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Il cinquantotto
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Titolo: Il cinquantotto
Autore: Craving4fetish
Contatto:
Racconto n° 2711
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La vidi di spalle, immobile, a fissare il vuoto da quella finestra che dà sulla strada.

La conoscevo bene la mia casa d'infanzia. Sapevo quando urlava di gioia. Sapevo i suoi segreti intimi. Sapevo come risuonava, se stimolata. Sapevo perfino come scricchiolava imbarazzata, quando si stupiva di fronte a fatti insoliti che accadevano al suo interno.

Era notte fuori e faceva freddo. Molto freddo.
Le luci del soggiorno erano spente, ma quelle arancioni della strada si disegnavano sui muri scotopici.
Il cinquantotto, quello che dal centro fa il giro delle vie eleganti per poi scomparire nella sbiadita indifferenza della periferia cittadina, si fermava proprio davanti a casa: prima attendeva che i passeggeri entrassero e scendessero dal mezzo, poi chiudeva le porte ed aspettava pazientemente il verde; quando arrivava ripartiva immediatamente. Il rito si ripeteva regolare e noioso, tutto rigorosamente col motore al minimo.

Quando quell’autobus monocolore era fermo faceva curiosamente risuonare i gelidi vetri della finestra, che tremavano.
Forse erano le serrande di legno, forse lo stucco datato, forse il meccanismo di chiusura un pò lasco, qualunque fosse la causa quei vetri tremavano, eccome tremavano.
E lei lo aveva capito bene.

Non la vedevo bene, era in controluce: vedevo solo il contorno netto ma armonioso del suo corpo, quello che dalle lunghe gambe toniche prepara i fianchi da urlo, si stringe poi con due mezze lune sopra il bacino, si riapre nel busto e fa intravedere le colline verticali del seno, per poi confondersi con i capelli a caschetto, quelli di moda negli anni trenta.
L’alone appannato seguiva quella linea netta come un’ombra che si espande sul vetro, mentre sotto il bacino si strisciava in piccole gocce di condensa.

Mi accorsi che non si muoveva, e vidi che il volto non era rivolto verso la strada, bensì girato su di un lato, con la guancia sinistra appoggiata al vetro. Si disegnava un origami opaco, che partiva dalle labbra per sbiadire gradatamente lontano: cambiava ad ogni lento respiro.
Gli occhi erano chiusi.
Le mani con le dita aperte erano saldamente aggrappate al vetro, lontane dalle spalle, a formare una X con le gambe aperte.

L’autobus si ingravidò di pochi passeggeri ignari, mentre la mia donna approfittava della loro lentezza, poi chiuse le porte aspettando il verde.
Lei sembrava immobile, eppure lentamente espirava trepidazione, inspirava sesso proibito.
Arrivato il verde l’autobus accelerò. Lo stesso fece il tremolio del vetro che le provocò un fremito breve, ma intenso.
Poi la frequenza di vibrazione aumentò fino al punto da non provocare più alcun effetto, e conseguentemente lei rilassò i polmoni facendoli sgonfiare esattamente come lo fa un palloncino che non più sigillato all’improvviso vola via.

L’autobus si allontanò.
Mi avvicinai e mi accorsi che era nuda, il seno e la clitoride schiacciate al vetro, i capezzoli duri e colorati come pietre preziose.
Rilassò le spalle, poi il bacino. Lo allontanò dal vetro quel che bastava affinchè le sue mani potessero prima raggiungere e poi percorrere le cosce vogliose di caldo e vita, per non smettere di sognare visto che il vetro era caduto in un freddo letargo apatico.
Vedevo dalle sue smorfie i pensieri luridi che la possedevano, di sesso inebriante, di cazzi che sapevano dove dirigersi, di fantasie piene di fango, quello che ti pianta le unghie nell’anima e non ti molla più.
Eppure quel corpo da diva, delineato da una silhouette come fosse scolpita nel marmo, non si muoveva eccetto per le sue dita che, instancabili, esploravano la zona del piacere in cerca di qualcosa, ma saccentemente senza trovarlo.

Chissà quanti autobus erano passati, chissà da quanto tempo aveva iniziato quel gioco perverso, interagendo con la realtà esterna, ma gelosamente restando barricata nella sua intimità.
Sembrava che si fosse abituata a quel ritmo, spezzato solo dal minimo del motore dell’autobus di turno, a quell'ora sempre con pochi ma preziosi passeggeri che ne ritardavano la partenza e a volte facevano anche scattare il semaforo, prolungando la piacevole agonia.

Il freddo del vetro le aveva arrossato il corpo, ma il suo calore interno le aveva sporcato le cosce di rivoli di nettare dolce e salato.
In quel momento desideravo solo aiutarla a moltiplicare le sue fantasie; sapevo che non mi avrebbe rifiutato, e le offrì un'alternativa alle sue meravigliose dita.
Le appoggiai il mio membro enorme all’inizio della parte posteriore della fessura, ma senza penetrarla.
Lei si fermò solo per un secondo: evidentemente non mi aveva sentito, era davvero nel suo mondo.
Poi senza esitazione staccò la sua mano destra dal centro del piacere per percorrerne all’indietro, inarcando leggermente la schiena, tutta la sua lunghezza fino ad afferrare la mia cappella gonfia. La aggrappò alla base con i polpastrelli bagnati e poi dopo averlo accarezzato dolcemente incarnò le unghie alla francese, così da comunicarmi che non potevo permettermi di sfuggirle.
Fece il percorso inverso con il prezioso bottino fino a far sbattere la cappella contro il vetro freddo.
Me lo bagnò tutto, come la senape che cola sull’hot dog: me lo sentivo caldo, vivo.
Lasciò la presa, alzando la mano e muovendola verso il suo fianco, dietro di lei, dietro di me, per poi conficcarmi le stesse unghie decise ma tenere nelle mie chiappe vergini, intimandomi con un discorso silenzioso ma chiaro di muovermi lentamente, con metodica costanza.

Non si faceva penetrare, ma usava il mio corpo come fosse uno scivolo di lussuria: più si strusciava più sentivo che il diavolo assetato di sesso che la possedeva ci provava gusto.
Cavalcò quell’asta che voleva scoppiare per il tempo necessario all’arrivo dell’autobus successivo, aumentando la sua voglia di cento, mille, diecimila volte: i suoi mugugni erano inequivocabili.

Appena vide l’autobus sopraggiungere dall’incrocio in fondo alla via mollò la presa, e mi spinse via col bacino all’indietro, dimenticandosi di me e concentrandosi nuovamente sul vetro, anelando alla vibrazione che sarebbe arrivata di lì a poco, la resurrezione di una folle storia d’amore.

Ballò il tango della lussuria, sapientemente gustando il momento, senza preoccuparsi di aprire gli occhi, fino a raggiungere l'estasi totale.
Sentì le sferzate della frusta che aveva in corpo divertirsi a percorrerle la spina dorsale, come se fosse la coda di un cavallo imbizzarrito.

Quando si girò mi guardò dritto negli occhi, mordendosi il labbro inferiore. Rimase a fissarmi come se fosse riuscita a dominare il tempo, a riaccelerarlo per ritornare sulla terra ferma.

Senza distogliere lo sguardo, senza proferire parola, se ne andò.
Vidi il suo corpo statuario allontanarsi.
Le gambe si incrociavano ad ogni passo, facendo muovere il bacino come fosse una barca in rada.
Sentì i tacchi alti e dritti scandire il tempo che aveva ripreso a correre, per poi affievolirsi nuovamente, nonostante camminasse a tre metri d’altezza: non era ancora tornata sul nostro pianeta e si stava godendo la sua estasi in solitudine.

La voglia di moltiplicare il suo desiderio era stata appagata.
Ora dovevo provvedere a soddisfare la mia: la casa si sarebbe stupita di quanto avrebbe scricchiolato imbarazzata quella notte.