a caccia? Dipenderà dalla tua abilità di cacciatore scoprire il perché!", le rispose Susy, con tono seducente.
Dino si eccitò moltissimo; questi giochetti di parole lo divertivano parecchio. I due si salutarono amichevolmente, dandosi appuntamento in chat: "Ciao Susy! Fammi subito pervenire una tuo foto, ci conto!", la salutò Dino, interrompendo definitivamente la comunicazione.
Assunta, Susy per gli amici, era la secondogenita di Don Rosario Di Gregorio-Custonaci Conte di Sibà, noto imprenditore di Pantelleria; possedeva l'unica tonnara, vera ricchezza per l'economia dell'intera isola. Aveva circa mille dipendenti al proprio cospetto, i quali erano fieri di lavorare per l'imprenditore, grazie anche agli elevati salari che il magnate elargiva loro mensilmente.


Produttore del celebre "Tonno Di Gregorio, oro di Pantelleria, il meglio che ci sia!", Don Rosario era un uomo d'onore, preciso, puntiglioso e gelosissimo della propria famiglia, in particolare delle due uniche femmine, Annunziata ed Assunta.
Annunziata aveva trentaquattro anni; era una bella ragazza mora, alta, di carnagione scura con occhi verdi. Sposata con Don Carmelo Sciammauorrota-Maranzano, un nobile di antica famiglia, originario di Villagrazia di Carini in provincia di Palermo.
Assunta, a differenza della sorella, era di carnagione chiara, capelli biondi lunghi fino a metà schiena; gli occhi di un azzurro intenso, abbagliavano coloro che si soffermavano ad ammirarli. Sembrava proprio una fanciulla nordica, se non fosse stato per la marcata inflessione sicula, palesemente percepibile ogniqualvòlta proferiva parola. Laureata in economia e commercio, lavorava nell'azienda paterna, ricoprendo la carica di "Direttore del personale". Di carattere solare e socievole era ben vista e considerata dai propri dipendenti, anche da quelli più "sovversivi"; ancora nubile, nonostante i ventisei anni d'età, era sessualmente depravata: i genitori le avevano impartito una rigida educazione, demonizzando tutto ciò che avesse attinenza con la sessualità. La povera Assunta crebbe così in un contesto di assoluta abnegazione sessuale, il quale, anziché dissuaderla incrementò ancor di più la sua primordiale curiosità.
Educata dalle "Reverende Sorelle del Sacro Cuore Immacolato del Figlio dell'Uomo" nell'Abbazìa di Erice, proseguì gli studi all'Università "Bocconi" di Milano, laureandosi con "Centodieci e Lode"; fu proprio nel capoluogo lombardo che iniziò ad avere approcci con le zone intime del proprio corpo. Conobbe delle compagne di stanza così disinibite e depravate che, nel giro di pochi mesi, la iniziarono i piaceri della carne: rapporti eterosessuali, anali, orali, e persino omosessuali entrarono a far parte del patrimonio culturale della propria sessualità, cancellando in maniera indelebile, dalla sua mente, ciò che le Reverende Suore le avevano inculcato in tredici anni di scuole dell'obbligo. Ovviamente Don Rosario credeva che la propria figlia fosse una "femmina d'onore", non una lurida cagna, disposta a concedersi carnalmente a chiunque osava inoltrarle delle avances; anche se moralmente e spiritualmente corrotta dalla lussuria, Assunta non aveva ceduto alle oscene proposte avanzate da alcuni "potenti" colleghi di lavoro, preferendo intelligentemente scindere in maniera insindacabile la realtà lavorativa dalla vita privata. Preferiva piuttosto avere bollenti flirt con persone sconosciute, magari di estrazione sociale differente dalla propria; il tutto all'insaputa del severo ed anziano genitore, che paragonava la purezza di spirito della secondogenita a quella di una Suora di clausura.
La bella Susy si serviva del computer per làidi fini: adescava le proprie "vittime" utilizzando un osceno nickname "Buco_profondo", significava tradotto dall'inglese; si faceva inviare una o più fotografie della persona contattata, e se la scintilla della libidine scoccava alla vista delle istantanee, il gioco era fatto. Uomini o donne per lei non faceva alcuna differenza, l'importante era soddisfare il lato oscuro della propria personalità che per troppi anni le era stato reprèsso.
L'inverno lasciò ben presto il posto alla primavera; l'aria inquinata dell'hinterland milanese si poteva inalare a pieni polmoni. Il mese di aprile fece rinverdire prati, alberi ed anche gli animi delle persone; Naturalmente a Baranzate, soffocata dal cemento metropolitano, nemmeno gli uccellini cinguettavano più da diversi anni; l'unico sìntomo che lasciò presagire l'incalzare della primavera fu la pagina del calendario, che quasi tutte le famiglie tenevano ben in vista su una parete della cucina. Dino Ulivi, per tutto l'inverno, inviò a Susy diverse sue fotografie. La ragazza, apprezzò il fisico possente di Dino, contraccambiando le immagini: inviò all'Ulivi diverse sue gigantografie formato A3; dei veri e propri miniposter con tanto di dedica sul retro.
Era veramente una bella figliola; quando Dino vide le sue fotografie rimase letteralmente affascinato dalla bellezza di Susy: "Non ci credo! Mi starà prendendo in giro. non può essere lei!", ripeté in continuazione ad alta voce, estasiato.
Per tutto l'inverno i ragazzi continuarono a chattare; Dino fra i due, era il più eccitato. Il sottile gioco di perversione, nel quale era direttamente implicato, lo coinvolse totalmente: desiderava a tutti i costi incontrare Susy, non si accontentava più quella relazione virtuale!


Era una domenica di fine maggio; l'Ulivi era al "Parco delle Groane" in compagnìa della sua amica Federica. Stavano percorrendo il viale che conduce al laghetto, quando il suo cellulare improvvisamente trillò: "Pronto! .Uèllaaa, allora? Che sorpresa!", rispose tutto ingalluzzito.
"No, .ma dici veramente! Si, si, sono libero, .con piacere! Non vedo l'ora! Grazie; ti chiamerò questa sera, va bene? Si, anche a te, ciao, ciao!", farneticò allegramente Dino.
Federica s'insospettì: "Chi era? Non ti ho mai visto così eufòrico! Hai per caso vinto al lotto?", gli domandò.
"Oh, .era Susy, la mia amica siciliana; è tutto l'inverno che ci sentiamo via chat o per telefono. Mi ha appena invitato da lei, a Pantelleria, non ci posso credere. Oltretutto è una stupenda ragazza", le disse Dino. Federica si sentì minorata dal proprio amico: "Ma come, prima mi chiedi di uscire con te, e adesso mi accantoni per una sconosciuta?", gli rinfacciò.
Federica era una ragazza di ventisette anni, spigliata con una forte personalità; possedeva occhi color castano chiaro, in tinta con i capelli a caschetto che lambivano appena le spalle. Era fortemente attratta dal fisico palestrato di Dino, e in cuor suo desiderava ardentemente avere un'avventura con lui. L'Ulivi invece la considerava solamente un'amica, niente di più; del resto era abituato a frequentare ragazze più carine ed intriganti, delle vere sacerdotesse del sesso.
Riteneva opportuno non approfittare carnalmente dell'amica per non destabilizzare il delicato equilibrio del loro rapporto.
"No, scusami Federica, non avevo intenzione di offenderti; sai che per me sei importante!", cercò di tranquillizzarla Dino.
Per tutto il pomeriggio passeggiarono nel parco, discorrendo delle vacanze estive; Federica gli aveva confessato che desiderava trascorrere qualche settimana con lui in qualche angolo remoto del pianeta, lontano da tutto e da tutti.
L'Ulivi le spiegò che non era possibile per via dei propri impegni lavorativi: l'inventario del magazzino, i lavori di ristrutturazione del monolocale ed un sacco di altre frottole che dovette inventare di sana pianta. La sua mente fu rapita dalla sensuale voce di Susy, che continuò a riecheggiargli nell'anima per l'intero pomeriggio.
Constatando gli innumerevoli impegni dell'amico, Federica gettò la spugna: "Ascolta Dino, ho capito che tu non vuoi aver nulla a che fare con me, dal punto di vista sentimentale intendo! Mi sono stancata di correrti dietro come un cagnolino! Comunque sappi che quando vorrai farti una sana e liberatoria scopata, io sarò sempre disponibile!", gli disse senza mezzi termini, scoppiando in un mare di lacrime.
"Ma dai, ...non fare così! Sai che non ho mai voluto approfittare di te!", la rincuorò.
"Proprio per questo mi fai arrabbiare! Quanto tempo è che ti ronzo attorno? E tu mi tratti così! Hai depauperato la mia femminilità, porco schifoso!".
"Smettila di fare la bambina! Torniamo a casa! Mi hai stancato con questi ragionamenti puerili; deciderò io quando vorrò scoparti, non viceversa!", le rispose seccato Dino.
Uscirono dal parco dirigendosi con passo affrettato verso l'automobile dell'Ulivi; salirono sulla Mitsubishi Space Star, facendo ritorno verso Baranzate. Mentre erano nei pressi di Ospiate, un ciclomotore si affiancò alla vettura, dal lato del conducente: "Deliiiiiriooo! Ciao Dino! Cosa ci fai da queste parti? Chi è quella lì seduta accanto? Niente male eh, vecchio porco?", sbraitò Minaro.
"Stai zitto, idiota! E' la mia migliore amica! Non farmi fare le solite figure da imbecille", lo ammonì l'Ulivi.
"Visto che il tuo amico mi apprezza come donna, chiedigli se mi accompagnerebbe fino a casa!", urlò infuriata Federica, al conducente dell'auto.
"Volentieri Signorina, .per me sarebbe un onore! Poi oggi non ho nemmeno bevuto tanto.", gridò Ivo entusiasta.
"Ma siete tutte e due impazziti!", disse l'Ulivi; di colpo fermò la macchina, lasciando che il motorino proseguisse la propria corsa: "Forza Federica, scendi! Oggi mi hai proprio "mandato in bruttura", sparisci dalla mia vista!", le disse irritato Dino.


La ragazza uscì dall'abitacolo sbattendo la portiera, senza nemmeno salutare Dino. Nel frattempo Ivo, fermò il "SuperCaliffo", tornando nel punto in cui sostava l'auto: "Mi accompagneresti a casa?", le chiese Federica.
"Certo! Una come te non capita tutti i giorni; non sono mica come quel pistola dell'Ulivi che non è in grado di distinguere l'oro dalla spazzatura; forza sali!", le disse Minaro.
Federica irritatissima prese posto sul ciclomotore, avvinghiandosi al petto di Ivo, il quale partì a tutto gas, gridando come un ossesso, alla volta di Baranzate.
Dino attese pazientemente qualche minuto, prima di rimettersi in marcia; nel frattempo la sua mente richiamò l'immagine di Susy: "Bella ragazza! Stai pur certa che prima o poi ti pomperò, e di brutto!", ripeté a sé stesso.
Riaccese il motore, rimettendo l'auto in carreggiata; proseguì a velocità moderata, finché non raggiunse casa, dimenticando il diverbio avvenuto precedentemente.
Era troppo eccitato dalla bella notizia che Susy gli aveva comunicato; appena entrò nel monolocale, chiuse la porta d'ingresso con due mandate di chiave. Si spogliò completamente, rimanendo nudo; prese una delle fotografie che Susy gli aveva fatto pervenire ed adagiatosi sul letto disbramò la propria carne. Pose la gran fotografia sul lenzuolo, inginocchiandosi davanti ad essa con il membro all'altezza del viso della ragazza. Incominciò a masturbarsi, pensando insistentemente a Susy, alla sua voce sensuale ed alla sua proposta; pochi minuti di sapienti movimenti del polso, ed orgasmò con inaudita violenza, facendo ricadere l'opaca secrezione del proprio scroto sull'angelico volto della ragazza: "Si, così. ti farò affogare nel mio viscoso oceano!", disse ad alta voce l'Ulivi.
Alzatosi dal letto si recò nel piccolo bagno per fare la doccia; appena terminò di lavarsi udì il rombo del motorino di Minaro: si affacciò alla finestra, e notò con stupore Ivo e Federica incamminarsi verso l'ingresso della palazzina. Guardò dallo spioncino della porta e vide entrambi varcare la soglia dell'appartamento del Minaro: "Ma cosa me ne frega a me di quella lì! Che si faccia pure sbattere da quell'alcolizzato del mio vicino di casa!", borbottò Dino.
L'Ulivi si rivestì, con calma; accese la piccola televisione, il decoder satellitare e si gustò un film d'autore: "Harry, ti sfondo Sally"; preparò anche l'aperitivo, dato che era quasi l'ora di cena; BiancoSarti con ghiaccio accompagnato da un sacchetto di patatine.
Mentre era intento ad osservare il lungometraggio, udì dei sinistri lamenti sovrastare l'audio del proprio ventotto pollici, provenienti dal muro adiacente: "Aaahhhh, .siiii, . daiiii, .sfondami tutta!". Era Federica, la quale stava freneticamente copulando con Ivo.
Minaro aveva dei gusti sessuali particolari; a lui piaceva sodomizzare le proprie "vittime" con sostenuta impetuosità, fin quando non vedeva sgorgare il sangue dalla loro carne; la povera Federica, sentendosi respinta da Dino, voleva dimostrare a sé stessa di essere ancora una ragazza attraènte e seducènte, così volle mettersi alla prova, cercando di provocare il buon Minaro.
La delicatezza di Ivo nei confronti del gentil sesso, era paragonabile a quella di un pachiderma infuriato rinchiuso in una cristalleria: considerava le donne delle vere e proprie schiave a servizio dell'uomo, trattando come tale anche la povera Federica.
Quando Minaro intuì le intenzioni della ragazza, la invitò a bere qualcosa nel proprio appartamento; approfittò dell'intimità delle mura domestiche per scaricare la propria furia sull'inèrme corpo della malcapitata: senza dar importanza ai preliminari, Ivo prese con forza Federica, denudandola completamente, facendola prostrare sul pavimento carponi; introdusse il proprio membro fra le sue natiche, deturpandole la verginità anale. Pochi e violenti movimenti della propria pelvi e, in men che non si dica, eiaculò nelle viscere di Federica; continuò a penetrare quell'angusto pertugio finché la poverina non gli implorò pietà. Anche se doloroso, quell'animalesco còito eccitò moltissimo la ragazza, la quale provò istanti di genuino piacere nell'essere posseduta con brutale violenza da Ivo.


L'Ulivi, nell'udire quei lamenti di godimento, pensò: "E' proprio una stupida! Si fa trombare dal primo che capita. Voglio proprio vedere se fra qualche mese non tornerà da me strisciando, la vipera!". Quando il film hard-core giunse al termine, sintonizzò la televisione sul telegiornale; riscaldò il risotto con le seppie avanzato il giorno prima, cenando fra la compagnìa dell'elettrodomestico e quella dei propri pensieri. Erano quasi le nove quando terminò l'ultimo sorso di caffè: "Ora chiamerò Susy per definire il tutto", cogitò Dino.
Andò in bagno e si spazzolò accuratamente denti e gengive; prese in mano il cellulare e chiamò la Signorina di Pantelleria: "Pronto Susy, sei tu? Ciao sono Dino, come va? Si, .ho capito. ma come, anche di domenica sera? Va bene; domani ci conto. quando vorrai tu! Per me è indifferente. Ciao bella, alla prossima", furono le parole dell'Ulivi.
Assunta gli disse che si trovava in azienda a verificare le buste paga dei dipendenti, non potendo assecondare le sue imminenti richieste. Promise a Dino che entro domani gli avrebbe fatto pervenire una dettagliata E-mail concernènte le modalità dell'incontro.
La giornata di domenica si concluse in maniera del tutto tranquilla per Dino; verso le ventidue pensò bene di colcare le proprie membra: pochi istanti di torpore e s'addormentò placidamente.
Si svegliò l'indomani mattina alle sei in punto; fece colazione con un caffè ed alcune fette di pancarré dolce; si lavò ed indossati gli indumenti di lavoro uscì di casa, dirigendosi verso la porta dell'appartamento di Minaro: "Ivo, ci sei?", lo chiamò. Minaro, oltre che vicino di casa, era anche suo collega di lavoro. Lavoravano entrambi come magazzinieri in una multinazionale di elettronica, distante circa quaranta chilometri dalla loro abitazione.
"Eccomi, sono pronto! Andiamo dai!", gli disse Ivo, uscendo dall'appartamento; salirono sull'auto di Dino e si diressero verso la prima mèta: il bar di Dolores. Tutti i giorni, Minaro obbligava l'Ulivi a "far scalo" all'esercizio dell'anziana Signora; il tragitto di lavoro diventò, presto per Dino, una vera e propria "Via Crucis".
"Ciao Dolores! Una Nardini corretta caffè, grazie", sbraitò Ivo.
Quando Minaro entrava in un bar, il suo umore cambiava all'improvviso; l'euforia inebriava la sua mente, facendogli assumere un atteggiamento allegro e scanzonato: "Uè Dino, tieni i soldi; mi andresti a prendere il Corriere dell'Insubria, per favore?", gli chiese Ivo.
Dino uscì dal bar, entrando nell'edicola adiacente: "Diavolo porco, diavolo! Tutte le mattine le stesse menate; che palle!", s'adirò l'Ulivi. Dino raggiunse Ivo, consegnandogli il pesante fardello di carta; il lunedì, oltre al Corriere dell'Insubria, vi erano gli inserti in omaggio: "Vivi la tua città notte e dì", "Insubria lavoro", "Gastronomia insubre" oltre al libro autobiografico del famosissimo scrittore italo-australiano Sal Ventresca dal titolo "Campari nel deserto".
"Grazie Dino, tu non prendi niente?", gli domandò. "Sai che il caffè lo bevo a casa prima di uscire!", replicò l'Ulivi con voce alterata.
"Dai, andiamo! Ciao Dolores, alla prossima!", disse Ivo al collega, salutando la padrona del locale.
Erano le sei e venti di una stupenda giornata primaverile; la Space Star dell'Ulivi riprese la propria marcia verso il luogo di lavoro; verso le sette e dieci raggiunsero la seconda tappa: il chioschetto del "Ciamba", un pittoresco punto di ritrovo per gli animali notturni dell'intero hinterland cittadino.
Arrivarono poco prima della chiusura: "Uèee, scappati di casa! V'al do mì la culasiùn!", gli disse il Ciamba, gridando come un pazzo.
"Uè, pirla! Oggi doppia compilation!", replicò Ivo.
"Per me solamente da mangiare; niente alcol!", aggiunse Dino.
Il Ciamba preparò loro, come di consueto, due panini con salamelle, cotenne e crauti: "Volete provare la nuova V-Power?", gli disse, sorridendo.
"E' forse qualche porcheria alcolica?", s'informò l'Ulivi.
"Certo! L'acqua nel mio chiosco non esiste!", gli rispose il Ciamba, asciugandosi entrambe le mani nel maleodorante grembiule, sudicio di sangue e grasso animale.
"L'alcol è nemico dell'uomo: chi fugge davanti al nemico è un vigliacco!", proferì Minaro, levando il dito indice verso il cielo.


Tutti i presenti risero alla battuta di Ivo: "Tieni la V-Power, bìgul!", gli disse il Ciamba, allungandogli il bicchiere.
Minaro ingurgitò l'intruglio tutto d'un fiato: "Me gusta! Con un pieno di questa brodaglia, farò cento chilometri! Deliiiiiriooo!", gridò a squarciagola Ivo.
"Dai pirloni, muovetevi che devo chiudere la baracca! Questa notte è stata dura, ma sento che la città ha bisogno di me; ormai sono parte integrante di questa società malata! E' uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo!", raccontò loro il Ciamba, cercando di convincere sé stesso a portare avanti l'attività.
Terminarono i panini e ripartirono alla volta dell'azienda: "Uè, pantegana della notte! Ti saluto; a domani!", salutò Minaro il Ciamba, sporgendosi dal finestrino della vettura.
"Ciao, somari! Sa vedum duman matina!", replicò il Ciamba. "Quel pistola di Missile, non penserà mica di lavorare dopo aver bevuto la mia V-Power! Tempo un'ora e sarà piegato in due come un tondino di ferro!", pensò fra sé.
Incominciarono la settimana lavorativa timbrando il cartellino alle sette e quaranta. Per tutto il periodo di permanenza in azienda, nessuno dei due accennò all'altro di Federica e di cosa accadde la scorsa sera nell'appartamento di Ivo; ad entrambi non importava della ragazza e del suo infantile atteggiamento, che degenerò nella sceneggiata avvenuta il pomeriggio addiètro.
La giornata lavorativa terminò alle diciassette in punto; come previsto dal Ciamba, l'Ulivi dovette far da sostegno a Minaro, il quale era letteralmente piegato in due dai dolori allo stomaco: "Sei il solito idiota! Quante volte ti ho detto di non trangugiare tutto d'un fiato bevande fredde, soprattutto se si tratta di superalcolici? Sei la mia agonia! Ma che ho fatto di male per meritarmi un collega ed un vicino di casa così?", s'infuriò Dino contro il povero Ivo.
Fece accomodare Ivo all'interno dell'auto, sdraiandolo sul sedile posteriore: "Oh, mi raccomando! Se devi sboccare avvisami!", gli disse Dino.
Quasi un'ora e trenta di tragitto per raggiungere casa, dato il caotico traffico milanese: "Uè Dino, non ti fermi dal Niscioeula oggi?", ebbe il coraggio di dirgli Ivo, con un esile filo di voce.
"Ma allora sei proprio un idiota! Sei lì che a momenti hai le convulsioni e pensi ancora all'alcol! Ti porto dritto filato a casa!", lo pettinò il collega.
"Oh, mai una volta che mi tratti da cristiano! Sei sempre dietro a cazziarmi come se fossi un bambinetto!", cercò di ribattere Ivo.
"Ma non capisci che lo faccio per il tuo bene? Se stai male cosa devo fare! Dovrei forse farti bere ancora, così morirai di cirrosi epatica?", lo ripettinò l'Ulivi.
Arrivarono sotto casa; Dino accompagnò Ivo al proprio monolocale, assicurandosi che andasse a dormire. Mentre Minaro era intento a spogliarsi, il collega frugò nell'armadietto dei medicinali: fra le variopinte scatole di pillole, Dino trovò il famosissimo "Dormiben", noto sonnifero pubblicizzato in televisione dalla celebèrrima soubrette "Liana D'Iguana". Prese una compressa dirigendosi successivamente verso il frigorifero: "Ivo, vorresti un bicchiere di latte prima di coricarti?", gli domandò Dino. "Io berrò il latte, quando le vacche mangeranno l'uva!", ruggì Minaro ferito nell'onore.
L'Ulivi doveva riuscire in qualche modo a somministrare la compressa al collega: era stanco di perdere il proprio tempo correndo dietro ad Ivo. Versò un bicchiere di rosso "Remisciott Mezcollin" facendovi sciogliere la pasticca di "Dormiben"; agitò il tutto con un cucchiaio e portò la bevanda a Minaro: "Vorresti forse un bicchiere di questo?", gli chiese, ostentando all'amico la purpurea bevanda.
"Tu sì che mi vuoi bene! Dammi qua!", gli rispose Ivo, strappandogli di mano il bicchiere, tracannandone avidamente il contenuto.
"Bevi, bevi .che fra un po' andrai alle quaglie!", pensò Dino.
"Allora Ivo, tutto a posto? Adesso dormi, da bravo; ci vedremo domani!", lo salutò l'Ulivi, rincasando nel proprio appartamento.


"Va bene, va bene! Vai pure Dino, mi sento già meglio dopo aver ingerito il mio vero ed unico toccasana!".
Appena l'Ulivi chiuse la porta del monolocale, Ivo piombò in un profondo stato comatoso, causato dal potente effetto narcotizzante del "Dormiben": così Minaro varcò la soglia dell'onirico mondo!
Finalmente Dino rincasò fra l'intimità delle proprie mura domestiche: "Basta! Per oggi ne ho veramente abbastanza!", sbraitò ad alta voce.
Era tutta la giornata che attendeva quest'istante: accese il computer, connettendosi immediatamente ad internet; aprì il programma di posta elettronica, constatando l'arrivo di un messaggio. Lo lesse: era Susy che, come promesso, gli aveva inviato le modalità del loro incontro. L'Ulivi si rallegrò, dimenticando ben presto le vicissitùdini della giornata appena trascorsa.
"Ciao Dino, come stai? Ho un'irresistibile voglia di conoscerti personalmente!
Qui a Pantelleria c'è un clima stupendo; mio padre andrà in America, per affari, la seconda settimana di giugno. Attenderò con ardore la tua venuta lunedì quattordici del mese prossimo; dalle mie foto che possiedi potrai facilmente identificarmi: ti attenderò al terminal dell'aeroporto dell'isola. Alloggerai nel dammuso del piccolo Residence di proprietà della famiglia: sarà il nostro nido d'amore!
Avvertimi anticipatamente se non potrai raggiungermi per la data prestabilita; per quanto concerne il volo, consulta gli orari Alitalia. Per qualsiasi ulteriore chiarimento in merito, non esitare a contattarmi personalmente. Aspettandoti con ànsia, ti saluto calorosamente; un bacio, Susy".
Dino raggiunse il settimo cielo; sembrava avesse sniffato una pista di cocaina, da tanto era agitato.
"Evviva! Si parte! Che bello; e poi. sarai mia, mi supplicherai in ginocchio!", disse Dino, rivolgendosi alla fotografia della ragazza.
L'Ulivi non perse tempo; si connesse al sito internet della compagnìa aerea nazionale, prendendo nota degli orari dei voli: "Eccolo qua; dal primo al quindici giugno, da Milano Malpensa a Pantelleria. volo AZ8258. partenza ore nove e quindici con arrivo alle undici e zerocinque. Volo AZ8259 per il ritorno. Che spettacolo!", annotò su un foglio di carta.
L'accentuato stato d'euforia nel quale riversava, gli fece passare la voglia di cenare: si connesse al sito di Pantelleria nell'intento di carpire quante più informazioni possibili riguardanti l'isola.
Trascorse tutta la sera davanti al portatile; verso mezzanotte si coricò, addormentandosi a fatica dopo circa un'ora.
I giorni seguenti bruciarono come covoni di paglia fra il tran tran dell'attività lavorativa ed il dolce òzio della vita privata: "Ascolta Dino, ma è vera la storia di Pantelleria?", gli domandò Ivo, durante la pausa pranzo di un afosissimo giovedì.
"Si, te l'ho gia detto: fra quattro giorni partirò. Il Signor Bestetti mi ha concesso una settimana di ferie", replicò Dino.
"Non è che mi porteresti dietro? Non sono mai stato in Sicilia!", gli chiese Minaro.
"Ascoltami bene Ivo: non voglio e non posso farti venire con me. Ci vediamo già tutto l'anno, sia al lavoro sia in condominio. Almeno una settimana da solo, potrò farla? E poi ho come l'impressione che combineresti qualche tuo solito casino!", gli spiegò l'Ulivi pacatamente.
I due terminarono di pranzare: mentre stavano alzandosi dalle sedie, Ivo vide il portafògli di Dino fuoriuscire dalla tasca posteriore della sua salopette blu, senza destare alcun sospetto al legittimo proprietario. Minaro fece lo gnòrri, posandovi sopra il piede: quando l'Ulivi voltò le spalle al collega, questi raccolse l'oggetto in questione, infilandoselo in tasca.
"Vado un attimo in bagno a drenare la vescica!", disse Ivo al collega. Si chiuse in uno dei gabinetti, frugando affannosamente fra le paratie del portafògli, alla disperata ricerca dell'esatto indirizzo di Susy. Pochi istanti e lo trovò: un biglietto color rosa pallido, il quale riportava i dati personali della ragazza. Ivo prese la penna e trascrisse l'indirizzo sul proprio avambraccio, dato che la carta igienica era terminata.


Poco dopo Minaro raggiunse Dino in magazzino; con fare indifferente, fece scivolare il portafògli sotto uno scaffale di componenti elettronici: "Dino è forse tuo questo?", gli chiese furbéscamente Ivo, indicando con il dito l'oggetto di cuoio.
L'Ulivi si toccò la tasca posteriore della salopette, constatando la mancanza del portafògli; si chinò per verificare la legittima proprietà dell'oggetto: "Grazie Ivo, è il mio! Deve essermi caduto quando sono salito sul muletto", ringraziò profusaménte il collega: "Ti devo un giro di tequila!", gli disse Dino.
La giornata lavorativa terminò, come di consueto, alle diciassette; l'Ulivi invitò Minaro al bar di Dolores: "Oggi offrirò io! Per fortuna hai trovato il portafògli, altrimenti avrei dovuto rifare tutti i documenti; un vero macello a quattro giorni dalla partenza!", gli disse Dino.
Arrivarono a Baranzate; scesero dalla Space Star e si infiondarono nel piccolo esercizio: "Uè Dolores, tequila come se piovesse! Voglio pisciar alcol per una settimana!", sbraitò Ivo.
"Come mai. Ti hanno per caso aumentato lo stipendio?", replicò la bionda matròna, proprietaria del bar.
"Gli ho promesso il giro! Ivo mi ha trovato il portafògli oggi al lavoro", esordì l'Ulivi.
Dino, Ivo e Dolores trangugiarono un colmo bicchiere di tequila: "Alla vostra, ragazzi!", disse la donna. "Alla salute di Dino, che andrà a Pantelleria in ferie!", urlò Minaro, brindando con gli amici; rimasero un'ora abbondante nel bar, dopodiché rincasarono.
Nessun avvenimento di rilievo accadde fino il giorno della partenza di Dino: la sera di domenica tredici giugno l'Ulivi invitò a cena Minaro, nel proprio monolocale, per festeggiare l'imminente partenza.
Ivo si presentò con Federica, all'insaputa del padrone di casa: "Ciao Dino! Non sarai ancora arrabbiato con me", lo salutò l'amica.
"Hai visto chi ti ho portato in casa! Sei contento?", gli disse Ivo.
"Ciao Federica, come stai? Mi fa piacere vederti di nuovo! Avanti, accomodati!", la invitò l'Ulivi.
Il rancore cedette il posto ai ricordi dei bei tempi trascorsi assieme.
I tre amici cenarono in compagnìa di un buon risotto alla milanese ed un fiasco di rosso, portato all'occasione da Minaro, al quale fu regalato dall'oste del "L'è mìnga asèe", noto covo di alcolisti della bassa padana. L'allegria ed il buonumore riecheggiarono nella stanza; un'abbondante dose di Nardini, corretta da un buon caffè pose fine alla lauta cena. Gli amici salutarono Dino: "Mi raccomando, hasta la pinga siempre!", gli disse Ivo.
"Ma che significa?", gli chiese l'Ulivi, non comprendendo il significato di quelle assurde frasi proferite in lingua spagnola.
"Vuol dire che devi ciulare, pirla! Ciao pistola, tromba anche per me!", furono le ultime parole del Minaro.
"Ciao Dino, divertiti e fai il bravo; ricordati di inviarmi una cartolina!", gli disse Federica.
L'Ulivi salutò calorosamente gli amici i quali si accomiatarono verso le ventitre e trenta.
La mattina seguente Dino si levò prestissimo: erano le quattro, il sole non era ancora sorto anche se i primi bagliori di una flebile luce rischiarante l'orizzonte, oltre le case prefabbricate dell'edilizia popolare, lasciarono presagire lo splendore di quella giornata.
Dino non fece colazione; chiuse la propria valigia, occupata per la maggior parte da scatole di profilattici, assicurandola con una cinghia colorata; staccò l'antenna del televisore. Chiuse i rubinetti sia dell'acqua sia del gas e finalmente uscì dall'appartamento. Arrivò all'aeroporto internazionale della Malpensa con due ore di anticipo: "Andrò a fare colazione", si rincuorò.
Divorò due panini al crudo e bevve un caffè lungo; si diresse verso il tabellone elettronico delle partenze, verificando che il proprio volo non accumulasse ritardo. Estrasse il biglietto aereo controllando l'orario di partenza con quello indicato dal monitor. Prima di poter fare il check-in dovette attendere un'ora: "I Signori passeggeri del volo Alitalia AZ8258 con destinazione Pantelleria, sono gentilmente pregati di recarsi all'imbarco D4", risuonò due volte la voce dagli altoparlanti circostanti.


Finalmente giunse il momento dell'accettazione: Dino depositò il proprio bagaglio sul nastro trasportatore, facendo vidimare il biglietto all'addetta predisposta all'uopo, scegliendo un posto vicino al finestrino.
Alle otto e cinquanta l'Ulivi era comodamente adagiato nella poltroncina del gigantesco aeromobile. Alle nove e quindici in punto il McDonnell Douglas MD82 staccò il proprio carrello dalla pista dell'aeroporto milanese.
L'attenzione di Dino fu catturata dalla prorompente bellezza delle tre hostess di bordo; le ragazze in divisa gli fecero ribollire il sangue nelle vene; cercò immediatamente di imbastire un discorso con quella che ritenne la più carina: "Mi scusi Signorina, ma non ci siamo già incontrati sul volo per Budapest, il mese scorso?", s'inventò l'Ulivi.
"Non credo Signore! E' più di un anno che lavoro su questa tratta", gli rispose garbatamente.
"Ah, mi sembrava di averla già vista. Comunque lei è veramente una bella ragazza, complimenti!", le disse il maiale.
"Grazie Signore, ma non si entusiasmi troppo! Sono sposata con il comandante dell'aeromobile, se le interessa!", lo freddò Petra, piegandosi col busto in direzione dell'audace passeggero.
Dino rimase in silenzio. Dopo mezz'ora di volo, il personale servì uno spuntino; bevande a scelta e biscottini del "Molino Biolco": "Per me un caffè lungo, grazie!", ordinò Dino alla bella Petra, la quale soddisfò immediatamente le sue richieste.
Il viaggio si concluse quando l'aeromobile atterrò all'aeroporto di Pantelleria, ubicato nell'entroterra settentrionale: erano le dieci e cinquanta di una stupenda giornata; il vento, in coda al velivolo, gli fece risparmiare un quarto d'ora di tragitto, agevolando l'arrivo dei passeggeri in quell'incantata isola. Dino, prima di sbarcare, salutò in maniera impeccabile il personale di bordo femminile: s'inchinò al cospetto delle hostess, praticando il baciamano ad ognuna di loro; un nobile e rituale gesto che soléva usare tutte le volte che prendeva l'aereo. Fu così che incominciò l'avventura di Dino Ulivi.
La "Perla nera del Mediterraneo", è una delle più belle isole della penisola italica; famosa in tutto il mondo per la produzione dell'uva Zibibbo e Moscato, la qualità pregiata dei capperi, il mitico Passito di Pantelleria, è mèta ambita del turismo nazionale ed estero. Il clima tipicamente mediterraneo è caratterizzato da inverni miti ed estati torride; d'origine vulcanica, presenta una costa frastagliata e varia.
Simbolo ancestrale delle culture atàviche pantesche, che abitarono l'isola in tempi remoti, è il dammuso: queste singolari costruzioni in pietra lavica, con i tetti a cupola, hanno muri molto spessi in maniera da isolare termicamente l'ambiente interno dalla circostante temperatura. Questa particolare costruzione, consta di una sala, un cammarino e l'alcova; all'esterno trovano ubicazione il forno, il cucinino ed il giardino costruito in pietra, nel quale trovano rifugio alberi di limoni ed aranci, al riparo dall'attacco dei venti.
Dino recuperò il proprio bagaglio: quando uscì dall'area riservata ai passeggeri, fu folgorato da una bellissima ragazza bionda, vestita con un succinto abito color rosso fuoco. Era proprio lei, Assunta Di Gregorio-Custonaci, figlia del Conte di Sibà. Fu lei che riconobbe per prima il ragazzo: "Dino, sei tu?", gli disse, salutandolo con la mano.
L'Ulivi non credette ai propri occhi: "Si, sono io! Ciao Susy", replicò, deglutendo più volte di seguito, a causa dell'agitazione che attanagliò il suo intero corpo.
La bella figliola accolse Dino con un bacio: non il solito bacetto sulla guancia, com'è d'usanza fra due persone estranee, bensì un vero e proprio bacio bocca a bocca, con tanto di lingua, per giunta.
"Benvenuto nella mia isola!", gli disse Susy con voce sensuale.
"Piacere di conoscerti! In foto eri stupenda, ma in carne ed ossa sei divina!", le disse Dino.
Caricarono la valigia dell'ospite nel bagagliaio della lussuosa Mercedes di proprietà della ragazza: "Dai sali NRSU70; ti condurrò al tuo dammuso", gli disse Susy.
Si misero in marcia alla volta di Cala Tramontana, costeggiando l'estremità orientale dell'isola; era in quel magnifico luogo che la nobile famiglia possedeva i dammusi.


"Ti piace Dino, la bellezza della mia terra?", gli domandò Assunta.
"Moltissimo! Comunque apprezzo in particolar modo anche la bellezza del tuo corpo, e la dolcezza del tuo volto!", replicò l'Ulivi mentre osservava le sue gambe mozzafiato.
"Sei molto gentile, caro! Ho come l'impressione che trascorreremo una calda settimana!", gli fece intuire.
Susy era veramente una stupenda creatura: le superlative gambe, prorompevano dalla rossa minigonna; sebbene facesse caldo, la ragazza indossò per l'occasione un paio d'autoreggenti color avorio, in maniera tale da enfatizzare i lineamenti dei propri arti inferiori.
Le lucide scarpe a punta, in tinta con l'abito, erano dotate di monumentali tacchi; le carnose labbra rosso sangue ed il colore paglierino dei capelli le conferivano un aspetto seducente ed affascinante: una vera mangiatrice di uomini. L'oro abbondava profusaménte sulle mani e sul collo di Susy; Dino la osservò attentamente, ed in men che non si dica il suo membro divenne turgido.
"Siamo quasi arrivati: vedrai che bel posto!", gli disse la bionda.
Questa volta lo sguardo dell'Ulivi si soffermò sul prosperoso seno della bella pantesca; avrebbe voluto accarezzarglielo, con lenti movimenti delle mani. Pensò inoltre di adagiarvi il proprio membro, soffocandolo in quelle morbide colline di carne. L'espressione facciale di Dino, intento a farneticare in laidi pensieri, ricordava quella del mitico Alvaro Vitali nei panni di "Pierino", famosa saga di lungometraggi da lui interpretati negli anni settanta; la stessa faccia da ebete, il medesimo sguardo da pesce lesso: "Pierino" Ulivi fu colto in flagrante dalla conducente dell'auto. "Ma Dino, costa stai guardando?", le chiese Susy, sorridendo.
"Niente, niente, .stavo ammirando il paesaggio. La verità è che hai un bel seno!", le rispose Dino.
"Dino, Dino, sei proprio un bel porcellino!", aggiunse Susy.
Arrivarono al Residence "Red lobster beach, sun & fun" di Cala Tramontana: "Baciamo le mani, Signorina Di Gregorio!", la salutò Salvatore, il guardiano del Residence, vedendola arrivare a bordo della propria imponente vettura.
"Buongiorno Totò, mi apra il cancello per favore, abbiamo ospiti!", gli disse la ragazza.
Arrivarono davanti al dammuso predestinato all'ospite. Dino prese la propria valigia ed entrambi varcarono la soglia dell'abitazione: "Che bello, non ho mai visto niente di simile!", proferì l'Ulivi.
"Sono contenta che ti piaccia; sarà la tua casa per l'intera settimana!", gli disse Susy.
Mentre Dino era indaffarato a riporre i propri indumenti nell'armadio, Susy mise alla prova l'ospite, provocandolo ripetutamente: si appoggiò contro la parete dell'alcova, accorciando con entrambe le mani, la succinta minigonna, nell'intento di far risaltare il pizzo autoreggente dei candidi collant. L'Ulivi intuì le sue intenzioni ma volle ripagarla con la stessa moneta; anziché cedere alle tentazioni della carne, cercò di far finta di niente: "Questa mi sta provocando, ci sa fare la tipa, ma ha trovato pane, .anzi pene per i suoi denti.", cogitò in mente sua.
"Fa caldo qui, non trovi Dino?", gli disse, facendo scivolare le spalline del vermìglio abito lungo le braccia.
"Hai ragione, ho le gambe tutte sudate!", le rispose, cogliendo l'occasione per sfilarsi i jeans che indossava. La possente "matranga" dell'Ulivi era visibilmente scolpita a mo' d'altorilievo nelle sue mutande; Dino era eccitatissimo, ma cercò di non darlo a vedere. Anche la ragazza, alla vista di cotanta naturale opera d'arte, si eccitò ancor di più: staccatasi dal muro, s'avvicinò al ragazzo ancheggiando sinuosamente. Mise il proprio petto a stretto contatto con quello di Dino e guardandolo languidamente negli occhi, posò la mano sull'ipertesa verga, impugnandola con decisione, saggiandone in cotal modo la consistenza.
Dino lasciò fare, rimanendo nel più assoluto silenzio, pensando fra sé medesimo: "Come le deve piacere l'uccello a questa ragazza. E' una vera professionista, sono proprio fortunato!".
Susy si sfilò l'intero abito, rimanendo in reggiseno, mutandine, autoreggenti e scarpe rosse; Dino si calò gli slip, e si sfilò la maglietta: "Metti la testa a posto, da brava!", le disse con tono da maschio dominatore. La ragazza obbedì, accovacciandosi al cospetto di Dino, con la bocca all'altezza del suo membro.


L'Ulivi accarezzò il capo di Susy, dopodiché, poggiando le proprie mani, una per parte, sugli zigomi della bella creatura, guidò i movimenti del suo volto, introducendo nel caldo palato di quell'assatanata bocca, il proprio pene.
Il più bel blowjob finora mai ricevuto, fu interrotto per volontà del ragazzo: Susy stava per accogliere il seme dell'Ulivi all'interno della propria cavità orale quando Dino, memore del suo provocante comportamento, reagì di conseguenza. Poco prima di eiaculare, estrasse dalla bocca dell'amante il proprio membro; cominciò a masturbarsi sotto lo sguardo infuocato della ragazza, riversando il proprio sperma sull'altra propria mano, quando raggiunse l'orgasmo. Non permise che Susy assaporasse nemmeno un'unica goccia del vitale nettare, lasciando che il desiderio e la bramosìa s'impadronissero completamente della sua debosciata mente.
"Non si fa così, Signor. A proposito, qual è il tuo cognome?", gli domandò Assunta.
"Il mio nome è Dino Ulivi, meglio conosciuto come lo sventrapassere di Baranzate!", le rispose, con voce impostata.
"Vedo che ti piace giocare duro, Signor Ulivi!", proseguì Susy.
"Anche tu non scherzi affatto, baby!", incalzò Dino, accennandole un sorriso.
A Susy piacque il comportamento dell'Ulivi; finalmente aveva trovato un ragazzo maturo, capace di controllare il proprio istinto sessuale. Era da tempo che cercava un amante così, dolce ma forte, schiavo e padrone; un vero "osso duro" capace di farla godere sia fisicamente che mentalmente.
La residenza padronale della famiglia Di Gregorio-Custonaci trovava ubicazione a Khamma, un paese poco distante dal luogo dove i due si trovavano: "Hai voglia di vedere dove abito?", gli domandò Susy.
"Certamente! Mi hai parlato così bene della tua tenuta, quando ci frequentavamo via internet", le rispose Dino.
"Andiamo, pochi minuti d'auto e saremo arrivati!", gli disse.
Salirono sulla lussuosa vettura, risalutarono Totò, ed in breve tempo arrivarono a destinazione: "Che spettacolo! Ma è veramente casa tua?", le chiese meravigliato.
"Certo, a dire il vero è di mio padre, comunque io risiedo in famiglia".
"Bentornata, Signorina Assunta!", la salutò Tonuzzo, il guardiano della tenuta.
Susy parcheggiò nell'ampio box, annesso al capanno degli attrezzi, in maniera tale da non esporre la vettura alla calura pomeridiana.
Erano le tredici e trenta, quasi l'ora di pranzo: "Hai voglia di fermarti qui a mangiare qualcosa?", lo invitò la ragazza.
"Come potrei dirti di no, tesoro mio!", le rispose l'Ulivi, entusiasta del luogo nel quale si trovava.
Entrarono in casa; furono accolti da Don Carmelo, cognato di Assunta: "Buongiorno Susy, e buongiorno anche a lei, illustrissimo Signore!".
"Dino, ti presento mio cognato: Carmelo Sciammauorrota-Maranzano, marito di mia sorella Annunziata", gli disse Susy.
L'Ulivi s'inchinò al cospetto del nobile Signore: "Molto lieto Don Carmelo, piacere di fare la sua conoscenza; io sono Dino Ulivi, un amico di Susy", disse timidamente.
"Benvenuto nella tenuta di mio suocero; prego s'accomodasse, ah!", lo invitò il nobiluomo facendo un ampio cenno con la mano, nell'intento di farlo avanzare.
"Annunziata! Annunziata! Scinn abbasscc ca' tenimm' a ggente!", sbraitò Don Carmelo in stretto dialetto.
La sorella di Susy, udito lo schiamazzo del marito, lasciò il proprio appartamento, ubicato al piano superiore; la bella Signora mora, scese lentamente la rampa di scale: indossava un lungo abito color lilla, attillatissimo, tempestato di pietre preziose. Ancheggiava come una danzatrice del ventre, mettendo in bella mostra le rotondità del proprio statuario corpo; una vera meraviglia della natura. Anche se più magra della sorella, ricordava vagamente Mortisia Addams. Dino rimase colpito dalle meravigliose ed affilate unghie, dipinte con uno smalto color cinabro.


Nel vedere cotanta bellezza l'Ulivi la saluto con il ritornello di una canzone sarda: "Cantarà, te o Signora! L'inno de s'Annunziata", cantò con voce impostata.
Sia Susy sia il cognato rimasero letteralmente spiazzati dal comportamento di Dino; si guardarono entrambi negli occhi, scrollarono le spalle e cercarono di far finta di niente.
Quando Annunziata raggiunse finalmente il gruppo di persone, Dino s'inginocchiò al suo cospetto, praticandole il baciamano: "Buongiorno ammirabile creatura; il mio nome è Dino Ulivi e vengo dal profondo nord! Piacere di fare la vostra conoscenza", le disse con tono da Dongiovanni.
Susy s'irritò un poco, lanciando occhiate minacciose a Don Carmelo: "Che minchia e minchia! Cu fù 'sta conferenza? Uora, uora a schifio finisse! Annunziata, trasite accà uorrà, accanto ammìa, ah!", urlò irritato il nobile, ingelosito dal comportamento dell'Ulivi.
"Perdonatemi Don Carmelo, non volevo ferirvi nell'onore! Volevo solamente fare i complimenti alla vostra consorte!", si scusò Dino, il quale rimase ammaliato dal fascino della donna.
"Ehhh, accetto le vostre scuse, ma prestate attenzione! Noi siciliani siamo di temperamento sanguigno e focoso. Tenete a freno la lingua, lo sguardo e soprattutto le mani! Intesi, ah?", lo minacciò Don Carmelo.
"Ma Carmelo, è stato, a modo suo, gentile! Mai nessuno mi salutò così prima d'ora: si vede che viene dalla grande città!", disse Annunziata.
Susy cercò di sdrammatizzare la situazione, forviando la discussione: "Cosa c'è di buono da mangiare, oggi?", chiese al proprio cognato.
"La cuoca preparò un menù tipico isolano!", le rispose.
"Io ed il Signor Ulivi rimarremo a colazione; spero non abbiate nulla in contrario!", esclamò Susy.
"A me fa piacere; è molto tempo che non riceviamo ospiti", replicò Annunziata.
"In fondo è un picciotto simpatico, un po' audace ma simpatico!", rispose Don Carmelo, dando a Dino un sonoro scappellotto sulla nuca, come se volesse fargli capire di non "alzare la cresta" più del dovuto.
S'accomodarono nella sala da pranzo: la servitù offrì loro abbondanti porzioni di pasta, carne e pesce, il tutto accompagnato da vini tipici dell'isola. Stavano degustando un prelibato secondo piatto di pesce, quando Tonuzzo fece la propria comparsa all'interno della sala: "Avanti!", disse a gran voce Don Carmelo.
"Perdonate padroni, ma c'è una persona all'ingresso che desidera conferire con la Signorina Assunta, e chiede inoltre di un certo Ulivi.", disse l'inserviente con un filo di voce.
L'atmosfera si raggelò: "Fatelo accomodare; prima però prendete le dovute precauzioni, mi raccomando!", ordinò Susy a Tonuzzo.
Susy e Dino bisbigliarono fra loro: "Cosa c'entro io?", domandò l'Ulivi meravigliato.
"Strana faccenda! Non ti avranno mica pedinato.", disse Susy.
Tonuzzo perquisì accuratamente l'inaspettato ospite; quando ebbe concluso lo accompagnò alla tenuta: "Va che bel posto!. Però l'Ulivi è meno pirla di quanto pensassi! Certo che anche te, .non sono mica un delinquente, Bagulùn del luster!", urlò l'ospite guardando minacciosamente Tonuzzo, il quale capì meno della metà delle parole proferite dalla sua bocca.
Il guardiano bussò alla porta della sala da pranzo: "Fate entrare il forestièro!", gridò il Sciammauorrota. La porta s'aprì, e comparve al loro cospetto un individuo mal vestito; barba incolta, camicia fuori dai pantaloni, jeans stracciati e scarpe da tennis: "Ciao pistola! Hai visto che bella sorpresa ti ho fatto?", disse Ivo Minaro all'amico Ulivi.
Dino nascose il proprio volto, coprendolo con entrambe le mani: "Quell'idiota, anche qui! Ma gli avevo detto di non rompermi i co..", blaterò.
"Uè, buongiorno a tutti voi Signore e Signori! Ciula mister, complimenti per la baracca!", disse Ivo, rivolgendosi a Don Carmelo.
"Cu fù chisto fetuso? Compare vostro iè?", s'indignò il nobiluomo, rivolgendosi all'Ulivi con disprezzo.


"Don Carmelo, veramente. è il mio vicino di casa. A dire il vero non so come abbia fatto a raggiungermi!", s'adirò Dino, puntando in malomodo lo sguardo verso Minaro.
"L'ospite è ospite; sacro è! Tonuzzo, fatelo accomodare e dite alla cameriera di preparare un coperto per il Signor.", ordinò Don Carmelo.
"Ivo Minaro, piacere!", si presentò il ragazzo, stringendo la sudicia mano a tutti i presenti nella sala, ad eccezione di Dino.
Le donne rimasero meravigliate dall'animalesco comportamento del Minaro; fecero comunque finta di nulla, continuando a mangiare con indifferenza, anche quando sonore flatulènze furono eruttate con inaudita ènfasi dalla bocca dell'ospite.
Le persone parlarono di futili argomenti per tutta la durata del convìvio; Minaro s'ingozzò come un porco, aiutandosi con le mani anziché con le posate d'argento massiccio: "Buono sto polipo! Uè Carmelo, ti tratti bene eh, vecchio puttaniere!", gli disse in tono scherzoso, con la bocca piena di cibo.
La precaria situazione di tolleranza e sopportazione, nei confronti di quell'animalesco ospite degenerò quando Minaro utilizzò la ciotola contenete l'acqua per sciacquarsi le dita, come bicchiere personale: Ivo prese con entrambe le mani l'oggetto dello scandalo, bevendo l'acqua contenuta in essa, grifandola tutta d'un fiato, proprio come un maiale trangugia il pastone nel proprio trògolo, asciugandosi successivamente la bocca con l'intero avambraccio, soffiandosi il naso utilizzando il tovagliolo ricamato con fili d'oro zecchino e terminando l'osceno spettacolo con un sonoro rutto, volontariamente richiamato dal profondo dello stomaco.
"Ma insomma, che schifo di persona è lei! Un vero zòtico!", s'indignò Annunziata.
"Fuori da casa nostra, branco di animali! Prima stu fetuso che fa lo cascamorto con la mia Signora, poi stu animale che mi da del puttaniere e rutta come un facocero in casa di mio suocero! Ma che minchia di amici frequentasti?", s'infuriò Don Carmelo con Assunta.
"Dai ragazzi, salutate mia sorella e suo marito; è giunto il momento di andare, forza!", disse Susy ad entrambi gli ospiti, spingendoli fuori dal locale.
"Ma guarda che idiota che sei! Il solito pirlone! Come ti permetti di tenere un simile comportamento in casa altrui!", ammonì severamente Dino, il proprio collega nonché vicino di casa.
"Perdonatemi per il comportamento dell'idiota, Don Carmelo e Donna Annunziata, mi scuso io a nome suo.", cercò di salvare la faccia l'Ulivi.
"Lei mi sta simpatico, ma il suo amico è una vera latrina!", gli rispose la nobildonna.
Susy prese sottobraccio gli ospiti, uno per parte, trascinandoli fuori dalla villa: "Ci vedremo più tardi Carmelo; ciao Annunziata!", salutò i parenti.
La ragazza condusse le persone verso il box; prima di salire in macchina si rivolse a Dino con tono di superiorità: "Chi è quest'imbecille! Come hai osato fare entrare in casa mia un simile animale?", gli domandò, puntando l'indice contro l'ingenuo Minaro.
"Oh, fata Morgana! A chi hai dato dell'imbecille?", replicò Ivo, rivolgendosi ad Assunta.
"Taci idiota! Ora devi ad entrambi una convincente spiegazione!", lo riprese Dino: "Mi spiace veramente Susy, io non ero a conoscenza delle intenzioni di Ivo", si scusò l'Ulivi.
"Niente! Ti ricordi quel giorno, quando ho trovato il tuo portafògli? L'ho visto scivolar fuori dalla tasca posteriore della tua salopette, così lo raccolsi e frugai all'interno alla disperata ricerca dell'indirizzo di sto tocco di gnocca. Successivamente te lo riconsegnai, gettandolo sotto lo scaffale, facendo finta di niente. così eccomi qua! Facile vero?", raccontò loro Ivo.
Dopo tutto Minaro non era così idiota come sembrava: "Sporco traditore, lurido infame! Ti avevo raccomandato di lasciarmi stare almeno per questa settimana!", s'adirò l'Ulivi.
"Dove sei alloggiato?", gli chiese Susy.
"Ma cosa me ne frega a me dell'alloggio, sono appena arrivato da Milano, bella principessa!", le rispose Ivo.


"Dino, questo è amico tuo perciò ne sarai responsabile! Dormirà nel dammuso con te, prendere o lasciare!", lo freddò la ragazza.
L'Ulivi ebbe un conato di vomito: "Cooooosa? Insieme a me! Anche qui?", replicò il povero Dino.
"Dai, salite in macchina; vi accompagnerò al Residence", disse loro la bella Susy.
In poco tempo giunsero il "Red lobster beach, sun & fun" di Cala Tramontana: "Ragazzi, aprite bene le orecchie: dormirete entrambi nel dammuso che ho assegnato a te, Dino. Noi ci vedremo domani sera. Ovviamente non metterete più piede in casa mia. Non ce l'ho con te, Ivo, anche se ti sei comportato da vero suino; mia sorella e suo marito sono delle persone un po' all'antica, cultori del galateo, delle formalità e del bon ton in genere. Vedrò di organizzare una festicciola qui da voi nei prossimi giorni. Fate i bravi nel frattempo; ciao, a domani!", disse loro la ragazza; risalì in macchina e sfrecciò via a tutta velocità.
"Non dirmi niente, Ivo!", lo mise in guardia l'amico.
"No, volevo solo farti notare che la tipa è tagliata per certe cose, mi sembra in gamba! Questa ci organizzerà il delirio, lo sento!", gli disse.
"A proposito te la sei già ciulata?", aggiunse Ivo.
"Non sono affari tuoi!. Comunque le piace il mio bastone!", gli fece intuire Dino.
"Vecchio porco, l'hai già stantuffata a dovere?", insinuò Minaro ridacchiando.
L'Ulivi annuì con un cenno del capo, socchiudendo gli occhi in segno d'approvazione.
"Ascoltami bene Ivo: tu dormirai qui, ma durante la giornata non dovrai starmi accanto. Non ti vorrò vedere per tutta la settimana, ci sei?", gli rammentò Dino.
"Va bene, come vuoi pirlone; adesso me ne andrò un po' in giro qui intorno, a verificare come sono messe di carrozzeria le manze del luogo. Ciao!", lo salutò Ivo, sbattendo alle proprie spalle la porta del dammuso.
Erano quasi le diciassette di una caliente giornata di giugno: Dino decise di perlustrare il Residence, in maniera tale da ambientarsi. Indossò un abbigliamento adeguato alla temperatura esterna, e s'incamminò lungo il viale principale che conduceva in spiaggia. Per tutto il pomeriggio gironzolò indisturbato, osservando ogni minimo particolare della struttura turistica, turiste comprese. Al bar della piscina più piccola conobbe una bella Signora francese, in vacanza sull'isola con il figlioletto di cinque anni. Nicole era una donna incantevole: un fisico mozzafiato faceva ricadere sul proprio corpo lo sguardo di tutti gli uomini, Dino compreso. Un seno prosperoso, contenuto in un costume intero, color giallo fluorescente, mandava in visibìlio anche i maschi più attempati; i lunghi fulvi capelli, sospinti nell'aria dalla rinfrescante brézza di mare, profumavano di salsedine: era un vero piacere avere al proprio fianco una femmina d'una così prorompente bellezza: "Buongiorno Signora, posso offrirle un drink?", esordì l'Ulivi con aria indifferente.
"Perché no! Signor.".
"Incantato; mi chiamo Dino Ulivi e sono qui a Pantelleria in ferie", si presentò il giovine.
La donna fece altrettanto, replicando in un francese italianizzato: "Piacere Dino; mi chiamo Nicole Lefebvre, risiedo a Parigi e sono in vacanza in Italia con mio figlio Pierre, quel bambino laggiù", indicando con il dito il proprio pargoletto, intento a giocare allegramente con l'acqua della piscina.
I due conversarono del più e del meno per un'ora abbondante, sorseggiando un bicchiere di Passito. Il sole stava quasi completando l'arco della propria quotidiana comparsa, quando Nicole richiamò Pierre; il bambino ubbidì alle parole della madre, raggiungendola al bar.
"Dino, si è fatto tardi. Sarà meglio rientrare", si scusò la donna.
"Posso accompagnarti?", chiese garbatamente Dino alla bella francesina.
"Certamente! Siamo alloggiati in un dammuso, poco distante da qui", gli rispose Nicole.
"Che coincidenza; anch'io mi trovo in un dammuso! Il numero 1540 per l'esattezza!", aggiunse Dino.


"No! Noi alloggiamo al 1542. Siamo quasi vicini di casa!", gli disse la donna, sorridendo con gioia.
Quando arrivarono all'uscio del dammuso di Nicole, l'Ulivi saluto dapprima Pierre, accarezzandolo