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Ichnusa, dolce terra di desideri
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Titolo:
Ichnusa, dolce terra di desideri |
Autore:
Don Landis |
Contatto:
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Racconto
n° 277 |
Altri
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Quella tiepida mattina di un lunedì d'ottobre, la delegazione composta dall'Ingegner Motta, il Signor Ravàn ed il Dottor Grenzi, si recò presso la sede del nuovo prestigioso cliente, faticosamente acquisito dopo duri mesi di sode trattative: il gruppo "VideoItalia S.p.A.", deteneva il monopolio delle trasmissioni televisive sull'intera penisola del "bel paese", per un ingènte giro d'affari di migliaia di milioni d'euro l'anno. Il Signor Motta era l'amministratore delegato di una società di servizi, che si occupava, fra le molteplici attività, della taratura di strumentazione elettronica, possedendo al proprio interno un laboratorio certificato SIT (Servizio Italiano Taratura), riconosciuto dall'Istituto Elettrotecnico Nazionale "Galileo Ferraris" di Torino, sommo vate della metrologia nazionale. La società Olandese "Van den Renkum", magistralmente capitanata da Maurilio Motta, si era accaparrata l'appalto triennale per la taratura dell'intero parco strumenti di VideoItalia, impegnandosi a soddisfare le esigenze del colosso televisivo in tutte le proprie sedi dislocate sull'intero territorio nazionale. L'Ingegner Motta aveva dovuto acquistare persino un'unità mobile di taratura, un furgone attrezzato all'uopo, per adempiere i patti stipulati con la controparte. Mentre i tre dirigenti erano a bordo della Bentley di "padron Motta", questi rammentò loro: "Mi raccomando, lasciate che sia io a proferire l'ultima parola! Non contrariate le mie decisioni, qualunque esse siano!", li ammonì severamente. "Come desideri, Maurilio: sai che determinate mansioni sono di tua competenza!", gli rispose Giulio Grenzi. Giunsero nel quartiere generale di VideoItalia, a Vimodrone, un paese a ridosso della più conosciuta città di Mediolanum. Furono fatti accomodare nell'ufficio dell'Ingegner Maristelli da Rebecca, un bellissimo pezzo di figliola bruna, alta quasi un metro e novanta: "Prego Signori l'Ingegnere vi attende!", disse loro con tono gradevole. "Grazie mille Rebecca!", si esaltò il buon Marcello Ravàn, il quale, già dai precedenti incontri di lavoro, avrebbe ardentemente voluto invitarla fuori a cena. "Buongiorno Signori, come state?", esordì Alfio Maristelli. "Benone Ingegnere, grazie. Lei, tutto a posto? Oggi sarà un giorno memorabile per entrambe le società!", ribatté Motta. All'interno dello spazioso ufficio, oltre l'Ingegner Maristelli, erano presenti anche altre due persone: Angiolino Lenguazza e Sandro Fogliacci. Il primo era colui che seguiva le tarature sede per sede, organizzando il calendario dei lavori; l'altro era il tuttofare dell'ufficio metrologico condotto da Maristelli, praticamente era colui che eseguiva le mansioni di minor importanza, dal punto di vista delle responsabilità. "Uè, alòra! Oggi è una giornata importante!", gracchiò il Lenguazza, con fare tipico da grezzo milanesotto. "Prego, accomodiamoci attorno al tavolo rotondo! Scusa Sandro, puoi preparare sei caffè per cortesia?", gli chiese gentilmente il dirigente. "Sì capo, corro!", replicò il tuttofare, balzellando così fuori dall'ufficio. Rimasero intrappolati in quella stanza per quasi tutta la mattina, fino a quando verso le dodici e trenta, di comune accordo, apposero le rispettive firme su quel pezzo di carta, ufficializzando il contratto in maniera definitiva. "Bene Signori, è quasi ora di pranzo: possiamo avervi ospiti?", li invitò Maristelli. "Grazie Ingegnere, ma il dovere ci chiama: non siamo abituati a fermarci per la pausa delle tredici, abbiamo sempre un sacco di faccende da sbrigare. Apprezziamo comunque l'invito, sarà per un'altra volta, grazie", rispose l'Ingegner Motta, abituato ad ingozzarsi come un porco tanto al pranzo quanto alla cena.
La sua era stata un'astuta mossa per far credere ai nuovi clienti che i dirigenti della Van den Renkum sono sempre sotto stress a qualsiasi ora della giornata, in maniera tale da impressionare positivamente la compàgine guidata dal Maristelli. Le persone si salutarono cordialmente, così i tre manager rientrarono boriosi al proprio quartier generale, ubicato pochi chilometri più a nord di Vimodrone, nella bassa Brianza. Giunsero nel cortile della multinazionale olandese verso le tredici: "Allora Signori, li teniamo in pugno!", disse ai colleghi il "sciur Motta". "Hai proprio ragione Maurilio: hai visto Alfio come ha firmato senza fare storie? D'altra parte dove trova altri come noi, disposti a spostarsi lungo l'intera penisola per tarare quei cavoli di loro strumenti!", replicò il Dottor Grenzi. "Bravo Marcello: ci sono voluti tre mesi d'estenuanti trattative, ma alla fine li abbiamo presi. Sei stato abile ad assecondare le loro richieste, a dargli lenza, proprio come durante la pesca allo squalo, Aaahhh!", sbraitò Maurilio. "Allora propongo di andare a festeggiare l'avvenimento davanti ad un piatto di spaghetti alla bottarga, nel ristorante di Bachisio!", approfittò dell'occasione il buon Ravàn. "Ottima idea! Dai, salite a bordo", esclamò il Motta, che, rimessa in moto la propria vettura, sgommò dal cortile alla velocità della luce. Il trio raggiunse in pochi minuti il ristorante "Su nuraghe ruju", gestito da Bachisio Atzeni, un anziano sardo trapiantato in Brianza da oltre mezzo secolo. Mangiarono come dei capibara, ingozzando i rispettivi stomaci in maniera abominevole: faceva veramente ribrezzo osservarli mentre grufolavano nei piatti, come sudici maiali alla ricerca dell'ultima manciata di ghiande, parlandosi vicendevolmente con la bocca stracolma di cibo, gesticolando come forsennati. Verso le quattordici e trenta, tornarono in sede, decidendo di divulgare la buona notizia a tutti i dipendenti, in particolar modo a quelli del centro SIT, inconsciamente implicati in prima linea, a soddisfare le richieste di quel colossale network televisivo. "Attenzione prego: tutti i dipendenti sono gentilmente pregati di radunarsi in sala convegni, ripeto tutti i dipendenti in sala convegni, grazie", riecheggiò per i reparti la calda e sensuale voce di Deborah, segretaria "particolare" dell'amministratore delegato. In breve tempo i sessantadue dipendenti della Van den Renkum si ritrovarono riuniti in quell'accogliente salone. Dinanzi loro, l'Ingegner Motta li invitò a prender posto: "Comodi, comodi, ho da comunicarvi una meravigliosa notizia che farà incrementare il fatturato aziendale del cinquanta per cento, entro tre anni. Ho il piacere e l'onore di comunicarvi che la nostra società ha vinto la gara d'appalto per la taratura triennale dell'intero parco strumenti di VideoItalia. Il Signor Giuseppe Picciòlo sarà il responsabile della parte tecnica, riguardante la calibrazione elettronica, mentre i problemi gestionali e d'interfaccia con il cliente saranno seguiti dal Signor Marcello Ravàn. Avete domande in merito?". "Mi scusi Ingegner Motta, ma come faremo a tarare tutta quella strumentazione, se in laboratorio siamo solamente in sei persone?", domandò allibito il Picciòlo. "Tu Giuseppe come al solito vedi nero anche quando fuori c'è il sole: non preoccuparti della logistica, devi unicamente pensare a condurre il meglio possibile la parte tecnica. Mi sono spiegato?", lo zittì Motta, ammonendo il poveraccio con un gesto del braccio. La riunione durò quasi un'ora, dopodiché "padron Motta" invitò i propri dipendenti a riprendere l'attività lavorativa: "Benissimo, se non avete altre domande dichiaro conclusa quest'adunanza. Buon lavoro Signore e Signori!". Giuseppe Picciòlo radunò i propri colleghi all'interno del laboratorio: "Avete udito, compagni? Roba da matti! Comunque così è stato deciso", disse loro, scuòtendo ripetutamente il capo in segno di disappunto.
I mesi trascorsero celermente; in un batter d'occhio la primavera subentrò al rigido inverno di quell'anno. Nel frattempo le persone direttamente coinvolte nel nuovo progetto, prepararono minuziosamente tutto l'occorrente necessario per iniziare quell'ambiziosa attività lavorativa, che coinvolse tutti i dipendenti del SIT. Sopraggiùnse il mese di maggio: Picciòlo e i suoi collaboratori attrezzarono il furgone con meticolosa cura; entro fine mese dovevano iniziare le trasferte per VideoItalia. Prima mèta del milionario contratto fu Bologna, ridente capoluogo dell'Emilia Romagna. "Allora Signori, lunedì prossimo incominceranno le trasferte in giro per l'Italia: chi vuole esordire a Bologna?", chiese Picciòlo ai membri del proprio team. "Abbiamo deciso che prenderemo parte alla trasferta io, Rick, Amedeo e Fulvio", gli rispose Massimiliano Rampazzi. "Molto bene: comunque in queste prime fasi sarò presente anch'io, per verificare lo stato d'avanzamento dei lavori e per intrattenere i rapporti con Angiolino Lenguazza", replicò Giuseppe. Massimiliano Rampazzi era un robusto giovanotto di venticinque anni, molto simpatico, d'indole rozza e animo buono; sapeva tuttavia anche comportarsi da vero Signore, quando le circostanze lo richiedevano, adattandosi con successo alle situazioni più mondane e raffinate; niente a che vedere con il collega e amico Riccardo Joe-Vanzana detto "Rick", un ventitreenne di spiccate origini italo-americane. Nato nella cascina dei nonni materni a Camparada, in provincia di Milano, si trasferì a Boston da piccolo ove vi rimase fino a studi ultimati. Amante della compagnìa, dei film pornografici e della debòscia in generale, soleva esprimersi in maniera grezza e alquanto laconica, omettendo di frequente i verbi nelle frasi che proferiva, quando il discorso lo coinvolgeva emotivamente. Amedeo Di Cintio, giovane partenopeo trapiantato in Brianza, era laureato in ingegneria elettronica presso l'università di Napoli; di temperamento focoso e casinista, si trovava a proprio agio con quei colleghi di lavoro. Avendo trentadue anni, si sentiva responsabile del proprio team-work, riprendendo, anche se in maniera amichevole, i compagni quando questi manifestavano la propria spontanea vivacità, attirando l'attenzione di tutti. Fulvio Prati, soprannominato "Che cosa?", per via di quell'ossessionante interrogativo che ripeteva quando qualcuno gli rivolgeva una domanda, era un giovine coetaneo del Rampazzi, avendo frequentato con quest'ultimo le scuole medie superiori presso l'istituto tecnico "Leonardo da Vinci" di Carate Brianza. Schivo ed introverso, sembrava vivere nel proprio mondo artificiale, creato dalla sua mente malata; i compagni lo prendevano amichevolmente in giro, ma lui sembrava non curarsi delle offese rivoltegli; abitualmente rispondeva ai colleghi in modo schietto e diretto, facendoli rimanere letteralmente a bocca aperta, tanto erano taglienti le parole da lui proferite. L'intero centro SIT era sotto la responsabilità di Giuseppe Picciòlo, un giovane trentenne d'origini calabresi: nato a Laureana di Borrello, si trasferì con l'intera famiglia a Seregno quando aveva soli dieci anni. Di temperamento calmo e riflessivo, amante della lettura e della buona cucina, non disdegnava partecipare alle riunioni fra colleghi che si tenevano di sovente presso "l'enosteria dei fratelli Brambilla", nel vicino paese di Lissone. Quel venerdì pomeriggio Angiolino Lenguazza telefonò a Picciòlo: "Uè, alòra! Sono io, il Lenguazza; lunedì si parte! Mi raccomando la puntualità: alle nove spaccate, dovrete essere nella sede di Bologna, successivamente proseguiremo per Ascoli Piceno e Cagliari. Tutto a posto?", gli domandò con voce sgraziata. "Non si preoccupi Angiolino, la sua strumentazione è nelle mani di veri professionisti! Dorma pure sonni tranquilli, ci vedremo lunedì prossimo, arrivederci!", rispose Picciòlo. "Bene, bene: alòra rimaniamo d'accordo così. Uè, ti saluto Picciòlo!", furono le ultime parole del Lenguazza prima di riagganciare la cornetta. Le settimane trascorsero velocemente, tanto era la mole di lavoro: le trasferte di Bologna ed Ascoli durarono quindici giorni cadauna. Le persone lavorarono sodo per un mese di seguito, dopodiché rientrarono nel quartier generale della Van den Renkum.
"Ascoltate colleghi, le due trasferte appena concluse sono andate benone! Avete svolto un ineccepibile lavoro. Purtroppo, per motivi organizzativi, non potrò essere con voi a Cagliari; Fulvio mi ha chiesto di poter essere sostituito. Tempo tre giorni e si riparte alla volta della Sardegna; partirete di venerdì, in maniera tale che lunedì mattina sarete in sede, dove vi attenderà, come di consueto, il Lenguazza", disse Giuseppe ai propri scagnozzi. "Sostituirò io Fulvio, non c'è nessun problema!", esclamò Alessio Fiorucci, un ragazzo di ventisette anni, alto più di due metri, che incuteva terrore solamente a guardarlo; nonostante la mastodontica stazza, Alessio era di carattere buono e dolce; senza alcun'ombra di dubbio era il più sensibile di tutto il laboratorio, anche se durante i raduni presso l'enosteria, digeriva sonoramente a bocca aperta, ponendo le rispettive mani ai lati del cavo orale, nell'intento di amplificare quei sinistri suoni gutturali. Al primo caldo sole di giugno, i quattro colleghi s'imbarcarono sulla nave "Capo Spartivento" della compagnia Tirrenica; raggiunsero il porto di Genova a bordo del "laboratorio mobile": Rampazzi, Di Cintio, Joe-Vanzana e Fiorucci erano abbigliati in modo osceno. I primi due indossavano i pantaloni corti, sovrastati da una bianca canottiera che rendeva il loro aspetto simile a quello di due muratori bergamaschi. Rick e Alessio avevano il capo coperto da una vistosa bandana colorata; non indossavano alcuna maglietta, esibendo i rispettivi villosi toraci. Un paio di sgualciti jeans ricoprivano le loro gambe: sembravano veramente due pirati. "Sarà meglio ricomporci, altrimenti non ci faranno imbarcare!", esclamò Amedeo ai propri compagni. "Che cosa dici? Siamo bellissimi! Io non ho nessun'intenzione di cambiarmi", disse Riccardo. Stivarono il furgone nel ventre del bastiménto, presero i rispettivi zainetti contenenti i pochi effetti personali, dopodiché salirono in coperta; prima di raggiungere l'uscita che conduceva al pontile maestro, un ufficiale in divisa li fermò: "Biglietti prego!". Amedeo gli mostrò un pezzo di carta stropicciata, loro unico salvacondotto. "Bene Signori, tutto in regola. Ma dove credete di andare conciati in questo modo? Questa è una nave rispettabile! Cambiatevi immediatamente, altrimenti avviserò il comandante", li rimproverò il graduato. "Brutti asini, cosa vi dicevo? Dovete ascoltare i miei consigli, branco d'imbecilli!", gridò Amedeo. I quattro amici s'accomodarono nella cuccetta a loro assegnata, ricomponendo la loro rispettiva immagine, rendendola più consona all'ambiente nel quale si trovavano. Decisero di indossare pantaloni lunghi con maglietta a mezze maniche, cingendosi in vita un maglione, da indossare dopo cena per meglio tollerare la pungente brezza del mare aperto durante le ore serali. Ora erano veramente presentabili; quattro baldi giovanotti alla ricerca di sfrenato divertimento, diretti verso un'isola accogliente ed invitante. Verso le diciassette di un caldo venerdì di giugno, la "Capo Spartivento" salpò dal porto del capoluogo ligure: i gabbiani accompagnarono in volo l'uscita della nave dal porto. Gli amici erano adagiati sulle panchine del pontile maestro, crogiolandosi agli ultimi caldi raggi solari di quella giornata. "Avete notato quel gruppo di ragazze, tre panchine più avanti sulla nostra destra?", disse loro Rick. "Sì, certo che le ho notate; dal loro aspetto affermerei che sono straniere, che ne dite?", aggiunse Alessio. "Io vi dico solamente che se non scopo in questa trasferta me lo taglio! A Bologna e ad Ascoli dovevamo badare a quell'ameba di Fulvio: adesso che non c'è voglio recuperare il tempo perduto!", esclamò a gran voce Massimiliano. "Hai proprio ragione, dobbiamo trombare come porci!", urlò Rick, alzandosi in piedi, mentre gesticolava scompostamente con entrambe le mani.
Molte persone, udendo quella frase proferita sonoramente, guardarono male il gruppo di colleghi: "Oh, non facciamoci riconoscere anche qui!", ammonì loro Amedeo. Il viaggio d'andata verso la Sardegna durava circa tredici ore: l'attracco a Porto Torres era previsto verso le sei del mattino seguente. Rimasero per due ore sul pontile a parlare di ragazze, fino a quando, poco prima di cena, Rick si diresse verso le fanciulle: "Ciao ragazze, siete italiane?". "Si, siamo di Frosinone", rispose una di loro, sorridendo. "Vi andrebbe di unirvi al nostro gruppo, per fare quattro chiacchiere?", le chiese Rick, senza mezzi termini. "Va bene, volentieri! Fai venire qua i tuoi amici", gli disse la ragazza. Joe-Vanzana ritornò dai propri colleghi, i quali vedendolo discorrere animatamente con le tre fanciulle, gli chiesero: "Allora Rick, com'è andata?". "Dai alzate le chiappe: andiamo tutti a sederci vicino a loro", gli rispose Rick. Il gruppetto di colleghi trovò sistemazione sulla panchina adiacente alle ciociare; dopo aver espletato le formali presentazioni, avvenute tramite una calorosa stretta di mano, Amedeo esordì per primo: "Sapete, io sono di Napoli!", disse loro. "Allora siamo relativamente vicini", gli rispose Marilena, una bellissima biondina, dagli occhi color smeraldo. Le sette persone chiacchierarono animatamente fino quasi le venti: Massimiliano era eccitatissimo, come del resto tutti gli altri tre; parlarono delle loro vite, dei rispettivi ruoli ricoperti all'interno del tessuto sociale, sconfinando timidamente nella sfera della sessualità. "E' ora di cena! Ragazze, possiamo invitarvi al self-service?", chiese loro Rick, esibendo il suo sorriso smagliante. "No grazie, abbiamo fatto un'abbondante merenda poco prima di salpare", gli rispose Anna. Joe-Vanzana, abituato a cenare verso le diciotto e trenta, non insisté ulteriormente; se per quell'ora non si trovava comodamente seduto dinanzi ad una tavola imbandita, si irritava moltissimo divenendo scorbutico ed irascibile con il resto del mondo. Era in ritardo di un'ora e mezza rispetto l'abituale tabella di marcia: "Come volete! Noi andiamo a mangiare, ho una fame che divorerei un dinosauro.", rispose Rick ad Anna. "A più tardi ragazzi: un caffè, comunque lo accettiamo volentieri!", replicò Marilena, salutandoli con la mano. "Va bene, a dopo allora; ciao!", rispose Amedeo, mentre s'incamminò sottocoperta, assieme al resto dei colleghi. Gli amici si misero in coda per accedere all'ingresso del self-service, compreso nel costo del biglietto navale; davanti a loro sostava una famiglia composta da madre, padre e due figlioletti, uno sui dieci e l'altro di qualche anno più piccolo. Con lo sguardo perso nel vuoto e le mani in tasca, ad un bel momento, Rick, rivolgendosi verso i propri compagni, urlò a gran voce: "Certo che Marilena è proprio bona! Sapete cosa vorrei che mi facesse? Un bel pompino!", enfatizzando con il tono di voce, quell'ultima oscena parola. Tutte le persone in coda, puntarono gli occhi su di lui; i suoi amici arrossirono dalla vergogna, scoppiando a ridere come matti, nell'osservare l'imbarazzo che paralizzò l'espressione di Joe-Vanzana. I due bambini, rivolgendosi al padre, gli chiesero il significato di quel termine appena udito: "Niente ragazzi, .è solo un modo di dire, .non significa nulla!", gli rispose l'uomo visibilmente imbarazzato, che, dopo aver accarezzato entrambi i pargoletti, squadrò minaccioso in volto Rick, nell'intento di ammonirlo severamente. "Che figura! Aaahhh, sei un mito!", gli disse Massimiliano, ridendo a crepapelle. I quattro gustarono, con calma, la lauta cena, rimembrando i momenti precedentemente trascorsi sul pontile con le ragazze, apprezzandone particolarmente le qualità fisiche. "Non ho capito come si chiama la bruna, quella accanto a Marilena", disse Amedeo. "Si chiama Sofia", gli rammentò Alessio, ricordandola con particolare interesse.
"Vogliamo invitarle a bere qualcosa?". "Bell'idea Rick, sbrighiamoci prima che qualche altro branco d'arrapati le rimorchi!", gli disse Massimiliano. Proprio in quell'istante il cellulare di Amedeo trillò: "Pronto? Ah si, buonasera Lenguazza, .tutto bene grazie, .si, .non si preoccupi! E'in una botte di ferro! .Altrettanto grazie, saluti l'Ingegner Maristelli, .buona notte!". "Anche di venerdì sera ci perseguita! Cosa vuole?". "Nulla. Ormai dovresti conoscerlo Alessio! Sai che deve avere sempre l'ultima parola; probabilmente voleva assicurarsi del nostro imbarco. Ha detto che arriverà lunedì, con il volo delle sei e quaranta", gli rispose Di Cintio. Gli amici si diressero al bar: "Oh, eccole laggiù, sono proprio loro!", esclamò Alessio che, dall'alto della propria statura, scorgeva l'orizzonte meglio degli altri. "Marilena! Siamo qui! Ohhhh, siamo qui!", sbraitò Joe-Vanzana, dimenando le braccia in alto, come un addetto di manovra del traffico aereo. Furono le frusinate ad incamminarsi verso i ragazzi: tutte e tre si erano cambiate di abito, indossando degli indumenti che esaltavano maggiormente le sinuosità dei rispettivi corpi. Marilena era una bella venticinquenne con uno sguardo penetrante; i suoi lunghi capelli, riuniti in una coda, le lambivano le natiche. Il seno non prorompeva dalla succinta T-shirt che indossava, pur essendo in armonia con l'intera silhouette del proporzionato corpo; di portamento aggraziato e signorile, si ergeva di ben centoottantacinque centimetri dal suolo, a differenza di Anna, più bassa dell'amica di venti centimetri, non per questo meno carina di Marilena. Annina era una graziosa ragazza di ventitré anni, con uno stupendo paio di occhi color ambra: quando la luce del sole lambiva il suo dolce volto, le radiose pupille esaltavano tutta la prorompente luminosità degli ambrati riflessi. Di carattere dolce, aveva confessato alle compagne la propria attrazione nei confronti di Amedeo, il comportamento del quale aveva suscitato l'interesse della ragazza. Sofia era la più giovane delle tre: nata ventuno anni fa da una famiglia aristocratica di Cassino, frequentava il primo anno di medicina all'Università "La Sapienza" di Roma. Alta quasi come Marilena, possedeva uno stupendo paio di occhi neri ed una lucente chioma di corvini capelli, lunga fino alle scapole; di corporatura esile e slanciata, disponeva di un prosperoso seno che era causa, per la poverina, di estremo disàgio; cercava di contenere le rigogliose mammelle all'interno di un corpetto elastico, sovrastato da un'abbondante maglietta, lasciata volutamente all'esterno degli attillati jeans, nell'intento di mimetizzare la fonte del proprio imbarazzo. "Ciao ragazze, cosa possiamo offrirvi da bere?", chiese loro Amedeo. "Per me un caffè e un mirto, grazie", gli rispose Marilena. "Ottima idea Mari! Anche per noi, grazie", disse Sofia. "Allora gente, caffè e mirto per tutti: anzi no, a me il caffè non piace, prenderò. una vodka al kiwi!", urlò Joe-Vanzana, mentre era intento a dimenare la propria mano in uno scomposto movimento rotatorio. Massimiliano Rampazzi, alla vista di quelle tre "grazie", cominciò copiosamente a sudare freddo: estrasse il fazzoletto dalla tasca dei calzoni, asciugandosi a cotal guisa la fronte per prima, e successivamente passandosi, con entrambe le mani, l'ormai madido lembo di tessuto su tutto il volto. Era il più eccitato dei quattro ragazzi, poiché da molto tempo, anzi da moltissimo, non soddisfava i desideri della carne. "Ma per caso stai male, Max?", gli domandò Marilena, vedendolo compiere quel disgustoso gesto. "No, credo di no! E' che qui dentro fa caldo, molto caldo.", si giustificò. Sofia continuava insistentemente a adocchiare Alessio, il quale fu il primo ad intuire le intenzioni delle ragazze; anche lui era attratto dal corpo della bella mora, anelando in cuor suo di poterla carnalmente possedere. Amedeo percepì gli ammiccamenti di Anna, che spesso e volentieri, quando gli rivolgeva la parola, strizzava l'occhio al giovane partenopeo. Marilena, pur essendo attratta fisicamente da Alessio, puntò insistentemente Massimiliano, il quale non si rese minimamente conto di essere la persona ambita dalla bionda laziale.
Rick Joe-Vanzana desiderava possederle tutte e tre, indistintamente; era, come si suol dire, di "bocca buona", accontentandosi di soddisfare il primigènio istinto sessuale dettato non dalla ragione, bensì dalla propria virilità. Le persone gustarono le bevande nei pressi del bancone; nessuno di loro aveva intenzione di rimanere in quel locale, saturo di fumo sprigionato dalle innumerevoli sigarette accese dagli occupanti: "Avete voglia di andare all'esterno, in poppa alla nave?", domandò loro Amedeo. "Che bello, andiamo ad osservare le stelle: in mare aperto dev'essere un vero spettacolo della natura!", esclamò Sofia. Indossati i maglioni, la compagnìa uscì da quell'affollato bar, dirigendosi verso il pontile maestro, alla volta della poppa. Erano le ventitré di una piacevole serata; lo sciabordio delle onde causato dall'insistente turbinio delle eliche, contribuì a rafforzare il fascino di quella magica notte. Si sedettero sulle uniche due panche ubicate in quell'incantevole zona della nave, lasciandosi travolgere dal rilassante spumeggiare del mare. Un interminabile istante di silenzio cedette le parole a quell'inebriante frusciare; le ragazze guardarono insistentemente negli occhi i compagni, forse nell'intento di trovare il momento propizio per allumare la miccia di quella travolgente nottata. L'atmosfera era pregna di lussuria; si percepiva palesemente che qualcosa di irresistibilmente piacevole doveva varcare il confine di quel plàcido istante. Alessio, alzatosi dal proprio posto, si diresse verso Sofia; la prese dolcemente per mano invitandola, con il solo cenno dello sguardo, ad appoggiarsi al parapetto, volgendo le proprie terga al mediterraneo: "Come sei bella, Sofia!", le sussurrò all'orecchio il giovanotto, avvicinando, un istante dopo, le proprie labbra a quelle della ragazza; così la timidezza cedette il posto alla passione. Nel frattempo Joe-Vanzana, che aveva trangugiato l'algènte vodka tutta d'un fiato, accusò i primi sintomi della congestione; tuttavia non voleva rovinare la serata ai colleghi, cosicché esordì: "Scusatemi, mi devo assentare un istante, per espletare fisiologiche ed incombenti necessità". "Per caso ti senti poco bene? Hai una bruttissima cera!", gli domandò Massimiliano. "No, no, sto benone non preoccupatevi per me: a più tardi!", li salutò Rick, incamminandosi in sottocoperta. Anna andò a sedersi accanto ad Amedeo, il quale la abbracciò teneramente; Marilena si sedette in grembo al timido Rampazzi, rimasto visibilmente stupefatto dal suo audace comportamento. Le coppie così createsi, incominciarono a scambiarsi dolci effusioni: Alessio e Sofia erano intenti a baciarsi teneramente, mentre il selènico pallore rischiarava le spumose e chéte acque solcate dalla mastodontica imbarcazione. Massimiliano accarezzò dolcemente le tornite gambe della propria partner, la quale riversava in uno stato mediànico, ad un passo dall'estasi; sull'opposta panchina la lingua di Amedeo si adagiò fra i seni di Annina, la quale, a differenza delle altre, permise al giovine di approfittare delle zone più intime del proprio corpo. Mancava poco a mezzanotte e del povero Rick non si aveva notizia alcuna. Data l'ora tarda nessun passeggero, ospite della nave, osò recarsi in coperta, in direzione della poppa, evitando in cotal modo di violare l'intimità delle uniche persone presenti in quella zona. Poco distante dalla panchina che ospitava Marilena e Massimiliano, trovava ubicazione una grossa botte di rovere: la ragazza notò fin dal principio quell'imponente barile, rimanendone particolarmente colpita. Nel legno erano praticati parecchi fori, dislocati un po' dappertutto, nell'intento di aerarne l'interno. "Cosa mai ci sarà in quella botte?", proferì Marilena incuriosita. "Non saprei. Apriamola!", le rispose Max. Massimiliano chiamò seco i propri colleghi: "Per favore, aiutatemi a sollevare il coperchio", gli chiese cortesemente. Tolsero quel pesante oggetto di legno, osservando incuriositi l'interno della botte: notarono che essa conteneva un'enorme gomena, probabilmente utilizzata durante l'attracco della nave in porto. "C'è dentro una grossa corda di canapa!", disse Alessio, rivolgendosi alle ragazze.
Sofia si avvicinò al barile, scrutandone l'interno; vedendo che sussisteva spazio necessario atto a contenere una persona accovacciata, senza dir loro parola alcuna, calò le proprie membra all'interno di quella botte, adagiandosi sopra la gomena: "Ed ora richiudetela!", ordinò ai maschi. I ragazzi stettero al gioco, riponendo il pesante coperchio nella sua primordiale ubicazione. Massimiliano, colto da un folgorante impeto di libido, incominciò a grondare da tutti i pori della pelle: "Non ce la faccio più!", urlò a gran voce, mentre con entrambe le proprie mani estrasse dagli slip il turgido membro. Infilò il pene in uno dei numerosi fori della botte, nella speranza che potesse trovar sollievo fra le mani o le labbra di Sofia. La ragazza percepì l'odore pungente del sesso maschile penetrare all'interno di quell'angusto rifugio; afferrò il membro di Max fra la salda presa della mano, mentre le indemoniate labbra lo fecero accomodare all'interno della propria assetata bocca. Rampazzi esternò il proprio godimento, lasciandosi sfuggire un sonoro grido di piacere. "Forza! Forse a voi due non piace il gioco della botte?", domandò Marilena rivolgendosi ad Amedeo e Alessio. In men che non si dica, entrambi adagiarono il rispettivo attributo all'interno della botte, ben consapevoli della sorte che li attendeva. In quell'istante sopraggiunse Rick: "Eccomi qua, ora va meglio. Ma cosa fate con giù i calzoni, .con il pisello infilato in quel barile?", domandò loro sbalordito. "Ciao Rick, perché non ti avvicini. Vorresti essere mangiato vivo da me ed Anna?", le domandò Marilena. Il buon Joe-Vanzana stentava a credere ciò che aveva appena udito: "Ma dite veramente? Io ci sto a fare tutto, anzi state attente che può darsi vi faccia male!", le rispose entusiasta. Annina gli andò incontro: lo prese per mano, facendolo accomodare sulla panchina poco distante dalla famigerata botte. Entrambe lo spogliarono, togliendoli dapprima il maglione, la maglietta e successivamente i calzoni: "Va bene che siete ingrifate, ma se rimarrò nudo a lungo mi buscherò una polmonite!", esclamò Rick. "Non temere, scalderemo noi il tuo corpo", gli disse Marilena con voce sensuale. "Dov'è Sofia?", le chiese, mentre osservò i propri colleghi, che a turno gemevano disperatamente di piacere, copulando simbolicamente con quella botte di rovere. "Ah, ho capito! E' rinchiusa dentro! Aaahhh, .che bell'idea!", esclamò a gran voce, ridendo come un disperato. Joe-Vanzana era intento ad osservare il godimento degli amici, ignorando persino ciò che Marilena stava compiendo; la bella bionda s'era impossessata del suo pene: era accovacciata in mezzo alle sue gambe, con il volto all'altezza del membro, intenta a masturbarlo accanitamente con la mano. Annina, nel frattempo, gli stava leccando i capezzoli con lenti e prolungati movimenti della propria vellutata lingua. Rick ritornò in sé, non credendo ai propri occhi: l'unica orgia cui partecipò, fu a Boston, a casa di un compagno di college. Prese fra le mani la testa di Marilena, invitandola a compiere il sublime gesto fellatorio; la ragazza accondiscese, serrando prontamente le calde e vogliose labbra lungo quel turgido palo di carne, accompagnando con la mano la corsa dell'amico verso l'orgasmo. Massimiliano fu il primo che eiaculò all'interno della botte, fra le mani di Sofia: la ragazza gli fece raggiungere il settimo cielo, masturbandolo, riversando nell'altra propria mano il seme del Rampazzi. Toccò ad Amedeo, per secondo, il quale aspèrse il proprio liquido seminale all'interno del cavo orale della giovine damigèlla. Rick, dopo aver beneficiato del trattamento riservatogli da Marilena, prese entrambe le ragazze con forza: colse per primo il piccolo ma accogliente fiore di Annina, introducendovi fra i carnosi petali la propria verga, impartendole veloci e convulsi movimenti. La ragazza apprezzò i modi rozzi e animaleschi di Joe-Vanzana, eccitandosi maggiormente quando il proprio partner la insultò, indirizzandole oscene parole. "Continua ti prego, .sii, .non fermarti!", lo supplicò Anna.
Nell'udir quelle parole Rick smise di copulare, estraendo la propria intimità dal sesso della ragazza, lasciando insoddisfatta la poverina. Fece sedere sulla panchina Marilena, divaricandole ampiamente le cosce con entrambe le mani: si chinò sulle ginocchia, fino a quando il proprio membro non raggiunse l'intima apertura della ragazza, introducendovelo con inaudita feròcia. La brutalità di Rick mandò in visibilio anche la bionda, la quale, essendo molto eccitata dal contesto della situazione, orgasmò dopo breve tempo. Annina sostava in piedi, dietro la panchina sulla quale riversava l'amica; Marilena vedendola, volse l'intero proprio capo all'indietro, lasciando che la leggera brezza notturna, accarezzasse languidamente i suoi àurei capelli. Fu allora che l'amica accostò le proprie labbra a quelle di Marilena, intrecciando le rispettive lingue in un turbinìo di lussuria. La bella Sofia nel frattempo, era intenta a portare a termine il proprio lavoro, soddisfando oralmente Alessio, il membro del quale, essendo rimasto l'unico all'interno della botte, godette delle prestazioni migliori: la ragazza dapprima elargì un ingente quantitativo di saliva, depositandolo sulla propria mano sinistra, ancora imbrattata della calda sostanza donatale da Massimiliano. Unì quegl'umori fra di loro, spalmandoli su entrambi i palmi delle proprie mani: incominciò a massaggiare il membro del ragazzo, lubrificandolo a cotal guisa, per meglio trasmettergli il sublime e seràfico brivido di piacere. Quando percepì l'estremo stato d'eccitazione di quell'ossèsso attributo, lo adagiò nel proprio palato, accarezzandone l'estremità con leggeri ed insistenti movimenti della mòrbida lingua, affinché Alessio non le eiaculò in bocca. Sofia inghiottì il seme dell'amato, ripulendo scrupolosamente il poderoso oggetto di piacere. Joe-Vanzana accusò un intenso dolore alle ginocchia, data la scomoda posizione nella quale si trovava; accelerò l'intensità dei movimenti della pèlvi, nell'intento di soddisfare il proprio aurorale istinto. In men che non si dica, eiaculò sul ventre di Marilena, poiché nessuno dei ragazzi era provvisto di condom. Alla vista del viscoso e prolìfico nettare, Anna smise di baciarla, andando a prostrarsi al suo cospètto, ripulendole l'addome con reiterate leccate, inferte da quel lembo di carne che fino un attimo prima riversava nella sua bocca. Con quest'ultimo laido gesto si concluse la piacevole serata; i ragazzi si rivestirono frettolosamente, dato l'incalzare della pungente brezza mediterranea. Era l'una di sabato mattina: l'oscura notte si confondeva con l'immensità del mare, avviluppando nel proprio mantello le effìmere vite delle creature, nell'intento di custodirle fino al sopraggiungere dei primi tenui bagliori, antecedenti l'estòllere del sole. "Ho la gola secca, come se soffrissi d'asialìa! Andiamo a bere qualcosa?", disse Sofia, rivolgendosi ai compagni. "Perché no! A mio parere un altro bicchiere di mirto ci vorrebbe proprio", aggiunse Marilena. "Io mi accontenterò di una limonata calda!", esclamò Rick, mèmore dell'indigesta vodka. Massimiliano era il più sbalordito di tutti; ancora non si rendeva conto di ciò che Sofia gli aveva generosamente regalato. Si diressero verso il bar, in sottocoperta: a quell'ora della notte l'ambiente era più vivibile, poche persone erano sedute ai numerosi tavolini, dislocati lungo le pareti della sala. La compagnia s'accomodò intorno ad uno di essi, ordinando al barman sei bicchieri di mirto e una limonata calda. Parlarono della serata appena trascorsa, scambiandosi reciprocamente opinioni e pareri personali; dall'intreccio di discorsi che emersero quella notte, era evidente che le ragazze vivevano la rispettiva sessualità in modo del tutto libero e naturale, senza pregiudizi e falsi pudori, cosa che invece, i nostri protagonisti, non erano abituati a fare. Rimasero nel locale fino allo scoccare delle due: "Ragazzi, è stata una piacevolissima serata ma ora accuso molta sonnolenza; vorrei riposare un po'. Vi dispiace se ci ritiriamo in cabina?", disse loro Marilena. "No, figurati: a dire il vero anch'io sono stanco. Meglio andare a dormire qualche ora", le rispose Amedeo. "Allora grazie per la compagnia, e buona notte!", li salutò Sofia.
"Ciao ciao, e buona notte anche a voi, care e dolci ragazze!", gridò Rick. I quattro colleghi raggiunsero la propria cabina, ubicata in profondità del basso ventre metallico dell'imbarcazione, proprio accanto alla sala macchine: il cupo ed insistente palpitare di quel cuore d'acciaio, impedì loro di prender sonno; inoltre il rimembrare dell'appena trascorsa serata con le fanciulle, fu motivo di veemènte discussione che si protrasse per parecchie ore. Verso le cinque, Rick, il quale riversava in pietose condizioni, si coprì gli occhi con la propria bandana, auspicando di dormire almeno un'ora. Alle sei e un quarto il comandante della "Capo Spartivento", diede la mattutina diana agli ospiti della propria imbarcazione: "Gentili passeggeri buon giorno; stiamo per attraccare a Porto Torres; vi ricordiamo di prelevare tutti gli effetti personali, lasciando le porte delle cabine aperte. La compagnia Tirrenica vi augura una buona permanenza sull'isola! Grazie", udirono le persone dagli altoparlanti. Amedeo, Massimiliano, Alessio e Riccardo si svegliarono; sembravano dei cadaveri adagiati nei rispettivi loculi, tanto era stretta e malagevole quella cabina arredata unicamente con due letti a castello ed un piccolo lavabo. "Dai svegliatevi! Recuperiamo gli zaini, è quasi ora di sbarcare!", spronò Amedeo i compagni. "Ma io ho fame .e sete .", gli disse Massimiliano. Alessio allora replicò: "Ora pensiamo a scendere da questa scatola galleggiante, recuperando il furgone; successivamente ci dirigeremo verso il primo bar e faremo colazione! Possibile che tutte le volte ti lamenti come un bambino?". "Anch'io ho fame, ma prima di abbandonare la nave vorrei incontrare nuovamente le ragazze per salutarle", disse loro Rick. Il bastimento attraccò in porto, facendo risonare il proprio penetrante segnale acustico per ben tre volte consecutive; le persone erano ormai pronte allo sbarco: centinaia d'esseri umani attendevano di poter mettere piede su quella terra, mèta, per alcuni, di piacevoli giornate di relax, per altri, di faticosi momenti lavorativi. Uno dei mozzi di bordo estrasse dalla botte, nella quale poche ore prima Sofia trovò rifugio, la possente gomena, gettandola sulla banchina d'ormeggio. Joe-Vanzana, in mezzo a quella calca di persone, non riuscì ad avvistare le belle laziali, così tornò dai propri colleghi. Trenta minuti dopo il "laboratorio mobile" della Van den Renkum, con a bordo i protagonisti, adagiò le ruote sul suolo di quella magica isola che sorgeva imponente, assieme all'attigua Corsica, dirimpetto alla costa tirrenica della nostra rigogliosa penisola. Ichnusa la chiamarono gli antichi abitanti, che in greco significa impronta: così i quattro colleghi di lavoro approdarono sul suolo di quella gigantesca "orma" impressa, per volontà della natura, fra le cristalline acque del mar mediterraneo. Fermarono il furgone in una piazzola poco distante dal molo, andando alla ricerca delle tre belle fanciulle. Scrutarono invano fra la fiumana di persone, non riuscendo ad avvistarle. "Ragazzi, non riesco a rintracciarle! Voi le avete viste per caso?", chiese Rick preoccupato, rivolgendosi ai propri colleghi. "No, niente da fare: credo che siano già andate, ormai è più di venti minuti che siamo qui e quasi tutte le persone sono sbarcate", gli rispose Alessio. "E' un vero peccato! Abbiamo trascorso un'indimenticabile serata, senza tuttavia osservare gli astri come desiderava Sofia. Non sappiamo nemmeno dove sono dirette; almeno qualcuno di voi le ha chiesto il numero di cellulare?", proferì Massimiliano. "No, siamo stati degli idioti, come di consueto!", si adirò Amedeo. "Idioti sì, ma per lo meno questa volta abbiamo trombato!", aggiunse Joe-Vanzana. "Ci credo! Fulvio è rimasto, per fortuna, in continente!", sogghignò Massimiliano.
L'allegro quartetto dovette sospendere le ricerche: ormai tutti i passeggeri erano sbarcati; le ragazze avevano sicuramente intrapreso il proprio cammino, lasciando che il ricordo della serata appena trascorsa riecheggiasse nelle rispettive menti ed in quelle dei loro, seppur per un breve istante, partners. "Andiamo a mangiare, ho fame!", ripeté insistentemente il Rampazzi. A malincuore risalirono sul furgone, proseguendo a moderata velocità lungo la strada maestra: entrarono nel primo bar che incontrarono e fecero un'abbondante colazione. Ripresero il proprio cammino, immettendosi in quell'interminabile tratto di strada, denominata "Carlo Felice", che li condusse verso la mèta, nel capoluogo dell'intera regione. Arrivarono a Cagliari verso le nove meno un quarto, viaggiando a velocità sostenuta mentre ascoltavano la musicassetta di Serafino Murru, noto cantautore dell'isola, portata all'occorrenza da Joe-Vanzana. "Cerca Via Sidney Sonnino, è lì che ha sede VideoItalia, ordinò Amedeo ad Alessio, il quale ubbidì immediatamente all'ordine impartitogli dal conducente. "Siamo in zona: dopo il secondo semaforo, svolta a sinistra e dovremmo imboccare la nostra via", gli rispose. Alle nove in punto il furgone varcò i cancelli della sede sarda del network: "Siamo qui per la taratura della strumentazione; abbiamo appuntamento con il Dottor Efisio Cossu", disse Amedeo ad una delle guardie. Mentre il vigilante era al telefono, cercando di avvalorare le parole del giovane, videro il Lenguazza dirigersi verso il furgone: "Uè, alòra! Sono qui, sono qui: tutto bene? Dai, vegnìi 'nscià adrèe a mi", gli disse, gridando come un paesano. "Tutto a posto, potete andare", proferì la guardia ad Amedeo. "Ma cosa ci fa qui il Lenguazza! Non doveva arrivare lunedì prossimo?", esclamò stupefatto il guidatore. Parcheggiarono il furgone nell'area retrostante; scaricarono le casse metalliche contenenti la strumentazione campione, ammannendo in un locale interno all'azienda la zona predisposta alla calibrazione. Il "laboratorio mobile", essendo ancora in allestimento, non era ancora operativo: tutto l'impianto elettrico era ancora da cablare, pertanto la strumentazione primaria di riferimento non poteva essere alimentata. Posizionarono accuratamente gli strumenti sui banchi di lavoro, dedicando anche un angolo alla pulizia interna ed alla manutenzione ordinaria della strumentazione, come prescritto da contratto. Lenguazza presentò loro il direttore della sede cagliaritana, il Dottor Cossu, il quale li accolse calorosamente, dando loro il benvenuto. Quando tutto fu preparato, verso mezzogiorno, salutarono cordialmente il "padrone di casa"; rimasti soli con Angiolino, Amedeo gli chiese con tono meravigliato: "Ma lei non aveva sostenuto che sarebbe arrivato lunedì mattina?". "Uè, si hai ragione, ma poi ho deciso di approfittare dell'occasione per seguire in trasferta la mia squadra del cuore: domenica al Sant'Elia ci sarà Cagliari - Inter", gli rispose con ènfasi. "Ho capito! .Tanto paga la ditta, eh?", gli disse Massimiliano, picchiettandogli la propria mano sulla spalla. "Uè, si, .no, .ma cosa c'entra?", rispose imbarazzato l'uomo, cercando d'elùdere la realtà dei fatti. Angiolino Lenguazza era un simpatico Signore di cinquantatré anni, grezzo, provinciale, il tipico "bausciott de Milàn". Un ciuffo di lunghi argentei capelli gli ricopriva gli occhi, mimetizzando le pronunciate rughe presenti sulla fronte; gli esili baffi e l'espressione da uomo vissuto, lo facevano verosimilménte assomigliare al noto attore cinematografico messicano Charles Bronson, con l'unica differenza che quest'ultimo era di fisico asciutto e longilineo, mentre il profilo del Lenguazza rammentava quello dell'uovo pasquale.
I quattro salutarono l'uomo: "Arrivederci Angiolino, ci vedremo lunedì mattina alle otto: buon fine settimana!", gli disse Amedeo. "Uè, alòra ragazzi a lunedì. Volete forse venire con me allo stadio domenica?", li invitò. "No, grazie Lenguazza: preferiamo andare a caccia nel week-end, capisce?", gli rispose Rick, sorridendogli, tenendo ambedue le mani in tasca. "Uè, ma va là purscel d'un purscel, lassa stà i tusàn! Comunque buon divertimento Signori!", gli disse, incamminandosi verso l'automobile. Gli amici si rimisero in marcia alla volta dell'hotel Italia ubicato in Via Sardegna, poco distante dalla sede di lavoro. Sistemarono i propri bagagli all'interno della spaziosa camera al terzo piano, riversandosi successivamente ciascuno sul proprio letto: "Sono veramente stanco, non ho chiuso occhio in nave!", disse Massimiliano. "E perché io? Ho dovuto persino bendarmi gli occhi per riuscire a riposare un po' Poi tutto quel baccano dei motori! Credevo di impazzire", replicò Rick. "Niente male questo hotel!", esclamò Amedeo, intento a scrutare con lo sguardo l'intera camera. "Hai ragione: rispetto a quello di Bologna, è una vera reggia", gli confermò Massimiliano. Joe-Vanzana, alzatosi, andò ad accendere la piccola televisione ubicata sulla scrivania di noce massello: "Vediamo un po' che programmi trasmettono le emittenti locali", mentre con il telecomando aumentava il volume dell'audio. Con l'elettrodomestico sintonizzato su Videolina, i quattro colleghi fecero, a turno, la doccia dopodiché svuotarono le valigie, sistemando i propri indumenti all'interno dello spazioso armadio. Erano le tredici e venti di una bellissima giornata di sole: il leggero soffio del vento diffondeva nell'aria la gradevole e penetrante fragranza dello iòdio; l'hotel sorgeva nei pressi del porto, poco distante dalla stazione ferroviaria di Cagliari. "Andiamo a mangiare qualcosa?", chiese loro Alessio. "Bella idea! Per oggi abbiamo lavorato abbastanza, incontrando pure il Lenguazza di sabato! Peggio di così.", aggiunse Rick. "Proprio accanto all'hotel ho visto un ristorantino niente male", disse Amedeo. Dopo essersi abbigliati all'uopo, gli amici scesero in reception, consegnarono le chiavi della camera all'inserviente di turno, seguitamente uscirono dalla porta: nemmeno il tempo di compiere dieci passi ed entrarono in un ristorante tipico sardo chiamato "La Gobetta", adiacènte l'hotel. "Buongiorno Signori! Prego accomodatevi", li invitò Marco, il cameriere. Portò loro un cestino contenente dei pani carasau e pistoccu; gli amici cominciarono ad ingozzarsi con quei tipici prodotti, e in breve tempo ne ordinarono ancora. "Da bere Signori?", chiese gentilmente l'uomo. "Ci porti del tipico vino rosso e due bottiglie d'acqua gassata, grazie", gli rispose Amedeo. Marco tornò con le bevande: un Cannonau D.O.C. e l'acqua, come comandato; non appena il cameriere si allontanò, Amedeo, da buon napoletano, disse ai propri compagni: "Ascoltatemi amici: il posto mi sembra carino, inoltre è confinate con l'hotel. Che ne dite di venire qua tutte le sere?". Gli amici annuirono con un cenno del capo, mentre si guardarono negli occhi. "Allora vado a parlare con il proprietario!", concluse il partenopeo. Si alzò dal tavolo, dirigendosi verso la cassa: "Mi scusi buon uomo, è lei il proprietario?", gli chiese Amedeo. "Si sono io, mi dica!". "Volevo solamente comunicarle che noi quattro, avremmo intenzione di venire a cenare nel suo locale per quindici sere; se potrebbe trattarci bene!.Capisce cosa intendo?", gli disse Amedeo con sguardo sornione. "Capisco perfettamente giovanotto! Non preoccupatevi vi tratterò benissimo sia per quanto riguarda il cibo sia per il conto, non temete.", gli rispose il gestore compiaciuto. "Grazie, grazie assai! Allora tutto a posto, ci siamo capiti?", si assicurò Amedeo. "Ho recepito il messaggio: tieni, queste sono due bottiglie di filu e ferru; bevile assieme ai tuoi amici e buona continuazione!", gli disse il proprietario.
Amedeo ringraziò l'uomo, dirigendosi, con entrambe le bottiglie d'alcol in mano, verso il tavolo. "Mi sembra che il discorsetto sia andato a buon fine! Si, si, .direi proprio di si!", sogghignò il Rampazzi. "Ragazzi è fatta! Tutte le sere a mangiare qui, in cambio di un ottimo cibo ed un modesto conto", disse loro Amedeo. I ragazzi mangiarono come dei bisonti, degustando ottime pietanze accompagnate dall'irruènza alcolica del Cannonau: spaghetti allo scoglio, astice con insalata mediterranea e lumache di mare, dolcetti caserecci, caffè e filu e ferru che infierì loro colpi letali alle loro già eufòriche menti. Per fortuna non dovevano guidare; riversavano tutti e quattro in uno stato di pura ebbrézza. Pagarono l'esìguo conto, salutando e ringraziando accanitamente sia Marco sia il proprietario: "Andiamo a fare un giro digestivo, per le vie della città?", domandò loro Rick. Così i quattro amici si incamminarono sotto il cocente sole di quel sabato pomeriggio, alla scoperta del capoluogo dell'incantevole isola. I primi dodici giorni trascorsero celermente, tanto era la mole di lavoro: sveglia alle sei, abbondante colazione fino alle sette e trenta dopodiché pronti ad incamminarsi verso il luogo di lavoro nel quale rimanevano intrappolati fino alle diciannove; rientro in hotel, doccia e cena presso "La Gobetta". Così consumaronsi quei monotoni giorni, fra le mura di VideoItalia, quelle dell'hotel e dell'attiguo ristorante, fino a quando quel venerdì sera non interruppe il grigiore delle loro misere vite. Usciti dal luogo di lavoro, decisero di recarsi in spiaggia prima di rientrare in hotel, cosicché salirono sull'autobus che li condusse al Poetto, rinomata spiaggia di Cagliari non tanto per la propria particolare bellezza, quanto per l'immensa estensione che raggiunge; erano seduti sulla sabbia a parlare del più e del meno, quando all'improvviso udirono i propri nomi riecheggiare da lontano: "Ciao Riccardo, ciao Alessio, siete voi?", risonò in lontananza. I ragazzi vòlsero lo sguardo verso sud: videro tre figure femminili, avanzare di corsa nella loro direzione: "Ma, .ma, .ma sono le nostre ragazze!", gridò con gioia Massimiliano. "Ciao Sofia, tesoro mio!", urlò Alessio. Gli amici andarono incontro alle fanciulle: si scambiarono baci ed abbracci ad iòsa, rotolandosi sulla sabbia, come se stessero simulando un amplesso. "Ciao ragazze! Ma dov'eravate finite? Vi abbiamo cercate dappertutto sulla nave, ci tenevamo tantissimo a salutarvi!", disse loro Amedeo. "Anche noi vi volevamo salutare, ma c'era troppa confusione, allorché abbiamo rinunciato, allontanandoci a malincuore. Abbiamo perlustrato tutte le spiagge di Cagliari; per fortuna Marilena ha insistito anche oggi, così eccoci qua di nuovo tutti assieme", disse loro Sofia. "Dove siete alloggiate?", le chiese Alessio. "Noi stiamo in un appartamento a Quartu sant'Elena, appena fuori Cagliari, e voi?". "Alloggiamo in Città in un hotel vicino al porto; è in centro, così riusciamo a fare quattro passi per Cagliari, evitando di utilizzare l'ingombrante furgone", le rispose Rick. "Che ne direste di passare il fine settimana a casa nostra?", gli domandò Annina. "Stavo per chiedervelo io!", le rispose Massimiliano sorridendo. "Va benissimo anche per voi, ragazzi?", domandò loro Marilena. "Si, certamente.come fossimo già lì", replicò Amedeo. Si accordarono per il trasferimento, dopodiché si salutarono e momentaneamente si separarono: "Fatevi trovare esattamente qui fra un'ora; noi andiamo a recuperare i bagagli, a pagare il conto e sbrigare le ultime faccende. Verremo con il furgone e vi porteremo a cena in un bel ristorantino, che ne dite?", le disse Joe-Vanzana. "Buona idea; nel frattempo andremo a casa a prepararci per la serata. Ciao a dopo!", li salutò Annina.
I giovanotti si recarono a piedi nella sede di VideoItalia per recuperare il proprio mezzo di trasporto. Rientrarono in hotel, adémpiendo le ultime formalità, le quali permisero loro di lasciare la stanza con due giorni d'anticipo rispetto al previsto. Salirono in camera, si lavarono accuratamente, preparando subito dopo le valigie in fretta e furia. Il tempo trascorse in un batter d'occhio: erano quasi le venti e trenta, mancavano pochi minuti all'appuntamento. Il quartetto di colleghi salutò cordialmente gli impiegati dell'hotel; caricarono sul "laboratorio mobile" le valigie e gli zaini, dirigendosi a gran velocità verso il luogo dell'appuntamento. Le ragazze erano in anticipo di qualche minuto; videro sopraggiungere quel mastodontico furgone, bianco e arancione: "Ciao, siamo qui!", urlò Marilena, sbracciandosi vistosamente. Amedeo parcheggiò il furgone accanto la recinzione di una lussuosa villetta: "Ciao belle ragazze, avete impegni per questa sera?", si rivolse loro Rick, con fare scherzoso. "Si, stiamo aspettando i nostri compagni!", replicò Sofia, rispondendo a tono. Massimiliano notò una bellissima fanciulla scendere da una Twingo verde, parcheggiata tre vetture davanti al loro furgone, sgranando maggiormente gli occhi quando la vide raggiungere il gruppetto delle tre amiche. I colleghi, tutti ingalluzziti, uscirono dal furgone raggiungendo le fanciulle. "Lei è Paola, la nostra vicina d'appartamento; abbiamo deciso di farvela conoscere, sapete per completare le coppie.", disse Sofia ai ragazzi. Paola era una stupenda ragazza sarda: nata a Lanusei, resideva a Quartu Sant'Elena da parecchi anni, ove svolgeva la professione di parrucchiera. Alta circa come Massimiliano, possedeva dei bellissimi capelli corvini, lisci, raccolti in una lunga coda; gli occhi scuri conferivano al suo pungente e profondo sguardo un'espressione ammaliante. La pelle ambrata profumava di bagnoschiuma al cedro; un succinto abito celeste avvolgeva il corpo della ragazza, mettendo in evidenza le sue stupende gambe; calzava dei sandali in tinta col vestito dotati di pronunciati tacchi in gomma, che la rendevano ancor più alta di quanto già non fosse. Espletate le formalità di presentazione, le amiche decisero di utilizzare unicamente la loro vettura: "Forza, saliamo tutti quanti sulla Twingo!", gli disse Marilena. "Ma non ci staremo; dovremo incastrarci come sardine", replicò Amedeo. "E allora incastriamoci!", urlò Annina, euforicamente. Marilena si mise alla guida: accanto a lei sedeva Massimiliano, mentre sul sedile retrostante Alessio, Riccardo e Amedeo fecero accomodare sulle proprie cosce rispettivamente Sofia, Paola e Annina. "Andiamo al ristorante!", gridò la conducente. Massimiliano fece da navigatore a Marilena; dietro di loro i ragazzi poterono giocherellare con i corpi delle amiche: Alessio cinse i fianchi di Sofia, facendole strusciare il bassoventre contro il proprio sesso. Amedeo fece lo stesso con Annina, mentre Rick adagiò timidamente le mani sulle cosce di Paola; vedendo che la ragazza non opponeva resistenza, andò alla ricerca del suo sesso: quando le tremanti dita s'adagiarono in mezzo alle caldi cosce, cercando affannosamente le mutandine, Riccardo notò con gran stupore che Paola non le indossava. Uno sparuto ciuffetto di peli sovrastava l'attaccatura delle grandi labbra; Rick andò delicatamente a ricercare il clitoride, imprimendogli leggeri movimenti rotatori quando il suo dito medio si adagiò sopra. Era difficile per entrambi contenere gli spasmi di piacere, senza dare troppo nell'occhio. Per fortuna il tragitto fu breve, cosicché la scintilla della libidine fu smorzata prima che potesse inebriare le menti delle persone, degenerando in un'orgia d'irrefrenabile piacere. "Siamo arrivati; prima di parcheggiare facci scendere", le disse Alessio. "In questo ristorante si mangia veramente bene, vedrete!", disse loro Amedeo. "Ma questo è il locale di mio zio Battòre!", esclamò meravigliata Paola. "Tuo zio? Veramente? Pensa che noi veniamo a cenare qui da due settimane! Non ci posso credere.", urlò Joe-Vanzana.
Quando entrarono nel locale Paola si diresse verso la cassa: "Ciao zio, come stai?", gli chiese. "Aiò Paoletta io benone e tu? Come mai da queste parti?", le domandò l'uomo. "Sono venuta con amici: dicono di conoscerti.". Battòre quando vide i ragazzi rimase meravigliato: "Aiò Amedeo, avete invitato anche le femmine stasera!". "Sì, questo fine settimana festeggeremo la fine della trasferta lavorativa! Vogliamo divertirci assai", gli disse il partenopeo. "Ci penserò io a placare il vostro appetito. Marco: i tavoli migliori per mia nipote ed i suoi amici!", ordinò al dipendente. "Ciao Marco come va la vita?", gli domandò Massimiliano, dandogli una pacca sulla spalla. "Aiò ragazzi; andate meglio voi, con questi pezzi di figliole, stasera si codda!", gli rispose, accostando la bocca all'orecchio del Rampazzi, il quale esplose in una sonora risata. Ettolitri di vino andarono a colmare i bicchieri di tutti i partecipanti al convìvio, liberando le rispettive menti dagli inibitori freni del decòro e della morale. Mentre erano intenti a banchettare come antichi cavalieri medievali, facendo abbondante uso delle mani anziché delle posate, la sedia di Joe-Vanzana fu urtata da un individuo che transitava in direzione del bagno: "Mi perdoni Signore!", si scusò l'uomo. "Ma, .ma , .casciaball. Uèeee alòra, cosa ci fate voi qui?", gridò a perdifiato il Lenguazza. "Angiolino, che sorpresa! Anche lei in questo locale?", gli rispose Amedeo. "Si, me l'anno consigliato i colleghi sardi: sono qui con Maristelli e Cossu e.", s'interruppe il Lenguazza. "E con chi altro?", insisté il Rampazzi. "Va bè, a voi posso dirlo, però acqua in bocca: poiché la trasferta è terminata, abbiamo deciso di festeggiare l'occasione invitando tre raffinate Signorine.", gli disse timidamente. "Non saranno mica zoccole!", replicò Joe-Vanzana, rivolgendosi all'uomo con l'educazione e la finezza di una carrettata di letame. "Em, .ma no, .dai, .sono semplicemente accompagnatrici, .suvvia.", incalzò il Lenguazza. "Ah, ho capito: sono meretrici di lusso!", rincarò la dose Rick, ridendo come un disperato. "Sì, Sì!.Tanto offre la ditta, eh?", gli disse Massimiliano ironicamente, mentre era intento ad asciugarsi l'intero volto con il tovagliolo. "Uè Lenguazza: alòra stasera si ciula!", esclamò il Fiorucci, mimando il gesto dell'amplesso con l'intero avambraccio. Un boato di risate si levò dai tavoli, andando a rallegrare l'intera ormai pimpante atmosfera che albergava nel locale, esponendo al pubblico ludìbrio il povero Lenguazza. "Va la, va la, che anca vi oltar si cunscià mej de nunc! Signore e Signori è stato un vero piacere: uè mi raccomando lunedì prossimo alle nove, tutti in sede a Palermo. Vi auguro un buon proseguimento di serata!", terminò il suo intervento Angiolino. "Arrivederci Lenguazza, ci saluti i suoi colleghi e le putt. cioè le ragazze intendo. Buon divertimento ed usi il preservativo!", si raccomandò Joe-Vanzana. "Ma chi è quel buffo Signore?", gli domandò Marilena. "E' il cliente per il quale lavoriamo, colui che ci permette di portare a casa lo stipendio a fine mese", le spiegò Alessio. Continuarono a gozzovigliare allegramente fino a tarda serata, senza tuttavia scadere nella volgarità di osceni discorsi o abbandonarsi a peccaminosi atti, deliberatamente ispirati a pratiche sessuali. A fine cena, lo zio di Paola portò personalmente in tavola una grossa torta: "Questa è offerta dalla casa, in segno di riconoscimento per aver rispettato i patti; vi siete effettivamente recati nel mio locale tutte le sere, avvalorando la vostra credibilità fino all'ultimo giorno. Inoltre auguro a tutti voi, ed in particolar modo a te Paoletta, tanta salute e felicità che sono le cose più importanti per condurre una buona esistenza terrena! Auguri!".
"Grazie zio, a nome di tutti", gli disse la nipote. Amedeo, alzatosi in piedi sulla sedia, volle brindare all'ospitalità ed all'amicizia di Battòre: "Volevo dirti a nome di tutti, che abbiamo apprezzato la cucina del tuo locale, la simpatia e l'accoglienza che hai dimostrato nei nostri confronti; inoltre ti faccio i miei personali complimenti per avere una nipote così bella e simpatica. Viva la Sardegna!". Paola arrossì nell'udire quelle parole, invitando Amedeo a riaccomodarsi compostamente accanto a lei. Tutti i presenti nella sala applaudirono con entusiasmo il discorso del giovane; alcuni di loro intonarono dei tipici canti regionali a tenores, contribuendo a riscaldare ulteriormente l'atmosfera del ristorante. Mangiarono con avidità la torta gentilmente offerta dal proprietario, accompagnata da un fresco Vermentino di Gallura. Lo sguardo delle ragazze lasciò presagire le loro oscène intenzioni; verso mezzanotte fu Paola che invitò la compagnìa a rincasare: "Ah, che bella serata! Ragazzi non siete stanchi? Avrei voglia di rilassarmi un poco, magari immergendomi in una vasca da bagno traboccante di schiuma profumata!". Nell'udire quelle parole i ragazzi si eccitarono moltissimo: "Effettivamente sono un po' stanco anch'io; forse ha ragione Paola", proferì Massimiliano. Tutti furono d'accordo nel proseguire quella magica serata a casa delle ragazze. La combrìccola del Lenguazza si era già dileguata da più di mezz'ora; gli amici salutarono calorosamente Battòre, ringraziandolo per le attenzioni a loro rivoltegli: "Faremo un'ottima pubblicità al tuo locale, in continente!", gli disse Rick. "Ciao ragazzi e buon proseguimento! Se vi capiterà ancora di approdare a Cagliari, venite a trovarmi!", gli disse l'uomo visibilmente commosso. Marilena andò a recuperare la vettura: le persone salirono, mantenendo i posti occupati all'andata. Questa volta le avances che i ragazzi rivolsero al gentil sesso furono più esplicite: Massimiliano infilò la propria mano sinistra sotto il gonnellino di Marilena, facendole inumidire le mutandine di raso. Alessio e Sofia si baciarono vorticosamente, dimenandosi come anguille nella ristretta area a loro riservata di quell'angusto sedile posteriore. Paola, seduta a gambe divaricate sul ventre di Rick, gli estrasse il membro dai calzoni, strusciandoselo con insistenza sul proprio sesso senza tuttavia farvelo penetrare. Amedeo leccò e palpeggiò i capezzoli di Anna, la quale, essendo più piccina della altre, si districò abilmente fra le lamiere dell'automobile, riuscendo ad accostare il proprio seno alle labbra dell'amico. Dagli atteggiamenti ostentati durante l'intero tragitto, poterono intuire il seguito di quella serata: la felice "oasi della debòscia" mobile, terminò la propria corsa nei pressi di un complesso di villette a schiera, alla periferia di Quartu Sant'Elena. Era notte; il silenzio di quell'istante fu lacerato dall'arrivo della Twingo, impinguata di bramosa e fremènte carne umana, che anelava d'esser soddisfatta. Le timide stelle balenavano fra i danzanti rami dei pini marittimi, mossi con leggiadrìa dalla soave brézza di terra. Le persone uscirono dall'automobile senza far rumore; come dei sinistri spèttri cercarono di mimetizzarsi nell'oscurità, in modo tale da non destar sospetto alcuno alle persone ivi residenti. Percorsero il vialetto illuminato che li condusse all'ùscio dell'appartamento occupato dalle ragazze: "Entrate presto!", disse loro Sofia, facendoli accomodare nell'ampio salotto. Le persone varcarono la soglia dell'accogliente abitazione, scrutandone ogni remoto angolo: "Che bella casa!", le disse Amedeo. "Sì, è molto carina; è per merito di Paola che abbiamo potuto affittare l'appartamento. Lei risiede qui, due villette più avanti", aggiunse Marilena. "Ragazze, mi è venuta voglia di sgranocchiare qualcosa: .una sangria è proprio quello che ci vorrebbe!", esordì Joe-Vanzana, facendo strani gesti con la mano. "Ma scusa, la sangria mica si mangia; è una bevanda!", replicò Massimiliano allibito.
"Eh, si, va bene .a quest'ora pretendi che colleghi il cervello con la bocca!", gli rispose Rick, mentre gli altri stavano ridendo a crepapelle alle sue spalle, ancora memori della stupidaggine da lui pronunziata. "Ascolta Rick, la sangria non l'abbiamo, ma in frigo ci sono tre bottiglie di mirto: vanno bene ugualmente?", gli chiese Anna, intenta ad asciugarsi le lacrime di divertimento dai propri occhi. "Certo, va bene tutto ciò che contenga alcol. Comunque il mirto a me piace in modo particolare!", sbraitò Rick che nel frattempo, senza il permesso delle padrone di casa, si era sdraiato sul divano. "Accomodatevi pure, io intanto vado in cucina a preparare le bevande", disse loro Annina. Intrattanto Alessio e Sofia si erano appartati nell'adiacente tinèllo, completando lo scambio d'umori iniziato in vettura; i due amanti erano avvinghiati l'un l'altra, intenti a baciarsi freneticamente, alienati dal resto della compagnia. Amedeo e Massimiliano, incitati dalle ragazze, si esibirono in un ridicolo spogliarello, rimanendo unicamente in boxer; le mani di Paola completarono l'opera, sfilando entrambi gli intimi indumenti dai corpi dei due compagni, i quali si trovarono nudi al centro della sala. Intanto Marilena si occupò di Rick: dopo avergli tolto le scarpe, liberò i suoi arti inferiori dalla reclusione degli indumenti, lasciando che la nerboruta verga sprigionasse tutta la propria irruenza, erigendosi prepotentemente dinanzi al suo volto. La ragazza colse al volo quel sublime istante, imboccando voracemente il sesso di Rick, prodigandosi in una lunga ed estasiante fellazione. Annina tornò in salotto, imbracciando il vassoio con le bevande: assieme ai bicchieri colmi di mirt
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