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Ansia
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Titolo:
Ansia |
Autore:
Luah |
Contatto:
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Racconto
n° 2712 |
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Mi stava venendo un po’ d’ansia. Non avevo voglia di andare a quel cocktail, ma mio marito aveva tanto insistito perché lo accompagnassi e cosi avevo messo di malavoglia il mio tailleur nero Chanel, un filo di perle, decolleté nere Manolo, capelli presi in uno chignon morbido. Poco trucco, insomma, volevo essere invisibile, non avevo voglia di parlare con nessuno, al massimo potevo sorridere alle battute idiote che avrebbero fatto tutti quei manager d’assalto accompagnati dalle mogli inutili. Eravamo al primo giro di Bellini, sorridevo meccanicamente stringendo la mano a chi Andrea mi presentasse, ma non registravo, non poteva importarmi di meno. Sentivo le voci in off, ma decisamente non c’ero. Poi, da lontano, sento la voce di Andrea che mi dice - questo é Marco, abbiamo parecchi progetti insieme - meccanicamente stendo la mano, però il sorriso mi si congela. Riesco a farfugliare un - Piacere Luisa – e con odio mi rendo conto di arrossire. Marco! Maledizione, a me aveva detto di chiamarsi Alessandro... cado nel vortice della realtà sperando che nessuno s’accorga del cambiamento. Andrea e Marco continuano a parlare e parlare, ma davanti a me è sparita la gente, i camerieri che fino a pochissimo tempo fa danzavano tra le persone con i vassoi, le voci si allontanano, le luci si smorzano e mi rivedo arrivando in quella radura dove c’era già parcheggiata la vecchia Mercedes di Marco, che a me aveva detto di chiamarsi Alessandro... ricordo i primi sorrisi imbarazzati, c’eravamo conosciuti in una chat poi, beh... cosa leva a cosa, avevamo scambiato le fotografie, c’eravamo parlati per telefono, lui m'aveva detto che abitava in un'altra città, che aveva una moglie molto più vecchia, un matrimonio di facciata... scopro adesso che é quasi mio vicino, sua moglie è una sgallettata finta bionda più giovane di me. La situazione precipita, Andrea li sta invitando a cena, dice che cucino benissimo. Marco sorride come il gatto di Alice: lui sparisce, ma continuo a vedere il suo sorriso, poi si sovrappone il film di noi entrando in quella casa al mare, il cambiamento improvviso e programmato. Dentro di me ho sentito la mia voce che lo chiamava “padrone” e lontano le onde rompendosi sul molo. Il tormento finisce, qualcuno sale sul podio e parla al microfono, macchinalmente afferro la mano di Andrea: – Andiamo a fare un giro? – Cominciamo ad avviarci verso il salone accanto, una pianista sta suonando arie da “La traviata”, mi viene da ridere, dico ad Andrea che vado a cercare il bagno. Improvvisamente tutta la mia sicurezza sparisce, mi sento come se stessi camminando nel cotone, nella schiuma, i movimenti legati, il respiro corto. Non so come, ma arrivo in bagno, mi chiudo dentro, frugo nella borsa, le mani mi tremano, riesco ad aprire il porta-pillole ed ingoio un lexo a secco. Mi appoggio con le due mani al lavandino e mi guardo nello specchio, ma lo specchio non c'è più, c'è la stanza delle torture di Alessandro, ci sono i ganci appesi al soffitto, le fruste, gli specchi, e sento che mi sto bagnando, passo la mano sulla pancia piatta e mi sento come se fossi in quella stanza, mi sento sospesa, come se stessi aspettando il prossimo ordine del mio padrone. Poi la maniglia gira, la porta non si apre, lo specchio torna ad essere uno specchio e mi rimanda la mia immagine di bella donna impassibile e fiera, respiro a fondo apro ed esco. Trovo immediatamente mio marito, riprendo il mio posto di moglie perfetta. Ma per tutta la sera non riesco a dimenticare come Marco riuscisse a prolungare all’infinito quella sensazione meravigliosa che é passeggiare sul borderline tra dolore e piacere, come sapesse esattamente dosare la sua perversione, che poi era anche la mia. Era?! Ormai l’ansia e non solo quella, sta crescendo. Non è servito cambiare numero di telefono, cancellare la mail attraverso la quale ci corrispondevamo, sparire insomma. Mi ha ritrovata e ha tutto a suo favore. Mi mancano da morire quei pomeriggi di contrabbando in cui giocava con il mio corpo e quando m'infilava nel culo una specie di gancio ad esse con una pallina all'estremità... poi legava i mie lunghi capelli all'altra estremità obbligandomi a stare immobile, la testa all'indietro, la schiena arcuata, offrendogli meglio la fica e la bocca. Senza rendermene conto lo sto cercando nella sala quando sento la sua voce dietro di me – Luisa, eh? Pensavo ti chiamassi Laura! Dovrò punirti per questo! - Mi viene da ridere, ride anche lui e in quel momento so per certo che torneremo a scopare selvaggiamente su tutti mobili di quella casa al mare.
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